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Cittaducale
Chiesa Cattedrale S.Maria
del Popolo.
Sorge sulla piazza principale della città, di
cui di cui rappresenta il Duomo. Presenta una facciata
tardo-romanica in conci di pietra grigia di tipo abruzzese,
adornata da un rosone gotico aggiunto successivamente.
Il suo interno, ricostruito dopo il terremoto del 1703
con l'aggiunta di due navate laterali e originariamente
coperto da un tetto a capriate, è stato fornito nel
secolo scorso di un bel soffitto ligneo e conserva un
presbiterio gotico con decorazione del XV secolo, oltre
ad importanti tele ed affreschi, prevalentemente seicenteschi.
Molto interessante la torre campanaria a tre piani,
con doppie bifore decorate con archetti pensili.
Concerviano
Abbazia di S. Salvatore
Maggiore
Su di un pianoro
tra Concerviano
e Longone si ergono le imponenti strutture dell'abbazia
benedettina altomedievale di S. Salvatore Maggiore,
definito in tal modo per distinguerla da S. Salvatore
Minore presso Scandriglia. L'abbazia fu fondata nel
735, in un momneto di grande fortuna per i monasteri
nel regno longobardo, ed ebbe un rapido impulso sulla
scia della più potente Farfa. Abbazia imperiale anch'essa
ampliò molto i confini dei suoi possessi, particolarmente
consistenti, oltre che nel Reatino, in Sabina, nelle
Marche, in Abruzzo e nella stessa Roma. Essa costituì
una vera signoria territoriale a cavaliere tra le vallate
del Salto e del Turano. Nell'891 fu presa ed incendiata
dai saraceni. Ricostruita con qualche difficoltà nel
secolo successivo si schierò con gli imperatori contro
i papi nella lotta per le investiture. Con il concordato
di Worms, S. Salvatore fu inglobato nel nascente stato
della Chiesa, anche se dopo forti resistenze e vari
tentativi di introdurvi la riforma cistercense falliti
per l'opposizione della locale nobiltà rurale. Dalla
metà del XII secolo, con lo stanziamento dei normanni
nella valle del Salto, l'abbazia assunse un ruolo di
frontiera, per certi aspetti profondamente ambiguo,
mediando tra le varie posizione e modificando accortamente
le proprie strategie in funzione del mutar degli accadimenti
in quest'area posta ai margini del comitato reatino.
Dagli inizi del Trecento l'abbazia fu investita da profondi
sconvolgimenti sociali, assaltata ed in parte semidistrutta
sotto l'incalzare della spinta del comune reatino, in
associazione con i de Romania, che cercava di ampliare
il proprio comitato. Frustrati questi tentativi che
comportarono la distruzione dell'archivio abbaziale,
S. Salvatore non riuscì a ritornare all'antico splendore.
Da questo momento, infatti, ebbe inizio la profonda
decadenza del monastero benedettino, gradualmente svuotato
di possessi e di potere, finché nel 1399 Bonifacio IX
lo trasformò in commenda. In seguito Urbano VIII soppresse
l'abbazia unendola a Farfa. Divenuto poi luogo di villeggiatura
per i seminaristi di Rieti e di Poggio Mirteto, fu abbandonata
negli anni '60. Attual-mente è stata acquisita dal comune
di Concerviano ed è in fase di restauro.
Contigliano
Abbazia di S. Pastore
Il
monastero di S. Matteo de Insula fu fondato agli inizi
del XIII secolo per poi divenire, nel 1218, una filiazione
di S. Maria di Casanova in Abruzzo, importante abbazia
cistercense. L'attività dei cistercensi si concentrò
sulle operazioni di bonifica della piana compiute di
concerto con il comune reatino, che donò un buon
quantitativo di terre paludose ai monaci "bianchi".
Nel breve periodo, però, la bonifica non riuscì
a mantenere i buoni risultati iniziali, tanto che i
monaci ed i conversi furono costretti ad abbandonare
l'insediamento originario che era stato costruito su
di una altura all'interno dell'area paludosa per trasferirsi
intorno al 1240 al monastero benedettino di S. Pastore
nei pressi di Contigliano,
che esisteva almeno fin dall'VIII secolo, ceduto ai
cistercensi per l'occasione. I lavori, durati a lungo,
furono particolarmente monumentali. Molti restauri furono
effettuati sugli edifici tra Quattrocento e Cinquecento.
