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Le
testimonianze
L’età
romana
Dall'età
romana sono giunti fino a noi in Sabina avanzi di edifici
monumentali tra i quali ricorderemo i ruderi della Villa
di Assio e delle così dette Ville di Agrippa
e di Vespasiano, rispettivamente nei dintorni di Rieti
e di Montebuono
e presso Paterno, in territorio di Castel
Sant'Angelo, nella località ove si trovava
l'antica città sabino-romana di Cotilia. Questi
ruderi consistono in massicci pilastri e in parti, più
o meno malconce, di volte; non ci consentono perciò
di farci idee abbastanza chiare sull'aspetto originario
degli edifici che pure dovettero essere imponenti. D'altronde
gli scavi condotti con mezzi finora troppo limitati
nei dintorni di Torrita, in territorio dell'Amatrice,
e in quelli di Monteleone
Sabino, nell'area già occupata dall'antica
città sabino-romana di Trebula Mutuesca, hanno
rivelato il singolare interesse archeologico di queste
contrade e messo nuovamente in luce o in maggiore evidenza
resti cospicui di architetture che formano ancora oggetto
di studio da parte dei competenti.
Una
costruzione interessante assai ben conservata, la cui
età e destinazione sono tuttora discusse, ma
che potrebbe essere una tomba, è poi la così
detta, "Grotta dei Massacci" in territorio di Poggio
Nativo, costituita da una camera cruciforme con
pareti rivestite di massicci conci squadrati. Infine,
per completare questa rapida rassegna di vestigi architettonici
dell'antichità, citeremo gli avanzi di mura megalitiche
nelle contrade di Arci e di Grotte di Torri, in territorio
di Fara Sabina,
e a Rieti, ai
piedi della Via Pescheria, nonchè i resti del
Ponte Romano sul Velino ancora visibili, benchè
semisommersi, dall'alto di quello moderno che valica
il fiume congiungendo Rieti
al rione del Borgo.
Per quanto riguarda l'età paleocristiana, mancano
assolutamente testimonianze architettoniche, mentre
le Catacombe di S. Vittoria a Monteleone
Sabino sono oggi internate e impraticabili.

Il
periodo medioevale
Dall'alto
medioevo è giunta fino a noi l'importantissima
e rara Cripta a pianta semianulare della Chiesa
Cattedrale dei Sabini di S. Maria in Vescovìo,
cioè il più singolare aspetto del secolo
IX in un edificio sacro più antico dell'attuale.
Un notevole risveglio, però, si riscontra, comunque,
nell'edilizia sacra, dal periodo VII-IX secolo alla
prima metà del secolo XIII. Sorgono, infatti,
in forme preromaniche e romaniche, la cripta semianulare,
superstite, della Basilica ricostruita da S. Tommaso
di Morienna e la massiccia Torre campanaria della Abbazia
di S. Maria di Farfa,
la Chiesa Cattedrale di S. Maria Assunta di Rieti,
la Chiesa dei S.S. Martiri a Cerchiara, la Cripta di
S. Giovanni in S. Leopardo a Borgorose,
le Chiese di S. Maria del Piano a Pozzaglia,di
S.Vittoria Monteleone
Sabino, di S. Maria delle Murelle a Montasola,
di S. Maria extra-moenia" ad Antrodoco,
dei S.S. Dionisio, Rustico ed Eleuterio a Borgovelino,
di S. Pietro a Magliano
Sabino e di S. Pietro a Montebuono,
mentre le Torri campanarie di alcune di queste Chiese,
quando non appartengono alla seconda metà o alla
fine del secolo XII, vengono erette a cavaliere tra
i secoli XII e XIII ovvero, come quelle delle Chiese
di S. Maria a Tarano
e di S. Giovanni Battista a Casperia
e della Cattedrale di
Rieti, nella prima metà del secolo XII o
intorno alla metà del XIII. Anzi il tipo di Torre
campanaria romanica di stile laziale, cioè a
piani delimitati da cornici ad arcatelle pensili o a
dentellature nei quali si aprono, su ogni faccia, bifore
accoppiate con colonnine ornate di capitelli a gruccia,
persiste ancora al principio del Trecento e ce ne offrono
validi esempi le Torri campanarie delle Chiese di S.
