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I
Castelli
Catino
(Poggio Catino) 
Il
castello di Catino nasce intorno alla metà del X secolo.
Poco più di un secolo dopo l'abate di Farfa, Berardo
I, ne acquistò i due quinti, per poi dare impulso alla
fondazione a breve distanza del castello di Poggio Catino.
Catino è noto soprattutto per aver dato i natali al
monaco Gregorio che, tra XI e XII secolo, trascrisse
il cartario farfense lasciandoci un patrimonio archivistico
di grandissima importanza per la storia altomedievale
europea. Catino rimase in possesso di Farfa fino al
XII secolo. Alla fine del XIII secolo signori del castello
divennero i Sant'Eustachio, potente famiglia della nobiltà
romana, per passare nel 1476 alla Camera apostolica,
successivamente al comune di Rieti, al mercante genovese
Meliaduce Cicala, agli Orsini, ai Savelli, ai Capizzucchi
ed infine, agli inizi del Seicento, agli Olgiati. Il
nucleo originario del castello si trova in cima all'abitato,
il cui tessuto urbanistico è abbastanza ben conservato.
Al suo interno svetta alta una torre pentagonale bassomedievale
impropriamente definita "longobarda". In gran parte
è ancora visibile l'apparato fortificatorio del castello
ampiamente ristrutturato.

Macchiatimone
(Pescorocchiano) 
Macchiatimone, uno dei complessi medievali più rilevanti
del Cicolano, dominava una gola del fiume Salto. Le
prime informazioni sul castello si hanno soltanto a
partire dalla metà del XII secolo, quando era feudo
in capite di Gentile Vetulo. Nel secondo quarto del
XIII secolo Macchiatimone divenne il principale caposaldo
della struttura difensiva organizzata lungo la valle
del Salto da Federico II, che nel 1239 nominò castellano
di Macchiatimone Bartolomeo di Castiglione. Sul finire
del secolo il castello fu inserito nella baronia di
Collalto, sita nello stato della Chiesa, per passare
poi ai Savelli, ma agli inizi del Seicento l'insediamento,
ormai in crisi, fu abbandonato con gli abitanti che
si trasferirono nel vicino villaggio di Pace, fondato
tra XII e XIII secolo. La visita al castello non è molto
agevole. E' in fase di sistemazione la via di accesso,
che consentirà di giungere fino nei pressi delle rovine,
in parte coperte dalla vegetazione, su cui svettano
la torre quadrata della rocca ed alcuni torrioni cilindrici
dell'apparato fortificatorio. Lungo il pendio meridionale,
tra gli alberi e gli arbusti, si possono notare i resti
delle abitazioni, in parte incassate nella roccia.

Rascino
Il castello di Rascino sorge a poco più di 1200m slm
su di una altura che domina un bacino carsico intermontano
parzialmente occupato dall'omonimo laghetto. Fondato
tra XI e XII secolo, nel XIII partecipò alla ricostruzione
dell'Aquila e fu incorporato nel suo contado. Nel 1347
fu incendiato due volte ed alla fine del secolo fu abbandonato,
probabilmente per il peggioramento delle condizioni
climatiche e per la scarnezza delle risorse legate soprattutto
alla pastorizia. Questo insediamento è molto articolato
e si sviluppa su due nuclei abitativi, uno in alto intorno
alla rocca, un altro in basso, di minor dimensione,
nato nei pressi dell'antica pieve di S.Maria, crollata
nel secolo scorso e della quale restano soltanto dei
ruderi. Per giungere fino alla rocca e per visitare
le strutture superstiti delle case, estremamente elementari,
in parte incassate nella roccia, costruite con muretti
legati da povera malta, completate in legno, coperte
di canne e concentrate lungo il pendio sud-occidentale,
si deve salire a piedi lungo le ripide pendici dell'altura.
Da qui si domina lo splendido paesaggio dell'altopiano,
che è frequentato ancor oggi nel periodo estivo dalle
greggi transumanti che utilizzano i pascoli d'altura
prima di scendere nuovamente a valle, all'incalzare
dell'autunno che pennella stupendi colori sui boschi
circostanti.

Roccabaldesca
(Salisano) 
Roccabaldesca
sorge su di una altura alla confluenza di due torrenti
quasi all'imbocco della vallata che separa Salisano
da Mompeo. La rocca, il cui primo impianto risale alla
metà del X secolo, entrò a far parte, nel secolo successivo,
del patrimonio farfense, anche se con alterne fortune.
Il nome attuale fu assunto agli inizi del XII secolo,
probabilmente dopo una ristrutturazione operata da un
ignoto Tebaldo. Nei primi decenni del XIV secolo Roccabaldesca
conobbe un nuovo slancio edilizio. Questi tentativi
di rivitalizzare il castello non riuscirono appieno
nel loro intento. Infatti, per la marginalità dell'insediamento
e per la vicinanza di centri demici più dinamici, il
castello fu abbandonato definitivamente nei primi anni
del Seicento. Sono visibili alcune strutture del castello,
in particolare l'area della rocca ed il quartiere abitativo
sviluppatosi sulle pendici sud-occidentali dell'altura
grazie all'immigrazione, sullo scorcio del medioevo,
di maestranze lombarde, oltre ad alcuni pozzi per la
conservazione dei cereali scavati nella roccia e ad
un mulino per la produzione dell'olio d'oliva riportati
recentemente in luce durante lavori di restauro e di
consolidamento delle strutture murarie.

