|
Le
origini
L'antica
Sabina ebbe una estensione assai maggiore dell'attuale
che, dalle pendici dei monti Sibillini verso Norcia
e verso l'alta valle del Tronto, abbracciava una parte
degli odierni Abruzzi a settentrione della città di
Amiterno e verso Teramo, e, per il resto, tutto il vasto
territorio delimitato dalla riva sinistra del Nera fino
alla sua confluenza coi Tevere, dalla sponda sinistra
di questo fino alla confluenza con l'Aniene, dalla riva
destra del basso e medio corso dell'Aniene e dalla intera
contrada abitata dagli Equicoli. Di conseguenza, oltre
che con questi popoli, i Sabini confinavano, a sud,
coi Latini, a sud-est, con gli Equi e, coi Vestini,
a sud-est e a est, a nord-est, coi Piceni e ad ovest
ed a nord-ovest coi Falisci e cogli Umbri. Scarsissime
sono le notizie sulle più antiche vicende e sulla lingua
dei Sabini; scarse quelle sulla loro religione. Sappiamo
che adoravano Sabo, cioè il padre di quel Sabino che
sarebbe stato il loro divino progenitore, Sanco, o Santo
o Semo Sanco o Medio Fidio, il dio corrispondente all'Ercole
dei Latini, Termino, protettore dei confini, Vacuna,
invocata come protettrice delle arti, dei boschi e delle
messi. Austeri e laboriosi, prodi e frugali, i Sabini
disciplinarono le continue emigrazioni a vasto raggio.
I
rapporti con Roma
Le
più antiche relazioni dei Sabini coi Latini prima e
coi Romani più tardi, ora pacifiche, ora, e più spesso,
turbate. da aspre guerre, sono simbolicamente evocate
dalla celebre leggenda tanto strettamente legata alle
origini della Città Eterna. Il ratto delle Sabine, la
lotta che e seguì e che si concluse nell'alleanza di
Romolo e i Tito Tazio e nel conseguente esercizio in
comune del potere regio, l'alternarsi di romani e sabini
quali supremi reggitori della cosa pubblica romana adombrano
infatti l'associazione politica delle due stirpi stipulata
a conclusione di un lungo periodo di contee. Questa
situazione tuttavia si riferisce alle popolazioni sabine
abitanti le terre a confine coi Lazio. Le popolazioni
sabine annidate sui monti selvaggi e boscosi nel cuore
della penisola, più gelose della loro indipendenza,
manifestarono verso Roma un atteggiamento di vigile,
fiera e diffidente ostilità e di tenace difesa fino
a quando non vennero definitivamente debellate e assoggettate
nel 290 a. C. dal console Manio Curio Dentato, ottenendo,
poco dopo, la cittadinanza romana senza diritto di suffragio.
Da allora tutte le genti sabine si mantennero fedelissime
a Roma, le furono larghe di aiuti nelle guerre che la
condussero alla conquista del suo impero, ottennero
il diritto di suffragio e le dettero alcune grandi famiglie
tra le quali ricorderemo quelle dei Claudii e dei Publii,
le stirpi Manlia, Servilia e Sertoria e infine quella
dei Flavii, originaria di Falacrine nell'alta valle
del Velino, dalla quale uscirono gli Imperatori Vespasiano,
Tito e Domiziano. A sua volta, Roma estese alla Sabina
i benefici della sua sapiente legislazione e della sua
avveduta amministrazione in virtù delle quali poterono
ingrandirsi e prosperare i numerosi centri abitati distribuiti
nella regione fino ad elevarsi alla dignità di popolose
città fervide di vita. Tra tutte, oltre Reate, ricorderemo
Testruna, Amiternum, patria dello storico C. Sallustio
Crispo, Trebula Mutuesca, Thiora, Orvinium, Cutilia,
Casperia, Cures, sede regale di Tito Tazio, Eretum,
Nursia, Forum Novum. Il Cristianesimo si diffuse prestissimo
in Sabina e una pia tradizione vorrebbe anzi che S.
Pietro abbia vissuto per qualche tempo in Forum Novum
e vi abbia predicato il Vangelo; comunque, la Diocesi
di Sabina, nata dall'unione dei Vescovadi rurali di
Cures, Forum Novum e Nomentum, presumibilmente non si
può fare risalire a prima del secolo VI d. Cr. e nella
stessa epoca S. Lorenzo Siro fondò l'Abbazia di S. Maria
di Farfa.