Agostino a Rieti
e di S. Maria del Popolo
e di S. Agostino a Cittaducale.
Nell'architettura esterna delle Chiese, fatta eccezione
per quella di S. Pietro a Magliano
Sabino di gusto lombardeggiante e per la Cattedrale
di Rieti, prevalgono i coronamenti a due lunghi
spioventi e i rosoni e i portali caratterizzati, talora,
da classica armonia e sempre da una semplice eleganza
che si trasforma in severa nudità di linee nei
portali tardoromanici della già ricordata Chiesa
trecentesca di S. Maria
del Popolo a Cittaducale.
Le forme gotiche, a loro volta, fanno la loro timida
apparizione nell'inflessione appena lievemente acuta
dell'arco absidale della Chiesa e del portate dell'aula
capitolare dell'Abbazia Cistercense di S. Pastore, iniziata,
nel 1255, da un Maestro Anselmo, si affermano nelle
Volte del Palazzo Vescovile di Rieti,
cominciato nel 1283 da un Maestro Andrea, nonchè
nelle Chiese di S. Francesco,
di S. Agostino e di
S. Domenico a Rieti,
portate alacremente innanzi nella seconda metà
del Dugento e arricchite, tra la fine del secolo e il
principio del successivo, di portali marmorei in cui
il ricordo dello spirito romanico si attarda nei sesto
rotondo delle lunette. Alla metà del Trecento
risale il rosone di S. Maria
dei Popolo di Cittaducale,
ispirato a quelli coevi aquilani, e nella seconda metà
sorge all'Amatrice
la monumentale Chiesa di S. Francesco, con lo splendido
portale che riecheggia, in forme architettoniche e decorative
meno ricche, quello della chiesa sorella di Ascoli Piceno.
Poi, per tutto il Quattrocento, le forme tardogotiche
dominano quasi incontrastate nei portali delle Chiese
di S. Agostino a Cittaducale
e all'Amatrice,
nel rosone di questa seconda Chiesa, nei portali delle
Chiese di S. Francesco, di S. Maria e di S. Pietro a
Leonessa;
tuttavia, mentre il gusto 'classico rinascimentale suggerisce
agli architetti dei portali di Cittaducale
e dell'Amatrice
l'armoniosa curva degli archi a tutto sesto, le sculture
ornamentali dei portali di Leonessa
riflettono un singolarissimo arcaismo nelle rudi e severe
stilizzazioni formali di sapore romanico associate a
forme costruttive più decisamente gotiche.

Il
rinascimento
Ci
si domanderà, a questo punto, quali manifestazioni
architettoniche sue proprie abbia lasciato il Rinascimento
in Sabina. Risponderemo che, per il Quattrocento, dobbiamo
limitarci a citare la facciata della Chiesa di S. Cecilia
a Cittaducale
e i portali di S. Maria del Piano a Pozzaglia
e del cortile del Palazzo Colelli a Rieti,
mentre, per il Cinquecento, la Chiesa di S. Maria della
Porta all'Amatrice
e i portali, di forme ancora stilisticamente quattrocentesche,
di Santa Maria dell’Annunciata a Collevecchio,
di S.PietroMartire e di S.Nicola a Rieti
e quello della Chiesa parrocchiale di Canetra costituiscono
gli aspetti meno appariscenti di una rassegna che allinea
monumenti cospicui come la Chiesa di S. Antonio Abate
di Giacomo Vignola, i due Palazzi Vincentini, l'uno
vignolesco e l'altro sangalliano di Rieti,
il Palazzo Cesi di Giovan Domenico Bianchi a Cantalupo,
il sangalliano Palazzo Piacentini e il vignolesco Palazzo
Menichino a Collevecchio
Sabino ed in ultimo i molti nobili se pur semplici
edifici civili di Leonessa
e dell'Amatrice.

