Le testimonianze

L'età romana
Il periodo medioevale
Il Rinascimento
Il Barocco
L'architettura militare
Le opere d'arte

L’età romana

Dall'età romana sono giunti fino a noi in Sabina avanzi di edifici monumentali tra i quali ricorderemo i ruderi della Villa di Assio e delle così dette Ville di Agrippa e di Vespasiano, rispettivamente nei dintorni di Rieti e di Montebuono e presso Paterno, in territorio di Castel Sant'Angelo, nella località ove si trovava l'antica città sabino-romana di Cotilia. Questi ruderi consistono in massicci pilastri e in parti, più o meno malconce, di volte; non ci consentono perciò di farci idee abbastanza chiare sull'aspetto originario degli edifici che pure dovettero essere imponenti. D'altronde gli scavi condotti con mezzi finora troppo limitati nei dintorni di Torrita, in territorio dell'Amatrice, e in quelli di Monteleone Sabino, nell'area già occupata dall'antica città sabino-romana di Trebula Mutuesca, hanno rivelato il singolare interesse archeologico di queste contrade e messo nuovamente in luce o in maggiore evidenza resti cospicui di architetture che formano ancora oggetto di studio da parte dei competenti.

Una costruzione interessante assai ben conservata, la cui età e destinazione sono tuttora discusse, ma che potrebbe essere una tomba, è poi la così detta, "Grotta dei Massacci" in territorio di Poggio Nativo, costituita da una camera cruciforme con pareti rivestite di massicci conci squadrati. Infine, per completare questa rapida rassegna di vestigi architettonici dell'antichità, citeremo gli avanzi di mura megalitiche nelle contrade di Arci e di Grotte di Torri, in territorio di Fara Sabina, e a Rieti, ai piedi della Via Pescheria, nonchè i resti del Ponte Romano sul Velino ancora visibili, benchè semisommersi, dall'alto di quello moderno che valica il fiume congiungendo Rieti al rione del Borgo.
Per quanto riguarda l'età paleocristiana, mancano assolutamente testimonianze architettoniche, mentre le Catacombe di S. Vittoria a Monteleone Sabino sono oggi internate e impraticabili.

