Siti ed aree archeologiche
Le aree archeologiche
     - Forum Novum a Vescovío di Torri in Sabina
     -
Trebula Mutuesca a Monteleone Sabino
     - Caporío a Cittaducale (terme di Cotilia)
     - Corvaro di Borgorose
     - Collesecco di Cottanello
     - Torrita di Amatrice
I monumenti archeologici lungo la "Via del Sale"
     - Il "Ponte del Diavolo" a Ponticelli
     - La "Grotta dei Massacci" a Osteria Nuova
     -
Le "Pontiche" a Poggio San Lorenzo
     - Il "Ponte Sambuco" a Torricella in Sabina
     - Il "Ponte Romano" e "Viadotto di via Roma" a Rieti
     - Le "Terme di Tito" a Castel Sant'Angelo
     - Il "Ninfeo dei Flavi" a Borgovelino
     - Il "Masso dell'Orso"

Le aree archeologiche

Forum Novum a Vescovío di Torri in Sabina
Nel territorio di Torri, in località Vescovio, sorgono le rovine dell'antico municipio romano di Forum Novum. Questo municipio della Sabina tiberina, unico in confronto agli altri, non sorse su un insediamento precedente alla conquista romana, ma come attesta chiaramente lo stesso toponimo, fu una fondazione recente, d'età romana. Il sito nel quale sorgeva è l'attuale Vescovio, nel comune di Torri in Sabina. In precedenza con molta probabilità il popolamento nell'alta Sabina tiberina era caratterizzato da forme sparse o scarsamente accentrate, mentre una crisi economica abbastanza generalizzata, il mancato adeguamento delle strutture ai mutati sistemi di produzione, l'espansione, all'indomani della conquista romana, delle grandi proprietà terriere gestite da famiglie di rango senatorio e la conseguente contrazione della piccola proprietà dovevano aver causato il progressivo abbandono degli abitati preromani, attestati dalla presenza di numerose necropoli, con tombe in prevalenza a camera, scavate nei consistenti banchi di tufo, localizzate a Poggio Sommavilla, a Foglia ed a Magliano, ed una nuova organizzazione delle strutture insediative con la creazione di un unico polo di gravitazione territoriale, sede delle funzioni politiche, amministrative e istituzionali. Le notizie su Forum Novum tramandateci dalle fonti non sono molte. L'abitato era stato costruito su di terrazzo alluvionale quasi alla confluenza di due corsi d'acqua a regime torrentizio, ed all'incrocio di due strade secondarie che collegavano il nuovo centro tanto alla via Flaminia quanto alla Salaria Non è possibile dire quando questo centro venne fondato, i primi indizi della frequentazione del sito, ritrovati attraverso le indagini archeologiche, fanno ritenere che essa sia iniziata non prima della tarda repubblica, intorno cioè al II secolo a.C.. Non sono neppure chiare le tappe che condussero il nuovo centro abitato fondato dai romani a divenire municipio, né quali fossero le strutture politico-istituzionali di Forum Novum, che, pur essendo retto da duoviri, magistrati normalmente preposti all'amministrazioni di colonie, non sembra, nonostante una interpretazione forzata di un epigrafe compiuta dal Mommsen, esser mai stato una colonia. Il rango municipale sembra essere stato raggiunto da Forum Novum soltanto in età augustea, come nel caso di Rieti. Le epigrafi, la fonte più preziosa per illustrare aspetti della vita politico-sociale foronovana, ricordano come preposti al culto i seviri augustales. Tra le divinità venerate nella zona sono ricordate Giove Ottimo Massimo, Iside, Serapide e Arpocrate, Mercurio, Venere, alla quale era dedicato un tempio, Fortuna, Vacuna, i Lari, i Penati. Copiose furono le dediche a imperatori, Gordiano III, o a loro congiunti come Druso e Germanico. Le epigrafi ricordano anche un acquedotto, costruito da un privato cittadino, che alimentava, oltre ad una fontana, anche le terme. Cospicue sono ancor oggi le tracce di questo passato. Alcuni scavi effettuati alcuni decenni fa hanno riportato in luce gran parte della zona pubblica dell'abitato. Il foro, la basilica, alcune botteghe, un tempio, mentre lungo le vie di accesso sono ancora ben visibili i nuclei, più o meno conservati, di alcuni monumenti funerari e delle arcate d'un acquedotto. Il municipio è stato in parte scavato durante gli anni 70 dalla soprintendenza archeologica per il Lazio. Di questi scavi non esistono praticamente dati, in considerazione che su di essi è uscita soltanto una breve nota. L'area è stata restaurata due volte dalla soprintendenza archeologica per il Lazio ed in parte protetta con una tettoia metallica. Attualmente non è visitabile perché protetta da una recinzione metallica ed in stato di forte abbandono e degrado per il gran numero di erbacce cresciute al suo interno. Numerosi sono anche i monumenti funerari presenti, mentre sulla collina sovrastante la chiesa sono visibili i resti del castrum domini episcopi, abbandonato e restaurato più volte durante il medioevo, l'ultima volta sullo scorcio del XIII secolo, prima di essere trasformato in un convento agostiniano.