Il
barocco
Il
periodo del Barocco contrappone alla mediocrità
paesana di tante Chiese rimodernate in quel tempo, la
misurata scenografia dell'interno della Cattedrale,
la solenne maestà di S. Scolastica architettata
da Francesco Fontana, la composta magniloquenza del
Palazzo Vecchiarelli di Carlo Maderno a Rieti,
mentre il Settecento è decorosamente rappresentato
dalle Collegiate di Poggio
Mirteto e di Contigliano,
quest'ultima del ticinese Michele Chiesa, dalla facciata
del Palazzo Comunale, dovuta a Filippo Brioni, e dal
brioso rococò della Chiesa di S. Rufo a Rieti,
dal Palazzo Dragonetti a Cittaducale,
da qualche palazzetto all'Amatrice.
Un cenno speciale meritano le Chiese di S. Nicola di
Bari ad Orvinio
e a Castelnuovo di
Farfa e quella dei S.S. Pietro e Paolo a Salisano.
Le ultime due sono disegnate da Virginio Bracci, romano.
Sono tutte a pianta ellittica, come la parrocchiale
di S. Maria Assunta e S. Biagio a Cantalupo,
di Francesco Rosa, ma con la facciata di Giacomo Reticchi.
Buon esempio di architettura neoclassica è poi
il Palazzo Ricci di Rieti
disegnato da Giovanni Stern ma superato, esteticamente,
dalla castigata eleganza della Cappella di S. Caterina
di Alessandria nella Cattedrale reatina, rifatta da
Giuseppe Valadier.

L’architettura
militare
Un
brevissimo discorso a parte merita l'architettura militare
nella Sabina.
Essa è rappresentata dalle dugentesche porte
e mura turrite di Rieti,
dalle molte torri trecentesche e quattrocentesche, tra
cui spiccano quelle di Cantalice,
di Catino e
di Cittaducale,
dal quattrocentesco Castello di Collalto, dalla cosiddetta
Rocca di Re Manfredi a Cittareale,
pure del secolo XV ma avanzatissimo; infine dal poderosissimo
arnese di guerra che Baldassarre Peruzzi cominciò
a costruire, nella prima metà del Cinquecento,
trasformando un antico "castelluccio" nella
fortezza di Rocca
Sinibalda.

Le
opere d'arte
La
scultura
Avanzi di bassorilievi ornamentali a intrecci viminei,
a fogliami, a rosette e a croci patenti messi in opera
nelle mura della Chiesa di S. Maria «extra moenia» di
Antrodoco
e raccolti nel suo interno ovvero usati come facce della
cassa nel pergamo della Chiesa
di S. Maria in Vescovìo testimoniano, unicamente
al Fonte Battesimale della Chiesa di S. Giovanni Battista
a Torri, sullo
svolgimento stilistico della scultura preromanica in
Sabina. Di maggiore interesse però sono certamente le
poche sculture romaniche tra le quali ricorderemo, in
primo luogo, i capitelli istoriati con altorilievi di
Angeli, di Leoni, di Aquile di cariatidi e rosoni di
stile Valvense nella Cripta di S. Giovanni in S. Leopardo
a Borgorose
e poi quelli del perduto Ciborio della Cattedrale
di Rieti, adorni di Aquile e di Uomini in corsa,
rispettivamente risalenti alla metà e alla fine del
secolo XII. Notevoli anche. le statue di Angelo e dell'Arcangelo
S. Michele del tardo secolo XII, rispettivamente sotto
il portico della Cattedrale e nel vestibolo terraneo
del Municipio a Rieti, e di singolare importanza il
coevo Crocifisso di legno policromato della Chiesa di
S. Maria dell'Annunciata a Collevecchio,
opera vigorosa d'un Maestro laziale che risente della
cultura plastica lombarda.
Al
tardo medioevo gotico poi appartiene la preziosissima,
stupenda statuetta eburnea della Madonna col Bambino
custodita nella Chiesa di S. Maria in Categne di Lugnano
presso Rieti,
opera di eccezionale interesse per le sue notevoli dimensioni
(cm. 57), dovuta a un eccellente Maestro francese vissuto
a cavaliere tra la fine del secolo XIII e il principio
del secolo XIV, che la intagliò in un dente di
elefante nei primi anni appunto del Trecento.
