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I Palazzi baronali
Collalto
Il castello di Collalto
fu fondato con un certo ritardo rispetto agli altri
insediamenti fortificati della zona, probabilmente nel
XII secolo, forse per la posizione geografica climaticamente
sfavorevole, anche se militarmente importante. Dal Duecento
la posizione del castello, a confine tra lo stato della
Chiesa ed il regno di Napoli, divenne strategicamente
rilevante ed incominciarono ad apparire i primi domini
che ne avevano assunto il nome, i Collalto,
che dettero vita ad una signoria territoriale, trasformatasi
poi, sullo scorcio del Trecento, in baronia, estesa
a cavaliere dei monti Carseolani e protesa nella valle
del Salto senza tener troppo conto del confine tra i
due stati. Perduta dai Collalto, la baronia finì ai
Savelli, poi agli Strozzi, ai Soderini ed ai Barberini.
Le più antiche testimonianze archeologiche relative
all'insediamento umano sono costituite da un certo numero
di buche di palo probabilmente pertinenti ad una palizzata
difensiva. Questo primo apparato fortificatorio molto
semplificato venne sostituito all'inizio del XIII secolo
con una cinta muraria che comprendeva una torre, mentre
una profonda trasformazione venne realizzata alla fine
del secolo XIV. Nella seconda metà del XVI secolo, per
impulso di Alfonso Soderini, fu completamente ristrutturato
il palazzo baronale che assunse nell'impianto i caratteri
generali ancora oggi sopravvissuti, pur attraverso notevoli
rimaneggiamenti, e rimessi bene in luce dal recente
restauro. Nello stesso tempo anche la rocca adiacente
al palazzo fu completamente trasformata in fortezza
d'artiglieria ad indicare un complesso progetto di presenza
militare che travalicava la semplice difesa della residenza
baronale, per assumere un ruolo di maggior rilievo legato
forse anche al confine pontificio, a coronare un periodo
di mutamento delle funzioni politiche e della configurazione
territoriale della baronia. La rocca conserva ancora
l'aspetto sei-settecentesco, ultimo periodo di utilizzazione
a scopi militari, e si articola su di una torre quadrata
centrale, due torri angolari rotonde, una serie di garitte,
di baluardi e di postazioni per artiglierie di diverso
calibro e si raccorda con delle scalinate alle due ali
del palazzo baronale, disposto su tre livelli, la cui
fronte principale, fiancheggiata da due torrioni rettangolari,
si affaccia, dominandolo, sull'abitato.

Labro
Il castello
di Labro fa parte
di quel gruppo di insediamenti fortificati fondati per
iniziativa signorile tra X e XI secolo sulle pendici
sud-ovest delle montagne della catena dei monti Reatini,
dominati dal terminillo. Merito della fondazione fu
della consorteria dei Nobili che derivarono il nome
dal loro castrum. E' probabile che la consorteria avesse
legami di sangue con i conti di Rieti
ed i loro consanguinei, i conti dei Marsi, grandi incastellatori
dell'area appenninica occidentale, se non discenderne
in modo più o meno diretto. La potente famiglia dei
Labro, quali
siano state le sue origini, controllò incontrastata
per molti secoli una densa nebulosa di castelli dislocati
lungo la fascia che, partendo dai monti Reatini e attravesati
i monti Sabini, si affacciava fin nella valle del Tevere
ai margini delle aree di influenza delle città di Rieti,
di spoleto, di Narni e di Terni. Labro
dominava l'importante via di fondovalle che collegava
il Leonessano alla conca Ternana attraverso un paesaggio
di particolare suggestione caratterizzato dai monti
Reatini a nord-est e dal lago di Piediluco ad ovest,
sul quale si staglia imponente la trecentesca rocca
albornoziana. Alla metà del XII secolo, al momento della
massima espansione dei normanni verso settentrione,
per trovare protezioni potenti, i Labro donarono a S.Giovanni
in Laterano la quarta parte di Labro,
di Moggio, di Morro,
di Apoleggia e di altri insediamenti fortificati minori
oggi scomparsi, donazione che dette poi vita, pochi
decenni dopo, ad una lunga controversia tra Berardo
di Labro ed il capitolo della basilica romana, che vide,
infine, i nobili tornare nel pieno possesso dei castelli
oggetto della contestazione. Labro
fu poi inglobato nel tardo Duecento nel contado reatino,
quando i signori furono costretti dal comune cittadino
all'inurbamento, prima di essere ceduto ai Vitelleschi
nel Cinquecento. L'attuale impianto risale nelle sue
linee essenziali alla metà del Quattrocento, quando
il castello, ritenuto troppo ampio e difficilmente difendibile,
fu raso al suolo e le case, una quarantina, ricostruite
addossate le une alle altre, con una popolazione grosso
modo corrispondente a circa 200 persone. Più tardi i
Vitelleschi trasformarono la dimora quattrocentesca
dei nobili di Labro
in un palazzo baronale, più volte rimaneggiato e restaurato.


