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Oliveto
- Ornaro
La
Salaria ed il Ponte Sambuco
Dopo
esser salita con alcuni tornanti, realizzati in opera
poligonale, fino alla colonnetta di Ornaro, forse il
40 miglio da Roma, la Salaria scendeva verso Rieti -
alcuni tratti sono visibili in posizione sopraelevata
rispetto al tracciato della vecchia Salaria - dove,
poco oltre il 41 miglio, per mezzo di un viadotto lungo
circa 66 metri, veniva superata una vallecola laterale
con una rampa in pendio sui due versanti. Quasi al centro
dell'opera d'arte si apre un fornice con una luce di
3,70 metri; alto complessivamente sei metri e mezzo,
mentre all'imposta della volta l'altezza è di circa
2,25 metri. I blocchi in calcare locale, sono alti circa
60 cm, con la carreggiata utile che è larga 4 metri
e 20. Il ponte Sambuco rimase in funzione fin sullo
scorcio dell'età moderna, al momento dei grandi mutamenti
nella rete stradale avvenuti subito dopo l'unità italiana.
Nel basso medioevo il pons Sambuci delimitava i confini
tra il districtus romano e quello reatino. Berardo I
acquisì nel 1086 la quota di cosignoria castrense spettante
a Tassone figlio di Donadeo che corrispondeva alla metà.
Questa parte fu locata subito dopo dai monaci ai figli
del conte Rainaldo insieme a Toffia, Nerola, Poggio
S. Pietro, Trebula, al castelloo di Ilperino, al castello
di Ugo, a Ginestra e al castello de Leto, la metà concessa
a suo tempo da Tassone insieme a quella di Torricella.
La locazione delle quote possedute dovette portare ad
una perdita da parte di Farfa della proprietà, dato
che dopo questa data Farfa non ebbe più interessi nel
castello, che passò succesivamente in proprietà ai
Brancaleoni. Nel 1444 Francesco e Paolo Brancaleoni
donarono una quota del castello alla sorella Simodea,
che nel 1441 aveva sposato Orso Cesarini. Nel 1483 il
loro figlio Gabriele acquistò la rimanente parte del
feudo da Giacomo Brancaleoni, dopo una breve parentesi
che vide signore del castello nel 1480-1481 l'uomo d'armi
Cecco Nardini. Nel 1673, a seguito del matrimonio tra
Livia Cesarini e Federico Sforza, Torricella passò agli
Sforza Cesarini che ne amntennero il possesso fin sulla
soglia dell'età contemporanea. Nel novembre del 1817
al momento in cui fu sancito il definitivo ordinamento
della provincia di Sabina, Torricella, 390 abitanti,
era ancora un luogo baronale inserito nel distretto
di Rieti. Il 30 dicembre successivo, però, la duchessa
Cesarini, come tutrice e curatrice del figlio don Salvatore
Sforza Cesarini, rinunciò ai suoi diritti feudali su
Torricella. Alla metà del secolo la popolazione di Torricella
ascendeva a 640 persone, delle quali soltanto 25 abitanti
in campagna, che formavano 124 famiglie che occupavano
soltanto 111 case. Le famiglie più importanti erano
i Filippi ed i Pitorri. Nel paese c'erano quattro botteghe
di liquori, un'osteria, un macello, una bottega di ferri
lavorati, un calzolaio, un sarto, tre muratori. Nella
chiesa parrocchiale, dedicata a s Giovanni decollato,
nota dal 1252, era presente anche un organo. Nelle vicinanze
una fornace di mattoni. Nei pressi di Torricella si
trova la chiesa di s. Maria delle Grazie, con annesso
un convento. La chiesa, probabilmente edificata sulo
scorcio del medioevo, ha linee semplici ed essenziali.
Sul portale in pietra è incisa la data del 1505. L'interno
è stato profondamente trasormato nel Settecento i nicchioni
che opsitavano quatro cappelle laterali sono stati chiusi
da altari barocchi di stucco, mentre l'aula è stata
accorciata per costruirvi il grande altare maggiore.
Il convento appartenne per un breve periodo agli agostiniani,
che dal 1626 vi risiedettero fino al momento della soppressione
avvenuta nel 1652.
