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Santo
Polo
Per
Tarano - il cui toponimo indica con buona probabilità
un sito posto alla confluenza tra due corsi d'acqua
- le prime notizie risalgono al 952, quando, nel corso
di una importante permuta di beni fondiari collocati
nei pressi di Magliano, comparve come perito, bonus
homo extimator, Sergio da Tarano, fatto questo che rende
plausibile l'esistenza del castello prima di questa
data. Nella stessa carta veniva anche citato Lupo de
Darano, anch'esso, nonostante la storpiatura del luogo
di origine, taranese. Gli interessi di Farfa in quest'area
divennero consistenti nei primi decenni dell'XI secolo.
Nell'aprile del 1027, infatti, Susanna, con il consenso
del marito Attone, donò al monastero tutto ciò - castelli,
chiese, vigne e terre - che aveva ereditato dal padre
Landolfo e dalla madre Tassia. La donazione era di particol
nsistenza. L'importanza dell'insediamento dovette consigliare
al monastero benedettino di intraprendere una campagna
di sistematica acquisizione delle altre quote. Prima
del 1036, infatti, fu venduta la metà del castello di
Tarano al monastero di Farfa da parte di Berlengario
di Pietro con la moglie Bizanna, insieme alla parte
delle figlie Susanna e Franca, detta anche Erlengarda.
Susanna, inoltre, aveva sposato Giovanni figlio di Giovanni
Bove, dal loro matrimonio nacque un figlio, Dono, il
quale a sua volta sposò Tederanda. Due furono i figli
generati da questo matrimonio: Donadeo e Gregorio,
il grande cronista farfense vissuto a cavaliere tra
XI e XII secolo. Le relazioni tra Tarano e Farfa appaiono
significative per tutta la prima metà dell'XI secolo,
mentre nella seconda metà il monastero benedettino sembrò
perdere il controllo di gran parte di questi possessi.
La fine del secolo XI sembra dunque segnare l'inarrestabile
declino della presenza farfense nell'alta Sabina tiberina,
senza che il potente monastero, coinvolto nel pieno
della lotta per le investiture, fosse più in grado di
controbattere gli usurpatori. Nel contempo i pontefici,
a partire in particolar modo da Niccolò II, avevano
iniziato ad estendere progressivamente il loro dominio
all'interno del territorio diocesano attraverso una
maglia sempre più fitta di castra specialia controllati
direttamente che finì per soffocare i possessi farfensi
in quest'area. Agli inizi del XII secolo Pasquale II
con il nuovo vescovo di Sabina, il cardinale Crescenzio,
appartenente alla omonima famiglia, mise in atto un
nuova strategia per contrastare, controbilanciare e
poi ridurre l'influenza farfense nella zona. La prima
mossa nota fu quella di recarsi in Sabina. Di questo
viaggio, del suo itinerario e delle sue tappe ben poco
conosciamo.
L'unica cosa certa è che il 7 settembre del 1109, papa
Pasquale II era a Tarano. Soggetto ormai alla santa
sede, Tarano corrispondeva un censo di sei libbre di
provisini, come registrato da Cencio camerario. Nel
Duecento l'importanza di Tarano vene rapidamente crescendo.
Nel 1283, per contrastare la spinta espansiva della
nobiltà romana Tarano fu costretto a contrarre una societas
con il comune di Narni. L'accordo, che aveva una durata
quarantennale, prevedeva che il castello sabino facesse
guerra e pace su richiesta della città umbra e inviasse
un esercito contro qualsiasi nemico, tranne la Chiesa
romana e Roma. Veniva promesso in oltre di non ospitare
banditi narnesi, di denunciarli per mezzo di lettere
o di un nunzio, di garantire la sosta e il transito
nel castello e nel territorio dei cittadini di Narni
e delle loro robe e di non richiedere loro il pagamento
di alcun pedaggio. Inoltre i taranesi avrebbero dovuto
offrire e portare per la festa di s. Giovenale un cero
di cera nuova del peso - cospicuo - di 40 libbre. Dalla
sua parte il sindaco di Narni prometteva al castello
di Tarano di difendere il territorio e i suoi uomini
da qualsiasi nemico, tranne la Chiesa romana e la stessa
Roma, Collevecchio, Castiglione e Magliano, di esercitare
la giustizia nei loro confronti nel rispetto degli statuti
cittadini e di far entrare e soggiornare gli uomini
di Tarano in città, garantendo la sicurezza delle persone
e delle cose, e di non ospitare banditi del castello,
denunciandoli all'occorrenza. Il patto venne ratificato
il 26 ottobre davanti al castello di Configni. Che Tarano
fosse tra i centri preminenti della Sabina in questo
periodo, lo dimostra l'attenzione che i rettori del
Patrimonio avevano per il rafforzamento della struttura
difensiva del castrum, tanto da aver spesso ideato di
costruirvi una rocca. Il primo accenno si ha nel febbraio
del 1331, quando Giovanni XXII, rispondendo al rettore
che ne aveva sollecitato un parere, si era dimostrato
disponibile, se gli abitanti avessero voluto costruire
la fortezza, a concedere un sussidio che doveva essere
quantificato.