Il
Medioevo
Sopravvenuto
il turbine delle invasioni barbariche, la Sabina conobbe
le dominazioni dei Goti e dei Longobardi e da questi
ultimi venne aggregata al Ducato di Spoleto dopo essere
stata devastata e spogliata. Nel secolo VIII S. Tommaso
di Morienna aveva ricostruito l'Abbazia Farfense distrutta
dai Longobardi e i Duchi di Spoleto la presero sotto
la loro protezione difendendola dalla cupidigia degli
usurpatori e favorendo i lasciti e le donazioni immobiliari
donde ebbe origine il vasto dominio territoriale dei
Benedettini di Farfa
in Sabina e l'esercizio su di esso di una vera e propria
giurisdizione feudale. Nel secolo XI la Sabina visse
vicende memorabili allorchè assistette al turbolento
passaggio dell'imperatore Enrico IV, in conflitto con
la Sede Apostolica per la controversia sulle investiture,
e nella seconda metà del secolo XII conobbe l'invasione
delle terre dell'alta valle del Velino ad opera dell'oste
del normanno Re Ruggero e dovette assistere passivamente
alla loro annessione al Regno di Sicilia. Infine sullo
scorcio dello stesso secolo, le popolazioni della Sabina
e dell'Umbria comprese nella giurisdizione del Ducato
di Spoleto, stanche del secolare disordine e delle lotte
dei rapaci signori locali avidi di potere, fecero solenne
atto di dedizione al grande Pontefice Innocenza lli
riconoscendo l'alta sovranità della Chiesa. La Santa
Sede inviò allora suoi funzionari a governare la Sabina
coi nome di Rettori, ma, nel corso delle lotte con gli
Imperatori della casa di Hohenstaufen e coi loro successori
e soprattutto dopo il trasferimento dei Papi ad Avignone,
il disordine imperversò nelle terre dello Stato della
Chiesa e le potenti casate baronali romane degli Orsini,
dei Savelli, dei Colonna, dei Sant'Eustachio, dei Santacroce
e i baroni locali, tra cui primeggiavano i Brancaleoni
di Romania, approfittarono della debolezza del Papato
per occupare ed usurpare molti castelli e paesi della
Sabina ottenendoli in feudo dalla Sede Apostolica e
legittimandone così il possesso. Soprattutto gli Orsini
condussero un'avveduta e audace politica di espansione
nelle contrade settentrionali del Lazio e nella Sabina
giungendo a costituire un vero e proprio stato feudale
di considerevolissima entità.

Il
periodo rinascimentale
Dopo
il loro ritorno a Roma e dopo il turbolento periodo
dello scisma, i Pontefici intrapresero però una tenace
azione politica per riaffermare la loro piena sovranità
su tutte le terre dello Stato della Chiesa usurpate
da signori e da feudatari. Nel secolo XVI i loro sforzi
avevano già conseguito notevoli risultati in Sabina
sì che molti feudi erano tornati alla Reverenda Camera
Apostolica e molti altri, pur essendo concessi alle
nuove famiglie dello Stato che avevano conseguito più
illustre nobiltà e considerevole potenza economica all'ombra
protettrice del Trono Papale, erano rigorosamente soggetti
all'alta sovranità e al vigile controllo delle autorità
dello Stato Ecclesiastico e, in particolar modo, dei
Rettori di Sabina ripristinati da Papa Paolo V Borghese
con sede, per qualche tempo, in Collevecchio.

Dal
' 700 ai giorni nostri
Gli
ultimi feudi vennero comunque definitivamente soppressi
sullo scorcio del secolo XVIII e il Rettorato di Sabina
venne, a sua volta, abolito, nel 1800, da Papa Pio VII
Chiaramonti che nominò un Governatore provvisorio. Dal
1809 al 1814 la Sabina venne annessa, insieme a tutto
il Lazio, all'Umbria e alle Marche, all'impero Francese
e aggregata al Dipartimento del Tevere con Rieti capoluogo
e sede di Sottoprefettura. Nel 1816, nel radicale riordinamento
amministrativo dello Stato della Chiesa, la Sabina divenne
Delegazione Apostolica (Provincia) con capoluogo in
Rieti e fu suddivisa
nei Governi distrettuali di Canemorto (Orvinio),
Fara Sabina,
Magliano Sabino,
Poggio Mirteto
e Rocca
Sinibalda; più tardi venne, per breve tempo, aggregata
alla Delegazione di Spoleto, poi nuovamente creata Delegazione
e, dopo l'annessione al Regno d'Italia, unita alla provincia
dell'Umbria. Da questa venne distaccata nel 1923 ed
aggregata alla provincia di Roma ed infine risollevata
a dignità di provincia autonoma il 2 gennaio 1927. Durante
l'effimera Repubblica Romana istaurata dai Francesi
nel 1798-99 gli spiriti più eletti della Sabina respirarono
le prime aure di libertà e cercarono di lottare per
essa, ma, avversati dall'arretrato spirito reazionario
dominante nella popolazione, dovettero dissimulare i
propri sentimenti. Questi ripresero vigore durante la
dominazione napoleonica e alimentarono, dopo la Restaurazione,
il fermento di idee liberali che si manifestò con maggiore
vitalità in Rieti
e in Poggio Mirteto,
pur serpeggiando, con una certa vivacità, in tutti i
principali centri abitati della Sabina. Questo fermento
tenne desta la fede e sorresse l'azione dei patrioti
sabini nel 1848-49, nel 1859 ma soprattutto nel 1860,
allorchè l'irresistibile processo del movimento unitario
nazionale fece suonare l'ora decisiva del patrio riscatto
anche per l'antichissima e nobile terra posta nel cuore
d'Italia.

|