Santuari
I grandi Santuari
     - Il Santuario di Greccio

I santuari francescani della Valle Santa Reatina
     - Il Santuario di Poggio Bustone
     - Il Santuario di Fontecolombo
     - Il Santuario di Santa Maria della Foresta

I santuari rupestri
     - S.Michele Arcangelo sul Monte Tancia
     - S.Michele Arcangelo a Varco Sabino
     - S.Cataldo a Cottanello

I santuari francescani di età medievale
     - Il santuario di S.Filippa Mareri a Borgo S.Pietro

I santuari francescani di età tardomedievale, moderna e contemporanea
     - S. Felice dell’Acqua da Cantalice
     - S. Giuseppe da Leonessa
     - S. Maria delle Grazie a Ponticelli

I santuari minori
     -
S. Maria delle Grotte ad Antrodoco
     - S. Maria della Filetta ad Amatrice
     - Santuario dell'Icona "Passatora" ad Amatrice
     - S. Maria delle Grazie a Scai
     - S. Maria di Capo d’Acqua a Cittareale
     - S. Maria del Monte a Borbona
     - S. Francesco a Posta
     - S. Maria dei Balzi a Grotti di Cittaducale
     - S. Maria Apparì a Petrella Salto
     - S. Maria a Valle Malito di Borgorose
     - S. Anatolia a Tarano
     - S. Francesco a Corsaro

I grandi santuari

Il santuario di Greccio
A pochi passi dall’omonimo paesino, entro una folta selva di lecci a dominio della verde conca reatina, sorge il convento di Greccio: si tratta di un complesso di fabbricati il cui nucleo risale proprio agli anni in cui vi dimorò San Francesco. Eppure questo luogo semplice e solitario, così "ricco di povertà", fu sempre caro al Santo che vi tornò più volte per vivere in meditazione e in preghiera: qui, a più di mille metri, sopra l’attuale convento il Santo nel 1209 eresse una capanna protetta dalle fronde dei carpini; qui la sua predicazione ebbe un tale seguito che egli stesso ricorderà come "In nessuna grande città ho visto tante conversioni quante in questo piccolo castello di Greccio"; qui egli si legò in devota e sincera amicizia a quel Giovanni Velita – forse feudatario del luogo – che divenne il più fervido sostenitore dell’attività del Santo in terra reatina e che promosse la costruzione del romitorio in cui il Santo e i suoi discepoli abitarono. E proprio a Giovanni Velita il Santo espose nel dicembre 1223 il desiderio di rappresentare per la prima volta nella storia del cristianesimo e previa l’autorizzazione pontificia la nascita di Gesù: il presepe. Ed ecco che Greccio divenne "Betlemme" francescana, un luogo consacrato a Dio, il simbolo di un amore e di una devozione senza limiti. Da quella notte di Natale del 1223, il presepe da Greccio ha raggiunto tutti gli angoli del mondo cristiano, ha portato ovunque il suo messaggio di pace, ha ispirato la fantasia di migliaia di artisti e di semplici artigiani. E da quella notte il piccolo romitorio di Greccio è divenuto un vero e proprio santuario: intorno ai luoghi che avevano visto S.Francesco in preghiera sorsero presto altri fabbricati, alcuni addirittura l’anno stesso della canonizzazione del Santo, altri all’epoca di un altro grande santo francescano, San Bonaventura, altri nel corso di varie epoche, fino alla Chiesa Nuova che è stata eretta nel nostro secolo. Ancora oggi però il luogo conserva la semplicità di allora, niente affatto turbata dalla continua presenza di pellegrini e di devoti visitatori che vogliono cogliere lo spirito più vivo e profondo della presenza e della predicazione francescana in questo solitario e silenzioso luogo di fede.