Nei secoli XIV e XV e nella prima metà del secolo
XVI si diffondono in Sabina le statue intagliate in
legno policromato o modellate in terracotta dipinta;
ne sono autori scultori e figuri per lo più abruzzesi
alcuni dei quali formatisi nella cerchia di quei Maestri
tardogotici tedeschi, assai operosi, appunto in Abruzzo,
nel primo Quattrocento.
A questi artisti paesani piuttosto che ai loro aspiratori
oltramontani pensiamo infatti che si debbano attribuire
le Pietà in terracotta dipinta del Museo Civico
di Rieti, della
Chiesa di S. Maria "extra moenia" di Antrodoco
e della Chiesa di S. Maria di Tarano.
Invece gli scultori che intagliarono in legno e dipinsero
la statua del S. Biagio in S. Francesco di Leonessa
e i più tardi Crocifissi della Chiesa di S. Antonio
del Monte e del Museo Civico di Rieti
rivelano rapporti con Maestri toscani, senesi, fiorentini
e umbri rispettivamente, seguendo le sapienti stilizzazioni
formali dei primi e interpretando, con una certa crudezza
di gusto, gli orientamenti naturalistici dei secondi.
Non mancano infine i seguaci di Silvestro Aquilano,
come Carlo Aquilano, autore della Madonna col Bambino
della Chiesa di S. Maria di Legarano a Casperia,
e come gli scultori del S. Sebastiano, opera assai bella,
e del S. Rocco nella Chiesa di S. Pietro a Leonessa
e della Madonna col Bimbo in terracotta, nella Chiesa
parrocchiale di Torano. I figuli del tardo Quattrocento
e della prima metà del Cinquecento meritano infine
un cenno particolare; si devono a loro il Presepio di
S. Francesco, la Deposizione di S. Pietro a Leonessa,
il S. Antonio Abate della Chiesa parrocchiale di Cornilio
Nuovo, la Madonna e il S. Giuseppe della Chiesa di S.
Maria di Legarano a Casperia.
Risentono delle suggestioni del mondo pittorico umbro
gravitante nell'orbita del Perugino e del Pinturicchio
ma, per lo più, si esprimono in un loro rude
linguaggio popolaresco e dialettale vivacemente espressivo.
Forse appartennero alla schiera degli artisti calati
dal grosso paese di Montereale e comunque essi succedono,
quasi repentinamente, a quegli scultori dei portali
delle chiese leonessane ancora fedeli, intorno alla
prima metà del Quattrocento, a stilizzazioni
d'un paradossale medioevalismo di gusto romanico! Nei
secoli XVII, XVIII e XIX, a Rieti
soprattutto, dominano scultori e marmorari romani nonchè
abili scalpellini e stuccatori lombardi e questi ultimi
lavorano largamente anche nella Sabina. Per merito infine
del poeta Angelo Maria Ricci, sempre Rieti
si arricchisce di sculture neoclassiche tra le quali
ricordiamo il gesso originale dell'Ebe di Antonio Canova
e la stele funebre della moglie del poeta di Alberto
Thorwaldsen. Eppure, in queste opere di impeccabile
purità formale ricercheremmo invano la plastica
energia vitale e la forza ritrattistica di quelle statue
togate, di quei rilievi marmorei, di quelle teste virili
e muliebri, avanzi di altre statue perdute, che in Rieti
e in molti paesi Sabini sono giunte fino a noi a testimoniare
la validità espressiva della scultura provinciale
romana.
Pittura
Le
più antiche pitture medioevali della Sabina giunte
fino a noi sono gli affreschi del sec. IX-X nella Cripta
di S. Maria
in Vescovìo e quelli nel vano a piano terreno
della Torre campanaria dell'Abbazia
di Farfa, ma
talmente malconci da rendere estremamente difficile
una valutazione stilistica. Ben conservato invece è
l'affresco della fine del secolo XII rappresentante
il Salvatore benedicente con gli Apostoli ed altri Santi
recentemente tornato alla luce nella Chiesa di S. Cataldo
a Cottanello.
