Emergenze architettoniche
Castelli, Rocche e Palazzi baronali


I Palazzi baronali

Le Rocche
I Castelli
Il viaggio continua...
     - Le differenziazioni subregionali
     - La conca reatina
     - Il Leonessano e la valle del Velino
     - Il Cicolano
     - La valle del Turano
     - I monti Sabini
     - La Sabina tiberina

Gli itinerari


Il Viaggio continua...

Le differenziazioni subregionali.
L'incastellamento non fu un fenomeno del tutto omogeneo. Evidenti differenze nei modi, nei tempi e nei ritmi attraverso i quali si formò la trama degli insediamenti fortificati traspaiono con immediatezza. Condizionamenti geografici, differenziazioni ambientali e climatiche, congiunture politiche influirono non poco sulla nascita e sullo sviluppo dei castelli nella Sabina e nel Reatino. Un mondo di grande complessità che qui viene analizzato in modo molto schematico attraverso alcuni esempi. I criteri di selezione si sono ispirati all'imponenza delle strutture, all'importanza storica dell'insediamento, alla collocazione geografica, alla suggestione ambientale, ma il numero dei castelli, delle rocche e dei palazzi baronali diffusi sul territorio della provincia di Rieti è, ovviamente, molto più ampio, offrendo un panorama articolato e mutevole di un periodo storico intriso di mentalità diverse, di complessi simbolismi, di valori profondi che possiamo ancor percepire e sentire tra queste mura antiche, pur nei mutamenti che il tempo, con il suo ineluttabile fluire, ha generato. La nostra provincia ha avuto in eredità dal medioevo, dunque, un cospicuo ed importante patrimonio storico e monumentale in gran parte dissipato o fortemente degradato in tempi recenti per incuria , per insipienza, per insensibilità degli uomini che non hanno compreso quanto fosse importante mantenere in vita e non spezzare queti legami con il passato, possibile fondamento per il futuro.

La conca reatina
Il paesaggio medioevaledella conca reatina è stato modellato dall'intimo intrecciarsi di una serie complessa di poteri, che, in taluni momenti, si sono congiunti e sovrapposti, in altri confrontati, condizionati tutti dai fattori ambientali, dai laghi di maggiori o minori dimensioni, creati dalla bonifica del III secolo a.C., ai monti incombenti, ancora ricoperti da un fitto manto vegetazionale che l'uomo medioevale intaccò fortemente tra VIII e XII secolo sotto la spinta di una vigorosa crescita demografica che stimolava la conquista, quasi con spirito pionieristico, di nuovi spazi agrari, ricavati dalle asce dei disboscatori. Macchie sempre più ampie furono aperte nelle foreste del Terminillo, tagliate quasi selvaggiamente per procurare materiale da costruzione, legna da ardere o per fabbricare stovigli, per creare pascoli, per porvi a coltire nuove terre. Un assalto per certi aspetti dissennato, che causò imponenti alluvioni, come quella del 1053 che spazzò via buona parte del ponte di Augusto a Narni, tanto memorabile da essere registrata nella cronaca coeva del monastero tedesco di Reichenau. Dapprima furono alcune consorterie di nobili locali e la potente abbazia di Farfa a dare l'avvio alla fondazione dei castelli che rapidamente punteggiarono, sempre più numerosi, le pendici della conca. Tra i più antichi si possono ricordare Greccio, fondato da Farfa prima del 1091; Cantalice ricordata nel 1081 e nel cui tessuto urbano, dominato da una torre semicilindrica, si leggono ancora le tracce di questo antico passato; Poggio Bustone, forte caposaldo dei conti dei Marsi in XI secolo, come Lugnano o S. Elia fondata dai Camponeschi. Molti sono poi gli insediamenti fortificati che sono stati abbandonati, scomparendo quasi del tutto, come ad esempio Valviano, Torre Canera, la rocca di Alatri, che sorgeva presso Contigliano, Monte Izzo, Monte Gambaro, Arpaniano, Aspra, Rocca Ianula, Vallacula, Venarossa, Cocoione, Rocchette, Monte Romano, Butro. A settentrione, invece, furono i Labro a creare una solida signoria territoriale che si articolava su un buon gruppo di insediamenti fortificati a controllo delle basse valli del Velino e del Corno. A questa prima fase fu estranea la città di Rieti, ma tra la fine del secolo XI e gli inizi del XII l'aumentato prestigio del vescovo consentì alla città di iniziare ad estendere la propria influenza sul territorio corcostante, limitando e riducendo il potere del monastero di Farfa, ormai in forte declino; e delle consorterie di nobili locali, che avevano fondato Cerchiara, Contigliano, Poggio Fidoni - letteralmente il Poggio dei figli di Ugo - Apoleggia, Rivodutri, Catrico, Collebaccaro, Maglianello Alto, Poggio Perugino. Il dominio del vescovo si estese in particolare lungo il corso inferiore della Val Canera grazie al possesso di castelli e di cospiqui beni fondiari, mentre dalla metà del XIII secolo fu il comune cittadino a sostituirsi all'ente ecclesiastico e alle consorterie nobiliari, creando gradualmente il proprio contado. Una espansione che fu fortemente limitata dallo stazionamento normanno avvenuto intorno alla metà del XII secolo, con il conseguente formarsi e cristallizzarsi della frontiera a pochi chilometri dalla città. Il confine con il regno meridionale fu causa di continui contrasti e di aspre frizioni che costrinsero la città sullo scorcio del Trecento, per arginare le continue incursioni die regnicoli, a fondare Castelfranco, che ancor oggi conserva in particolare nei resti della imponente torre queste caratteristiche prettamente miliari.