I santuari francescani della Valle Santa Reatina
Il santuario di Poggio Bustone
San Francesco vide per la prima volta la valle di Rieti nell’autunno del 1208: vi si recava con i suoi primi compagni – Bernardo Quintavalle, Pietro Cattani, Egidio, Sabatino, Morico, Masseo e Giovanni della Cappella – lasciando Assisi e i suoi abitanti che non volevano far vivere di elemosina coloro i quali avevano rinunciato ai propri beni terreni. E così il piccolo drappello di viandanti giunse a Poggio Bustone, paesino all'estremo limite settentrionale della valle reatina. E’ rimasto celebre il saluto "Buon giorno buona gente" che San Francesco rivolse, entrando nel paesino, a tutti coloro che incontrava. Era un saluto di pace, di fratellanza, che ancora oggi il 4 Ottobre, festa del Santo, si suole rinnovare: un tamburino fa il giro del paese rivolgendo il saluto francescano ad ogni famiglia, quasi a voler sempre perpetuare la presenza del Santo in quei luoghi.Poco lontano dal centro abitatosorgeva un romitorio – forse dedicato a san Giacomo e proprietà dei monaci benedettini dell’abbazia di Farfa – e in questo luogo, circondato da ancora più solitarie grotte, san Francesco e i suoi seguaci si fermarono. E in una di queste grotte il Santo era solito ritirarsi: il luogo fu veneratissimo e poco dopo la morte del Poverello vi sorse una chiesetta che incorpora la parte della grotta stessa: qui, secondo la tradizione, egli avrebbe avuto da Dio la certezza della remissione dei suoi peccati e la rivelazione della missione apostolica a cui era chiamato il nascente Ordine francescano. Fu proprio questa rivelazione sul futuro dell’Ordine che spinse il Santo ad affidare ai suoi discepoli la prima missione. Dal piccolo romitorio di Poggio Bustone, dunque parti la prima missione di pace nel mondo e da allora i frati minori percorrono tutte le plaghe della terra per portare ovunque la parola di Cristo. Breve dovette essere il soggiorno di san Francesco in questo angolo d’Italia, ma non certo sfuggevole la traccia che egli lasciò della sua presenza. Sacri sono ancora oggi il romitorio e la grotta: accanto ad essi, nel corso dei secoli è andato sorgendo l’attuale santuario, non certo di grandi proporzioni ma creato nel rispetto di quella povertà cui il Santo anelava.

Il santuario di Fontecolombo
Il santuario è posto alla sommità i un colle che nel XIII secolo era conosciuto come monte Rainerio e solo più tardi assunse la denominazione attuale che si vuol far risalire ad una limpida sorgente (visitabile facendo un piacevole percorso attraverso il boschetto sottostante il santuario) che San Francesco vide nel 1217 dove bianche colombe si abbeveravano; questo idilliaco quadro spinse Francesco a chiamare il luogo Fons Colombarum (Fonte delle Colombe).
Quando giunse Francesco vi erano solo la Cappella della Maddalena e il nudo Romitorio dei fraticelli appartenenti all'Abbazia di Farfa . Qui la bellezza della natura annuncia l'amore di Francesco verso il creato.
Il Santo tornò più volte in questo luogo di preghiera e meditazione e in due diversi soggiorni vi furono due importanti episodi della sua vita. Nel 1223 scrisse la Regola definitiva dell'ordine che riassumeva le precedenti del 1209-1210 e del 1221. L'ispirazione divina per la Terza Regola la ricevette dopo 40 giorni di preghiera e digiuno in una fenditura della roccia (Sacro Speco) che è al di sotto della Cappellina della Maddalena. Il Santo ebbe qui la conferma da Dio e dall'uomo (Papa Onorio III) della sua Regola nell'autunno del 1223; da questo episodio discende l'appellativo del luogo: Sinai Francescano. Il secondo episodio della vita del Santo si svolse nel gennaio 1226 quando gli fu cauterizzato il nervo ottico a causa di una dolorosa infezione agli occhi. L'episodio è ricordato dai biografi di Francesco che scrivono del coraggio del Santo di fronte a frate foco.
Chi arriva a Fonte Colombo si imbatte in un comodo piazzale, dove parcheggiare l'automobile, e poi a piedi può cominciare il suo pellegrinaggio. Incamminandoci verso il santuario troviamo sulla sinistra la stradina che ci porta alla fonte delle colombe: lungo il piacevole percorso si incontrano tre cappelle dedicate all'Ascensione, a S. Antonio da Padova e alla Regoletta.
Dopo aver percorso una breve salita arriviamo davanti alla Chiesa dei SS. Francesco e Bernardino da Siena. La chiesa nella struttura architettonica è specchio della semplicità francescana. Fu consacrata nel 1450 dal Cardinale Nicolò Cusano. All'interno meritano attenzione le vetrate, che descrivono alcuni episodi della vita del Santo e l'opera lignea del '600, che riproduce il miracolo dell'apparizione di Dio a Francesco e ai frati minori, preoccupati per la severità della regola. L'altorilievo è di Giovanni da Pisa, un frate che usò il legno dell'elce, sulla cui sommità apparve Dio. Sulla destra dell'edificio appare il convento con un suggestivo chiostro.
Attraversando un breve tratto incontriamo il romitorio dei frati e il luogo dove Francesco subì l'operazione agli occhi. Lungo la strada che porta al Sacro Speco, incontriamo la Cappellina della Maddalena: la facciata ha un piccolo ingresso sormontato da un arco a sesto acuto e un piccolo campanile a vela; l'interno è a navata unica con una piccola abside con dipinti poco leggibili, ma l'opera più preziosa è il tau, che la tradizione vuole sia della mano di Francesco, che amava firmare con la lettera greca (non perché non sapesse scrivere, ma per professare la sua grande fede in quanto il tau è simbolo della Croce di Cristo).