Da ricordare in particolare quelli compiuti dall'abate
commendatario Silvestro de' Nobili di Labro e dal cardinal
Agostino Spinola. Il monastero fu lasciato dai cistercensi
dopo il 1561 e dal 13 dicembre del 1580 esso fu affidato
ai canonici lateranensi, per essere definitivamente
abbandonato nei primi decenni del secolo scorso.
Farfa
Abbazia di Farfa
L’abbazia
di Farfa è
di gran lunga il monumento religioso più importante
dell’intera Sabina. Le sue origini risalgono alla
metà del VI secolo, quando fu fondata dal vescovo
Lorenzo. Subito dopo distrutta dai longobardi fu ricostruita
sullo scorcio del VII o agli inizi dell’VIII da un
gruppo di monaci provenienti dalla Savoia, dei quale
era a capo Tommaso da Monienne. La posizione di confine
fece assumere a Farfa
una forte connotazione politica, con la sua influenza
che crebbe gradualmente all’interno del territorio
del regno italico, tanto che gli stessi re longobardi
di Pavia presero il monastero sotto la loro protezione.
Nel 774, però, il monastero sabino si schierò
con Carlomagno, che nel 775 concesse al monastero
sabino, primo ente ecclesiastico dell’Italia centrale
e secondo in assoluto, due diplomi di immunità
che la rendevano esente da ogni giurisdizione sia
civile che religiosa e lo prendevano sotto la diretta
protezione del re franco. Il divenir monastero regio
comportò un periodo di grandi fortune per Farfa,
che fu inserita nel contesto della rinascenza europea
innescata dalla formazione dello stato franco. Lo
stesso Carlomagno nell’Ottocento durante il suo viaggio
verso Roma, sostò a Farfa.
Il forte legame tra Farfa
ed i carolingi continuò anche nel IX secolo,
finchè nell’898 allo sfaldarsi dell’impero
l’abbazia fu presa ed incendiata. Ricostruita non
molti anni dopo, per Farfa
si aprì un periodo di difficoltà e di
scismi che furono chiusi soltanto con lo scorcio del
secolo X. Nel successivo il monastero tornò
all’antico splendore. Nel 1122, però con il
concordato di Worms il patrocinio imperiale sul monastero
benedettino cadde e si affermò quello pontificio.
Pur inserito nella crisi più ampia che investì
l’ideale monasticoin questo periodo fu questo uno
dei momenti di maggior difficoltà per il monastero
sabino che fu inserito tra molte difficoltà
e forti contrapposizioni nel nuovo ordinamento disegnato
dal nascente stato della Chiesa. La crisi del monastero
si acuì maggiormente sullo scorcio del medioevo
tanto che nel Quattrocento per porre fine allo stato
di endemica crisi di molti antichi monasteri, anche
a Farfa fu
imposta la commenda, ovvero l’abate non veniva più
nominato dalla comunità monastica, ma dallo
stesso pontefice. Questi nuovi criteri di nomina comportarono
l’affermarsi in Farfa
dell’egemonia delle principali famiglie baronali romane,
prima fra tutti gli Orsini. La loro egemonia si chiuse
intorno alla metà del Cinquecento, quando subentrarono
i Farnese. Alessandro, vicecancelliere apostolico
e vescovo di Sabina, nel 1567 fece decretare da papa
Pio V l’annessione di Farfa
alla congregazione cassinese, sorta nell’ambito della
riforma di S.Giustina. Fu dato l’avvio ad una serie
di grandi lavori di ristrutturazione del complesso
monastico, ma in particolare Farfa,
con il rilancio della fiera, divenne un punto nodale
di collegamento tra i vari segmenti dei possessi farnesiani
dell’Italia centrale. Questa fase di nuovo slancio
economico e di riorganizzazione delle strutture edilizie
del monastero durò fino ai primi decenni del
Seicento, per decadere poi progressivamente nella
seconda metà del secolo, nonostante a Farfa
i Barberini fossero subentrati ai Farnese. Nel Settecento
si accentuò questa fase di decadimento che
finì per separare sempre più la conutità
monastica dalla figura dell’abate commendatario. Gli
sconvolgimenti provocati dalla rivoluzione francese,
causarono la fine dell’ordinamento dell’universitas
Farfensis, con il monastero che perdette lo status
di nullius diocesis e la sua autonomia come ente ecclesiastico.
