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Castelnuovo
di Farfa 
Museo
dell'olio della Sabina: Il giorno 7 aprile
2001 è stato inaugurato il Museo dell'Olio
della Sabina di Castelnuovo di Farfa, un borgo
medievale di 900 abitanti che dista circa 60 km
da Roma e 34 km da Rieti.
Il prodotto principale dell'economia agricola
sabina è l'olio di oliva DOP che già
il medico greco Galeno nel II sec. d.C. definiva
come il migliore del mondo antico. Obiettivo principale
della realizzazione di questo museo è stato
quello di celebrare e valorizzare l'olio, simbolo
sia dell'identità culturale locale sia
dell'appartenenza alla civiltà mediterranea.
Sede
principale del museo è il cinquecentesco
Palazzo Perelli all'interno del quale il visitatore
compie un itinerario che lo conduce dalle pendici
alla sommità del centro storico. Ciò
che rende questo museo etnografico davvero unico
è il fatto che l'itinerario museale è
stato costruito come un percorso che parte dal
presente, dall'attualità dell'arte, per
cogliere il senso della storia e del passato:
cinque artisti di fama internazionale hanno lavorato
negli ambienti di Castelnuovo di Farfa per dare
corpo all'universo simbolico dell'olio interpretato
come metafora della condizione umana e dell'arte.
I visitatori attraversano gli spazi misteriosi
e suggestivi di Olio di parole di Maria Lai, di
Frammenti di fonderia di un'opera incompiuta di
Alik Cavaliere, di Ulivo Viaggiante di Hidetoshi
Nagasawa e di Oleophona, la macchina musicale
di Gianandrea Gazzola. L'arte contemporanea si
mescola alla storia ed alle tradizioni locali
senza soluzioni di continuità. Il visitatore
nella sala della memoria (una multivisione di
Franco Vergine, accompagnata dalle canzoni popolari
scelte dal maestro Sandra Canzonetti) può
entrare in contatto con le molteplici
espressioni della cultura locale mentre con la
visita al frantoio del XVIII secolo ed alla collezione
di presse olearie sabine (XVI-XX secolo) ne può
conoscere le più antiche testimonianze.
Una sala multimediale, infine, offre ai visitatore
le informazioni più ampie e più
varie sulla coltura/cultura dell'olio sabino.
Il Museo dell'Olio della Sabina è un museo
globale che si estende alla città ed alla
campagna. Nel centro storico si può visitare
un antico forno reinterpretato dall'installazione
Olio al pane alla terra il sogno dell'artista
Maria Lai, e nella campagna la restaurata chiesa
del IX secolo di San Donato, sede della sezione
museale nella quale viene celebrato il mito dell'olio
nella spiritualità mediterranea.
Nello
spazio mistico della navata, che ha come sfondo
un'abside trasparente affrescato dalla natura,
si leva il canto di un inno del V secolo (dedicato
alla consacrazione degli oli nel giovedì
santo) scritto ed interpretato da Ille Strazza;
all'esterno si trova il giardino degli ulivi del
mondo, destinato ad accogliere le diverse varietà
di ulivo coltivate nel bacino del mediterraneo.
Per questo luogo simbolico, con il quale il museo
si apre al mondo, la Delegazione di Terra Santa
ha inviato in dono un ulivo dell'orto del Getsemani.
Per la sua filosofia fortemente innovativa il
museo è stato inserito nella guida "Little-known
museums in and around Rome" di R. Kaplan
ed. Abrams, NYC 2001, dedicata alla capitale italiana,
ed uscita dopo quelle già pubblicate con
successo su Londra, Parigi e Berlino.
Curatore del progetto scientifico è stato
lo studioso della storia e dell'archeologia sabina,
Tersilio Leggio; progettisti ed ideatori del museo
e degli interventi sulla città gli architetti
Mao Benedetti e Sveva Di Martino con Marcello
Morgante.
Il
Museo dell'Olio della Sabina è aperto il
venerdì pomeriggio dalle 15.00 alle 20.00;
il sabato dalle 10.00 alle 20.00; la domenica
ed i giorni festivi dalle 10.00 alle 13.30 e dalle
14.30 alle 20.00; gli altri giorni su prenotazione
(tel. 0765-36370).
