Chiese ed Abbazie

 Cittaducale
Chiesa Cattedrale S.Maria del Popolo.
Sorge sulla piazza principale della città, di cui di cui rappresenta il Duomo. Presenta una facciata tardo-romanica in conci di pietra grigia di tipo abruzzese, adornata da un rosone gotico aggiunto successivamente. Il suo interno, ricostruito dopo il terremoto del 1703 con l'aggiunta di due navate laterali e originariamente coperto da un tetto a capriate, è stato fornito nel secolo scorso di un bel soffitto ligneo e conserva un presbiterio gotico con decorazione del XV secolo, oltre ad importanti tele ed affreschi, prevalentemente seicenteschi. Molto interessante la torre campanaria a tre piani, con doppie bifore decorate con archetti pensili.

Concerviano
Abbazia di S. Salvatore Maggiore
Su di un pianoro tra Concerviano e Longone si ergono le imponenti strutture dell'abbazia benedettina altomedievale di S. Salvatore Maggiore, definito in tal modo per distinguerla da S. Salvatore Minore presso Scandriglia. L'abbazia fu fondata nel 735, in un momneto di grande fortuna per i monasteri nel regno longobardo, ed ebbe un rapido impulso sulla scia della più potente Farfa. Abbazia imperiale anch'essa ampliò molto i confini dei suoi possessi, particolarmente consistenti, oltre che nel Reatino, in Sabina, nelle Marche, in Abruzzo e nella stessa Roma. Essa costituì una vera signoria territoriale a cavaliere tra le vallate del Salto e del Turano. Nell'891 fu presa ed incendiata dai saraceni. Ricostruita con qualche difficoltà nel secolo successivo si schierò con gli imperatori contro i papi nella lotta per le investiture. Con il concordato di Worms, S. Salvatore fu inglobato nel nascente stato della Chiesa, anche se dopo forti resistenze e vari tentativi di introdurvi la riforma cistercense falliti per l'opposizione della locale nobiltà rurale. Dalla metà del XII secolo, con lo stanziamento dei normanni nella valle del Salto, l'abbazia assunse un ruolo di frontiera, per certi aspetti profondamente ambiguo, mediando tra le varie posizione e modificando accortamente le proprie strategie in funzione del mutar degli accadimenti in quest'area posta ai margini del comitato reatino. Dagli inizi del Trecento l'abbazia fu investita da profondi sconvolgimenti sociali, assaltata ed in parte semidistrutta sotto l'incalzare della spinta del comune reatino, in associazione con i de Romania, che cercava di ampliare il proprio comitato. Frustrati questi tentativi che comportarono la distruzione dell'archivio abbaziale, S. Salvatore non riuscì a ritornare all'antico splendore. Da questo momento, infatti, ebbe inizio la profonda decadenza del monastero benedettino, gradualmente svuotato di possessi e di potere, finché nel 1399 Bonifacio IX lo trasformò in commenda. In seguito Urbano VIII soppresse l'abbazia unendola a Farfa. Divenuto poi luogo di villeggiatura per i seminaristi di Rieti e di Poggio Mirteto, fu abbandonata negli anni '60. Attual-mente è stata acquisita dal comune di Concerviano ed è in fase di restauro.

Contigliano
Abbazia di S. Pastore
Il monastero di S. Matteo de Insula fu fondato agli inizi del XIII secolo per poi divenire, nel 1218, una filiazione di S. Maria di Casanova in Abruzzo, importante abbazia cistercense. L'attività dei cistercensi si concentrò sulle operazioni di bonifica della piana compiute di concerto con il comune reatino, che donò un buon quantitativo di terre paludose ai monaci "bianchi". Nel breve periodo, però, la bonifica non riuscì a mantenere i buoni risultati iniziali, tanto che i monaci ed i conversi furono costretti ad abbandonare l'insediamento originario che era stato costruito su di una altura all'interno dell'area paludosa per trasferirsi intorno al 1240 al monastero benedettino di S. Pastore nei pressi di Contigliano, che esisteva almeno fin dall'VIII secolo, ceduto ai cistercensi per l'occasione. I lavori, durati a lungo, furono particolarmente monumentali. Molti restauri furono effettuati sugli edifici tra Quattrocento e Cinquecento. Da ricordare in particolare quelli compiuti dall'abate commendatario Silvestro de' Nobili di Labro e dal cardinal Agostino Spinola. Il monastero fu lasciato dai cistercensi dopo il 1561 e dal 13 dicembre del 1580 esso fu affidato ai canonici lateranensi, per essere definitivamente abbandonato nei primi decenni del secolo scorso.

