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Vallecupola
Il
toponimo Vacone deriva, secondo l'interpretazione più
seguita, dalla dea Vacuna, divinità sabina il cui culto
era collegato ai boschi, alle acque, al naturalismo
silvestre. Sul suo territorio numerosi sono i resti
di età romana. Poco prima di giungere al centro abitato,
la strada che lo allaccia alla provinciale è stata recentemente
deviata perché insisteva sulle strutture di una villa
rustica romana tradizionalmente attribuita al poeta
latino Quinto Orazio Flacco, erroneamente scambiata
per il tempio della dea Vacuna. La villa romana è stata
in parte restaurata e risistemata e sono state riportate
in luce le strutture produttive della villa, in particolare
un torchio vinario, le opere di canalizzazione che adducevano
il mosto ad un criptoportico sottostante dove veniva
completata la lavorazione del prodotto. Più a valle
un muro di sostruzione in opera poligonale, lungo più
di una decina di metri, formava una piattaforma artificiale
sulla quale dovevano insistere gli alzati degli altri
ambienti che componevano la villa. Una iscrizione d'età
romana, forse proveniente dalle strutture surricordate,
insieme ad altri reperti, è stata reimpiegata nelle
chiesetta di s. Stefano, ormai semidiruta. Le prime
notizie del castello di Vacone risalgono al 1027 quando,
Susanna, con il consenso del marito Attone, donò al
monastero tutto ciò - castelli, chiese, vigne e terre
- che aveva ereditato dal padre Landolfo e dalla madre
Tassia nel castello di Vacone, insieme a molti altri
insediamenti fortificati dela Sabina settentrionale.
La carta non specificava nel dettaglio le quote concesse
al monastero. Farfa, però, dovette alienarle rapidamente
dato che il castello non è più nominato tra i possessi
abbaziali. Nella stessa zona, nel 1056, un grupo di
consorti donarono all'abate Berardo I il monastero con
la chiesa dedicata a s. Gandolfo e s. Benedetto sul
monte Cosce, già nominata nel 1036. Questo monastero
restò in possesso dell'abbazia fino agli inizi del XII
secolo, come ricorda il diploma di riconferma concesso
da Enrico V nel 1118. Soggetto alla santa sede Vacone
corrispondeva un censo annuo di 6 libbre di provisini
come registrato nel libro dei censi redatto da Cencio
camerario nel 1192. Il castello cadde agli inizi del
XIII secolo in potere di una famiglia nobile romana,
gli Ogdolina, ma la popolazione locale dovette reagire
violentemente all'imposizione del dominio signorile,
tanto da spingere papa Gregorio IX a riacquistare nel
maggio del 1237, per il tramite del cardinale di santa
Sabina, Tommaso, tutti i diritti posseduti da Giovanni
de Odolina sul castello di Vacone per la cospicua cifra
di 1.800 libbre di denari del senato, in modo da restituire
pace e quiete non soltanto al castello, ma anche all'intera
Sabina, turbata dai fatti di Vacone. Nel 1278 papa Niccolò
III fece prestare giuramento di fedeltà dai cittadini
maschi di Vacone, che compare anche nelle liste della
tassa sul sale imposta dal comune romano ai castelli
sabini a partire dal Trecento. Il castello di Vacone
passò poi agli Orsini, come attesta il registro camerale
del cardinal Albornoz del 1364, che lo registra come
possesso di Napoleone Orsini. Nel 1480 signore ne era
Lorenzo Orsini del ramo di Monterotondo.
Nel 1518 Cecilia Orsini lo portò in dote a Alberto Pio
di Carpi. Cecilia nel 1575 lasciò il feudo in eredità
ai nipoti Camilo, Enrico e Onorato Caetani con la clausola
di non alienarlo, ma di trasmetterlo agli altri membri
della famiglia. Nel 1595, però, Clemente VIII concesse
una deroga ad Enrico e Pietro Caetani in virtù dei servizi
resi alla chiesa perché vendessero il feudo al conte
Gaspare Spada, purché alla vendita acconsetissero tutti
gli eredi. L'atto fu impugnato da Francesco Caetani
il quale sosteneva che il castello fosse stato sottostimato,
la causa presso la sara rota terminò nel 1633 giudicando
fondato il ricorso e concedendo un risarcimento. Il
dominio di Gaspare Spada su Vacone fu costellato da
una serie di vessazioni inflitte agli abitanti, obbligati
tra l'altro a contribuire alle spese per la costruzione
del palazzo baronale. Alla sua morte avenuta in Roma
nel 1624 gli successe la vedova Virginia Mattei. Il
castello fu poi venduto ai Caccia di S. Oreste, dai
quali passò al marchese Angioletti. Il nobile bolognese
nel 1658 lo vendette a Guido Vaini. Il figlio Girolamo
che aveva erditato il feudo alla morte del padre, avvenuta
nel 1722, due anni dopo lo vendette al nobile reatino
Antonio Clarelli. Il 18 novembre del 1816 il marchese
Antonio Clarelli rinunciò ai suoi diritti feudali su
Vacone, che, con 283 abitanti, divenne appodiato di
Torri, tornndo comune autonomo nel 1827. Nel 1853 il
paese, ancora circondato da mura, contava 306 abitanti,
58 dei quali risiedevano in campagna, a formare 67 famiglie
che occupavano 65 case sotto la parrocchia di s. Giovanni.
Nel centro esisteva una bottega di tessuti, un'osteria,
un carrettiere ed una mola ad olio di proprietà del
marchese Pietro Marini. A livello agrario nel territorio
si producevano olio, vino, ghiande, grano e fieno.
Vallecupola
Il
toponimo Vallecupola è abbastanza comune è quindi non
sempre agevole procedere ad una corretta identificazione.
Le prime notizie sul castello non sono antecedenti al
XIII secolo, ormai stabilmento inserito nella signoria
territoriale di s. Salvatore maggiore. Nel 1252 è ricordata
la chiesa di s. Valentino, che nel 1253 era retta dal
presbitero Berardo. Di Vallecupola erano originari Sinibaldo,
importante vassallo degli angioini ed il fratello Gentile
abate di s. Salvatore maggiore nella seconda metà del
XIII secolo. A dimostrazione di questo periodo di fortune
l’attuale centro storico conserva ancora alcuni esempi
di fortificazioni, come parte della torre, alcuni palazzi
di notevole interesse architettonico ed alcuni capitelli
romanici sparsi sulla piazza principale. Nel 1853 Vallecupola,
appodiato di Roccasinibalda, contava 388 anime, delle
quali soltanto 12 abitanti in campagna, la famiglia
più importante era quella dei Lutta. Quasi tutti gli
abitanti erano pastori transumanti. Due le chiese parrocchiali.
Una dedicata a s. Croce sotto la quale erano 195 anime,
che formavano 40 famiglie entro 32 case. L'altra dedicata
a s. Maria della Neve che curava 193 anime, suddivise
in 38 famiglie che abitavano in 34 case.

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