Magliano
Sabina 
Museo Civico Archeologico:
Nel corso degli ultimi anni sono stati aperti
al pubblico i primi due piani di Palazzo Gori,
sede del Museo, con le sezioni dedicate all'età
del Bronzo, all'età del Ferro, alla cultura sabina
arcaica ed all'epoca ellenistica. Scopo della
struttura è quello di proporsi come esempio
di Museo Vivo, attraverso il quale si possa avere
un contatto diretto, da parte di un pubblico di
non specialisti, con la cultura del passato sviluppatasi
nel periodo immediatamente circostante.
Lo studio dei materiali raccolti ha permesso di
ricreare le linee fondamentali della cultura dell'antico
insediamento sabino di Magliano,
del quale le fonti non tramandano il nome. L'abitato
si organizza, nel corso del VII secolo, secondo
uno schema ben noto, nello stesso periodo cronologico,
in Etruria e nel Lazio, estendendosi su di un
colle ben difendibile separato da un vallone dalle
alture adiacenti ad oriente, destinate a fungere
da necropoli. Composizione del museo: Sezione
preistorica (II Paleolitico - piano terra); Sezione
Protostorica (Età del Bronzo e del Ferro. primo
piano); Sezione Epoca Arcaica (Insediamento di
Magliano
e Necropoli - primo piano; Insediamento di Poggio
Sommavilla - secondo piano); Sezione Romana (le
ville di Epoca Repubblicana e Imperiale - secondo
piano).

Micigliano
Museo
Civico delle Tradizioni Popolari: La viticoltura,
altra importante attività produttiva del luogo,
è documentata da un particolare strumento impegnato
nella pigiatura dell'uva: l'alberrocchio. Questo
è un rudimentale torchio formato da una grossa
trave fissata, per una estremità alla parete della
cantina dove è addossata la vasca di priemiatura;
alla parte opposta della trave è attaccata una
pietra che viene sollevata da un mulinello e che,
ricadendo, trascina in basso la trave la quale
a sua volta preme le vinacce contenute nella vasca
tramite una pila di tavole poste al di sopra.
La
tessitura e la filatura sono ampiamente illustrate
da un telaio completo di tutti i suoi elementi
(cassa, licci, pettini, subbi, navette e spole)
e da quegli strumenti come i fusi, le rocche,
gli aspi e i filatoi che permettevano
il confezionamento sia della biancheria da casa
che degli indumenti necessari a tutti i componenti
della famiglia.Completa il percorso espositico
la ricostruzione di un angolo significativo della
casa: la cucina con il focolare dove la famiglia
trascorre gran parte della giornata, specie nei
mesi invernali, impegnata nella produzione di
oggetti di uso personale, domestico e attrezzi
da lavoro. Oltre agli oggetti di uso domestico,
in ogni cucina era appeso, sopra al camino, un
piano ad intreccio, la rata, dove venivano poste
ad essiccare le castagne. Nella sezione fotografica
del Museo, foto storiche che
riprendono scene di lavoro, ritratti di famiglia,
feste patronali, testimoniano i vari aspetti della
vitra economica e sociale di Micigliano
e nel contempo consentano di far rivivere gli
oggetti e le suppellettili esposti operando un
processo di ricontestualizzazione. L'amore ed
il rispetto per il patrimonio culturale si esprimono
a Micigliano
anche attraverso il locale Museo Civico delle
Tradizioni Popolari.
Ospitato
in un edificio prospiciente la sede del Comune,
il Museo raccoglie le testimonianze della civiltà
agricola e pastorale tipica dell'area gravitante
sull'Alta Valle del Velino articolate in un percorso
espositivo che passa gradualmente dall'ambiente
esterno (campi, boschi, monti) a quello urbano,
per concludersi, attraverso la cantina, nel cuore
della casa. Vengono così documentate le attività
economiche basilari, quali il lavoro dell'agricoltore,
del pastore, del boscaiolo, del fabbro e del falegname,
con l'esposizione di oggetti capaci di suggestioni
profonde evocatrici di un mondo da non dimenticare.
Da sottolineare nel settore riservato all'agricoltura
l'esposizione di aratri, da quelli più antichi
di legno a quelli più recenti in ferro, e di tregge
(loc. Traglie), speciali slitte trainate da buoi
la cui forma è in relazione al tipo di materiale
trasportato (sassi, concime e prodotti delle colture).