Farfa
Abbazia di Farfa
L’abbazia di Farfa è di gran lunga il monumento religioso più importante dell’intera Sabina. Le sue origini risalgono alla metà del VI secolo, quando fu fondata dal vescovo Lorenzo. Subito dopo distrutta dai longobardi fu ricostruita sullo scorcio del VII o agli inizi dell’VIII da un gruppo di monaci provenienti dalla Savoia, dei quale era a capo Tommaso da Monienne. La posizione di confine fece assumere a Farfa una forte connotazione politica, con la sua influenza che crebbe gradualmente all’interno del territorio del regno italico, tanto che gli stessi re longobardi di Pavia presero il monastero sotto la loro protezione. Nel 774, però, il monastero sabino si schierò con Carlomagno, che nel 775 concesse al monastero sabino, primo ente ecclesiastico dell’Italia centrale e secondo in assoluto, due diplomi di immunità che la rendevano esente da ogni giurisdizione sia civile che religiosa e lo prendevano sotto la diretta protezione del re franco. Il divenir monastero regio comportò un periodo di grandi fortune per Farfa, che fu inserita nel contesto della rinascenza europea innescata dalla formazione dello stato franco. Lo stesso Carlomagno nell’Ottocento durante il suo viaggio verso Roma, sostò a Farfa. Il forte legame tra Farfa ed i carolingi continuò anche nel IX secolo, finchè nell’898 allo sfaldarsi dell’impero l’abbazia fu presa ed incendiata. Ricostruita non molti anni dopo, per Farfa si aprì un periodo di difficoltà e di scismi che furono chiusi soltanto con lo scorcio del secolo X. Nel successivo il monastero tornò all’antico splendore. Nel 1122, però con il concordato di Worms il patrocinio imperiale sul monastero benedettino cadde e si affermò quello pontificio. Pur inserito nella crisi più ampia che investì l’ideale monasticoin questo periodo fu questo uno dei momenti di maggior difficoltà per il monastero sabino che fu inserito tra molte difficoltà e forti contrapposizioni nel nuovo ordinamento disegnato dal nascente stato della Chiesa. La crisi del monastero si acuì maggiormente sullo scorcio del medioevo tanto che nel Quattrocento per porre fine allo stato di endemica crisi di molti antichi monasteri, anche a Farfa fu imposta la commenda, ovvero l’abate non veniva più nominato dalla comunità monastica, ma dallo stesso pontefice. Questi nuovi criteri di nomina comportarono l’affermarsi in Farfa dell’egemonia delle principali famiglie baronali romane, prima fra tutti gli Orsini. La loro egemonia si chiuse intorno alla metà del Cinquecento, quando subentrarono i Farnese. Alessandro, vicecancelliere apostolico e vescovo di Sabina, nel 1567 fece decretare da papa Pio V l’annessione di Farfa alla congregazione cassinese, sorta nell’ambito della riforma di S.Giustina. Fu dato l’avvio ad una serie di grandi lavori di ristrutturazione del complesso monastico, ma in particolare Farfa, con il rilancio della fiera, divenne un punto nodale di collegamento tra i vari segmenti dei possessi farnesiani dell’Italia centrale. Questa fase di nuovo slancio economico e di riorganizzazione delle strutture edilizie del monastero durò fino ai primi decenni del Seicento, per decadere poi progressivamente nella seconda metà del secolo, nonostante a Farfa i Barberini fossero subentrati ai Farnese. Nel Settecento si accentuò questa fase di decadimento che finì per separare sempre più la conutità monastica dalla figura dell’abate commendatario. Gli sconvolgimenti provocati dalla rivoluzione francese, causarono la fine dell’ordinamento dell’universitas Farfensis, con il monastero che perdette lo status di nullius diocesis e la sua autonomia come ente ecclesiastico. Un ulteriore colpo alle sue fortune fu vibrato dall’unità d’Italia, che vide lo stato