Trebula Mutuesca a Monteleone Sabino
Il centro abitato di Trebula Mutuesca sorgeva non molto lontano dall'attuale Monteleone Sabino non lontano dalla valle del Turano, che, con molta probabilità, ricadeva nel suo territorio. L'esistenza di abitati preromani è attestata dalla presenza di alcune cinte costruite in opera poligonale con blocchi di calcare rozzamente sagomati su alcune alture site nei pressi dell'insediamento romano. Non sono molte le citazioni di Trebula Mutuesca nelle fonti classiche che possono darci informazioni sulla vita e sulla società dell'antico centro sabino, ormai romanizzato. Sia Strabone sia Dionigi d'Alicarnasso sia Plinio il Vecchio si limitano ad una semplice menzione dell'abitato. Secondo una citazione non troppo chiara del Liber coloniarum il territorio di Trebula Mutuesca sarebbe stato suddiviso ed assegnato in età augustea come l'ager di Cures Sabini. Una interessante notizia sul tipo di colture praticate a Trebula è contenuta in un passo dell'Eneide (VII, 711), nel quale Virgilio ricorda i valorosi soldati dell'olivifera Mutusca (Ereti manus omnis oliviferaeque Mutuscae). Un paesaggio agrario dominato dagli oliveti, assunti dal poeta latino a simbolo dell'ager trebulanus. Un altro episodio di una certa rilevanza è riportato sia da Granio Liciniano che da Giulio Ossequente, i quali hanno attinto la notizia da Tito Livio, tramandandola sia pure in modo non perfettamente concordante. Nel 106 a.C. mentre si stava per dare l'avvio ai giochi ed il flautista aveva iniziato a suonare il suo strumento, apparvero alcuni serpenti neri che si allontanarono rapidamente al cessare della musica. Il giorno seguente i serpenti comparvero di nuovo, ma la folla dei cittadini presenti li uccise a colpi di pietre. Quando si aprì il tempio di Marte si trovò la sua statua di legno rovesciata a testa in basso. Probabilmente questo episodio deve essere messo in connessione con il culto della dea Angizia, attestato epigraficamente a Trebula e collegato in tutta l'area centroitalica alla magia dei serpenti, e che ancor oggi ha dei riflessi e degli echi in particolare nella Marsica. La divinità però maggiormente venerata a Trebula era senza molti dubbi la dea Feronia. Una divinità con un culto ampiamente diffuso, sempre nell'area centroitalica, da Rimini fino a Terracina, da ricordare subito al di là del Tevere il santuario principale della dea, Lucus Feroniae, e legato all'agricoltura ed alla fertilità. Numerose sono le dediche a Feronia ritrovate nell'area dell'antica Trebula. Particolarmente importante quella di Q. Pescennius, il quale aveva donato per l'abbellimento e la costruzione del tempio, tre colonne e la crepidine di pietra posta davanti a loro. E' probabile che il tempio dedicato a Feronia sorgesse nei pressi della chiesa di S. Vittoria, dove fu individuato e scavato a due riprese negli ultimi decenni un deposito votivo, dal quale furono recuperati numerosi reperti, tra i quali un cospicuo numero di teste in terracotta, parti anatomiche, statuette zoomorfe ed una notevole quantità di ceramica a vernice nera, materiali del tutto simili a quelli di area romana. Questi reperti sono tutti databili con buona approssimazione alla prima metà del III secolo a.C., non molto dopo quindi la definitiva conquista della Sabina, avvenuta, come si è già detto più volte, nel 290 a.C., ed è probabile che attestino il fiorire dell'abitato in seguito all'arrivo degli assegnatari romani. Lo sviluppo di Trebula Mutuesca fu però lento, dato che quando Lucio Mummio, console nel 146 a.C. e conquistatore di Corinto, inviò come donativi a molti centri italiani, ed anche spagnoli, numerose sculture, nei due donativi inviati a Trebula questo centro veniva definito come un vicus, un villaggio quindi che non aveva ancora raggiunto la dignità di città. La costituzione a municipio fu raggiunta da Trebula abbastanza tardi, probabilmente dopo la guerra sociale degli inizi del I secolo a.C. o forse anche in età augustea, come potrebbe far pensare il citato passo del liber coloniarum. Le strutture politico-istituzionali di Trebula ricalcarono modelli arcaici, tant'è vero che i massimi magistrati del municipio sabini furono gli octoviri, al posto dei più consueti quattuorviri. Le strutture urbane di Trebula Mutuesca si sviluppavano su tre colline distanti circa un km e mezzo dall'attuale Monteleone, il colle Foro, il colle Castellano ed il colle Diana, e sul pianoro racchiuso tra le tre alture, denominato il Pantano. In tutta l'area sono visibili i resti di imponenti strutture pertinenti al piccolo municipio. Alcuni saggi di scavo compiuti sullo scorcio degli anni '50 hanno riportato in luce parte dell'anfiteatro e delle terme. Una intensa attività edilizia dovette svilupparsi intorno al II secolo d.C., tanto da dare una connotazione monumentale all'insediamento. Questa attività edilizia è stata posta in connessione non tanto con un fiorire dell'economia dell'area, quanto piuttosto con il desiderio di una potente famiglia della zona, che possedeva ampi territori, i Brutti Praesentes, e della moglie di uno di loro, Laberia Crispina, patrona del municipio, di mostrare la compiuta ascesa sociale e la loro liberalità, contribuendo grandemente alle trasformazioni ed alla modificazioni delle strutture urbanistiche della città. Un consistente numero di informazioni sulla vita pubblica del piccolo municipio sabino può essere ricavata da un cospicuo corpus di iscrizioni riutilizzate nella costruzione della chiesa di s. Vittoria. Le rovine di Trebula furono anche teatro della disfatta di una banda di saraceni che vi si era insediata. Sabini e reatini, riorganizzatisi al comando del reatino Takeprandus, attaccarono gli arabi, probabilmente nei primissimi mesi del 915, dato che, nel racconto del monaco Benedetto di s. Andrea in Flumine, che, sia pur succintamente, ha narrato lo scontro armato, l'accadimento appare precedere di poco la battaglia decisiva sul Garigliano, dove i saraceni stanziati nelle aree più interne si erano rifugiati, subito dopo la sconfitta di Trebula.