Il periodo medioevale

Dall'alto medioevo è giunta fino a noi l'importantissima e rara Cripta a pianta semianulare della Chiesa Cattedrale dei Sabini di S. Maria in Vescovìo, cioè il più singolare aspetto del secolo IX in un edificio sacro più antico dell'attuale. Un notevole risveglio, però, si riscontra, comunque, nell'edilizia sacra, dal periodo VII-IX secolo alla prima metà del secolo XIII. Sorgono, infatti, in forme preromaniche e romaniche, la cripta semianulare, superstite, della Basilica ricostruita da S. Tommaso di Morienna e la massiccia Torre campanaria della Abbazia di S. Maria di Farfa, la Chiesa Cattedrale di S. Maria Assunta di Rieti, la Chiesa dei S.S. Martiri a Cerchiara, la Cripta di S. Giovanni in S. Leopardo a Borgorose, le Chiese di S. Maria del Piano a Pozzaglia,di S.Vittoria Monteleone Sabino, di S. Maria delle Murelle a Montasola, di S. Maria extra-moenia" ad Antrodoco, dei S.S. Dionisio, Rustico ed Eleuterio a Borgovelino, di S. Pietro a Magliano Sabino e di S. Pietro a Montebuono, mentre le Torri campanarie di alcune di queste Chiese, quando non appartengono alla seconda metà o alla fine del secolo XII, vengono erette a cavaliere tra i secoli XII e XIII ovvero, come quelle delle Chiese di S. Maria a Tarano e di S. Giovanni Battista a Casperia e della Cattedrale di Rieti, nella prima metà del secolo XII o intorno alla metà del XIII. Anzi il tipo di Torre campanaria romanica di stile laziale, cioè a piani delimitati da cornici ad arcatelle pensili o a dentellature nei quali si aprono, su ogni faccia, bifore accoppiate con colonnine ornate di capitelli a gruccia, persiste ancora al principio del Trecento e ce ne offrono validi esempi le Torri campanarie delle Chiese di S. Agostino a Rieti e di S. Maria del Popolo e di S. Agostino a Cittaducale.
Nell'architettura esterna delle Chiese, fatta eccezione per quella di S. Pietro a Magliano Sabino di gusto lombardeggiante e per la Cattedrale di Rieti, prevalgono i coronamenti a due lunghi spioventi e i rosoni e i portali caratterizzati, talora, da classica armonia e sempre da una semplice eleganza che si trasforma in severa nudità di linee nei portali tardoromanici della già ricordata Chiesa trecentesca di S. Maria del Popolo a Cittaducale. Le forme gotiche, a loro volta, fanno la loro timida apparizione nell'inflessione appena lievemente acuta dell'arco absidale della Chiesa e del portate dell'aula capitolare dell'Abbazia Cistercense di S. Pastore, iniziata, nel 1255, da un Maestro Anselmo, si affermano nelle Volte del Palazzo Vescovile di Rieti, cominciato nel 1283 da un Maestro Andrea, nonchè nelle Chiese di S. Francesco, di S. Agostino e di S. Domenico a Rieti, portate alacremente innanzi nella seconda metà del Dugento e arricchite, tra la fine del secolo e il principio del successivo, di portali marmorei in cui il ricordo dello spirito romanico si attarda nei sesto rotondo delle lunette. Alla metà del Trecento risale il rosone di S. Maria dei Popolo di Cittaducale, ispirato a quelli coevi aquilani, e nella seconda metà sorge all'Amatrice la monumentale Chiesa di S. Francesco, con lo splendido portale che riecheggia, in forme architettoniche e decorative meno ricche, quello della chiesa sorella di Ascoli Piceno. Poi, per tutto il Quattrocento, le forme tardogotiche dominano quasi incontrastate nei portali delle Chiese di S. Agostino a Cittaducale e all'Amatrice, nel rosone di questa seconda Chiesa, nei portali delle Chiese di S. Francesco, di S. Maria e di S. Pietro a Leonessa; tuttavia, mentre il gusto 'classico rinascimentale suggerisce agli architetti dei portali di Cittaducale e dell'Amatrice l'armoniosa curva degli archi a tutto sesto, le sculture ornamentali dei portali di Leonessa riflettono un singolarissimo arcaismo nelle rudi e severe stilizzazioni formali di sapore romanico associate a forme costruttive più decisamente gotiche.

Il rinascimento

Ci si domanderà, a questo punto, quali manifestazioni architettoniche sue proprie abbia lasciato il Rinascimento in Sabina. Risponderemo che, per il Quattrocento, dobbiamo limitarci a citare la facciata della Chiesa di S. Cecilia a Cittaducale e i portali di S. Maria del Piano a Pozzaglia e del cortile del Palazzo Colelli a Rieti, mentre, per il Cinquecento, la Chiesa di S. Maria della Porta all'Amatrice e i portali, di forme ancora stilisticamente quattrocentesche, di Santa Maria dell’Annunciata a Collevecchio, di S.PietroMartire e di S.Nicola a Rieti e quello della Chiesa parrocchiale di Canetra costituiscono gli aspetti meno appariscenti di una rassegna che allinea monumenti cospicui come la Chiesa di S. Antonio Abate di Giacomo Vignola, i due Palazzi Vincentini, l'uno vignolesco e l'altro sangalliano di Rieti, il Palazzo Cesi di Giovan Domenico Bianchi a Cantalupo, il sangalliano Palazzo Piacentini e il vignolesco Palazzo Menichino a Collevecchio Sabino ed in ultimo i molti nobili se pur semplici edifici civili di Leonessa e dell'Amatrice.