Un ulteriore colpo alle sue fortune fu vibrato dall’unità
d’Italia, che vide lo stato italiano, dopo una lunga
disputa, incamerare il monastero ed i suoi beni. L’attuale
complesso monastico è il frutto di una serie
complessa di ristrutturazioni e di riorganizzazioni
susseguitesi dall’alto medioevo fino ai giorni nostri.
La chiesa abbaziale, a pianta basilicale, è
stata ricostruita da maestranze lombarde sullo scorcio
del secolo XV ruotandola di 90° rispetto all’orientamento
della più antica sotto il governo del cardinale
abbate battista orsini. Alla chiesa si accede per
mezzo di un atrio che era chiuso da una porta ferrata.
Di particolare interesse nello stipite destro del
portale quattrocentesco l’immagine del maetro Anselmo
e del suo garzone, inserito tra i motivi fitomorfi
della decorazione, e, in quello sinistro, del monaco
committente. Nella facciata della chiesa sono stati
reimpostati frammenti di sarcofagi cristiani, raffiguranti
la traditio legis, e pagani, il corteo funebre di
Meleagro. Nella lunetta sovrastante il portone centrale
un affresco del 1508 di Cola dell’Amatrice.
L’interno, partito in tre navi da colonne di spoglio
di età romana il "Giudizio finale"
dipinto nel 1561 sulla controfacciata da maestranze
germaniche. Le tre tele della nave di sinistra, così
come gli affreschi delle cappelle e delle lunette,
sono opera (1599) di Orazio Gentileschi e della sua
scuola, ancora in versione tardo manierista, prima
della sua conversione allo stile caravaggesco. Nella
cappella centrale della nave destra è conservata
l’immagine miracolosa della Madonna di Farfa – un’icona
duecentesca - . Il transetto, sul cui pavimento si
possono osservare un rettangolo di opus sectile del
IX secolo e brani di opera cosmatesca del II quarto
del XII secolo, ed il catino absidale sono a loro
volta decorate da "grottesche" attribuite
alla scuola degli Zuccari. Entrando nel complesso
monastico attraverso un cortile dei primi decenni
del secolo XVII si può osservare l’imponente
struttura della cosiddetta abside quadrata, realizzata
in opera listata con filari alterni di blocchetti
in travertino cavernoso e di laterizi sotto il governo
dell’abate Sicardo (830 – 842). All’interno si incontra
dapprima il chiostro piccolo – detto anche impripriamente
"longobardo" – con veduta della torre campanaria
superstite, dato che la sua gemella" fu abbattuta
agli inizi del Seicento. Il chiostro grande fu completato
nel 1584, al momento in cui l’abbazia fu quasi completamente
ristrutturata dai monaci della congregazione cassinese.
Si scende poi nella cripta semianulare (VII-IX sec.)
solo in parte conservata con brani di affreschi raffiguranti
la vita dei martiri le cui reliquie erano conservate
nell’altare sotterraneo oggi scomparso. Dal chiostro
si accede poi alla biblioteca nella quale sono conservati
circa settantamila volumi, codici antichi, piante
e mappe, pergamene, incunaboli, cinquecentine, manoscritti
preziosi a ricordo dell’importantissimo scriptorum
che fu attivo a Farfa,
in particolare tra XI e XII secolo, grazie all’opera
del monaco Gregorio da Catino. Il museo abbaziale,
allestito di recente con concetti innovativi a livello
didattico, narra la storia dei primi secoli del monastero
attraverso le figure di dodici grandi abbati ricostruite
grazie al racconto delle cronache monastiche. Storia
che si snoda tra testi originali, bozzetti che ne
ricostruiscono le scene più significative e
reperti archeologici. Nei successivi il filo conduttore
percorre un itinerario che narra la nascita dei castelli
soggetti all’abbazia e la storia della fiera, che
si svolgeva due volte l’anno nelle caratteristiche
botteghe sulle quali si articola ancor oggi la struttura
urbanistica del borgo, recentemente recuperato per
il tramite dello spostamento a monte della strada
che l’attraversa.

