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Torri in Sabina
 

Forum Novum - La diocesi di Sabina - Rocchette e Rocchettine

Il castello di Torri compare abbastanza tardi nella documen­tazione. La sua fondazione dovrebbe risalire alla seconda metà del Duecento, dato che la prima notizia certa della sua esistenza si ha nel 1298. Alla metà del Trecento era direttamente dipenden­te dalla santa sede. Il papa Urbano V lo diede in feudo nel 1368 a Buccio e Francesco figli di Giordano Orsini. Gli Orsini vi fecero costruire un palazzo, nel quale spesso risiedevano, come ad esempio Carlo Orsini nel luglio del 1423. Nel 1477, alla divisione intercorsa con i fratelli Roberto e Napoleone, al cardinale Latino Orsini, furono assegnati i castelli di Torri, Roccantica, Selci e Castiglione. In considerazione del fatto che il cardinale voleva fondare uno stato feudale, rassegnò i suoi feudi a papa Sisto IV, il quale nello stesso anno e nello stesso giorno ne investì Paolo Orsini, detto Giovanni Paolo, figlio legittimato del cardinale. Una descrizione della morfologia dell'abitato nel Quattro­cento ci è fornita da papa Pio II, quando visitò Torri. Secondo il pontefice una soltanto era la posizione scarsamente difesa, protetta artificialmente da un profondo fossato, mentre il resto dell'insediamento era protetto da altissime vallate. Nella parte occidentale, dominata da un antico edificio religioso ricoperto di edera, molte erano le zone vuote ed il papa notava come una volta conquistato il luogo si prestasse all'installazione di macchine belliche in grado di investire il castello, anche se l'accesso era particolarmente difficile ed arduo. Salito a Torri però il Piccolomini si accorse che tutto il colle era stato abitato in antico, come attestavano i muri in rovina che il popolo minuto del posto utilizzava come cava. Nel 1596 lo stato di Torri perdette Selci e Castiglione, sequestrati dalla congregazione dei baroni per l'indebitamento dei feudatari.
Lo stato di Torri sopravvisse fino al 1698, alla morte dell'ultimo feudatario investito in linea diretta, Flavio Orsini. La vedova, Anna de la Trémouille, riuscì, per il tramite di una transazione intercorsa con il papa Clemente XI nel 1705, a conservare i feudi vita natural durante, ed alla sua morte, avvenuta nel 1728, Torri passò definitivamente alla Camera Apo­stolica. Nel novembre del 1817, in seguito al decreto del cardinal Consalvi, che sanciva in modo definitivo il nuovo assetto della provincia di Sabina, articolato nei distretti di Rieti e di Poggio Mirteto, Torri, che contava 952 abitanti, fu inserito come comune autonomo nel governatorato di Calvi ed aveva come appodia­ti Montasola, Rocchette con Rocchettaccie e Vacone.
Il Palmieri ci dà una accurata descrizione dell'abitato di Torri subito dopo la metà dell'Ottocento: «Piana è la strada di mezzo del paese, ed a sufficienza ampla, e lunga, ove distinguesi l'abitazione dei Marchesi Cicalotti ricca di copiosa e scelta Biblioteca. Due antichi torrioni verso ponente difendono la Porta di S. Niccola che conduce in Sabina, e per la quale si và al Tevere. Altre 2 porte sono a levante, una cioè dell'Oratorio, perché incontro una chiesa, e per la quale si và alla pubblica fonte dell'acqua sorgente e limpida, e la cui strada si riongiun­ge colla Salaria che và a Roma: l'altra in fine dicesi del Gonfa­lone per la chiesa che v'è e Compagnia del nome istesso». La chiesa arcipretale e collegiata, dedicata a s. Giovanni Battista, curava 1233 anime, 356 delle quali sparse per la campagna, suddi­vise in 259 famiglie che vivevano in 239 abitazioni. A Torri c'era un caffè, la rivendita di sali e tabacchi, un forno, un macello, una pizzicheria, un orzaiuolo, un oste, tre falegnami, due chiavari, due muratori, sette calzolari, un sarto, un tinoz­zaro, un barbiere e tre carrettieri. Le mole a cavallo erano en otto, mentre una era mossa dall'energia idraulica. Presenti un medico ed un chirurgo, la farmacia Pitorri ed anche un ospedale, però senza letti che si limitava a fornire ai malati medicine e piccole sovvenzioni in denaro. L'educazone dei giovanetti era curata da un maestro di scuola. Il territorio di Torri era molto coltivato. I prodotti principali l'olio, il vino, la frutta ed in articolar modo l'uva passa; molto partica e rimunerativa la caccia ai palombi selvatici.