Il barocco

Il periodo del Barocco contrappone alla mediocrità paesana di tante Chiese rimodernate in quel tempo, la misurata scenografia dell'interno della Cattedrale, la solenne maestà di S. Scolastica architettata da Francesco Fontana, la composta magniloquenza del Palazzo Vecchiarelli di Carlo Maderno a Rieti, mentre il Settecento è decorosamente rappresentato dalle Collegiate di Poggio Mirteto e di Contigliano, quest'ultima del ticinese Michele Chiesa, dalla facciata del Palazzo Comunale, dovuta a Filippo Brioni, e dal brioso rococò della Chiesa di S. Rufo a Rieti, dal Palazzo Dragonetti a Cittaducale, da qualche palazzetto all'Amatrice. Un cenno speciale meritano le Chiese di S. Nicola di Bari ad Orvinio e a Castelnuovo di Farfa e quella dei S.S. Pietro e Paolo a Salisano. Le ultime due sono disegnate da Virginio Bracci, romano. Sono tutte a pianta ellittica, come la parrocchiale di S. Maria Assunta e S. Biagio a Cantalupo, di Francesco Rosa, ma con la facciata di Giacomo Reticchi. Buon esempio di architettura neoclassica è poi il Palazzo Ricci di Rieti disegnato da Giovanni Stern ma superato, esteticamente, dalla castigata eleganza della Cappella di S. Caterina di Alessandria nella Cattedrale reatina, rifatta da Giuseppe Valadier.

L’architettura militare

Un brevissimo discorso a parte merita l'architettura militare nella Sabina.
Essa è rappresentata dalle dugentesche porte e mura turrite di Rieti, dalle molte torri trecentesche e quattrocentesche, tra cui spiccano quelle di Cantalice, di Catino e di Cittaducale, dal quattrocentesco Castello di Collalto, dalla cosiddetta Rocca di Re Manfredi a Cittareale, pure del secolo XV ma avanzatissimo; infine dal poderosissimo arnese di guerra che Baldassarre Peruzzi cominciò a costruire, nella prima metà del Cinquecento, trasformando un antico "castelluccio" nella fortezza di Rocca Sinibalda.