Le
chiese urbane degli ordini dei mendicanti a Rieti

Chiesa
di S.Agostino
L'ordine degli agostiniani fu originariamente orientato
verso forme eremitiche - noto appunto come "ordine
degli eremitani" - , ed era costituito da una moltitudine
di congregazione di eremiti che avevano adottano la
regola di S.Agostino germogliate a cavaliere tra XII
e XIII secolo in particolare nell'Italia centro-settentrinale.
Nel 1243, papa Innocenzo IV, accogliendo una serie
di istanze che emergevano dall'interno di questo mondo
variegato, provvide ad una prima unione di congregazioni
che fu ratificata da un capitolo tenutosi a Roma nel
marzo del 1244. Fu, poi, papa Alessandro IV nel 1256
ad unificare in un unico ordine le diverse congregazioni.
L'ordine ebbe da questo momento in poi una rapidissima
fioritura nel resto dell'Europa occidentale dove ottenne
cattedre nelle principali università grazie allo sviluppo
di un'importante scuola teologica. Non conosciamo
con precisione le tappe dell'insegnamento a Rieti
degli agostiniani, noto a partire dal 1252. La chiesa
ed il convento furono collocati in un area suburbana
situata a settentrione e in fase di forte sviluppo
che divenne dopo pochi anni la piazza comunale, sede
dei principali edifici pubblici e del mercato settimanale.
L'interno della chiesa da tre absidi scandite da paraste.
Nel Settecento furono costruiti gli altari laterali
decorati con tele e tavole, tra le quali da segnalare
nel transetto "La strage degli innocenti" del ternato
Lodovico Carosi. All'ingresso dell'edificio sacro
è presente la statua della "Madonna della Cintura",
particolarmente venerata dagli agostiniani a partire
dal secondo quarto del secolo XV.
Chiesa
di S.Domenico.
L'esperienza dei domenicani fu, nei primi decenni,
diversa da quella francescana. Il suo fondatore, Spagnolo,
era, infatti, un chierico con una buona formazione
culturale nel campo teologico. Colpito da quanto aveva
visto in Provenza e in Linguadoca durante la crociata
contro gli albigesi, Domenico di Guzmàn aveva percepito
acutamente come i fenomeni ereticali potevano essere
estirpati non tanto con la violenza, quanto con un
assidua e martellante predicazione perfettamente ortodossa,
in modo tale da rivendicare modelli esemplari di vita
cristiana, in opposizione all'ignoranza ed alla corruzione
che dilagava tra il clero secolare. L'intuizione di
Domenico, sostenuta dal vescovo di Tolosa, ebbe notevole
successo tanto che Onorio III riconobbe ufficialmente
la nuova famiglia religiosa, caratterizzata da una
forte connotazione culturale che spingeva i domenicani
a dedicarsi prevalentemente allo studio, alla preghiera,
all'esercizio della predicazione. Rieti
è legata particolarmente a S.Domenico, il quale, infatti,
fu canonizzato in città nel 1234 da papa Gregorio
IX. I domenicani - detti anche predicatori per la
loro precipua attività - fin dalle origini di erano
fortemente radicati nelle principali città dell'Italia
centro-settentrionale, nell'ambito di una strategia
ben delineata che li spingeva a radicarsi nelle città
più ricche e popolose. L'insediamento a Rieti
fu però abbastanza tardivo e fu determinato con una
buona probabilità da esigenze legate alla necessità
di stroncare i fenomeni ereticali che si erano verificati
in città poco dopo la metà del secolo XIII proprio
all'interno del capitolo della cattedrale. La chiesa
di S. Domenico, articolata su di una pianta a croce
latina ad una sola nave, ha subito notevoli vicissitudini
dopo l'unità d'Italia, divenendo, tra l'altro, casermaggio
per truppe, magazzino, segheria e nuovamente caserma.