La
coltivazione delle castagne - da sempre attività
economica basilare per la comunità di Micigliano
- è documentata da rastrelli e ramazze utilizzati
per la pulitura del terreno, molle (loc. Mordacchie)
per l'estrazione delle castagnedai ricci, cesti
e panieri per la raccolta e il trasporto dei frutteti,
fraticci (loc. Rate) per l'essiccazione delle
castagne al calore del camino. L'opera del falegname
è presente in ogni angolo del Museo con l'esposizione
di arche e casse didiverse dimensione, arricchite
da pregevoli motivi decorativi incisi: nel tipo
grande si conservano le granaglie, in quello piccolo
si custodisce il corredo. Al lavoro del fabbro
riportano tutta una serie di strumenti, quali
il mantice per la fucina, martelli, tenaglie,
lime, trapani, stampi per la fabbricazione di
chiodi, che servivano per costruire attrezzi agricoli
(zappe, vanghe, falci, vomeri per aratri) o venivano
impegnati nell'attività di maniscalco svolta dallo
stesso fabbro.

Monteleone
Sabino 
Museo Archeologico
I
resti dell’antico centro abitato di Trebula
mutuesca sono stati identificati circa 1,5
km dal moderno paese di Monteleone
Sabino, il cui nome odierno si vuol far derivare
dalla presenza di numerose sculture in pietra
rappresentanti leoni che, sparse nel territorio
comunale, provengono da antichi monumenti funerari
della fine dell’età repubblicana e dell’inizio
di quella imperiale. Le testimonianze archeologiche
fino ad oggi rinvenute attestano fasi di vita
non anteriori al IV sec. a.C., ma è ipotizzabile
a causa della sua posizione geografica e per l’esistenza
a Trebula di santuari italici che per solito
sorgono in siti frequentati già in epoca preistorica,
che un abitato potesse sorgere fin dall’epoca
più antica. Nel II sec. a.C. Trebula era
un semplice vicus, la cui limitata importanza
era dovuta soprattutto agli antichi santuari cantonali,
e solo nel corso del I sec. a.C., dopo la guerra
sociale e probabilmente in seguito alla riorganizzazione
voluta da Augusto, l’antico centro diventa municipium
amministrato da un collegio di otto magistrati.
Tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C. l’abitato,
che non raggiunse mai le caratteristiche di una
città, ebbe un certo sviluppo e vennero realizzate
opere di pubblica utilità: vennero eseguiti lavori
nel foro, vennero erette statue in onore di Claudio
ed Agrippina, venne innalzato un sacello dedicato
alla divinità italica il cui culto era diffuso
principalmente nel Sannio, ecc…
Nel
corso della prima metà del II sec. d.C. viene
definita una nuova sistemazione urbanistica e
monumentale del centro abitato, voluta dalla potente
famiglia dei Bruttii Praesentes ricchi
proprietari terrieri, mediante la realizzazione
di grandi opere costruttive, di un anfiteatro,
di terme, di grandi cisterne, ecc. L’area urbana
è stata localizzata in prossimità della splendida
chiesa romanica di S. Vittoria ed occupa la valle
denominata Pantano delimitata da tre alture Castellano,
Colle Foro e Colle Diana. Delle antiche strutture
oggi in parte visibili si conservano all’estremità
occidentale del Pantano i resti dell’anfiteatro,
la cui arena di limitate dimensioni era in parte
scavata nella roccia ed in parte costruita, e
le grandi costruzioni in opera mista lungo i lati
ovest e sud del Pantano e lungo le pendici di
Colle Foro e Castellano. La chiesa di S. Vittoria,
edificata nel suo aspetto attuale nel XII secolo,
occupa una precedente area sacra dedicata alla
divinità italica di Feronia o di Vacuna, e sorge
su di una piccola catacomba, percorribile oggi
per 15 m, dove si conserva un sarcofago che, secondo
la tradizione, custodiva le spoglie di S. Vittoria
martirizzata sotto l’imperatore Decio. Gli scavi
effettuati alla fine degli anno ’50 permisero
l’indagine di alcune strutture pertinenti l’anfiteatro,
già individuato dal Guattani all’inizio del secolo
scorso, l’individuazione di un impianto termale
ed il recupero di un deposito votivo, attribuito
da rinvenitori al culto della dea Feronia, che
ha restituito interessante materiale in terracotta
rappresentante per lo più ex voto anatomici. Tali
materiali, che trovano forti analogie con analoghi
complessi di area laziale, etrusca e campana si
possono datare tra la metà del IV sec. a.C. e
la prima metà del III sec. a.C. L’approvvigionamento
idrico della zona era garantito da numerose cisterne
ancora oggi visibili. Nell’ottobre 1995 è stato
inaugurato il museo civico archeologico dove si
conservano i materiali provenienti sia da vecchi
scavi che da rinvenimenti fortuiti effettuati
nella zona.