italiano, dopo una lunga disputa, incamerare il monastero ed i suoi beni. L’attuale complesso monastico è il frutto di una serie complessa di ristrutturazioni e di riorganizzazioni susseguitesi dall’alto medioevo fino ai giorni nostri. La chiesa abbaziale, a pianta basilicale, è stata ricostruita da maestranze lombarde sullo scorcio del secolo XV ruotandola di 90° rispetto all’orientamento della più antica sotto il governo del cardinale abbate battista orsini. Alla chiesa si accede per mezzo di un atrio che era chiuso da una porta ferrata. Di particolare interesse nello stipite destro del portale quattrocentesco l’immagine del maetro Anselmo e del suo garzone, inserito tra i motivi fitomorfi della decorazione, e, in quello sinistro, del monaco committente. Nella facciata della chiesa sono stati reimpostati frammenti di sarcofagi cristiani, raffiguranti la traditio legis, e pagani, il corteo funebre di Meleagro. Nella lunetta sovrastante il portone centrale un affresco del 1508 di Cola dell’Amatrice. L’interno, partito in tre navi da colonne di spoglio di età romana il "Giudizio finale" dipinto nel 1561 sulla controfacciata da maestranze germaniche. Le tre tele della nave di sinistra, così come gli affreschi delle cappelle e delle lunette, sono opera (1599) di Orazio Gentileschi e della sua scuola, ancora in versione tardo manierista, prima della sua conversione allo stile caravaggesco. Nella cappella centrale della nave destra è conservata l’immagine miracolosa della Madonna di Farfa – un’icona duecentesca - . Il transetto, sul cui pavimento si possono osservare un rettangolo di opus sectile del IX secolo e brani di opera cosmatesca del II quarto del XII secolo, ed il catino absidale sono a loro volta decorate da "grottesche" attribuite alla scuola degli Zuccari. Entrando nel complesso monastico attraverso un cortile dei primi decenni del secolo XVII si può osservare l’imponente struttura della cosiddetta abside quadrata, realizzata in opera listata con filari alterni di blocchetti in travertino cavernoso e di laterizi sotto il governo dell’abate Sicardo (830 – 842). All’interno si incontra dapprima il chiostro piccolo – detto anche impripriamente "longobardo" – con veduta della torre campanaria superstite, dato che la sua gemella" fu abbattuta agli inizi del Seicento. Il chiostro grande fu completato nel 1584, al momento in cui l’abbazia fu quasi completamente ristrutturata dai monaci della congregazione cassinese. Si scende poi nella cripta semianulare (VII-IX sec.) solo in parte conservata con brani di affreschi raffiguranti la vita dei martiri le cui reliquie erano conservate nell’altare sotterraneo oggi scomparso. Dal chiostro si accede poi alla biblioteca nella quale sono conservati circa settantamila volumi, codici antichi, piante e mappe, pergamene, incunaboli, cinquecentine, manoscritti preziosi a ricordo dell’importantissimo scriptorum che fu attivo a Farfa, in particolare tra XI e XII secolo, grazie all’opera del monaco Gregorio da Catino. Il museo abbaziale, allestito di recente con concetti innovativi a livello didattico, narra la storia dei primi secoli del monastero attraverso le figure di dodici grandi abbati ricostruite grazie al racconto delle cronache monastiche. Storia che si snoda tra testi originali, bozzetti che ne ricostruiscono le scene più significative e reperti archeologici. Nei successivi il filo conduttore percorre un itinerario che narra la nascita dei castelli soggetti all’abbazia e la storia della fiera, che si svolgeva due volte l’anno nelle caratteristiche botteghe sulle quali si articola ancor oggi la struttura urbanistica del borgo, recentemente recuperato per il tramite dello spostamento a monte della strada che l’attraversa.