Il santuario di Santa Maria della Foresta
Il santuario di Santa Maria della Foresta ha assunto in questi ultimi anni, grazie alla scoperta dell’originaria chiesina di San Fabiano una grande importanza legato com’è ai ricordi francescani. Sorge però spontaneo il desiderio di sapere come mai San Francesco giunse in questo romito cenobio trascorrendosi parecchi mesi. Siamo nell’estate del 1225; le condizioni di salute del Santo divengono sempre più precarie e il cardinale Ugolino lo esorta a lasciare Assisi e a recarsi a Rieti dove in quel periodo dimorava il pontefice Onorio III con la su acorte di cui facevano parte insigni medici. Ed ecco che San Francesco decide di mettersi in viaggio con quattro fedeli discepoli: Leone, Bernardo, Angelo e Masseo. Giunto alla periferia della città e avuto sentore delle manifestazioni di entusiasmo che la popolazione si appresta a tributargli, egli decide di fermarsi, poco fuori Rieti, laddove sorgeva la cappella di San Fabiano. Qui il Santo trova ospitalità in attesa dell’intervento chirurgico – com’è noto l’operazione avverrà nell’eremo di fontecolombo – soggiornando in un’attigua casa ospitale. San fabiano, secondo la tradizione, fu testimone di due importanti avvenimenti legati alla presenza del Santo: il miracolo dell’uva e la composizione del Cantico delle Creature. Due avvenimenti, il secondo soprattutto, di una portata eccezionale che fanno di questo solitario cenobio uno dei luoghi più sacri del francescanesimo. Il luogo, così com’era ai tempi di San Francesco, formato cioè dalla chiesina, dalla canonica e dalla Cada-domus, rimase tale fino ai primi anni XIV secolo quando cioè i frati romiti ne iniziarono la trasformazione abbattendo i muri interni della canonica e erigendo una seconda chiesa più ampia di San Fabiano; i lavori proseguirono ancora quando il luogo passò ai clareni che costruirono un conventino con il relativo chiostro. Nel Seicento infine si ebbe, la totale manomissione della Casa-domus, nonché della primitiva chiesina per crearne una di passeggio di San Francesco in questo luogo, che sarebbe stato dimenticato del tuppo se nel 1947 non fosse stata riportata alla luce la chiesina di San Fabiano.