Forum Novum

Nel territorio di Torri, in località Vescovio, sorgono le rovine dell'antico municipio romano di Forum Novum. Questo muni­cipio della Sabina tiberina, unico in confronto agli altri, non sorse su un insediamento precedente alla conquista romana, ma come attesta chiaramente lo stesso toponimo, fu una fondazione recente, d'età romana. Il sito nel quale sorgeva è l'attuale Vescovio, nel comune di Torri in Sabina. In precedenza con molta probabilità il popolamento nell'alta Sabina tiberina era caratterizzato da forme sparse o scarsamente accentrate, mentre una crisi economica abbastanza generalizzata, il mancato adegua­mento delle strutture ai mutati sistemi di produzione, l'espan­sione, all'indomani della conquista romana, delle grandi proprie­tà terriere gestite da famiglie di rango senatorio e la conse­guente contrazione della piccola proprietà dovevano aver causato il progressivo abbandono degli abitati preromani, attestati dalla presenza di numerose necropoli, con tombe in prevalenza a camera, scavate nei consistenti banchi di tufo, localizzate a Poggio Sommavilla, a Foglia ed a Magliano, ed una nuova organizzazione delle strutture insediative con la creazione di un unico polo di gravitazione territoriale, sede delle funzioni politiche, ammini­strative e istituzionali. Le notizie su Forum Novum tramandateci dalle fonti non sono molte. L'abitato era stato costruito su di terrazzo alluvionale quasi alla confluenza di due corsi d'acqua a regime torrentizio, ed all'incrocio di due strade secondarie che collegavano il nuovo centro tanto alla via Flaminia quanto alla Salaria Non è possibile dire quando questo centro venne fondato, i primi indizi della frequentazione del sito, ritrovati attraverso le indagini archeologiche, fanno ritenere che essa sia iniziata non prima della tarda repubblica, intorno cioè al II secolo a.C..
Non sono neppure chiare le tappe che condussero il nuovo centro abitato fondato dai romani a divenire municipio, né quali fossero le strutture politico-istituzionali di Forum Novum, che, pur essendo retto da duoviri, magistrati normalmente preposti all'amministrazioni di colonie, non sembra, nonostante una inter­pretazione forzata di un epigrafe compiuta dal Mommsen, esser mai stato una colonia. Il rango municipale sembra essere stato raggiunto da Forum Novum soltanto in età augustea, come nel caso di Rieti. Le epi­grafi, la fonte più preziosa per illustrare aspetti della vita politico-sociale foronovana, ricordano come preposti al culto i seviri augustales. Tra le divinità venerate nella zona sono ricordate Giove Ottimo Massimo, Iside, Serapide e Arpocrate, Mercurio, Venere, alla quale era dedicato un tempio, Fortuna, Vacuna, i Lari, i Penati. Copiose furono le dediche a imperatori, Gordiano III, o a loro congiunti come Druso e Germanico. Le epigrafi ricordano anche un acquedotto, costruito da un privato cittadino, che alimentava, oltre ad una fontana, anche le terme. Cospicue sono ancor oggi le tracce di questo passato. Alcuni scavi effettuati alcuni decenni fa hanno riportato in luce gran parte della zona pubblica dell'abitato. Il foro, la basilica, alcune botteghe, un tempio, mentre lungo le vie di accesso sono ancora ben visibili i nuclei, più o meno conservati, di alcuni monumenti funerari e delle arcate d'un acquedotto. Il municipio è stato in parte scavato durante gli anni 70 dalla soprintendenza archeologica per il Lazio.
Di questi scavi non esistono praticamente dati, in considerazione che su di essi è uscita soltanto una breve nota. L'area è stata restaurata due volte dalla soprintendenza archeologica per il Lazio ed in parte protetta con una tettoia metallica. Attualmente non è visitabile perché protetta da una recinzione metallica ed in stato di forte abbandono e degrado per il gran numero di erbacce cresciute al suo interno. Numerosi sono anche i monumenti funerari presenti, mentre sulla collina sovrastante la chiesa sono visibili i resti del castrum domini episcopi, abbandonato e restaurato più volte durante il medioevo, l'ultima volta sullo scorcio del XIII secolo, prima di essere trasformato in un convento agostiniano.