Caporío a Cittaducale (terme di Cotilia)
In località Caporio è conservato un complesso archeologico tra i più imponenti della zona, noto con il nome di Terme di Cotilia o Terme di Vespasiano. Questo si articola su quattro terrazzamenti, della lunghezza di circa 400m. Sul secondo terrazzamento si trova una grande vasca posta al centro di un’area delimitata sui lati nord ed est da strutture articolate in ambienti e nicchie che, realizzando un fondale scenografico, sostengono le costruzioni del piano superiore. Lo scavo ha portato finora alla luce una vasca munita di tre scalette, realizzata tagliando il banco di travertino e regolarizzandolo con interventi di muratura. Nel prospetto sul lato nord, conservato per un’altezza di 5m, si nota un vano rettangolare con abside in laterizi sulla parete di fondo interpretabile come un ninfeo che arricchiva la scenografia del complesso. All’angolo con il lato orientale una rampa conduce al piano superiore, che conserva tracce di un portico accessibile da un vano pavimentato a mosaico. Sulle strutture del lato occidentale del secondo terrazzamento si impiantò in età medioevale un mulino. Il complesso prosegue su entrambi i lati dell’area descritta: da est sono stati individuati un portico sopraelevato ed altri resti tra cui un ambiente semicircolare con piccole semicolonne intonacate e sfaccettate; l’area ad ovest è occupata da ambienti termali. Su questi si impostarono costruzioni medioevali e la chiesa di S.Maria in Cesoni, ricordata per la prima volta in un documento del 1153. Nel 1872 fu qui rinvenuta un’ara marmorea dedicata ai Duodecim Dii (ILS 4007), dispersa e poi recentemente recuperata dalla Scuola del Corpo Forestale dello Stato di Cittaducale. Tutte le strutture sono costruite in opera incerta e in opera quadrata, con restauri di fasi successive e riprese murarie in laterizio, pertinenti a diverse fasi edilizie succedutesi in un ampio arco cronologico che va dal II sec. A.C. al VI sec. D.D., oltre alla frequentazione medioevale. All’epoca tardo antica, in un momento di abbandono delle funzioni originarie del complesso , vanno riferite alcune sepolture, con corredo, risalenti al VI-VII sec. D.C. Il monumento è stato interpretato dalla tradizione locale come Palazzo di Vespasiano, poi come un impianto termale, ma recenti ipotesi propongono di identificarvi un santuario dedicato probabilmente alla dea Vacuna. La soprintendenza Archeologica per il Lazio ha attuato, dalla fine degli anni ’60, diversi interventi di scavo e restauro realizzati in più fasi fino alla fine degli anni ’80. Le attività sono state riprese nell’estate ’97, a seguito di un accordo tra la Soprintendenza, la Scuola del Corpo Forestale dello Stato di Cittaducale ed il Comune, con una campagna di scavo effettuata da un gruppo di laureati in archeologia coordinati dalla stessa Soprintendenza. A poca distanza dalle c.d. Terme di Cotilia, in località Ortali (oggi Case Sparse), sono state rinvenute strutture monumentali, già indagate dal Persichetti e dal Bonafaccia ed ora scarsamente visibili. Il complesso, alimentato dalla fredda sorgente di Caporio, comprendeva un ninfeo con quattro fontane, riccamente decorato ed ambienti termali riscaldati. Tali resti sono noti come "Terme" o "Villa di Vespasiano". Sappiamo che l’imperatore, originario di questa zona, possedeva qui una residenza nella quale morì: Durante il suo nono consolato, colpito da leggeri attacchi di febbre mentre era in Campagna tornò immediatamente a Roma e quindi si recò a Cutilia, nei dintorni di Rieti, dove ogni anno era solito passare l’estate. Qui ad aggravare la malattia si aggiunse ancora un’indigestione per aver bevuto un’eccessiva quantità di acqua gelataM;[…] quando, sentendosi morire per un improvviso attaco di diarrea disse: "un imperatore deve morire in piedi!" (Svetonio,Vesp.,24)