Oliveto
In
Sabina esistevano due castelli chiamati entrambi Oliveto,
probabilmente per la presenza dominante nel paesaggio
agrario degli olivi. Uno di essi, oggi scomparso, era
collocato sui monti Sabini tra Monte San Giovanni e
Montenero e le sue prime notizie risalgono alla fine
dell'XI secolo. L'altro è invece sopravvissuto fino
ad oggi, ma le notizie sulla sua nascita sono del tutto
inesistenti. E' probabile che il castello sia sia stato
fondato abbastanza tardi dai de Romania, che comunque
compaiono come signori di Oliveto nel 1359, al momento
di una complessa suddivisione ereditaria, che probabilmente
decretò il passaggio del dominio del castello ai Brancaleoni,
imparentati con i de Romania stessi. I Brancaleoni mantennero
il dominio sul castello fino al XVI secoo, quando Margherita
Brancaleoni lo portò in dote a Lorenzo Jacobacci. Nel
1584 il loro figlio Domenico rivendette il feudo al
cardinale Pier Donato Cesi. Nel 1658 Domitilla Cesi,
con l'autorizzazione di Alesandro VII, vendette Oliveto
ai barberini. Maffeo Barberini, a sua volta, nel 1682,
autorizzato da un chirografo del pntefice Innocenzo
XI, cedette il castello ai SAntacroce. Il 7 ottobre
1711 Clemente XI con motu proprio eresse a principato
Oliveto a favore del marchese Scipione Santa Croce e
dei suoi eredi. Il 13 novembre del 1750, Benedetto XIV
autorizzò Girolamo Belloni all'acquisto dai Santa Croce
del marchesato di Oliveto.
Il 26 novembre del 1817 Oliveto, con 307 abitanti, era
ancora un luogo baronale. Il successivo 19 dicembre,
il marchese Gaspare Cavalletti de Rossi Belloni rinunciò
ai suoi diritti feudali su Oliveto, che divenne comune
autonomo. Alla metà del secolo nel castello abitavano
438 persone riunite in 88 famiglie che occupavano 87
case. Le famiglie principali erano gli Annibali e gli
Scoccia. Cinque gli sediari, un ebanista, una rivendita
di sali e tabacchi, un caffè, la farmacia Annibali ed
una mola a grano dei Cavalletti. La chiesa parrocchiale,
senz'organo, era dedicata al ss. Salvatore.
Ornaro
Le
origini del castello di Ornaro non sono ben chiare.
Le prime attestazioni sono molto tarde, con la sua fondazione
che potrebbe essere avvenuta tra XIII e XIV secolo da
parte dei de Romania. Nel 1359 in occasione di una suddividione
ereditaria di Francesco di Leone e di Napoleone de Romania
il castello fu assegnato a Matteuccio di Teodino Brancaleoni
che aveva sposato Giovanna de Romania. I Brancaleoni
ne furono signori almeno fino al 1466, passò subito
dopo a Pierangelo Orsini che nel 1476 lo lasciò in eredità
al figlio Pietro Francesco. Per un breve momento, nel
1480-1481, signore del castello fu l'uomo d'arme Cecco
Nardini, seguage degli Orsini, che aveva sposato una
delle Brancaleoni. Il castello, però, tornò rapidamente
agli Orsini. In questo stesso periodo l'abitato fu trasformato
e costruita la possente rocca. Nel 1513 fu occupato
con la violenza da Gerolama, vedova di Troilo Orsini,
per conto delle figlie durante la già più volte citata
aspra controversia, scoppiata per l'eredità di Pietro
Francesco Orsini, finché, nel 1604, alla morte di Enrico
Orsini fu devoluto alla camera apostolica, dando vita
da una controversia che durò fino al 1641, con gli
eredi che rinunziarono, previa transazione, a proseguire
la vertenza. Nel 1779 la camera apostolica concesse
in enfiteusi a Pietro Lucantoni le rendite e i beni
camerali del feudo. Nel 1817, Ornaro, che aveva 252
abitanti, era un appodiato di Roccasinibalda, sede di
governatorato nella nuova organizzazione della provincia
di Sabina e del distretto di Rieti che un decreto del
cardinal Consalvi aveva stabilito. Nel 1853 gli abitanti
erano 355, 56 dei quali vivevano in campagna. Le famiglie
erano 67 ed avevano a disposizione altrettante abitazioni.
La chiesa parrocchiale dedicata a s. Antonio con tre
altari, pur priva d'organo e piccola, era definita graziosa.
In paese c'era un macello, uno spaccio d'acquavite,
alcune osterie, una pizzicheria, una rivendita di sale
e tabacchi, un barbiere e la mola a grano di Filippi.
Le porte e le finestre delle abitazionierano in breccia
corallina le cui cave erano prossime all'abitato.

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