La diocesi di Sabina

La formazione della diocesi di Sabina, come già si è in parte accennato nei lineamenti storici generali, fu il risultato di una complessa e lunga opera di riaggregazione dei territori delle diocesi paleocristiane di Nomentum, Cures Sabini, che ne deteneva il titolo originario, e Forum Novum completatasi, nei tratti essenziali, nel X secolo con il privilegio concesso da papa Marino II nel 944. La diocesi, a partire dal 781 e per buona parte dell'alto medioevo, costituì una sorta di elemento equilibratore in Sabina, almeno dal punto di vista pontificio, dell'influenza della fi­loimperiale Farfa. Un ruolo che venne mutando con la riforma gregoriana, ma che non riuscì a favorire il crearsi intorno alla chiesa cattedrale ed all'episcopio, che sorgevano isolati tra le rovine dell'antico municipio romano, di un solido tessuto sociale ed il nascere di ceti dirigenti legati al vescovo e che nel vescovo vedessero il rappresentante delle loro istanze.
Un caso del tutto anomalo nella geografia religiosa del tempo: una catte­drale priva di civitas, con il popolo dei fedeli che accorreva soltanto in occasione delle celebrazione religiose dai castelli e dai villaggi vicini. Una mancata evoluzione dunque dettata prin­cipalmente da due motivi. Il primo era rappresentato dal fatto stesso che la diocesi di Sabina fosse una diocesi suburbicaria, affidata quindi al governo di un cardinale-vescovo ed utilizzata, a partire almeno dal XII secolo al modificarsi delle funzioni prettamente liturgico-assistenziali, per attribuire rendite e dignità a personaggi impegnati di norma in importanti incarichi di curia e pertanto non molto interessati alla gestione diretta degli affari della diocesi, aveva consentito ai pontifici di estendere precocemente il loro dominio all'interno del territorio diocesano attraverso una maglia, sempre più fitta di castra specialia controllati direttamente. Il secondo, non meno condi­zionante, rappresentato dal degrado delle condizioni ambientali della valle dell'Aia e, più generalmente, della valle del Tevere a partire dall'XI secolo, con un progressivo incremento delle aree paludose ed il conseguente diffondersi della malaria, che causò un rimodellamento delle forme insediative con l'abbandono di molti centri demici troppo vicini alle aree paludose od il loro spostamento in posizioni più salubri.
La gestione degli affari della diocesi era dunque affidata di norma ad un vicario, fatto questo che causò, alla fine del Duecento, la crisi evidente di quelli che avrebbero dovuto essere i centri motori della diocesi, la chiesa cattedrale ed il palazzo episcopale, che ne mostravano i sintomi avanzati già nelle strut­ture materiali ampiamente degradate Di particolare interesse ovviamente la cattedrale di Sabina. L'edificio, più volte restaurato, conserva numerosi frammenti della chiesa altomedievale, databili tra la fine dell'VIII e gli inizi del IX secolo, in parte riutilizzati, insieme ad altri materiali di spoglio, iscrizioni lastre marmoree, ecc., prelevati dalle rovine della città romana, riutilizzati nelle strutture della torre campanaria romanica e reimpiegati all'interno della chiesa. La cripta, abbastanza ben conservata, è stata probabilmente edificata nel X secolo al momento della ricostruzione dopo l'in­cendio saraceno. Di particolare interesse anche il ciclo pittori­co con scene del vecchio e del nuovo testamento e il giudizio finale sulla controfacciata realizzato nei primissimi anni del Trecento da maestri della scuola cavalliniana. Un ciclo pittorico che ebbe una certa fortuna con echi che si diffusero lungo la valle del Tevere, in particolare a Fiano, negli affreschi stacca­ti da s. Maria in Trasponte.

Rocchette e Rocchettine

Da un punto di vista paesaggistico uno dei luoghi più sugge­stivi della Sabina tiberina è costituito da una gola scavata nella roccia dalla Laia e dominata da due insediamenti fortifica­ti gemelli, Rocchette e Rocchettine, abitato il primo, abbandona­to di recente il secondo. Le prime notizie sui due castelli sono abbastanza tarde e risalgono al pieno medioevo. I nomi originari erano Rocca Bertalda, per la prima, e Rocca Guidonesca, per la seconda, senza che si possa riuscire a delineare meglio le figure dei fondatori, ad individuare l'epoca della fondazione, forse XIII secolo, ed a seguirne con puntualità lo sviluppo. Le vicende storiche dei due insediamenti si muovono ovvia­mente in parallello. Nel tardo medioevo, dapprima possesso del vescovo di Sabina e del capitolo della cattedrale, poi sotto il dominio immediato della santa Sede, le due rocche alla fine del Trecento furono occupate dai Savelli che le tennero a lungo, con un brevissimo interregno degli Orsini agli inizi del Cinquecento, prima che tornassero alla Camera apostolica. Nelle strutture murarie di Rocchettine possono ancora esser lette, pur tra evidenti alterazioni, alcune tra le fasi più importanti dell'evoluzione e delle trasformazioni subite dal primitivo insediamento.
Una torre quadrata, inglobata nelle murature successive, ricorda le fasi più antiche del castrum, mentre gli ampi rifacimenti operati dai Savelli sono ben evidenti nei torrioni cilindrici ad ampia scarpa, nella porta di accesso al castello, in parte della cinta, fortificata con mensole, feri­toie e beccatelli. Nell'interno, fortemente degradato, si può visitare la chiesa di s. Lorenzo, ricostruita nel Settecento ed oggi ormai in rovina, come gran parte delle abitazioni. Nel novembre del 1817, in seguito al decreto del cardinal Consalvi, che ristruttrava e riorganizzava in modo definitivo la provincia di Sabina, Rocchette e Rocchettaccie avevano una popolazione di soltanto 249 abitanti ed erano appodiate del comune di Torri. Alla metà del secolo la popolazione di Rocchette era di 232 anime, riunite in 52 famiglie che vivevano in altret­tante case sotto l'unica parrochia del ss. Salvatore, restaurata nel 1701. Rocchettine era invece abitata da 156 persone, er complessive 26 famiglie, mentre le case erano soltanto 20 sotto la parrocchia di s. Lorenzo. Nei due centri c'erano due botteghe di ferri lavorati, un macello una rivendita di sali e tabacchi, alcuni muratori, un sarto, un ebanista, un calzolaio, una mola a grano di Giovenali, un'altra del marchese Marini ed una mola ad olio di Menicucci. L'assistenza ai malati era assicurata da un medico.