Corvaro di Borgorose
Il monumentale tumulo, denominato Montariolo, non trova fino ad oggi confronti in ambito peninsulare. Il suo scavo, intrapreso dalla Soprintendenza Archeologica per il Lazio nel 1984 e ancora non portato a termine, ha restituito fino ad oggi 174 tombe. Queste, appartenenti ad epoche cronologiche differenti, sono disposte al suo interno a quote diverse e con orientamento dissimile. Al centro del monumento, che presenta un diametro di circa 50 metri ed un'altezza di circa 3,70 metri, è stato individuato un tumulo di dimensioni più ridotte, circa 11 metri di diametro, inquadrabile nella prima età del ferro e databile tra la fine del IX e l'VIII secolo a.C., con ogni probabilità attribuibile ad un personaggio socialmente rilevante; questa fase è rappresentata dalla tomba 8, che ha restituito un vaso di impasto ed una fibula (spilla) ad arco serpeggiante, da due vasi di impasto rinvenuti in prossimià del tumulo minore. Il grande tumulo inglobò poi il più piccolo mediante l'opera di monumentalizzazione avvenuta entro la prima metà del VI sec. a.C.
Questa fase (VI-V sec. a.C.) è rappresentata da tombe, fosse terragne delimitate da grosse pietre di calcare e disposte in senso rotatorio rispetto al centro del tumulo, attribuibili per lo più ad individui di sesso maschile armati. Infine, tra la media e la tarda età repubblicana, lungo il perimetro del tumulo furono realizzate tombe scavate nel banco di ghiaia. In queste gli individui femminili sono numericamente superiori e sono presenti anche gli infanti; i corredi, costituiti fda strigili (strumenti per detergere il corpo), specchi ed ornamenti personali, testimoniano un cambiamento nella sfera funeraria della comunità, con l'introduzione di un'ideologia atletica ed una cura per il corpo assenti nelle tombe più antiche.
Lo studio effettuato sui resti ossei ha permesso di determinare, oltre il sesso e l'età di morte, gli indicatori relativi all'alimentazione, permettendo di constatare un netto peggioramento delle condizioni di vita in età repubblicana. Infatti per l'età più antica si è individuata un'alimentazione a carattere misto (carne, formaggio, ecc.), mentre per l'età repubblicana si è riscontrata un'evidente diminuzione nel consumo di carne a fronte di un aumento quotidiano di zucchero, come dimostrato dalla presenza di carie dentarie.