Le opere d'arte

La scultura
Avanzi di bassorilievi ornamentali a intrecci viminei, a fogliami, a rosette e a croci patenti messi in opera nelle mura della Chiesa di S. Maria «extra moenia» di Antrodoco e raccolti nel suo interno ovvero usati come facce della cassa nel pergamo della Chiesa di S. Maria in Vescovìo testimoniano, unicamente al Fonte Battesimale della Chiesa di S. Giovanni Battista a Torri, sullo svolgimento stilistico della scultura preromanica in Sabina. Di maggiore interesse però sono certamente le poche sculture romaniche tra le quali ricorderemo, in primo luogo, i capitelli istoriati con altorilievi di Angeli, di Leoni, di Aquile di cariatidi e rosoni di stile Valvense nella Cripta di S. Giovanni in S. Leopardo a Borgorose e poi quelli del perduto Ciborio della Cattedrale di Rieti, adorni di Aquile e di Uomini in corsa, rispettivamente risalenti alla metà e alla fine del secolo XII. Notevoli anche. le statue di Angelo e dell'Arcangelo S. Michele del tardo secolo XII, rispettivamente sotto il portico della Cattedrale e nel vestibolo terraneo del Municipio a Rieti, e di singolare importanza il coevo Crocifisso di legno policromato della Chiesa di S. Maria dell'Annunciata a Collevecchio, opera vigorosa d'un Maestro laziale che risente della cultura plastica lombarda.
Al
tardo medioevo gotico poi appartiene la preziosissima, stupenda statuetta eburnea della Madonna col Bambino custodita nella Chiesa di S. Maria in Categne di Lugnano presso Rieti, opera di eccezionale interesse per le sue notevoli dimensioni (cm. 57), dovuta a un eccellente Maestro francese vissuto a cavaliere tra la fine del secolo XIII e il principio del secolo XIV, che la intagliò in un dente di elefante nei primi anni appunto del Trecento.
Nei secoli XIV e XV e nella prima metà del secolo XVI si diffondono in Sabina le statue intagliate in legno policromato o modellate in terracotta dipinta; ne sono autori scultori e figuri per lo più abruzzesi alcuni dei quali formatisi nella cerchia di quei Maestri tardogotici tedeschi, assai operosi, appunto in Abruzzo, nel primo Quattrocento.
A questi artisti paesani piuttosto che ai loro aspiratori oltramontani pensiamo infatti che si debbano attribuire le Pietà in terracotta dipinta del Museo Civico di Rieti, della Chiesa di S. Maria "extra moenia" di Antrodoco e della Chiesa di S. Maria di Tarano. Invece gli scultori che intagliarono in legno e dipinsero la statua del S. Biagio in S. Francesco di Leonessa e i più tardi Crocifissi della Chiesa di S. Antonio del Monte e del Museo Civico di Rieti rivelano rapporti con Maestri toscani, senesi, fiorentini e umbri rispettivamente, seguendo le sapienti stilizzazioni formali dei primi e interpretando, con una certa crudezza di gusto, gli orientamenti naturalistici dei secondi. Non mancano infine i seguaci di Silvestro Aquilano, come Carlo Aquilano, autore della Madonna col Bambino della Chiesa di S. Maria di Legarano a Casperia, e come gli scultori del S. Sebastiano, opera assai bella, e del S. Rocco nella Chiesa di S. Pietro a Leonessa e della Madonna col Bimbo in terracotta, nella Chiesa parrocchiale di Torano. I figuli del tardo Quattrocento e della prima metà del Cinquecento meritano infine un cenno particolare; si devono a loro il Presepio di S. Francesco, la Deposizione di S. Pietro a Leonessa, il S. Antonio Abate della Chiesa parrocchiale di Cornilio Nuovo, la Madonna e il S. Giuseppe della Chiesa di S. Maria di Legarano a Casperia.
Risentono delle suggestioni del mondo pittorico umbro gravitante nell'orbita del Perugino e del Pinturicchio ma, per lo più, si esprimono in un loro rude linguaggio popolaresco e dialettale vivacemente espressivo. Forse appartennero alla schiera degli artisti calati dal grosso paese di Montereale e comunque essi succedono, quasi repentinamente, a quegli scultori dei portali delle chiese leonessane ancora fedeli, intorno alla prima metà del Quattrocento, a stilizzazioni d'un paradossale medioevalismo di gusto romanico! Nei secoli XVII, XVIII e XIX, a Rieti soprattutto, dominano scultori e marmorari romani nonchè abili scalpellini e stuccatori lombardi e questi ultimi lavorano largamente anche nella Sabina. Per merito infine del poeta Angelo Maria Ricci, sempre Rieti si arricchisce di sculture neoclassiche tra le quali ricordiamo il gesso originale dell'Ebe di Antonio Canova e la stele funebre della moglie del poeta di Alberto Thorwaldsen. Eppure, in queste opere di impeccabile purità formale ricercheremmo invano la plastica energia vitale e la forza ritrattistica di quelle statue togate, di quei rilievi marmorei, di quelle teste virili e muliebri, avanzi di altre statue perdute, che in Rieti e in molti paesi Sabini sono giunte fino a noi a testimoniare la validità espressiva della scultura provinciale romana.