Il Leonessano e la valle del Velino
Per tutto l'alto medioevo il popolamento della conca leonessana, le così dette "Terre Narnatine", fu caratterizzato sia da forme insediative sparse sia da "ville". Dai secoli X_XI la conca fu punteggiata da alcuni castelli come Forcamelone, la Torre di Narnate, oggi scomparsi, Terzone, dominato da una potente consorteria, Pianezza, Ripa di Corno, Inglobati nel XII secolo nel regno normanno. Nel secolo quarto del Duecento la curia angioina, a causa dell'istabilità della frontiera, diede avvio ad una profonda ristrutturazione delle forme insediative, accentrando parte degli abitanti delle "ville" e dei castelli minori a Ripa di Corno, nel 1278, fu fondata Gonnesse, che nel tempo assunse il nome di Leonessa. Anche lungo la valle del Velino la curia angioina procedette ad una articolata riorganizzazione del pulviscolo di castelli e di villaggi disseminati sulle pendici dei monti circostanti sia per consolidare la frontiera, sia per ridurre il potere della nobiltà rurale locale, in particolare dei del Duca da Forcapretula e dei da Marchilone. Nel 1309 fu fondata Cittaducale, che conserva ancora tracce dell'apparato fortificatorio e del tessuto urbanistico originario, qualche anno dopo Borgovelino nei pressi del convento minoritico di S.Francesco. Antrodoco, invece, con la sua imprendibile fortezza, oggi non più esistente, mantenne il suo ruolo importante di controllo della vallata, come Castel S.Angelo, il cui abitato è dominato tuttora dalla possente torre quadrata del cassero. Da segnalare anche la rocca di Calcariola, abitata fino a qualche anno fa, ed ora in fase di forte degrado, Pendenza e il castello di Piscignola. Più a nord il villaggio di Sigillo, poi Posta, con tracce dell'antica cinta muraria, che fu fondata per concessione di re Carlo II d'Angio tra Due e Trecento, subito dopo che gli aquilani avevano assaltato e saccheggiato il sovrastante castello di Machilone, caposaldo della potente consorteria omonima, e Borbona, anch'essa di fondazione angioina, anche se il popolamento era preesistente, tutte terre inglobate dal contado aquilano nei primi decenni del Trecento. Nell'alta valle del Tronto il paesaggio umano mostra ancora tracce di quella fitta nebulosa di piccoli abitati rurali, aperti o incasellati, delle "Terre Summatine", che hanno trovato il loro polo di gravitazione nei due centri di Amatrice, che conserva, adiacente a S.Agostino, soltanto la torre della porta Carbonara il cui etimo ricorda l'antico fossato difensivo, e di Accumoli, gli unici a raggiungere e a conservare caratteristiche di dignità umana.