La qualità stilistica lo rivela opera d'un artista
paesano che risente della cultura pittorica romana ma
legato anche a quella abruzzese. Più tardi, le
poche opere della seconda metà del Dugento, diverse
per caratteri stilistici, sovente deperite o ridipinte,
e, per lo più, di tono paesano, non consentono
di giungere a conclusioni generali nei loro confronti.
Alcune, quali la pittura murale della Chiesa
di S. Domenico a Rieti
e la tavola della Chiesa della SS. Annunziata a Cossito
dell'Amatrice
rappresentanti la Vergine in trono col Bambino, appartengono
ad artisti di cultura umbrolaziale, ma la più
interessante è la tavola del S., Nicola di Scandriglia,
d'un Maestro forse pugliese. Più ricco di opere
è il panorama della pittura trecentesca e quattrocentesca,
troppo vario per poter essere efficacemente sintetizzato.
Comunque
a Rieti tennero
il campo pittori laziali, umbri, senesi, umbrosenesi
e umbromarchigiani, come gli autori degli affreschi
della Chiesa della Foresta coi Salvatore benedicente
e Santi, S. Ludovico di Tolosa e Storie della Vergine,
gli autori della Madonna col Bambino tra Santi nella
Chiesa di S. Francesco,
come Luca di Tomè, che firmò il polittico
già in S. Domenico ed ora al Museo Civico, e
il pittore delle Storie della Maddalena nella suddetta
Chiesa. Tra tutti merita una speciale menzione il buon
Maestro delle Storie di S. Francesco nel coro della
Chiesa omonima, che si ispira, liberamente, al ciclo
giottesco della Basilica Superiore di S. Francesco in
Assisi.
Nella Sabina meridionale operarono pittori locali di
immagini votive influenzati da Maestri senesi e fiorentini,
per esempio: gli autori del Seppellimento di Cristo
e del Trionfo della Morte nella Chiesa di S. Paolo a
Poggio Mirteto
e della Crocifissione nella Chiesa di S. Maria del Colle
a Ponticelli. In quest'ultima si vedono anche avanzi
di affreschi di Scuola Laziale con reminiscenze cavalliniane
che conducono il discorso all'importantissimo ciclo
di affreschi del primo Trecento nella Chiesa
di S. Maria in Vescovìo, rappresentanti Fatti
del Vecchio e del Nuovo Testamento e il Giudizio Universale.
In essi si manifesta una cultura stilistica eclettica
che associa ai caratteri cavalliniani e a una raffinata
sensibilità cromatica, la conoscenza dell'iconografia
bizantina e dell'Asia Minore, legami coi contemporanei
pittori toscani e suggestioni gotiche ancora vaghe e
incerte. Le contrade più settentrionali dell'alta
Sabina sono invece raggiunte da pittori marchigiani
formatisi nella cerchia dei Maestri che dipinsero nella
Chiesa di S, Nicola a Tolentino, come dimostra l'affresco
rappresentante l'Albero di Jesse nel coro della Chiesa
di S. Francesco all'Amatrice,
ma sono anche, e naturalmente, aperte a pittori umbri,
forse eugubini, di cultura seneseggiante; a quella corrente
infatti appartiene l'autore del grande Giudizio Universale
affrescato nella Chiesa anzidetta, con caratteri iconografici
che ci riconducono a Taddeo di Bartolo. Nella prima
metà del Quattrocento giunge a Fonte Colombo
di Rieti l'altarolo
del veneziano Zannino di Pietro e operano nella Sabina
meridionale artisti viterbesi della cerchia di Antonio
da Viterbo, come il pittore del Salvatore benedicente
della Cattedrale di Magliano
Sabino e l'altro della Madonna in trono col Bambino
di Forano, ma
prevalgono Maestri formatisi nell'ambiente umbro dominato
da Ottaviano Nelli e, tra essi, spicca Pietro Colaberti
da Piperno, l'amabile e gustoso frescante delle Storie
di S. Caterina di Alessandria nella Chiesina di Roccantica
dedicata alla Santa 1430), dal quale derivano alcuni
pittori locali come Giacomo da Roccantica e Giacomo
da Santo Polo, attivi nella Chiesa di S. Pietro a Montebuono
e in quella di S. Maria Assunta a Fianello (1450-51).