Le chiese urbane degli ordini dei mendicanti a Rieti

 

Chiesa di S.Agostino
L'ordine degli agostiniani fu originariamente orientato verso forme eremitiche - noto appunto come "ordine degli eremitani" - , ed era costituito da una moltitudine di congregazione di eremiti che avevano adottano la regola di S.Agostino germogliate a cavaliere tra XII e XIII secolo in particolare nell'Italia centro-settentrinale. Nel 1243, papa Innocenzo IV, accogliendo una serie di istanze che emergevano dall'interno di questo mondo variegato, provvide ad una prima unione di congregazioni che fu ratificata da un capitolo tenutosi a Roma nel marzo del 1244. Fu, poi, papa Alessandro IV nel 1256 ad unificare in un unico ordine le diverse congregazioni. L'ordine ebbe da questo momento in poi una rapidissima fioritura nel resto dell'Europa occidentale dove ottenne cattedre nelle principali università grazie allo sviluppo di un'importante scuola teologica. Non conosciamo con precisione le tappe dell'insegnamento a Rieti degli agostiniani, noto a partire dal 1252. La chiesa ed il convento furono collocati in un area suburbana situata a settentrione e in fase di forte sviluppo che divenne dopo pochi anni la piazza comunale, sede dei principali edifici pubblici e del mercato settimanale. L'interno della chiesa da tre absidi scandite da paraste. Nel Settecento furono costruiti gli altari laterali decorati con tele e tavole, tra le quali da segnalare nel transetto "La strage degli innocenti" del ternato Lodovico Carosi. All'ingresso dell'edificio sacro è presente la statua della "Madonna della Cintura", particolarmente venerata dagli agostiniani a partire dal secondo quarto del secolo XV.

Chiesa di S.Domenico.
L'esperienza dei domenicani fu, nei primi decenni, diversa da quella francescana. Il suo fondatore, Spagnolo, era, infatti, un chierico con una buona formazione culturale nel campo teologico. Colpito da quanto aveva visto in Provenza e in Linguadoca durante la crociata contro gli albigesi, Domenico di Guzmàn aveva percepito acutamente come i fenomeni ereticali potevano essere estirpati non tanto con la violenza, quanto con un assidua e martellante predicazione perfettamente ortodossa, in modo tale da rivendicare modelli esemplari di vita cristiana, in opposizione all'ignoranza ed alla corruzione che dilagava tra il clero secolare. L'intuizione di Domenico, sostenuta dal vescovo di Tolosa, ebbe notevole successo tanto che Onorio III riconobbe ufficialmente la nuova famiglia religiosa, caratterizzata da una forte connotazione culturale che spingeva i domenicani a dedicarsi prevalentemente allo studio, alla preghiera, all'esercizio della predicazione. Rieti è legata particolarmente a S.Domenico, il quale, infatti, fu canonizzato in città nel 1234 da papa Gregorio IX. I domenicani - detti anche predicatori per la loro precipua attività - fin dalle origini di erano fortemente radicati nelle principali città dell'Italia centro-settentrionale, nell'ambito di una strategia ben delineata che li spingeva a radicarsi nelle città più ricche e popolose. L'insediamento a Rieti fu però abbastanza tardivo e fu determinato con una buona probabilità da esigenze legate alla necessità di stroncare i fenomeni ereticali che si erano verificati in città poco dopo la metà del secolo XIII proprio all'interno del capitolo della cattedrale. La chiesa di S. Domenico, articolata su di una pianta a croce latina ad una sola nave, ha subito notevoli vicissitudini dopo l'unità d'Italia, divenendo, tra l'altro, casermaggio per truppe, magazzino, segheria e nuovamente caserma. Di coseguenza la ricca decorazione a fresco delle pareti e della zona absidale ha sofferto notevoli ed è stata in larga misura "strappata" per essere conservata in luoghi maggiormente protetti dalle intemperie. Annessi alla chiesa due chiostri, il primo duecentesco, il secondo è invece detto della beata colomba, la mistica domenicana di origini reatine vissuta poi a Perugia nel tardo Quattrocento. Questo chiostro, realizzato agli inizi del Seicento, al momento dell'inizio del processo di beatificazione di Colomba, è decorato nelle lunette da scene della vita della beata affrescate dai più importanti pittori sabini dell'epoca, tra i quali Vincenzo Manenti. Dal lato meridionale del chiostro nuovo si accede alla cappella della confraternità di S. Pietro Martire, alla quale decorato da affreschi, tra i quali spicca il cinquecento "Giudizio universale" del veronese Lorenzo Torresani.