Collesecco di Cottanello
Alla fine degli anni Sessanta lavori agricoli in località Collesecco portarono alla luce un complesso abitativo, fino ad oggi parzialmente indagato, che occupa un'area rettangolare di circa 90 x 70 m.
Le campagne di scavo degli anni 1969, 1970 e 1972, condotte dalla Soprintendenza Archeologica per il Lazio con la collaborazione di volontari membri della Pro Loco, permisero l'individuazione solo di una parte delle strutture. La villa rientra nella tipologia della domus con atrio e peristilio e presenta uno sviluppo planimetrico abbastanza articolato. L'atrio ha l'impluvium allineato con il tablinum (stanza di rappresentanza, lo "studio" del proprietario), attorno al quale si dispongono i quattro cubicula (stanze da letto). Nella struttura si individuano diverse fasi. La prima costruzione, in opera incerta risale alla fine del II secolo a.C. ed è relativa alla sequenza vestibolo-tablino, con criptoportico sotto lo xystus (passaggio coperto), posto di lato. Un notevole ampliamento, in opera reticolata, si verifica alla fine del periodo repubblicano (o al massimo agli inizi dell'età imperiale), quando vengono aggiunti il peristilio, con colonne tuscaniche in laterizio, ed un impianto termale.
Particolarmente notevoli i mosaici, che appartengono a questa seconda fase. Accanto a motivi geometrici in bianco e nero (quincunx, cancellum), si hanno orditi che nell'ornato geometrico inseriscono figure realizzate in vari colori. Della stessa fase anche gli intonaci superstiti, che presentano quattro strati (tre di arriccio ed uno di intonachino), con tracce di colore verde e rosso, alcuni con scansioni a finte lesene e zoccolo dipinto per basamento.
Ad una fase più tarda appartengono alcuni interventi di riutilizzo degli ambienti. Tali interventi, in laterizio ed in opera vittata, comportano il restringimento dell'atrio e delle terme e la chiusura del peristilio.
Si nota naturalmente un consistente impiego della caratteristica pietra rossa di Cottanello, proveniente dalle vicine cave. Alla seconda fase (fine I sec. a.C. o inizi I sec. d.C.) appartengono una serie di terrecotte architettoniche rinvenute nello scavo del peristilio, nelle quali si notano motivi decorativi di età augustea e giulioclaudia (gorgoneia e figure femminili ai lati di un elemento centrale).
Da ricordare infine che il rinvenimento di un dolio (giara) con il bollo M. Cottae sull'orlo propone con dati concreti la questione dell'attribuzione della villa agli Aurelii Cottae, famiglia già chiamata in causa dall'antiquaria settecentesca per l'etimologia del toponimo Cottanello.