Di coseguenza la ricca decorazione a fresco delle
pareti e della zona absidale ha sofferto notevoli
ed è stata in larga misura "strappata" per essere
conservata in luoghi maggiormente protetti dalle intemperie.
Annessi alla chiesa due chiostri, il primo duecentesco,
il secondo è invece detto della beata colomba, la
mistica domenicana di origini reatine vissuta poi
a Perugia nel tardo Quattrocento. Questo chiostro,
realizzato agli inizi del Seicento, al momento dell'inizio
del processo di beatificazione di Colomba, è decorato
nelle lunette da scene della vita della beata affrescate
dai più importanti pittori sabini dell'epoca, tra
i quali Vincenzo Manenti. Dal lato meridionale del
chiostro nuovo si accede alla cappella della confraternità
di S. Pietro Martire, alla quale decorato da affreschi,
tra i quali spicca il cinquecento "Giudizio universale"
del veronese Lorenzo Torresani.
Chiesa
di S.Francesco.
Di stile gotico-romano, costruita nel XII
secolo, particolarmente interessanti, all'interno,
gli affreschi di scuola giottesca che rappresentano
i principali Fatti di S.Francesco. La lunga permanenza
di S. Francesco in città e nelle immediate vicinanze
costituì un importante stimolo perché i minori, poco
dopo la morte del santo umbro, costituissero una chiesa
ed un convento in Rieti.
La scelta cadde su d i
un'area prossima al Velino, caratterizzata in parte
da aree ancora ruralizzate. La chiesa fu completata
prima della metà del secolo XII e divenne rapidamente
un luogo privilegiato a livello sociale ed un punto
di riferimento anche per la vita istituzionale della
città. Sul fianco sinistro dell'edificio sacro sorge
l'oratorio di S.Bernardino, sede della confraternita
omonima, affrescato da Panfilo Camassali e da Ascani
Camenti con scene che narrano da vita del santo francescano.
L'interno della chiesa e caratterizzato sul lato sinistro
da una serie di cappelle, mentre sul destro si alternano
altari. Parte del ciclo pittorico presente sulle pareti
dell'abside è stato "strappato" alcuni decenni fa
ed è attualmente conservato presso il salone del palazzo
papale. Le scene, dipinte da un pittore ignoto di
buon livello qualitativo, narravano episodi della
vita del santo assisiate. Tra gli affreschi ancora
presenti nell'edificio sacro da ricordare le "Storie
di Abramo" nella cappella di S.Nicola. Successivamente
nella chiesa di S.Francesco si radicò il culto sdi
S.Antonio da Padova, dove nel 1545 gli fu dedicato
un altare, tant'è che oggi la festa del santo e la
caratteristica "Processione dei Ceri", che si tiene
in giugno, la domenica successiva alla festa canonica,
costituisce la celebrazione di maggior importanza
da un punto di vista religioso dell'intera provincia
di Rieti. Le origini e la prima diffusione del culto
di S.Antonio a Rieti
non hanno lasciato molte tracce nella documentazione.
Le prime attestazioni risalgono al Quattrocento con
l'erezione di un convento sul monte S.Biagio nella
zona del Borgo a lui dedicato e con la presenza dell'omonima
confraternita laicale. Non è difficile ipotizzare
che la confraternità di S.Antonio sia nata nella scia
di quel grande movimento penitenziale che ebbe in
Italia durevole e profondo successo a partire dal
Duecento, spingendo in mondo laico alla penitenza
e alla conversione. Caratteristica peculiare di questi
movimenti, che i cronisti definivano "devozioni",
era quella di interpretare e di dare voce alle sempre
più pressanti aspirazioni popolari di pace e tranquillità.