Chiesa di S.Francesco.
Di stile gotico-romano, costruita nel XII secolo, particolarmente interessanti, all'interno, gli affreschi di scuola giottesca che rappresentano i principali Fatti di S.Francesco. La lunga permanenza di S. Francesco in città e nelle immediate vicinanze costituì un importante stimolo perché i minori, poco dopo la morte del santo umbro, costituissero una chiesa ed un convento in Rieti. La scelta cadde su di un'area prossima al Velino, caratterizzata in parte da aree ancora ruralizzate. La chiesa fu completata prima della metà del secolo XII e divenne rapidamente un luogo privilegiato a livello sociale ed un punto di riferimento anche per la vita istituzionale della città. Sul fianco sinistro dell'edificio sacro sorge l'oratorio di S.Bernardino, sede della confraternita omonima, affrescato da Panfilo Camassali e da Ascani Camenti con scene che narrano da vita del santo francescano. L'interno della chiesa e caratterizzato sul lato sinistro da una serie di cappelle, mentre sul destro si alternano altari. Parte del ciclo pittorico presente sulle pareti dell'abside è stato "strappato" alcuni decenni fa ed è attualmente conservato presso il salone del palazzo papale. Le scene, dipinte da un pittore ignoto di buon livello qualitativo, narravano episodi della vita del santo assisiate. Tra gli affreschi ancora presenti nell'edificio sacro da ricordare le "Storie di Abramo" nella cappella di S.Nicola. Successivamente nella chiesa di S.Francesco si radicò il culto sdi S.Antonio da Padova, dove nel 1545 gli fu dedicato un altare, tant'è che oggi la festa del santo e la caratteristica "Processione dei Ceri", che si tiene in giugno, la domenica successiva alla festa canonica, costituisce la celebrazione di maggior importanza da un punto di vista religioso dell'intera provincia di Rieti. Le origini e la prima diffusione del culto di S.Antonio a Rieti non hanno lasciato molte tracce nella documentazione. Le prime attestazioni risalgono al Quattrocento con l'erezione di un convento sul monte S.Biagio nella zona del Borgo a lui dedicato e con la presenza dell'omonima confraternita laicale. Non è difficile ipotizzare che la confraternità di S.Antonio sia nata nella scia di quel grande movimento penitenziale che ebbe in Italia durevole e profondo successo a partire dal Duecento, spingendo in mondo laico alla penitenza e alla conversione. Caratteristica peculiare di questi movimenti, che i cronisti definivano "devozioni", era quella di interpretare e di dare voce alle sempre più pressanti aspirazioni popolari di pace e tranquillità. Fenomeni che dilagavano come un'improvvisa fiammata in zone amplissime in pochissimo tempo. Le pratiche penitenziali potevano assumere forme diverese, come quella della fragellazione pubblica e collettica da parte dei laici, di norma vestiti con una tunica bianca in swgno di penitenza e, qualche volta, incappucciati, che spesso comportavano conflitti, spesso anche aspri, con le autorità del tempo. La statua del santo venne esposta il 12 giugno, vigilia della festa, nella chiesa di S.Francesco con tutta la "macchina", costruita nel 1834, e "l'oro", costituito da doni e dagli ex-voto dei devoti. Il santo sorregge sul Vangelo il Bambino che reca nella mano destra alzata tre spighe di grano d'oro. Durante l'esposizione si svolgono numerose pratiche devozionali, tra le quali la distribuzione del "Pane di S.Antonio". La domenica successiva alla festa quattro squadre di facchini, estratti a sorte la sera precedente, si alternano a trasportare il santo sulla macchina. La processione, lunghissima, che si celebra quasi all'imbrunire è illuminata in modo suggestiva da "ceri" che i numerosissimi fedeli portano in segno di devozione, con un effetto suggestivo di luci tremolanti e di ombre. In alcune vie vengono realizzate anche caratteristiche infiorate ispirate a temi sacri.