Il Cicolano
Il paesaggio del Cicolano si configura oggi come il più "medievale" dell'intera provincia. Una quasi perfetta integrazione tra insediamento umano e ambiente naturale, caratterizzato da vasti boschi e da fitti castagneti da frutto, intercalati da coltivi, negli ultimi tempi in fase di contrazione e di degrado. Un paesaggio in parte alterato dal lago artificiale del Salto, che ha sommerso nel 1940 la vallata originaria. Il paesaggio umano è stato quasi completamente disegnato dai conti di Rieti e dai conti dei Marsi, loro consanguinei, che, tra X e XII secolo, fondarono un gran numero di rocche disseminate lungo l'intera vallata. Consolidata da forti rapporti feudo-vassallatici la nobiltà locale favorì la conquista normanna, avvenuta nel 1143, mentre dal suo interno emerse il ramo dei Mareri, originario dell' omonimo castello, che riuscì ad affermare la sua egemonia su gran parte del Cicolano. Perno delle fortune familiari fu Tommaso, nel 1237-38 vicario imperiale in Romagna, nel 1243 podestà di Ravenna, nel 1248 vicario imperiale in Puglia e conte in Romagna. La sorella di Tommaso, Filippa, prima santa francescana, fondò nel 1226 il monastero di Borgo San Pietro - oggi ricostruito dopo la sommersione dell'antico - una esperienza importante ed originale, germogliata in una piccola e sperduta valle appenninica. Da Stàffoli a Capradosso, da Mareri a Roccarandisi - la vecchia, visibile dalla superstrada "appesa" ad un costone roccioso -, da Castelmenardo a Roccaberardi, da Pescorocchiano, ultima sede del conte di Rieti Gentile Vetulo, a Collefegàto "colle concesso in feudo", questo è il vero significato del toponimo - da Marcetelli a Rigatti, da Spedino a Girgenti, un pulviscolo di insediamenti testimoniano lo slancio pionieristico con il quale fu rimodellato nel medioevo il popolamento della vallata, salito fin oltre i mille metri, per conquistare nuovi spazi al coltivo e all'allevamento.

La valle del Turano
Lungo la valle del Turano il comune reatino riuscì soltanto sullo scorcio del medioevo a costituire un solido caposaldo, Guardiola, avamposto che fu ristrutturato ampiamente nel Quattrocento e incombe ancora, pur degradato, sulla vallata. L'interfiume Salto-Turano, invece, fu dominato nel medioevo dal monastero di S.Salvatore Maggiore, fondato nel 735. Una signoria territoriale che si estendeva fin nella valle del Salto, controllando Offeio, Rocca Vittiana, Poggio Vittiano, S.Martino. Dei castelli dell'antica signoria soltanto alcuni sono sopravvissuti, come Varco, Vallecupola, Roccaranieri, fondata nella seconda metà del secolo XII dalla famiglia comitale romagnola dei Cunio, Concerviano, Vaccareccia, S.Silvestro, Longone, Cenciara, Magnalardo, tra gli insediamenti più antichi, dato che sorge prima del 998. Altrettanto importati le signorie territoriali dei de Romania e dei Brancaleoni, un ramo cadetto distaccatosi dal principale agli inizi del Duecento, che controllavano diversi castelli, tra i quali Belmonte, Monteleone, sorto nei pressi dell'antico abitato di Tremula Mutuesca, Oliveto, Stipes, Posticciola. Oltrepassata la diga artificiale, appaiono sospesi sull'acqua, gli insediamenti quasi gemelli di Castel di Tora, già Castelvecchio, donato a Farfa nel 1092 e passato poi a i Mareri, di Colle di Tora, in antico Collepiccolo, e di Antuni, ambedue domini dei Brancaleoni, intorno ai quali il lago artificiale ha plasmato un paesaggio suggestivo, ma completamente trasformato rispetto a quello antico. Proseguendo lungo le sponde del lago si entra nell'antico territorio della baronia di Collalto con Ascrea, sovrastata dalle rovine di Mirandella, castello di S.Salvatore Maggiore, con Paganico, Collegiove, Ricetto, Nespolo, S.Lorenzo e con i castelli diruti di Montagliano Sfondato, di Offiano, di Castiglione e del castrum Sinibaldi, a cavaliere del fiume. Passando sulla sponda sinistra, invece, si incontrano dapprima, isolata, Turania, poi Pietraforte, Montorio in Valle e Pozzaglia. Tornando verso l'interno della Sabina, Poggio Moiano, che con il castrum, oggi scomparso, appartenne dapprima a Farfa, per passare poi ai Savelli nel Quattrocento, ed il piccolo Cerdomare, l'antico Cerretum Malum ricordato dalle fonti scritte medievali.