I santuari rupestri
S.Michele Arcangelo sul Monte Tancia
E’ un piccolo santuario rupestre ricavato in una grotta, ed è circondato dai boschi del Monte Tancia. Si pensa che originariamente la grotta fu un luogo dedito alla dea Vacuna, divinità Sabina delle acque e dei boschi, lo testimonia una figura femminile scolpita in una stalattite, scomparsa da 25 anni.
Nella grotta c'è un altare sovrastato dal ciborio, costituito da due colonne e rivestito da due strati di affreschi. Sull'archivolto del ciborio il busto del Cristo è circondato dai simboli apocalittici dei 4 evangelisti, mentre sul fondo della lunetta, al di sopra dell'altare, si trova l'immagine della Madonna con il Bambino; sulla fronte del ciborio è affrescato l'Agnus Dei con ai lati le immagini dei profeti che si inchinano reverenti. Sulla parete della Grotta ci sono degli affreschi che rappresentano la Vergine Maria con il Putto e San Michele con la sua corazza dorata.

S.Michele Arcangelo a Varco Sabino

S.Cataldo a Cottanello
Nei pressi di Cottanello sorge la caratteristica chiesetta rupestre di S. Cataldo, incassata nella roccia lungo la strada per Contigliano, all'interno della quale sono conservati importanti affreschi databili ai primi decenni del XIII Sec. L'edificio è composto da un piccolo atrio e da una cappella con volta a crociera. Il ciclo pittorico è diviso in due registri. In quello superiore si può ammirare il Cristo in trono tra apostoli; nell'inferiore due gruppi di tre sante nimbate.

I santuari francescani di età medievale
Il santuario di S.Filippa Mareri a Borgo S.Pietro
Situato a Borgo S. Pietro, risale al 1231 e fu ricostruito dopo essere stato sommerso in occasione della costruzione del bacino artificiale; al suo interno, la cappella che ospita le spoglie della Santa fondatrice e pregevoli affreschi del XVI secolo. Annesso al Monastero si trova anche un Museo che ospita reperti dell’antico centro religioso.

 

 

I santuari francescani di età tardomedievale, moderna e contemporanea
S. Felice dell’Acqua da Cantalice
Si affaccia sulla piazza che sorge ai piedi del castello di Cantalice superiore ed è di origine settecentesca: è caratterizzata da splendide decorazioni architettoniche sulla facciata e sul campanile. Felice Porro, nato a Cantalice nel 15/10/1515, era stato durante l’infanzia un pastorello che aveva condotto le greggi al pascolo, per poi trasformarsi in agricoltore. Non ancora decenne era andato a servizio della famiglia Picchi a Cittaducale, dove maturò la sua ispirazione di divenire frate cappuccino, realizzata dopo essere scampato miracolosamente alla morte, travolto e calpestato da giovenchi non domati. Entrato in convento a Roma nel 1544 vi esercitò per lungo temppo il suo ministero tanto da riscuotere una grandissima popolarità. Fu amico di S.Filippo Neri e del cardinal Peretti, il futoro Sisto V, al quale predisse il papato. Morto nel 1625 e proclamato santo nel 1712. S.felice da Cantalice è oggi compatrono della diocesi di Rieti ed il suo santuario meta di pellegrinaggio.

S. Francesco da Leonessa
Il principale santuario di Leonessa è legato alla figura del frate cappuccino Eufranio Desideri (1556-1612),santificato nrl corso del 1967. Il giovane Eufranio, non ostante le resistenze della famiglia, entrò in noviziato ad Assisi nel 1572 assumendo il nome di Giuseppe. Fece poi parte di una missione dei cappuccini a Istanbul e gli fu affidata la cura dei numerosi cristiani tenuti in schiavitù dai turchi. Catturato nel tentativo di penetrare nel palazzo del sultano Murad III per parlargli del problema fu condannato alla pena del gancio. Fu, infatti, sospeso per tre giorni con un uncino conficcato nella mano ed uno nel piede su di un fuoco. Al termine del supplizio fu liberato ed espulso. Tornato in patria proseguì la sua opera instancabile di predicatore. Ammalatosi gravemente fu trasferito presso il convento di amatrice, dov’era soperiore un suo nipote, luogo in cui morì nel 1612. Il suo corpo, soppoposto per volontà degli amatriciani and un trattamento conservativo, fu poi traslato a Leonessa nel 1639.