 

 Magliano Sabina
Chiesa Cattedrale dei Sabini.
Il disegno della facciata di questa chiesa, consacrata nel 1498, viene attibuito al Vignola. La chiesa stessa fu rinnovata nel 1734 per volontà del Cardinale Albani, che incaricò Filippo Barigioni, il quale ne curò il disegno e diresse i lavori. Il restauro delle figure dell'abside (assunzione di maria) fu affidato nel 1737 al pittore Domenico Pistrini. Nelle cappelle delle due navate laterali sono presenti alcune tele di discreto valore artistico risalenti al XVI secolo. Sono conservati nella sacrestia un arazzo ed un baldacchino della Cina del '600 ed una Croce in rame sbalzato del XV secolo di scuola abruzzese.

Micigliano
Monastero dei S.S.Quirico e Giulitta
Risalendo le gole del Velino, nel territorio del comune di Micigliano, il monumento di maggior rilevanza è rappresentato dall'abbazia altomedievale dei ss. Quirico e Giulitta, che sorgeva nei pressi del greto del fiume, ed oggi, dopo un periodo di grave degrado, in via di ristrutturazione. Le prime notizie del monastero risalgono alla seconda metà del secolo X, ma la sua fondazione dovrebbe risalire ai primi decenni del secolo, subito dopo le incursioni saracene che avevano in parte disarticolato le strutture religiose incendiando e saccheggiando alcune chiese. La fondazione del monastero fu certamente favorita da Farfa, dato che il complesso monumentale fu costruito nel casale Caprarice, fino alla metà del IX secolo in possesso del potente monastero sabino. L'abbazia benedettina dei ss. Quirico e Giulitta ebbe un ruolo di grande rilievo nell'organizzazione territoriale dell'alta vallata del Velino e nello sfruttamento delle aree marginali in quota, in parte utilizzate come pascoli, in parte terrazzate e ridotte a coltura, cessata con il X secolo l'influenza dell'abbazia di Farfa nella zona. Le notizie storiche riguardanti l'abbazia sono abbastanza scarne per la perdita pressoché totale del suo cartario. Nel 1074 papa Gregorio VII, nel tentativo di estendervi la propria influenza e di proteggere i beni monastici dalla pressione di alcuni gruppi parentali che stavano emergendo a livello locale, gli Ioseppingi, ne affidò l'amministrazione al vescovo di Rieti, Rainerio. L'abbazia benedettina però, seguendo l'esempio di Farfa e di s. Salvatore Maggiore, fu fortemente filoimperiale durante lo scorcio dell'XI secolo, nel periodo più critico della lotta per le investiture, come dimostra una iscrizione del 1094, fatta porre dall'abate Taibrando per la consacrazione della chiesa di s. Michele ed oggi murata sulle scale della canonica di Micigliano, che riporta l'unica attestazione epigrafica nota dell'antipapa Clemente III. Intorno alla metà del XII secolo, al momento dell'occupazione normanna di gran parte del comitatus reatino, fu incendiata. Ricostruita dall'abate Sinibaldo, fu consacrata dal vescovo di Rieti Dodone nel 1179, come ricordava un'epigrafe oggi scomparsa. Nel 1215 papa Innocenzo III affidò, durante il concilio lateranense IV, a Gervasio, abate di Prémontré, il monastero dei ss. Quirico e Giulitta, nel quale l'abate era stato ucciso da alcuni monaci, poi espulsi. Una filiazione troppo lontana dalla casa madre che provocò non pochi problemi all'abate Gervasio, per la scelta, rivelatasi poi errata, dell'abate e per i problemi connessi con il reclutamento locale dei monaci, nonostante la supervisione affidata al cardinale prete Leone di Brancaleone, appartenente alla potente famiglia nobile dei de Romania, che aveva solide radici a cavaliere tra Sabina e Reatino. Nell'aprile del 1217 Federico II avallò la decisione di Innocenzo III, confermando all'abate il possesso di tutti gli insediamenti, castelli o villaggi, dipendenti dal monastero, che, però, mutati i rapporti con il papato, occupò nel 1230, dando vita ad una controversia molto serrata. La perdita del cartario monastico lascia pressoché totalmente nell'ombra l'attività dei benedettini prima e dei premostratensi dopo. A questi ultimi, probabilmente, va attribuita l'introduzione dei terrazzamenti, la cui fitta trama, ormai fortemente degradata, si dispiega ancor'oggi lungo le pendici diboscate dei monti che dominano la vallata del Velino. I possessi monastici, oltre ad un gruppo di chiese dipendenti capillarmente diffuse lungo l'alta valle del Velino e sulle aree in quota, si estendevano anche in altre regioni limitrofe, in particolare nell'Abruzzo, acquisiti in vari momenti ed epoche.