I monti Sabini
La principale protagonista dell'incastellamento dei monti Sabini fu la consorteria dei Camponeschi che già in VIII secolo aveva iniziato a colonizzare le aree in quota dei monti più prossimi alla città reatina creando una signoria territoriale abbastanza omogenea, compatta e coerente della quale conosciamo la delimitazione puntuale e la precisa consistenza demica soltanto al momento della sua dissoluzione avvenuta intorno alla metà del XIII secolo quando l'ultima discendente della consorteria Iohanna de Radolfis, vendette agli Orsini i castelli di Poggio Perugino, di Monte San Giovanni, delle Macchie, il villaggio di Monte Izzo e la quarta parte del giuspratonato sulla chiesa di S.Maria de Monte. Questa fitta trama di insediamenti castrali marcò in modo netto il nuovo grande impulso dato alla deforestazione dei monti Sabini a partire dal X-XI secolo, come attesta lo stesso Montenero, dominato dalla possente rocca orsiniana, trasformata in palazzo baronale, il cui toponimo evoca la presenza di boschi dominati dalla presenza di essenze arboree sempreverdi con il fogliame verde-scuro, come il leccio. Sempre sui monti Sabini, compaiono Casaprota, Collelungo, Torricella, Ornaro, sul quale svetta la compatta rocca rinascimentale anch'essa degli Orsini, e, più a meridione, Frasso, conteso tra i Brancaleoni ed i Savelli, prima di passare ai Cesarini, e Poggio Nativo, con il palazzo Borghese. Dopo il diruto Monte Calvo, conteso tra de Romania e Orsini, si incontrano Scandriglia, e Ponticelli. Sulle pendici meridionali dei monti Sabini si trovano Salisano e Mompeo, dove, nel Seicento, durante il governo di Bernardino Naro, la vecchia fortezza degli Orsini venne quasi del tutto ristrutturata, edificando al suo posto un palazzo baronale di notevole rilevanza dal punto di vista monumentale, circondato da giardini attraversati da viali ed ornati da fontane. Altrettanto notevole il palazzo baronale del vicino Castel S.Pietro, riccamente affrescato nel Settecento durante il dominio dei Bonaccorsi con scene naturalistiche e paesaggi sabini.

La Sabina tiberina
Il paesaggio medievale della Sabina tiberina, ma non solo questo, è stato in gran parte plasmato dalla potente abbazia benedettina di Farfa, fondata nella seconda metà del secolo VI. A cavaliere dell'anno Mille, sotto la spinta di uno slancio economico progressivo e di una ripresa demografica vigorosa lungo tutta la vallata del Tevere furono fondati numerosi castelli. Tra questi Bocchignano, Toffia, Montopoli, che conserva la possente torre dell'antica rocca, lo scomparso Tribuco, sul fiume Farfa a Pontesfondato, dove nel 1111 fu tenuto prigioniero per 15 giorni papa Pasquale II, Fara Sabina, d'origine longobarda, Corese Terra, passata nel 1300 da Farfa agli Orsini, Cantalupo, il cui abitato è dominato dal cinquecentesco palazzo baronale dei Cesi, oggi Camuccini, opera dell'architetto milanese Giandomenico Bianchi. Tardo è invece Poggio Mirteto, rimodellato dai Farnese nel Cinquecento, come anche Collevecchio, Castelnuovo e Monte S.Maria, fondati nel Duecento. Importante anche Casperia , in antico Aspra, nei pressi della quale sorgeva il castello di Caprignano distrutto dagli aspresi agli inizi del Trecento. Più a nord Roccantica con la sua rocca, castello speciale di Santa Romana Chiesa dall'XI secolo e sede del vicario pontificio nel basso medioevo, Selci, S.Polo,Torri, poi Tarano, importante castello, che tra Due e Trecento, estese la sua egemonia sui vicini Montebuono, Fanello e Cicignano, prima di essere infeudato ai Savelli. Da ricordare anche Vescovio, sede dell'antica diocesi di Forum Novum, poi di Sabina, dominato dalle rovine del podium domini episcopi, abbandonato agli inizi del Quattrocento e trasformato successivamente in convento. Risalendo verso i monti Sabini, appare Montasola, fondata nell'agosto del 1191 ad opera di papa Celestino II, poi Cottanello, dominio, dal 1283, degli Orsini, nel cui territorio esistono i due insediamenti abbandonati di Castiglione e di Montecalvo, appartenuto prima ai Labro poi venduto nel 1295 al comune reatino, Vacone, con il cinquecentesco palazzo baronale, ampiamente rimaneggiato, Configni e Lùgnola per molto tempo inseriti nel contado di Narni. Lungo il fiume si susseguono invece Gavignano, possesso anch'esso fino agli inizi del Quattrocento dei conti romagnoli di Cunio, Forano, la ghibellina Stimigliano, che ebbe le mura rase al suolo nel 1357 per essersi ribellata al rettore di Sabina, Poggio Sommavilla con il vicino Grappignano, oggi dirupo, possesso del monastero di S.Salvatore Maggiore, poi dal Trecento degli Orsini, Foglia, con il suo medievale porto sul Tevere, principale caposaldo della famiglia baronale romana. Chiude la Sabina tiberina Magliano, importante castello legato al comune di Roma fin dal XII secolo, dal 1495 città e sede diocesana, che controllava saldamente, fino alla costruzione nel primo Seicento di ponte Felice, i guadi e traghetti sul Tevere, il cui corso lambiva, fino al momento della deviazione, l'altura maglianese.