Pittura
Le più antiche pitture medioevali della Sabina giunte fino a noi sono gli affreschi del sec. IX-X nella Cripta di S. Maria in Vescovìo e quelli nel vano a piano terreno della Torre campanaria dell'Abbazia di Farfa, ma talmente malconci da rendere estremamente difficile una valutazione stilistica. Ben conservato invece è l'affresco della fine del secolo XII rappresentante il Salvatore benedicente con gli Apostoli ed altri Santi recentemente tornato alla luce nella Chiesa di S. Cataldo a Cottanello. La qualità stilistica lo rivela opera d'un artista paesano che risente della cultura pittorica romana ma legato anche a quella abruzzese. Più tardi, le poche opere della seconda metà del Dugento, diverse per caratteri stilistici, sovente deperite o ridipinte, e, per lo più, di tono paesano, non consentono di giungere a conclusioni generali nei loro confronti. Alcune, quali la pittura murale della Chiesa di S. Domenico a Rieti e la tavola della Chiesa della SS. Annunziata a Cossito dell'Amatrice rappresentanti la Vergine in trono col Bambino, appartengono ad artisti di cultura umbrolaziale, ma la più interessante è la tavola del S., Nicola di Scandriglia, d'un Maestro forse pugliese. Più ricco di opere è il panorama della pittura trecentesca e quattrocentesca, troppo vario per poter essere efficacemente sintetizzato.