Orvinio
Abbazia di S.Maria del Piano
Tra Orvinio e Pozzaglia si trovano i resti di quella che fu una importante abbazia benedettina, s. Maria del Piano. L'antica struttura, ormai abbandonata da anni, conserva ancora in parte nelle strutture materiali traccia dello splendore di un tempo. La chiesa a croce latina con navata unica presenta una facciata a capanna, l'abside semicircolare sopraelevata, un transetto che aveva anticamente le volte a crociera e la torre campanaria. Nelle apparecchiature murarie sono stati riutilizzati moltissimi materiali di spoglio di età romana, prelevati anche in questo caso da monumenti funerari di particolare monumentalità. La chiesa è stata più volte rimaneggiata e restaurata ma il suo primo impianto dovrebbe risalire intorno all'XI secolo, anche se una leggenda, inaccettabile, vuole farla risalire all'VIII o IX secolo eretta come ex-voto da Carlomagno per una vittoria riportata sui saraceni, che non ha lasciato nessuna traccia nelle fonti scritte. L'abbazia perse gran parte della sua importanza sul finire del medioevo e fu abbandonata dai monaci ob aevi gravitatem et redituum diminutionem. Restò soltanto il beneficio ecclesiastico con i beni fondiari, che alla fine del Cinquecento consistevano in appena settanta rubbia di terreni seminativi suddivisi in diciannove appezzamenti, da un minimo di un rubbio ad un massimo di dodici, in sette prati falciativi per complessive nove falciate e mezzo e due vigne.

 Poggio Mirteto
Chiesa Cattedrale.
La Cattedrale dell'Assunta, che si affaccia sulla piazza, fu edificata tra il 1641 ed il 1725 e consacrata nell'anno 1779. La chiesa presenta forme monumentali settecentesche, all'interno vi sono tre navate di notevole pregio artistico, nelle cappelle laterali sono notevoli un Transito di San Giuseppe, un Battesimo di Cristo, una Madonna in trono. Inoltre vi è custodita una croce processionale del '500.
Ciò che si narra in merito a questa croce ha tutto il sapore della leggenda. Si racconta, infatti, che la croce fosse appartenuta precedentemente alla Basilica di San Giovanni in Laterano. Dopo il "Sacco di Roma", gruppi di militari riuscirono a trafugare dalla Basilica alcuni oggetti di culto, rinvenuti poi nelle campagne di Poggio Mirteto. I sacerdoti dell'allora Collegiata di Poggio Mirteto, venuti a conoscenza del fatto, intuirono la provenienza degli oggetti e si affrettarono a restituirli a chi di dovere. Per premiare un tale atto di correttezza, il Capitolo di San Giovanni volle donare alla Cattedrale la croce professionale, capolavoro di oreficeria di inestimabile valore artistico e religioso.