S. Maria delle Grazie a Ponticelli
Nel 1478 la duchessa Giustiniana Orsini, moglie di Raimondo Orsini, duca di Gravina e vicerè di Napoli, dalla sua residenza si trasferì a Scandriglia dove il figlio primogenito si ammalò gravemente. Invocata l’intercessione della Madonna delle Grazie, immagine conservata presso la cappella signorile del palazzo baronale di Nerola, con la promessa di erigere un santuario dedicatole il fanciullo guarì. La duchessa però dimenticò il voto fatto e il figlio dacce ammalato un’altra volta. Nuovamente guarito i genitori, chiesta l’autorizzazione al papa Sisto IV, affidarono la fondazione del santuario al portoghese João da Silva e Menezes, che prese il nome di Amadeo, quando vestì l’abito francescano. L’edificio religioso fu completato nel 1480 e vi fu trasferita l’immagine miracolosa della Madonna delle grazie.Nel 1566 Pio V soppresse la congregazione degli Amadeiti ed il convento, su istanza del cardinale Flavio Orsini, fu affidato ai frati minori rifotmati dell’Osservanza. Si accede al complessoreligioso per mezzo di un maestoso viale di cipressi piantati nella prima metà del secolo scorso, fino a giungere ad un porticato nel quale si aprono due porte che consentono l’ingresso alla chiesa ed al convento. La chiesa, ad un'unica navata, è chiusa da un abside poligonale, mentre il tetto è a capriate. Le cappelle, tre, si aprono tutte sul lato sinistro dell’aula. Una pregevole tavola a tempera della seconda metà del Quattrocento di scuola umbro-laziale raffigurante una "Madonna in trono con bambino tra i ss. Francesco e Antonio" è conservata nella prima cappella. Sull’altare maggiore è, invece visibile, la veneratissima immagine della "Madonna delle Grazie". Il complesso è completato da un vasto chiostro e da un refttorio nel quale è conservato un affresco quattrocentesco di notevole fattura rappresentante una "Crocefissione".