Torrita di Amatrice
Nell’alta valle del Tronto la Conca di Amatrice costituisce un’area di grande interesse da un punto di vista archeologico e monumentale. Le prime tracce della frequentazione umana in questa zona risalgono alla preistoria, epoca alla quale vanno riferiti i numerosi reperti litici recentemente rinvenuti nell’area dei Monti della Laga. Il massiccio sfruttamento delle risorse di questo territorio si ebbe però in età romana, anche in relazione ai più facili collegamenti che offriva la Salaria tratti della quale sono stati qui rinvenuti. Nel secolo scorso furono individuate alcune presenze antiche tra le quali resti di ambienti con pavimenti a mosaico e vasche da bagno in pietra in località S.Pietro in Campo; alcune tombe vennero inoltre scoperte nella frazione di S.Angelo. Il monumento più noto della zona è sicuramente la struttura in contrada Campo, nei pressi della frazione di Torrida. Le indagini archeologiche, iniziate nel 1954, sono proseguite nel 1956 e nel 1971, hanno permesso di riportare in luce una parte degli ambienti nei quali si articolava la struttura, sulla cui funzione non è sempre esistito accordo. Infatti inizialmente si ritenne che in Torrita di Amatrice dovesse identificarsi il vicus Phalacrinae che aveva dato i natali all'imperatore Vespasiano. Più recentemente è stato invece proposto che nel sito si dovesse riconoscere i resti di una villa rustica. Indubbiamente inaccettabile la prima congettura, molto più credibile la seconda, anche se non possono essere scartate ipotesi legate alla possibile presenza di una mansio o di una statio, punto di sosta del cursus publicus, considerato che il complesso che è situato a 1018 m slm, proprio nel punto di valico tra le valli del Velino e del Tronto. La pianta delle strutture riportate in luce è approssimativamente quadrata, con al centro un peristilio di 28,60mx26,20m soltanto in parte scavato, del quale restano tracce dello stilobate, formato da blocchi di pietra calcarea locale, e quattro basi di colonne tuscaniche. Lungo il lato nord-orientale si trovano sette ambienti che appartenevano ad un complesso termale. I muri del primo ambiente sono in opera incerta, reticolata e vittata. Fra il primo ambiente ed il successivo si trovava un praefurnium. Nel secondo ambiente, pavimentato con bipedali, sono state ritrovate tracce di suspensurae, mentre le pareti sono parte in reticolato, parte in opera vittata. Il terzo ambiente è molto simile al secondo, dal quale lo separa un muro divisorio con una serie di praefurnia. Gli altri ambienti presentano grosso modo caratteristiche molto simili. La varietà delle tecniche edilizie adottate attesta chiaramente la lunga vita del complesso termale ed i continui restauri ai quali fu sottoposto. In linea generale la datazione di queste fasi può essere con buona approssimazione compresa tra la metà del I secolo a.C. ed il III-IV secolo d.C. Sarebbe, peraltro, molto interessante riprendere le indagini archeologiche in modo più scientifico, attraverso uno scavo stratigrafico, per comprendere con miglior chiarezza le funzioni e l'arco cronologico di vita di questo complesso particolarmente importante per delineare i tempi, i modi e le forme della romanizzazione delle alte valli del Velino e del Tronto.




I monumenti archeologici lungo la "Via del Sale"

Il "Ponte del Diavolo" a Ponticelli
Lungo la valle Vara si trova il così detto ponte del Diavolo, un termine di per sé abbastanza improprio, dato che non si tratta di un vero e proprio ponte, ma di un possente muraglione in opera quadrata che svolgeva più funzioni. Oltre a consentire il passaggio da un versante all'altro della strada, la struttura fungeva anche da briglia per il controllo delle acque del fosso delle Vurie, riducendone il potere di sovralluvionamento con un effetto bonificatore nella vallata sottostante non del tutto secondario. Il manufatto è alto nel punto massimo circa 13 metri, lungo 20, e largo circa 6,70, misura che corrisponde alla larghezza totale della carreggiata stradale. 14 sono le file di blocchi, ricavati nel calcare locale - una cava è ancora ben evidente - alti mediamente 90 cm e lunghi fino ad un metro e venti. A valle, il fronte del muraglione è stato rinforzato da sette speroni che si rastremano verso l'alto. Sopra la nona fila si apre un chiavicotto a forma grosso modo esagonale per lo scorrimento e lo smaltimento delle acque meteoriche. Da questo punto il tracciato dell'antica via Salaria si segue abbastanza agevolmente fino al bivio per Ponticelli, dove nella scarpata che sovrasta a sinistra il tracciato moderno si vede la crepidine destra della via realizzata con grandi blocchi in puddinga locale sagomati. Oltre il bivio e prima della Madonna della Quercia nella scarpata destra sono presenti due migliari, uno di Augusto, l'altro di Giuliano l'Apostata. Un altro tratto e visibile dietro la chiesetta a ridosso della boscaglia.