Pittori marchigiani della cerchia fabrianese e camerinese
operano, contemporaneamente, nella Chiesa di S. Francesco
all'Amatrice
accanto a qualche seguace paesano di Gentile da Fabriano
e agli ingenui artisti locali che affrescano le pareti
della Chiesa di S. Maria "extra moenia", del
vicino Battistero di S. Giovanni ad Antrodoco
e della Chiesa di S. Maria a Capradosso. Essi cercano
di esprimere, con accenti dialettali, il cortese linguaggio
tardogotico. Un pittore poi formatosi verosimilmente
in Umbria, Liberato da Rieti,
ci è noto per opere in Rieti
e a Soffèna in Toscana. In detta città,
rappresentano la Crocifissione e la Strage degli Innocenti
(1441). Egli si esprime con linguaggio riecheggiante,
quello di Gentile e del Nelli, e suggestionato da caratteri
rinascimentali. Nella seconda metà del secolo,
a Rieti e in
Sabina compare Antonazzo Romano (1464) e vi tiene il
campo coadiuvato dal figlio Marcantonio e da altri collaboratori
che continuano a svolgere la loro attività anche
nei primi lustri del Cinquecento. I piccoli pittori
locali operano in una sfera marginale, quasi in sordina,
e tra essi spicca un ignoto e rozzo reatino che ha lasciato
i suoi affreschi con caratteri umbroantonazzeschi nel
Battistero della Cattedrale, a S. Domenico, a S. Eusanio
e a S. Francesco. Il raffinato Biagio d'Antonio, dal
canto suo, rappresenta la cultura pittorica rinascimentale
fiorentina mentre un pittore paesano, in un dipinto
nella Chiesa della Fraternita a Toffia,
testimonia, come può, la diffusione dei modi
perugineschi. Nell'alta Sabina, soprattutto all'Amatrice,
gli umili pittori umbri di immagini votive operosi nei
primi decenni della seconda metà del Quattrocento
sono ben presto soppiantati da maestri marchigiani più
valenti. Nel 1480 Pier Paolo da Fermo affresca l'abside
di S. Maria della Filetta facendo sfoggio d'una sensibilità
assimilatrice che gli consente di associare alla sua
originale cultura di formazione tardogotica forse di
gusto veneto, accenti fiorentini, crivelleschi e melozziani;
nell'ultimo decennio del secolo un pittore che chiamo
il Maestro della Madonna della Misericordia", formatosi
nella cerchia ascolana dei Crivelli e di Pietro Alamanno,
lavora, coi suoi allievi ed aiuti, nelle Chiese di S.
Agostino all'Amatrice, di S. Maria della Filetta, di
S. Maria delle Grazie a Retrosi, seguito dall'amatriciano
Dionisio Cappelli. Le opere più tarde di questo
giunte sino a noi appartengono al 1511 ed egli estende
la sua sfera di attività fino a Borgovelino.