Comunque a Rieti tennero il campo pittori laziali, umbri, senesi, umbrosenesi e umbromarchigiani, come gli autori degli affreschi della Chiesa della Foresta coi Salvatore benedicente e Santi, S. Ludovico di Tolosa e Storie della Vergine, gli autori della Madonna col Bambino tra Santi nella Chiesa di S. Francesco, come Luca di Tomè, che firmò il polittico già in S. Domenico ed ora al Museo Civico, e il pittore delle Storie della Maddalena nella suddetta Chiesa. Tra tutti merita una speciale menzione il buon Maestro delle Storie di S. Francesco nel coro della Chiesa omonima, che si ispira, liberamente, al ciclo giottesco della Basilica Superiore di S. Francesco in Assisi.
Nella Sabina meridionale operarono pittori locali di immagini votive influenzati da Maestri senesi e fiorentini, per esempio: gli autori del Seppellimento di Cristo e del Trionfo della Morte nella Chiesa di S. Paolo a Poggio Mirteto e della Crocifissione nella Chiesa di S. Maria del Colle a Ponticelli. In quest'ultima si vedono anche avanzi di affreschi di Scuola Laziale con reminiscenze cavalliniane che conducono il discorso all'importantissimo ciclo di affreschi del primo Trecento nella Chiesa di S. Maria in Vescovìo, rappresentanti Fatti del Vecchio e del Nuovo Testamento e il Giudizio Universale. In essi si manifesta una cultura stilistica eclettica che associa ai caratteri cavalliniani e a una raffinata sensibilità cromatica, la conoscenza dell'iconografia bizantina e dell'Asia Minore, legami coi contemporanei pittori toscani e suggestioni gotiche ancora vaghe e incerte. Le contrade più settentrionali dell'alta Sabina sono invece raggiunte da pittori marchigiani formatisi nella cerchia dei Maestri che dipinsero nella Chiesa di S, Nicola a Tolentino, come dimostra l'affresco rappresentante l'Albero di Jesse nel coro della Chiesa di S. Francesco all'Amatrice, ma sono anche, e naturalmente, aperte a pittori umbri, forse eugubini, di cultura seneseggiante; a quella corrente infatti appartiene l'autore del grande Giudizio Universale affrescato nella Chiesa anzidetta, con caratteri iconografici che ci riconducono a Taddeo di Bartolo. Nella prima metà del Quattrocento giunge a Fonte Colombo di Rieti l'altarolo del veneziano Zannino di Pietro e operano nella Sabina meridionale artisti viterbesi della cerchia di Antonio da Viterbo, come il pittore del Salvatore benedicente della Cattedrale di Magliano Sabino e l'altro della Madonna in trono col Bambino di Forano, ma prevalgono Maestri formatisi nell'ambiente umbro dominato da Ottaviano Nelli e, tra essi, spicca Pietro Colaberti da Piperno, l'amabile e gustoso frescante delle Storie di S. Caterina di Alessandria nella Chiesina di Roccantica dedicata alla Santa 1430), dal quale derivano alcuni pittori locali come Giacomo da Roccantica e Giacomo da Santo Polo, attivi nella Chiesa di S. Pietro a Montebuono e in quella di S. Maria Assunta a Fianello (1450-51). Pittori marchigiani della cerchia fabrianese e camerinese operano, contemporaneamente, nella Chiesa di S. Francesco all'Amatrice accanto a qualche seguace paesano di Gentile da Fabriano e agli ingenui artisti locali che affrescano le pareti della Chiesa di S. Maria "extra moenia", del vicino Battistero di S. Giovanni ad Antrodoco e della Chiesa di S. Maria a Capradosso. Essi cercano di esprimere, con accenti dialettali, il cortese linguaggio tardogotico. Un pittore poi formatosi verosimilmente in Umbria, Liberato da Rieti, ci è noto per opere in Rieti e a Soffèna in Toscana. In detta città, rappresentano la Crocifissione e la Strage degli Innocenti (1441). Egli si esprime con linguaggio riecheggiante, quello di Gentile e del Nelli, e suggestionato da caratteri rinascimentali. Nella seconda metà del secolo, a Rieti e in Sabina compare Antonazzo Romano (1464) e vi tiene il campo coadiuvato dal figlio Marcantonio e da altri collaboratori che continuano a svolgere la loro attività anche nei primi lustri del Cinquecento. I piccoli pittori locali operano in una sfera marginale, quasi in sordina, e tra essi spicca un ignoto e rozzo reatino che ha lasciato i suoi affreschi con caratteri umbroantonazzeschi nel Battistero della Cattedrale, a S. Domenico, a S. Eusanio e a S. Francesco. Il raffinato Biagio d'Antonio, dal canto suo, rappresenta la cultura pittorica rinascimentale fiorentina mentre un pittore paesano, in un dipinto nella Chiesa della Fraternita a Toffia, testimonia, come può, la diffusione dei modi perugineschi. Nell'alta Sabina, soprattutto all'Amatrice, gli umili pittori umbri di immagini votive operosi nei primi decenni della seconda metà del Quattrocento sono ben presto soppiantati da maestri marchigiani più valenti. Nel 1480 Pier Paolo da Fermo affresca l'abside di S. Maria della Filetta facendo sfoggio d'una sensibilità assimilatrice che gli consente di associare alla sua originale cultura di formazione tardogotica forse di gusto veneto, accenti fiorentini, crivelleschi e melozziani; nell'ultimo decennio del secolo un pittore che chiamo il Maestro della Madonna della Misericordia", formatosi nella cerchia ascolana dei Crivelli e di Pietro Alamanno, lavora, coi suoi allievi ed aiuti, nelle Chiese di S. Agostino all'Amatrice, di S. Maria della Filetta, di S. Maria delle Grazie a Retrosi, seguito dall'amatriciano Dionisio Cappelli. Le opere più tarde di questo giunte sino a noi appartengono al 1511 ed egli estende la sua sfera di attività fino a Borgovelino. Nel sec. XVI, in Sabina meridionale e a Rieti, soggiornarono saltuariamente, dal 1521 al 1561, i fratelli Lorenzo e Bartolomeo Torresani e compaiono, nel 1521, il calvese Rinaldo Iacobetti e nel 1524 il siciliano Giacomo Santoro. Tutti si formano in Umbria tenendosi soprattutto vicini a Giovanni Spagna, ma i primi due, oriundi di Verona, nelle opere mature, e in specie nei Gíudizi Universali di S. Pietro Martire a Rieti e di S. Maria di Legarano a Casperia, si ispirano ecletticamente, se pur con rudezza provinciale, all'Angelico e al Signorelli d'Orvieto, a Michelangelo e a Raffaello. Ad essi subentrano pittori manieristi di varia provenienza e formazione quali i reatini Tarquinio e Panfilo Carnassali, l'aquilano Tobia Cicchini, il ternano Giovan Francesco Enrichi, il veneto Giovanni Andrea Toretti, il pesarese Giovan Giacomo Pandolfi, il messinese Cesare Tuppi, l'ignoto frescante, forse umbro, della Chiesa di S. Giovanni Battista a Rocca Ranieri, il sabino Ascanio Manenti. Nel secolo XVII molti ignoti pittori non ancora sufficientemente studiati, e in gran parte operanti a Roma, lavorano per le Chiese e i conventi della Sabina mentre altri Maestri forestieri più distinti, quali Giovan Francesco Romanelli e Lattanzio Niccoli, e Maestri insigni come Giovanni Lanfranco, l'Orbetto, il problematico caravaggesco di S. Rufo e Andrea Sacchi lasciano le loro opere a Rieti e in Sabina. A Roma, contemporaneamente, si formano quei pittori Sabini come l'orviniese Vincenzo Manenti, il montesangiovannese Giulio Bianchi, i reatini Carlo Cesi, Salvatore Tarchi o Tarco, Antonio Gherardi, Filippo Zucchetti, Giuseppe Viscardi e Girolamo Troppa di Rocchette., che esaudiscono le molte richieste di committenti reatini e sabini nei secoli XVII e XVIII. Ricorderemo anche pittori settecenteschi forestieri quali Emanuele Alfani, Andrea Casali e Girolamo Pesci e, tra gli accademici ottocenteschi, il bellunese Pietro Paoletti e i reatini Nicola Consòni e Giuseppe Ferrari. Né possiamo concludere questa rassegna senza ricordare due pittori reatini contemporanei: Antonino Calcagnodoro (t 1935), dalla facile e pronta vena assimilatrice anche se alquanto discontinua, e Arduino Angelucci, autore di affreschi e i mosaici a Roma, a Palermo, in Palazzi e al Cimitero di Rieti, d'uno stilizzato, personalissimo rigore formale e compositivo modernamente e liberamente ispirato alla più nobile tradizione della pittura italiana primitiva.