Poggio Nativo
Complesso Monastico di S.Paolo
Nei pressi dell'abitato sorge il convento di S. Paolo, un tempo monastero di monache benedettine fondato per impulso di Farfa. Questa notizia sembra, però, non del tutto veritiera dato che risulta da un registro di chiese della diocesi di Sabina redatto nel 1343 che a S. Paolo risiedevano suore agostiniane. La prima notizia di questo monastero risale al 1256, mentre ben poco si sa sull'epoca della sua fondazione, che dovrebbe essere avvenuta comunque non molti anni prima. Nel 1261, come ricorda una iscrizione ancor oggi visibile sul portale della chiesa, furono compiuti dei lavori ad opera dell'archipresbitero Oddone. Le suore rimasero in S. Paolo fino all'assedio del 1460, quando Pio II ordinò il loro trasferimento a Roma. Nel 1471 l'antico monastero fu ceduto ai minori francescani. I frati posero immediatamente mano, con l'aiuto degli abitanti del luogo, alla riorganizzazione ed alla ristrutturazione degli edifici trasformandoli in convento. Un portale cosmatesco di buona fattura dà accesso alla chiesa articolata ad unica nave con sei cappelle laterali. Un sontuoso altare barocco fiancheggiato da due statue in stucco di grandi dimensioni separa dall'aula il coro che conserva stalli lignei seicenteschi.

Rieti
Chiesa Cattedrale e Palazzo papale

Vescovio
Chiesa cattedrale
L'edificio, più volte restaurato, conserva i principali lineamenti e l'impianto dell'edificio romanico eretto nei primi anni del secolo XII. Nella torre campanaria sono stati reimpiegati numerosi frammenti scultorei altomedievali, databili tra la fine del VIII e gli inizi del IX secolo, insieme ad altri materiali di spoglio, iscrizioni, lastre marmoree, laterizi, prelevati dalle rovine della città romana.
L'interno, ad una sola navata, non è stato stravolto da rifacimenti in età moderna per la perdita di importanza della stessa Sede Diocesana traslata a Magliano Sabina nel 1495. Notevole è il ciclo pittorico realizzato nei primissimi anni del Trecento da maestri della scuola cavalliniana. Originariamente erano trentadue le scene che scandivano i muri laterali della navata, suddivise in due registri. Sulla parete destra erano raffigurati episodi del Vecchio Testamento, con alcuni riquadri che sono divenuti oggi quasi illeggibili. Sulla parete sinistra, invece, le scene, anch'esse in parte svanite, rappresentano momenti del Nuovo Testamento. Sulla controfacciata è dipinto, a fresco, un grandioso Giudizio Universale.
Negli altari del transetto e nell'ambone sono state reimpiegate lastre di recinti presbiteriali altomedievali lavorate in modo accurato con decorazioni a intrecci viminei e con simboli cristiani. Sulla mensa marmorea dell'altare molti fedeli hanno lasciato scritti i loro nomi.
La cripta ad oratorio, abbastanza ben conservata, è stata probabilmente edificata nel X secolo al momento della ricostruzione dopo l'incendio saraceno. L'ambulacro semianulare conduce al corridoio dritto ed all'altare sotterraneo, che la fenestella confessionis mette in comunicazione con l'altare superiore; per la mensa dell'altare è stata riutilizzata una lastra marmorea con iscrizione dei primi anni del Quattrocento.
Sulla collina sovrastante la chiesa sono visibili i resti del castrum domini episcopi, abbandonato e restaurato a più riprese durante il Medioevo; l'ultima volta sullo scorcio del XIII secolo, prima di essere trasformato in un convento Agostiniano.