Fenomeni che dilagavano come un'improvvisa fiammata
in zone amplissime in pochissimo tempo. Le pratiche
penitenziali potevano assumere forme diverese, come
quella della fragellazione pubblica e collettica da
parte dei laici, di norma vestiti con una tunica bianca
in swgno di penitenza e, qualche volta, incappucciati,
che spesso comportavano conflitti, spesso anche aspri,
con le autorità del tempo. La statua del santo venne
esposta il 12 giugno, vigilia della festa, nella chiesa
di S.Francesco con tutta la "macchina", costruita
nel 1834, e "l'oro", costituito da doni e dagli ex-voto
dei devoti. Il santo sorregge sul Vangelo il Bambino
che reca nella mano destra alzata tre spighe di grano
d'oro. Durante l'esposizione si svolgono numerose
pratiche devozionali, tra le quali la distribuzione
del "Pane di S.Antonio". La domenica successiva alla
festa quattro squadre di facchini, estratti a sorte
la sera precedente, si alternano a trasportare il
santo sulla macchina. La processione, lunghissima,
che si celebra quasi all'imbrunire è illuminata in
modo suggestiva da "ceri" che i numerosissimi fedeli
portano in segno di devozione, con un effetto suggestivo
di luci tremolanti e di ombre. In alcune vie vengono
realizzate anche caratteristiche infiorate ispirate
a temi sacri.
Magliano
Sabina 
Chiesa Cattedrale dei
Sabini.
Il disegno della facciata di questa chiesa, consacrata
nel 1498, viene attibuito al Vignola. La chiesa stessa
fu rinnovata nel 1734 per volontà del Cardinale Albani,
che incaricò Filippo Barigioni, il quale ne curò il
disegno e diresse i lavori. Il restauro delle figure
dell'abside (assunzione di maria) fu affidato nel
1737 al pittore Domenico Pistrini. Nelle cappelle
delle due navate laterali sono presenti alcune tele
di discreto valore artistico risalenti al XVI secolo.
Sono conservati nella sacrestia un arazzo ed un baldacchino
della Cina del '600 ed una Croce in rame sbalzato
del XV secolo di scuola abruzzese.
Micigliano
Monastero dei S.S.Quirico
e Giulitta
Risalendo
le gole del Velino, nel territorio del comune di Micigliano,
il monumento di maggior rilevanza è rappresentato
dall'abbazia altomedievale dei ss. Quirico e Giulitta,
che sorgeva nei pressi del greto del fiume, ed oggi,
dopo un periodo di grave degrado, in via di ristrutturazione.
Le prime notizie del monastero risalgono alla seconda
metà del secolo X, ma la sua fondazione dovrebbe risalire
ai primi decenni del secolo, subito dopo le incursioni
saracene che avevano in parte disarticolato le strutture
religiose incendiando e saccheggiando alcune chiese.
La fondazione del monastero fu certamente favorita
da Farfa, dato che il complesso monumentale fu costruito
nel casale Caprarice, fino alla metà del IX secolo
in possesso del potente monastero sabino. L'abbazia
benedettina dei ss. Quirico e Giulitta ebbe un ruolo
di grande rilievo nell'organizzazione territoriale
dell'alta vallata del Velino e nello sfruttamento
delle aree marginali in quota, in parte utilizzate
come pascoli, in parte terrazzate e ridotte a coltura,
cessata con il X secolo l'influenza dell'abbazia di
Farfa nella zona. Le notizie storiche riguardanti
l'abbazia sono abbastanza scarne per la perdita pressoché
totale del suo cartario. Nel 1074 papa Gregorio VII,
nel tentativo di estendervi la propria influenza e
di proteggere i beni monastici dalla pressione di
alcuni gruppi parentali che stavano emergendo a livello
locale, gli Ioseppingi, ne affidò l'amministrazione
al vescovo di Rieti, Rainerio. L'abbazia benedettina
però, seguendo l'esempio di Farfa e di s. Salvatore
Maggiore, fu fortemente filoimperiale durante lo scorcio
dell'XI secolo, nel periodo più critico della lotta
per le investiture, come dimostra una iscrizione del
1094, fatta porre dall'abate Taibrando per la consacrazione
della chiesa di s. Michele ed oggi murata sulle scale
della canonica di Micigliano, che riporta l'unica
attestazione epigrafica nota dell'antipapa Clemente
III. Intorno alla metà del XII secolo, al momento
dell'occupazione normanna di gran parte del comitatus
reatino, fu incendiata. Ricostruita dall'abate Sinibaldo,
fu consacrata dal vescovo di Rieti Dodone nel 1179,
come ricordava un'epigrafe oggi scomparsa. Nel 1215
papa Innocenzo III affidò, durante il concilio lateranense
IV, a Gervasio, abate di Prémontré, il monastero dei
ss. Quirico e Giulitta, nel quale l'abate era stato
ucciso da alcuni monaci, poi espulsi. Una filiazione
troppo lontana dalla casa madre che provocò non pochi
problemi all'abate Gervasio, per la scelta, rivelatasi
poi errata, dell'abate e per i problemi connessi con
il reclutamento locale dei monaci, nonostante la supervisione
affidata al cardinale prete Leone di Brancaleone,
appartenente alla potente famiglia nobile dei de Romania,
che aveva solide radici a cavaliere tra Sabina e Reatino.