I santuari minori
S. Maria delle Grotte ad Antrodoco
Sorge lungo le gole di Antrodoco e ridosso della Statale per l‘Aquila. La chiesa fu costruita agli inizi del Seicento nel luogo dove una povera pastorella di 9 anni, Bernardina Boccacci, aveva scoperto nel 1601 una sacra immagine che rappresentava la Vergine che teneva in braccio Gesù Bambino. La scoperta dell’immagine provocò un immediato fervore popolare tanto che il vescovo di Rieti, monsignor Cesare Segni fece erigere sul luogo un altare e vi celebrò la prima messa il 29 settembre del 1602. Dapprima la custodia del luogo fu affidata ad un eremità, ma il grande afflusso dei fedeli e le grazie che la vergine dispensava spinsero alla costruzione di un Tempio confacente alla fama che la sacra immagine aveva suscitato. Il progetto, attuato tramite i fondi raccolti dai fedeli, fu redatto dall’architetto toscano fausto Ruggeri da Montepulciano. Nell’etimo stesso di Antrodoco, "tra i monti", è sugellata la posizione geografica di questo centro, destinato a trovare un difficile equilibrio tra le risorse agricole della vallata alluvionale del Velino e quelle silvopastorali delle montagne uncombenti. Nell’alto medioevo ad antrodoco venne insediata una curtis in possesso dei gastaldi di Rieti, un centro importante di organizzazione agraria del territorio, passata poi all’abbazia di Farfa, che ne fece un centro specializzato per l’allevamento dei bovini, ovini e suini. La curtis si trasformò poi in castrum probabilmente nel X secolo. Scemata e poi scomparsa in questo periodo l’imfluenza farfense, Antrodoco divenne sede di un gastaldo minore, compreso nel territorio del comitatus reatino. In seguito alla conquista normanna Antrodoco, dominata da in’imprendibile rocca, di cui rimangono oggi pochi resti, fu un polo importante nel periodo normanno-svevo a controllo della valle del Velino. Fu poi venduto all’aquila sullo scorcio del Trecento, incorporata nel suo contado ed inclusa nel quarto di S. Giovanni. Di particolare rilevanza alla periferia di Antrodoco, ben visibile dalla Salaria, è la chiesa di S.Maria extra moenia. Questa chiesa è menzionata molto probabilmente già nel VI secolo. Le origini della chiesa sono però senz’altro più antiche che vanno probabilmente connesse con il precoce insiediarsi in Antrodoco di una comunità cristiana, fatto questo agevolato dall’importanza nel nostro stradale che vi confluiva. Chiaramente la chiesa ha subito nel tempo diverse ristrutturazioni, restauri e rifacimenti più o meno complessi, tra i più importanti quelli del 1050 – 1051, che ne hanno alterato ed obliterato le fasi più antiche. Nonostante ciò l’edificio conservava ancora molte parti della struttura romanica. Il portale, trecentesco, è di incerta provenienza e fu posto duranti alcuni restauri effettuati nel 1950. Nell’interno, partito in tre navate, sono reimpiegati diversi frammenti di recinti presbiteriali altomedioevali (VIII – IX sec.). Interessante anche l’interno ciclo pittorico. La svettante torre campanaria è stata realizzata in larga misura con laterizi e materiale di spoglio d’eta romana. Il battistero, di forma, risale una buona probabilità al Quattrocento ed al suo interno di un certo interesse è un ciclo pittorico con raffigurante un corteo di penitenti.


S. Maria della Filetta ad Amatrice
Nel 1472, il giorno dell’ascensione, verso l’imbrunire una giovane pastorella, Chiara Valenti, durante un violentissimo temporale si rifugiò sotto un albero e pregò la Madonna che la salvasse dal nubifragio. Improvvisamente ad oriente comparve unvivido raggio di luce che si concentrò in un piccolo goblo luminoso che si posò lentamente ai piedi di un cespuglio. La luce restò viva e sfolgorante, mentre una musica celestiale pervadeva l’atmosfera circostante. Chiarina, attratta dall’evento prodigioso, si avvicinò al cespuglio fiammeggiante e rinvenne un cammeo marmoreo con l’immagine intagliata di una giovane donna circondato da un’areola raggiante, che portò a casa celandola ai genitori. Nella notte l’immagine diffuse nuovamente intorno a sé un nuovo chiarore, che risvegliò l’intera famiglia. Fu avvertito il parroco di S.Lorenzo che constatò di persona il fenomeno prodigioso. La fama per la miracolosa immagine – identificata con la Madonna – si diffuse rapidamente, tanto che fu deciso di traslarla trionfalmente in Amatrice presso la chiesa di S.Francesco. Sul luogo del ricevimento fu eretta immediatamente una piccola chiesa, ornata all’interno, tra gli altri affreschi tardorinascimentali di pregevole fattura, da un bellissimo ciclo pittorico di Pier Paolo da Fermo, che narra, tra l’altro, le vicende della costruzione dell’edificio sacro e del trasferimento dell’immagine miracolosa in Amatrice, che ogni anno torna processionalmente alla chiesetta nell’ottava dell’Ascensione. Il piccolo santuario si raggiunge transitando per una stradina campestre, non sempre agevolmente persorribile.