La "Grotta dei Massacci" a Osteria Nuova

La Grotta dei Massacci costituisce uno dei più importanti monumenti d'età romana presenti in Sabina. Per molto tempo l'imponenza delle sue strutture ha dato vita ad una congerie di ipotesi e di illazioni scarsamente aderenti alla realtà. La Grotta dei Massacci è invece un grandioso monumento funerario costruito con enormi blocchi di calcare sovrapposti senza malta. L'ingresso era sul lato opposto della Salaria ed alla camera funeraria, che era inglobata da un tamburo realizzato in opera cementizia rivestito da lastre di travertino, si accedeva per mezzo di un dromos lungo poco meno di 8 m largo 2,2 ed alto 2, coperto da immensi blocchi megalitici, lunghi fino a circa 3,6 m, intagliati ad incavo nella parte inferiore in modo tale da formare una leggera volta. La camera è costituita da un ambiente grosso modo quadrato di circa 7 metri di lato con un'altezza massima della volta a crociera di 4,8 m. Nelle pareti si aprono tre nicchie rettangolari, in quella di sinistra si apre un pozzo di origine medievale, probabilmente destinate ad ospitare sarcofagi. Il tipo della cella funeraria fa datare questo imponente sepolcro al II secolo d.C., probabilmente in connessione con la potente famiglia dei Brutti Praesentes. Poco oltre la grotta, sulla sinistra del tracciato della Salaria romana in direzione di Rieti si vedono i nuclei in cementizio di tre grandi sepolcri a torre, uno è conservato soltanto in minima parte, databili alla prima età imperiale. Sul fronte opposto del pianoro di Vicus Novus, a fiancheggiare la Salaria si vedono altri due nuclei cementizi di monumenti funerari.

Le "Pontiche" a Poggio San Lorenzo
Il centro antico di Poggio S. Lorenzo sorge su di una struttura d'età romana realizzata in opera mista con grandi arconi, definiti pontiche nelle fonti medievali, uno dei quali è recentemente crollato mettendo in pericolo l'equilibrio statico dell'intera struttura, peraltro ampiamente degradata. Una struttura grandiosa inquadrabile cronologicamente nel II secolo d.C., probabilmente resti di una importante villa rustica in relazione con i Brutti Praesentes.

Il "Ponte Sambuco" a Torricella in Sabina

Dopo esser salita con alcuni tornanti, realizzati in opera poligonale, fino alla colonnetta di Ornaro, forse il 40 miglio da Roma, la Salaria scendeva verso Rieti - alcuni tratti sono visibili in posizione sopraelevata rispetto al tracciato della vecchia Salaria - dove, poco oltre il 41 miglio, per mezzo di un viadotto lungo circa 66 metri, veniva superata una vallecola laterale con una rampa in pendio sui due versanti. Quasi al centro dell'opera d'arte si apre un fornice con una luce di 3,70 metri; alto complessivamente sei metri e mezzo, mentre all'imposta della volta l'altezza è di circa 2,25 metri. I blocchi in calcare locale, sono alti circa 60 cm, con la carreggiata utile che è larga 4 metri e 20. Il ponte Sambuco rimase in funzione fin sullo scorcio dell'età moderna, al momento dei grandi mutamenti nella rete stradale avvenuti subito dopo l'unità italiana. Nel basso medioevo il pons Sambuci delimitava i confini tra il districtus romano e quello reatino.







Il "Ponte Romano" e "Viadotto di via Roma" a Rieti
L'asse viario principale era costituito dalla Salaria che, superato il Velino con un ponte a tre arcate, saliva verso la città per mezzo di un viadotto a più fornici costruito, come il ponte, in opera quadrata con blocchi di travertino cavernoso posti di testa e di taglio, ancor oggi conservato quasi integralmente sotto l'attuale via Roma.