Nell'aprile del 1217 Federico II avallò la decisione
di Innocenzo III, confermando all'abate il possesso
di tutti gli insediamenti, castelli o villaggi, dipendenti
dal monastero, che, però, mutati i rapporti con il
papato, occupò nel 1230, dando vita ad una controversia
molto serrata. La perdita del cartario monastico lascia
pressoché totalmente nell'ombra l'attività dei benedettini
prima e dei premostratensi dopo. A questi ultimi,
probabilmente, va attribuita l'introduzione dei terrazzamenti,
la cui fitta trama, ormai fortemente degradata, si
dispiega ancor'oggi lungo le pendici diboscate dei
monti che dominano la vallata del Velino. I possessi
monastici, oltre ad un gruppo di chiese dipendenti
capillarmente diffuse lungo l'alta valle del Velino
e sulle aree in quota, si estendevano anche in altre
regioni limitrofe, in particolare nell'Abruzzo, acquisiti
in vari momenti ed epoche.
Orvinio
Abbazia di S.Maria del Piano
Tra Orvinio e Pozzaglia si trovano i resti di quella
che fu una importante abbazia benedettina, s. Maria
del Piano. L'antica struttura, ormai abbandonata da
anni, conserva ancora in parte nelle strutture materiali
traccia dello splendore di un tempo. La chiesa a croce
latina con navata unica presenta una facciata a capanna,
l'abside semicircolare sopraelevata, un transetto
che aveva anticamente le volte a crociera e la torre
campanaria. Nelle apparecchiature murarie sono stati
riutilizzati moltissimi materiali di spoglio di età
romana, prelevati anche in questo caso da monumenti
funerari di particolare monumentalità. La chiesa è
stata più volte rimaneggiata e restaurata ma il suo
primo impianto dovrebbe risalire intorno all'XI secolo,
anche se una leggenda, inaccettabile, vuole farla
risalire all'VIII o IX secolo eretta come ex-voto
da Carlomagno per una vittoria riportata sui saraceni,
che non ha lasciato nessuna traccia nelle fonti scritte.
L'abbazia perse gran parte della sua importanza sul
finire del medioevo e fu abbandonata dai monaci ob
aevi gravitatem et redituum diminutionem. Restò soltanto
il beneficio ecclesiastico con i beni fondiari, che
alla fine del Cinquecento consistevano in appena settanta
rubbia di terreni seminativi suddivisi in diciannove
appezzamenti, da un minimo di un rubbio ad un massimo
di dodici, in sette prati falciativi per complessive
nove falciate e mezzo e due vigne.
Poggio
Mirteto 
Chiesa
Cattedrale.
La Cattedrale dell'Assunta,
che si affaccia sulla piazza, fu edificata tra il
1641 ed il 1725 e consacrata nell'anno 1779. La chiesa
presenta forme monumentali settecentesche, all'interno
vi sono tre navate di notevole pregio artistico, nelle
cappelle laterali sono notevoli un Transito di San
Giuseppe, un Battesimo di Cristo, una Madonna in trono.
Inoltre vi è custodita una croce processionale
del '500.
Ciò che si narra in merito a questa croce ha
tutto il sapore della leggenda. Si racconta, infatti,
che la croce fosse appartenuta precedentemente alla
Basilica di San Giovanni in Laterano. Dopo il "Sacco
di Roma", gruppi di militari riuscirono a trafugare
dalla Basilica alcuni oggetti di culto, rinvenuti
poi nelle campagne di Poggio
Mirteto. I sacerdoti dell'allora Collegiata di
Poggio Mirteto,
venuti a conoscenza del fatto, intuirono la provenienza
degli oggetti e si affrettarono a restituirli a chi
di dovere. Per premiare un tale atto di correttezza,
il Capitolo di San Giovanni volle donare alla Cattedrale
la croce professionale, capolavoro di oreficeria di
inestimabile valore artistico e religioso.