Santuario dell'Icona "Passatora" ad Amatrice
Non lontano dalla villa di Ferrazza, ad un quadrivio importante nel passato, sorge la chiesetta dedicata alla Madonna delle Grazie meglio nota come santuario dell’Icona "Passatora". Nel XV secolo l’edificio sacro, al quale preesisteva probabilmente una edicola, divenne un importante luogo di culto. Un ulteriore ampliamento avvenne dopo la battaglia di Lepanto, così che il santuario assunse l’aspetto definitivo, con la piccola facciata in arenaria sulla quale si aprono tre piccoli rosoni e due finestre, mentre sul tetto si erge un campaniletto a vela con due campane. L’attuale sacrestia era la cappella del crocefisso, nella quale si insediò l’omonima fraternita laicale. Molto interessante anche il ciclo pittorico eseguito da più maestri. Nell’edicola centrale è raffigurata la Madonna con il Bambino con S.Sebastiano e s.Rocco", a ricordo quindi di un’epidemia di peste scongiurata, l’opera (1482) è attribuita alla scuola di Campilio da Spoleto.Sulle pareti tardoquattrocenteschi di pregevole fattura raffiguranti, tra gli altri, la "Madonna della Misericordia", protegge con il suo grande mantello aperto le popolazioni dall’ira divina, il "Cristo portacroce" e la "Madonna in trono con Bambino benedicente", in atto di sorreggere la città di Amatrice (1490 – 1492), attribuiti al "Maestro di Configno". Nella sacrestia operò invece un pittore locale, Dionisio Cappelli, che nel 1508 – 1509 eseguì, tra l’altro, una bella "Crocefissione", l’"Adorazione dei magi" e l’"Incoronazione della Vergine".

S. Maria delle Grazie a Scai

S. Maria di Capo d’Acqua a Cittareale
Situato nei pressi delle sorgenti del Velino, è legato al rinnovamento miracoloso di un’immagine raffigurante la Vergine. La statuetta in argilla sarebbe stata ritrovata tra i secoli X e XI da una pastorella chinatasi a bere alle fonti del fiume.

Da ricordare nei pressi di Cittareale, alle sorgenti del Velino, il santuario della Madonna di capo d’Acqua, legato al rinnovamento miracoloso di un immagine raffigurante la Vergine. La statuetta in argilla sarebbe stata ritrovata tra i secoli X e XI da una pastorella chinatasi a bere alle fonti del fiume. Al di là della contaminazione legendaria, che potrebbe anche nascondere il tentativo di cristianizzare un precedente culto pagano legato alle sorgenti del fiume, la pieve di S.Maria in capite acque è ricordata per la prima volta poco dopo la metà del secolo XII. Il popolamento della zona fu riorganizzato in età angioina con la fondazione di Cittareale attuata nel 1329 ad opera di re Roberto d’Angiò, con l’intento di contrastare le spinte espansive dei comuni di Cascia e di Norcia, posti nello stato della Chiesa. Per agevolare l’afflusso dei nuovi abitanti furono concesse agevolazioni ed esenzioni fiscali per 15 anni. La rocca era stata edificata e forma quadrangolare con gli spigoli rinforzati da grossi bastoni troncoconici, mentre il nucleo cementizio interno fu rivestito da un apparecchio murario abbastanza regolare formato da conci parallelepipedi di arenaria locale. La fortezza angioina fu però restaurata fortemente nel quattrocento dopo un assalto degli aquilani, avvenuto nel 1474, generato dai contrasti per l’incorporazione, i quali, dopo averla in gran parte diroccata, furono costretti a pagarne le spese di ricostruzione.

S. Maria del Monte a Borbona
E’ una chiesa di origine quettrocentesca completamente ricostruita nel secolo XVIII: particolare la lapide di epoca romana incastonata nel portale d’ingresso, che commemora Giulia Domna, moglie di Settimo Severo.

S. Francesco a Posta

S. Maria dei Balzi a Grotti di Cittaducale

S. Maria Apparì a Petrella Salto
Si trova a circa un chilometro dal capoluogo e risale al 1562; a pianta centrale, conserva una torre seicentesca ed un altare rococò di pregevole fattura.

S. Maria a Valle Malito di Borgorose

S. Anatolia a Tarano

S. Francesco a Corsaro