Rocca
di Tancia (Monte San Giovanni in Sabina) 
Sul
Tancia nacquero nel X secolo due insediamenti fortificati
a cavaliere della strada di collegamento tra la valle
del Tevere e la conca reatina nei pressi dell'importante
santuario in grotta di S.Michele Arcangelo, conteso
a lungo ed aspramente tra l'abbazia di Farfa ed il vescovo
di Sabina. Il primo ad essere ricordato è il castello
di Tancia, fondato tra il 967 ed il 975. Non molto tempo
dopo, nel 988, compare nelle fonti anche il castello
di Fatucchio, sorto dirimpetto. La rocca di Tancia venne
poi in possesso dei Camponeschi, una consorteria molto
potente che dominava i monti Sabini, ma, alla metà del
XII secolo, fu ceduta nuovamente a Farfa. Da allora
il castello rimase saldamente in mano al monastero sabino.
Nel Trecento, fu concesso in locazione, insieme al suo
territorio, alla nobile famiglia romana dei Toldelgariis,
per passare agli Orsini alla fine del secolo. Di questo
abitato, abbandonato nel quattrocento, restano oggi
soltanto alcune rovine dominate dalla torre semidiruta.
L'ultimo breve tratto per raggiungere la rocca, circa
200m, deve essere percorso a piedi.

Rocchette e Rocchettine (Torri in Sabina)
Da un punto di vista paesaggistico uno dei luoghi più
suggestivi della Sabina tiberina è costituito da una
gola scavata nella roccia della Laia e dominata da due
insediamenti fortificati gemelli, Rocchette e Rocchettine,
abitato il primo, abbandonato di recente il secondo.
Le prime notizie sui due castelli sono abbastanza tarde
e risalgono al pieno medioevo. I nomi ariginari erano,
rispettivamente, Rocca Beralda e Rocca Guidonesca senza
che si possa riuscire a delineare meglio le figure dei
fondatori e ad individuare l'epoca della fondazione.
Le vicende storiche dei due insediamenti si muovono
ovviamente in parallelo. Dapprima possesso del vescovo
di Sabina, poi sotto il dominio immediato della Santa
Sede, le due Rocche alla fine del Trecento furono occupate
dai Savelli che le tennero a lungo. Una torre quadrata,
inglobata nelle murature, ricorda le fasi più antiche
del castrum di Rocchettine, mentre gli ampi rifacimenti
operati dai Savelli sono ben evidenti nei torrioni cilindrici
ad ampia scarpa, nella porta di accesso al castello,
in parte della cinta, fortificata con mensole, feritoie
e beccatelli. Le strutture interne sono in fase di rapido
quanto inarrestabile degrado. Ancora imponente la chiesa
di S. Lorenzo completamente riedificata nel Settecento.

Torre
Baccelli (Fara in Sabina) 
Il
castello di Postmontem, oggi Torre Baccelli, appare
per la prima volta nelle fonti nel 994 come possesso
di Farfa. La sua fondazione sembra essere avvenuta per
impulso della stessa abbazia. Il castello, che domina
una delle principali strade di accesso al monastero
benedettino, nel 1100 fu concesso in locazione a terza
generazione a Rustico di Crescenzo in cambio del castello
di Corese, oggi Corese Terra. Permuta che non ebbe peraltro
una lunga durata, dato che nel 1118 Postmontem apparteneva
di nuovo all'abbazia. Nel XIV secolo l'insediamento
fu gradualmente abbandonato ed il suo territorio unito
a quello di Fara. Oggi del castello, circondato da un
bacino artificiale costruito intorno agli anni '20 di
questo secolo per alimentare una centrale idroelettrica,
resta la torre, squarciata ad uno spigolo ed irreparabilmente
danneggiata dall'usura del tempo, che emerge dalla vegetazione.
La visita diretta delle strutture non è agevole per
la folta vegetazione e per il pericolo di crolli, ma
anche da una certa distanza resta la suggestione della
torre che domina, possente, la vallata del Farfa e gli
oliveti secolari circostanti che caratterizzano, oggi
come nel medioevo, il paesaggio agrario della sabina.

Torre
di Morro Vecchio (Colli sul Velino) 
Ai margini della conca reatina, poco prima che il Velino
si immetta nel piano di canale, su di un piccol o
rilievo sorge la torre di Morro Vecchio, testimonianza
di un castello abbandonato. Un castello senza nome,
che peraltro doveva aver avuto una certa importanza
dal punto di vista militare per la posizione strategica
che consentiva il controllo delle vie d'acqua e di terra
tra conca reatina e valle della Nera. E' probabile che
questo castello sia stato fondato dai nobili di Labro,
che hanno esercitato in questa zona una sorta di egemonia
territoriale per tutto il medioevo. Il sito, peraltro,
riveste una particolare rilevanza da un punto di vista
archeologico sia perché abbastanza ben conservato nelle
strutture sia perché grazie alle ricognizioni di superficie
sono stati recuperati numerosi frammenti di ceramica
a vetrina pesante di XI secolo di produzione romana
e scorie di fusione di metalli ferrosi. Un insediamento
non soltanto legato alle pratiche agricole ed all'allevamento
dunque, ma anche centro di produzione artigianale e
punto di commercializzazione di merci importate che
venivano probabilmente ridistribuite attraverso un piccolo
mercato locale. Recenti scavi archeologici hanno riportato
in luce parti delle antiche strutture, tra le quali
il palazzo signorile.

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