Rieti
Museo
Civico:
Nel Museo Civico di Rieti
è conservata un'importante collezione di materiali;
di alcuni di essi si conosce anche il contesto
di provenienza. Si segnala in particolare l'urna
a capanna, rinvenuta nella necropoli di Campo
reatino, che testimonia la presenza di questo
caratteristico tipo di sepoltura in un periodo
anteriore alla sua comparsa nella cultura laziale.
Per l'età romana particolare attenzione meritano
alcune statue, rilievi e decorazioni, rinvenute
a Rieti
e riferibili all'antico foro: statue di togati
databili al I sec. d.C., o agli inizi del II,
un ritratto virile tardo-flavio, una testa di
Menade in funzione di sostegno architettonico
e un frammento di rilievo storico con camillus
(giovane inserviente durante riti e cerimonie).
Dal
Santuario di Hercules Victor a Contigliano
proviene un'iscrizione con dedica a Sanctus. Insieme
ad altre epigrafi di militari si conservano anche
tre stele di veterani dell'epoca di Vespasiano.
Dal territorio di Trebula Mutuesca (Monteleone
Sabino) proviene il rilievo con scena di venatio
(combattimento con le fiere), relativo ad un monumento
funerario databile alla seconda metà del I sec.
a.C. Probabilmente il defunto veniva ricordato
per aver allestito spettacoli gladiatori e cacce,
attestati a Trebula dal rinvenimento di altri
frammenti di rilievi con scene di lotta e dalle
fonti. Un altro monumento funerario, del tipo
a nicchia o finestra con coppia di defunti, proviene
dal territorio di Rieti.
Della raccolta del Museo fa parte la Collezione
Boschi, aggiunta nel 1912, in cui si trovano anche
reperti tardo antichi ed alcuni falsi di ignota
provenienza.
Museo
del tesoro del duomo
Turania

Museo storico-artistico
d'età contemporanea
Nel
territorio del comune di Turania,
che fino al 1950 era denominata Petescia, venne
effettuato un ritrovamento di notevole importanza.
Venne infatti riportato alla luce un tesoro databile
ai primi decenni del I secolo d.C. Il tesoro,
di rilevante valore, venne acquistato nel 1876,
tramite il noto studioso Helbig, dall’antiquario
Francesco Martinetti e si conserva oggi a Berlino
all’Antikenmuseum degli Staatliche Museen Preussischer
Kulturbesitz. Non sono note le circostanze relative
al rinvenimento e se questo sia giunto nella sua
interezza a Berlino.
La
vaghezza delle notizie e l’ambigua fama dei personaggi
implicati nell’acquisto del prezioso complesso
invitano ad una certa cautela nello studio dei
materiali ed a maggiori approfondimenti sulla
vicenda. Rispetto al complesso acquistato nel
1876 rimane solo una parte degli oggetti; infatti,
sono andati perduti tutti i sedici bracciali in
oro, che rappresentano diverse tipologie: a serpente
a verga piatta, a serpente a verga circolare,
a serpente con castoni, a clava con testa di leone,
con decori vegetali. Rimangono undici anelli nei
quali sono incastonati intagli e cammei di notevolissima
fattura che permettono di datare il tesoro all’età
augustea. Spiccano tra gli altri un anello in
oro massiccio con testa di Giove ad alto rilievo,
in cammeo in sardonica con la testa di Medusa,
un cammeo in corniola con il busto di un principe
- Augusto o Germanico - con diadema e corazza
ed un cammeo in acquamarina decorata ad intaglio
con la rappresentazione di una nedeide. Il rinvenimento
è stato definito come “il nascondiglio di un orefice”.

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