Le "Terme di Tito" a Castel Sant'Angelo
Nel territorio di Castel Sant'Angelo è presente, al di sopra del lago di Paterno, identificato comunemente con l'antico lago di Cotilia, sacro alla dea Vacuna e Italiae umbilicus secondo Varrone, un monumento di particolare imponenza, le così dette Terme di Tito. Le grandiose strutture sono costruite in opera quasi reticolata e vittata, ad indicare, anche in questo caso, diverse fasi edilizie. Queste strutture monumentali sono state identificate di volta in volta, e spesso senza molte ragioni, con l'antica Cotilia o con le terme di Tito, in quest'ultimo caso per le canalizzazioni presenti nelle murature. In effetti non sono ben chiare le funzioni di questo grandioso monumento, anche se sembra possibile ipotizzare con buon fondamento che le strutture fossero pertinenti alla pars urbana di una imponente villa rustica, di certo proprietà di una importante famiglia, forse gli stessi Flavi. Il fronte doveva mostrare un apparato scenografico di grande suggestione. Lungo una serie di ordini di strutture lignee, almeno tre, aggettanti probabilmente con profondità diverse ed inseriti nelle strutture scandite da 14 pilastri, le canalizzazioni, presenti all'interno dei muri dell'impianto, dovevano addurre un costante flusso idrico, che, cadendo dall'alto e rimbalzando sui tavolati, scendeva a cascata fino al suolo creando un scenario di grande effetto, che coinvolgeva anche il sottostante laghetto di Paterno.

Il "Ninfeo dei Flavi" a Borgovelino
Uno dei monumenti di maggior rilevanza che sorge nel tessuto urbano dell'abitato di Borgovelino è costituito dai resti di un grandioso edificio, in parte visibile, in parte percorso dalla ferrovia Rieti-L'Aquila, comunemente denominato 'Ninfeo dei Flavi'. La struttura è lunga circa 31,5 m ed è alta poco meno di 6. Essa è costruita in laterizio ed è scandita da tre grandi ambienti coperti con volta a botte, che erano inframmezzati in antico da nicchie di minor dimensione. Negli ambienti voltati e nelle nicchie il paramento è in opera mista. Gli interventi più tardi, in opera vittata, sono massicci negli spigoli, nei lati e sulla fronte. Sembra probabile l'identificazione dei resti con un ninfeo monumentale pertinente ad una villa rustica o comunque con un muro di sostruzione di particolare complessità relativo sempre ad una villa rustica. A questo edificio è stata collegata un'iscrizione dedicata alle ninfe e datata al 5 a.C., anche se sembra molto più probabile, date le tecniche edilizie adottate, in particolare l'opera mista, una sua collocazione in età flavia.

Il "Masso dell'Orso"
Grandi tagliate per costruire la sede stradale, spesso protetta a valle da sostruzioni in opera poligonale di III maniera, furono compiute nelle pareti rocciose a strapiombo sul fiume Velino. Tra le più imponenti è la tagliata effettuata in località Masso dell'Orso, una quarantina di metri più in alto dell'attuale piano stradale. Qui la roccia è stata tagliata per una lunghezza di circa 21 m e per una altezza di 30, mentre a valle del taglio la sede stradale fu ricavata, oltre che con il taglio della roccia, anche con la costruzione di una sostruzione in opera poligonale di III maniera. Al centro della tagliata vi era l'alloggiamento per una grande lapide di cui ancor oggi si vedono i fori per le grappe della lapide che doveva ricordare il curatore dell'opera, ma andata poi dispersa nel tempo. Alcuni metri più a destra, guardando la parete, era stata scavata nella roccia una nicchia, destinata forse a contenere un'edicola dedicata a qualche divinità, alla quale era affidato il compito di proteggere i viandanti in quel tratto particolarmente pericoloso. Nella stessa zona fu rinvenuto il LXIX migliario della Salaria, datato al 9 a.C., in epoca augustea quindi, che è stato poi risistemato in un alloggiamento scavato nella roccia all'altezza dell'attuale piano stradale, dove è ancor oggi conservato. Un'altra grande tagliata è a monte del Masso dell'Orso, in località Strambo del Palatino, che prende il nome, secondo una legenda popolare, dal paladino carolingio che vi aveva costruito uno scrigno per il suo tesoro, mentre due cavità presenti nelle tagliate, poste circa ad un chilometro di distanza l'una dall'altra, vengono identificate con le orme impresse da Orlando, quando si chinava a bere le acque del Velino. Anche qui la parete rocciosa è stata tagliata verticalmente per alcune decine di metri e la carreggiata ricavata anche per mezzo di sostruzioni in opera poligonale, restaurate di recente.