Arte orafa sacra
Un aspetto eccezionalmente importante del patrimonio artistico di Rieti e della Sabina è rappresentato dalle splendide oreficerie sacre costituite, per la maggior parte, da Croci processionali argentee ovvero di rame o di argento dorato, egregiamente lavorate a sbalzo e a bulino. Ricorderemo qui, rapidamente, quelle arcaiche della fine del Duecento o del primo Trecento, quasi tutte di Scuola Teramana e Sulmonese, quella del Trecento avanzato della Chiesa parrocchiale di Borbona, il gruppo trecentesco di Scuola Sulmonese che vanta gli esemplari delle Chiese parrocchiali di Borgorose, Capradosso, Cittaducale e S. Eipidio, la Croce Capitolare di Rieti, del reatino Giacomo Gallina (1478) e l'altra della Chiesa parrocchiale di Antrodoco, di un ottimo seguace di Nicola da Guardiagrele, quelle infine delle Chiese parrocchiali di Preta, dell'Amatrice e di S. Maria a Leonessa, dovute, rispettivamente, al magistero d'un orafo ascolano e d'uno umbro.

Opere eccellenti sono poi il Reliquiario quattrocentesco a tempietto gotico di S. Maria della Filetta in S. Francesco dell'Amatrice, attribuito all'ascolano Pietro di Vannino, il vigoroso Busto-reliquiario di S. Balduino di Bernardino da Foligno (1495), ispirato alla statuaria fiorentina coeva, e le rare Coppe, pure quattrocentesche, d'arte ungherese o tedesca, nel tesoro della Cattedrale di Rieti, e infine il sontuoso Reliquiario barocco di S. Giuseppe da Leonessa, nella Chiesa che gli è stata eretta in patria.