Nel sec. XVI, in Sabina meridionale e a Rieti,
soggiornarono saltuariamente, dal 1521 al 1561, i fratelli
Lorenzo e Bartolomeo Torresani e compaiono, nel 1521,
il calvese Rinaldo Iacobetti e nel 1524 il siciliano
Giacomo Santoro. Tutti si formano in Umbria tenendosi
soprattutto vicini a Giovanni Spagna, ma i primi due,
oriundi di Verona, nelle opere mature, e in specie nei
Gíudizi Universali di S. Pietro Martire a Rieti
e di S. Maria di Legarano a Casperia,
si ispirano ecletticamente, se pur con rudezza provinciale,
all'Angelico e al Signorelli d'Orvieto, a Michelangelo
e a Raffaello. Ad essi subentrano pittori manieristi
di varia provenienza e formazione quali i reatini Tarquinio
e Panfilo Carnassali, l'aquilano Tobia Cicchini, il
ternano Giovan Francesco Enrichi, il veneto Giovanni
Andrea Toretti, il pesarese Giovan Giacomo Pandolfi,
il messinese Cesare Tuppi, l'ignoto frescante, forse
umbro, della Chiesa di S. Giovanni Battista a Rocca
Ranieri, il sabino Ascanio Manenti. Nel secolo XVII
molti ignoti pittori non ancora sufficientemente studiati,
e in gran parte operanti a Roma, lavorano per le Chiese
e i conventi della Sabina mentre altri Maestri forestieri
più distinti, quali Giovan Francesco Romanelli
e Lattanzio Niccoli, e Maestri insigni come Giovanni
Lanfranco, l'Orbetto, il problematico caravaggesco di
S. Rufo e Andrea Sacchi lasciano le loro opere a Rieti
e in Sabina. A Roma, contemporaneamente, si formano
quei pittori Sabini come l'orviniese Vincenzo Manenti,
il montesangiovannese Giulio Bianchi, i reatini Carlo
Cesi, Salvatore Tarchi o Tarco, Antonio Gherardi, Filippo
Zucchetti, Giuseppe Viscardi e Girolamo Troppa di Rocchette.,
che esaudiscono le molte richieste di committenti reatini
e sabini nei secoli XVII e XVIII. Ricorderemo anche
pittori settecenteschi forestieri quali Emanuele Alfani,
Andrea Casali e Girolamo Pesci e, tra gli accademici
ottocenteschi, il bellunese Pietro Paoletti e i reatini
Nicola Consòni e Giuseppe Ferrari. Né
possiamo concludere questa rassegna senza ricordare
due pittori reatini contemporanei: Antonino Calcagnodoro
(t 1935), dalla facile e pronta vena assimilatrice anche
se alquanto discontinua, e Arduino Angelucci, autore
di affreschi e i mosaici a Roma, a Palermo, in Palazzi
e al Cimitero di Rieti,
d'uno stilizzato, personalissimo rigore formale e compositivo
modernamente e liberamente ispirato alla più
nobile tradizione della pittura italiana primitiva.
Arte
orafa sacra
Un
aspetto eccezionalmente importante del patrimonio artistico
di Rieti e della
Sabina è rappresentato dalle splendide oreficerie sacre
costituite, per la maggior parte, da Croci processionali
argentee ovvero di rame o di argento dorato, egregiamente
lavorate a sbalzo e a bulino. Ricorderemo qui, rapidamente,
quelle arcaiche della fine del Duecento o del primo
Trecento, quasi tutte di Scuola Teramana e Sulmonese,
quella del Trecento avanzato della Chiesa parrocchiale
di Borbona,
il gruppo trecentesco di Scuola Sulmonese che vanta
gli esemplari delle Chiese parrocchiali di Borgorose,
Capradosso, Cittaducale
e S. Eipidio, la Croce Capitolare di Rieti,
del reatino Giacomo Gallina (1478) e l'altra della Chiesa
parrocchiale di Antrodoco,
di un ottimo seguace di Nicola da Guardiagrele, quelle
infine delle Chiese parrocchiali di Preta, dell'Amatrice
e di S. Maria a Leonessa,
dovute, rispettivamente, al magistero d'un orafo ascolano
e d'uno umbro.
Opere
eccellenti sono poi il Reliquiario quattrocentesco a
tempietto gotico di S. Maria della Filetta in S. Francesco
dell'Amatrice,
attribuito all'ascolano Pietro di Vannino, il vigoroso
Busto-reliquiario di S. Balduino di Bernardino da Foligno
(1495), ispirato alla statuaria fiorentina coeva, e
le rare Coppe, pure quattrocentesche, d'arte ungherese
o tedesca, nel tesoro della Cattedrale
di Rieti, e infine il sontuoso Reliquiario barocco
di S. Giuseppe da Leonessa,
nella Chiesa che gli è stata eretta in patria.

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