Poggio
Nativo 
Complesso Monastico di S.Paolo
Nei pressi dell'abitato sorge il convento di
S. Paolo, un tempo monastero di monache benedettine
fondato per impulso di Farfa. Questa notizia sembra,
però, non del tutto veritiera dato che risulta da un
registro di chiese della diocesi di Sabina redatto nel
1343 che a S. Paolo risiedevano suore agostiniane. La
prima notizia di questo monastero risale al 1256, mentre
ben poco si sa sull'epoca della sua fondazione, che
dovrebbe essere avvenuta comunque non molti anni prima.
Nel 1261, come ricorda una iscrizione ancor oggi visibile
sul portale della chiesa, furono compiuti dei lavori
ad opera dell'archipresbitero Oddone. Le suore rimasero
in S. Paolo fino all'assedio del 1460, quando Pio II
ordinò il loro trasferimento a Roma. Nel 1471 l'antico
monastero fu ceduto ai minori francescani. I frati posero
immediatamente mano, con l'aiuto degli abitanti del
luogo, alla riorganizzazione ed alla ristrutturazione
degli edifici trasformandoli in convento. Un portale
cosmatesco di buona fattura dà accesso alla chiesa articolata
ad unica nave con sei cappelle laterali. Un sontuoso
altare barocco fiancheggiato da due statue in stucco
di grandi dimensioni separa dall'aula il coro che conserva
stalli lignei seicenteschi.
Rieti

Chiesa Cattedrale
e Palazzo papale
Vescovio
Chiesa cattedrale
L'edificio, più
volte restaurato, conserva i principali lineamenti e
l'impianto dell'edificio romanico eretto nei primi anni
del secolo XII. Nella torre campanaria sono stati reimpiegati
numerosi frammenti scultorei altomedievali, databili
tra la fine del VIII e gli inizi del IX secolo, insieme
ad altri materiali di spoglio, iscrizioni, lastre marmoree,
laterizi, prelevati dalle rovine della città
romana.
L'interno, ad una sola navata, non è stato stravolto
da rifacimenti in età moderna per la perdita
di importanza della stessa Sede Diocesana traslata a
Magliano Sabina nel 1495. Notevole è il ciclo
pittorico realizzato nei primissimi anni del Trecento
da maestri della scuola cavalliniana. Originariamente
erano trentadue le scene che scandivano i muri laterali
della navata, suddivise in due registri. Sulla parete
destra erano raffigurati episodi del Vecchio Testamento,
con alcuni riquadri che sono divenuti oggi quasi illeggibili.
Sulla parete sinistra, invece, le scene, anch'esse in
parte svanite, rappresentano momenti del Nuovo Testamento.
Sulla controfacciata è dipinto, a fresco, un
grandioso Giudizio Universale.
Negli altari del transetto e nell'ambone sono state
reimpiegate lastre di recinti presbiteriali altomedievali
lavorate in modo accurato con decorazioni a intrecci
viminei e con simboli cristiani. Sulla mensa marmorea
dell'altare molti fedeli hanno lasciato scritti i loro
nomi.
La cripta ad oratorio, abbastanza ben conservata, è
stata probabilmente edificata nel X secolo al momento
della ricostruzione dopo l'incendio saraceno. L'ambulacro
semianulare conduce al corridoio dritto ed all'altare
sotterraneo, che la fenestella confessionis mette in
comunicazione con l'altare superiore; per la mensa dell'altare
è stata riutilizzata una lastra marmorea con
iscrizione dei primi anni del Quattrocento.
Sulla collina sovrastante la chiesa sono visibili i
resti del castrum domini episcopi, abbandonato e restaurato
a più riprese durante il Medioevo; l'ultima volta
sullo scorcio del XIII secolo, prima di essere trasformato
in un convento Agostiniano.
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