Orvinio 
La fondazione del castello di Canemorto, il nome attuale
di Orvinio
è stato assunto soltanto nel
secolo scorso derivandolo dall'antica città aborigena
di Orvinium, è probabilmente abbastanza tarda, XII secolo,
ed appartiene all'ultima fase dell'incastellamento.
Sulla etimologia di Canemorto, citato come semplice
toponomo nelle carte farfensi a partire dal 1075, sono
nate molte bizzarre fantasie senza, però, troppo fondamento.
Il dominio sul castello fu dei signori di Canemorto,
che, con buona probabilità, potevano aver avuto origine
dalla frammentazione del lignaggio comitale borgognone
dei conti dei Marsi e di Rieti.
Ai Canemorto, sullo scorcio del Medioevo, subentrarono
dapprima gli Orsini, che riunirono Orvinio ed i castelli
colonnesi di Pozzaglia,
Pietraforte, Montorio in Valle e Turania,
in un unico feudo, poi riframmentatosi. Agli Orsini
seguirono gli Estoutville per matrimonio, i Muti e dal
1632, i Borghese. Il palazzo baronale, di origine tardo-rinascimentale,
fu ampiamente restaurato e trasformato in una residenza
signorile alterandone in parte le caratteristiche architettoniche.
L'edificio, che mantiene ancora un aspetto imponente,
è circondato da un lungo muro di cinta ad ampia scarpa
poggiato direttamente sulla roccia modellata artificialmente,
intercalato da una serie di torri che ne scandiscono
la cortina. Il grande portale dà accesso ad un vasto
parco, mentre una poderosa torre cilindrica centrale
domina l'intero complesso.

Roccasinibalda
Roccasinibalda
compare per la prima volta nelle carte farfensi nel
986, quando Teudino, figlio del conte dei Marsi, Berardo
II la ricevette in permuta dall'abate di Farfa,
Giovanni I. La sua fondazione pertanto risale ai primi
decenni del secolo, ad opera di Sinibaldo, del quale
nulla sappiamo. La rocca tornò nuovamente in possesso
del potente monastero sabino nel 1084, grazie alla donazione
di Erbeo, uno degli ultimi conti di Rieti.
L'abbazia però non mantenne a lungo il controllo sulla
rocca che già nel 1118 era fuori dalla sua influenza.
Roccasinibalda,
in un momento imprecisato tra XII e XIII secolo, entrò
in possesso dei de Romania, la più importante famiglia
della nobiltà rurale della Sabina. I de Romania ne mantennero
il controllo fin dopo la metà del secolo XIV, quando,
probabilmente a seguito di una suddivisione ereditaria,
passò ai Mareri, che erano imparentati con loro. I Mareri,
se da un lato governarono Roccasinibalda
con un rigido regime feudale che causò ricorrenti fiammate
di ribellione, da un altro diedero un buon impulso all'agricoltura,
introducendo nel Quattrocento la coltivazione dello
zafferano, ed al commercio che aveva il suo centro motore
nel mercato di Vinola, sito nei pressi di Turano. Agli
inizi del Cinquecento Roccasinibalda
passò al cardinale Alessandro Cesarini, che concepì
l'idea di trasformare la rocca ed il castello del primitivo
insediamento in un palazzo di grandi dimensioni ed in
una possente fortezza che dominasse la sottostante vallata
del Turano. L'incarico fu affidato al noto architetto
militare Baldassarre Peruzzi, molto vicino ai Cesarini,
che vi lavorò probabilmente tra il 1530 ed il 1536,
anno della sua morte. I principali lineamenti del progetto
iniziale, che si adattava mirabilmente alla cresta rocciosa,
sono conosciuti per il tramite di due disegni conservati
a Firenze, attribuiti uno allo stesso Baldassarre, l'altro
al disegnatore di cose militari Bartolomeo de'Rocchi,
collaboratore del figlio Sallustio, che continuò l'opera
alla morte del padre, modificandola sostanzialmente.
Il palazzo baronale finì per articolarsi su di un mastio
a pianta triangolare con i muri ad ampia scarpa, protetto
da due bastioni rotondi a tenaglia, separato da un ampio
cortile dalla zona residenziale che si rastremava gradualmente
per terminare con una coda di rondine. Dopo i Cesarini,
Roccasinibalda
ebbe numerosi proprietari, tra i quali i Mattei, sotto
il cui governo, nel 1605, Roccasinibalda
fu eretta in marchesato insieme a Giove, ed i Lante
della Rovere, con i quali, nel 1685, divenne ducato.
Infine, nel 1816, il marchese Alessandro Curti Lepri
rinunciò ai suoi diritti feudali sul castello.

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