Soltanto nel 1341, però, il problema fu nuovamente affrontato
e la rocca fu costruita abbastanza rapidamente, dato
che essa fu in parte danneggiata dal forte terremoto
del 1349, che causò gravi danni in tutta l'Italia centrale.
Subito riparata la rocca di Tarano da questo momento
il caposaldo principale della organizzazione difensiva
della Chiesa in Sabina, sede quasi costante del vicario
e del vicetesoriere, presidiata da una guarnigione stabile
alcomando di un castellano. Nel 1347 Tarano si sottomise
a Cola di Rienzo e si ribellò più volte, in particolare
tra 1351 e 1352 e fu ricondotto all'obbedienza con
grandi difficoltà per le resistenze opposte dal forte
partito ghibellino, che trovava incoraggiamenti ed aiuti
a Narni. In questo periodo, come attesta il registro
camerale del cardinal Albornoz del 1364, Tarano era
riuscito ad estendere il suo dominio sui vicini castelli
di Cicignano, di Fianello e di Montebuono. Il declino
di Tarano come libero comune ebbe inizio nel 1372, qundo
fu infeudato a terza generazione ad un nobile perugino,
Francesco degli Arcipreti, che faceva parte di una famiglia
fortemente legata alla Chiesa. Nel 1392 papa Bonifacio
IX giunse a Tarano nella mattinata del sabato 4 ottobre,
dove sostò anche la domenica. Ripartito da Tarano il
lunedì, nella stessa giornata raggiunse Narni, dopo
aver confermato i diritti distrettuali su Cicignano.
Nel 1399 Paolo Savelli, per recuperare un credito di
20.000 fiorini che il padre Luca vantava con papa Benedetto
XI, occupò con la violenza il castello di Tarano.
La
mediazione del duca di Milano Giangaleazzo Visconti
fu abbastanza lunga e si concluse soltanto il 23 maggio
del 1401, quando si giunse ad un compresso sulla restituzione
dei castelli oggetto della controversia, tra i quali
Tarano. Il dominio dei Savelli sul castello si concretizzò
nel maggio del 1409, quando Gregorio XII infeudò a terza
generazione Tarano e Montebuono a Battista Savelli.
Il 1° luglio del 1410, Giovanni XXIII confermò l'infeudazione.
Da segnalare, tra l'altro, la presenza sullo scorcio
del medioevo anche una forte comunità ebraica che aveva
la sua sinagoga, poi cristianizzata come s. Maria della
Stella. La signoria dei Savelli su Tarano si protrasse,
tranne una breve parentesi agli inizi del Cinquecento
(1501-1503) quando Alessandro VI lo diede in feudo a
Giovanni Paolo Orsini, fino al 1581 alla morte senza
eedi legittimi di Onorio Savelli. Il feudo fu confiscato
dalla camera apostolica insieme a Montebuono e Rocchette.
Una nuova, ma breve, parentesi feudale si ebbe nel 1727
quando Benedetto XIII concesse Tarano a Luzio SAvelli
come vitalizio.
Nel 1817 Tarano, 301 abitanti, era appodiato di Montebuono.
Divenuto comune autonomo, nel 1853 Tarano aveva raggiunto
le 411 anime, 53 delle quali sparse per la campagna.
82 le famiglie, 81 le abitazioni. Nel paese c'era un
forno, un macello, una rivendita di sali e tabacchi,
un chiavaro, dei calzolai e dei vetturali, un maestro
di scuola una maestra pia ed un amola a grano dei Valentini.
L'assistenza sanitaria era assicurata da un medico,
che aveva uno stipendio annuo di 180 scudi più la casa
e dalla farmacia Ranuzzi. Due fonti di acqua perenne
si trovavano nei pressi del paese e le loro acque si
raccoglievano in due ruscelli che serpeggiavano intorno
all'abitato: La princiale veniva chiamata del lavatore,
perché nei pressi della porta urbica alimentava un
lavatoio per le donne. Nei dintorni di Tarano c'erano
delle fabbriche di stoviglie d'argilla e diverse fornaci
di tegole e mattoni. Due le fiere, una il 26 maggio,
festa di s. Filippo Neri, l'altra il 2 settembre, festa
di s. Antonino. Il protettore era s. Giorgio, che si
festeggivav il 23 di aprile. Una delle glorie che vanta
Tarano nel campo religioso è rappresentata dal domenicano
Matteo, che assunse il nome con il quale è passato alla
storia entrando nell'ordine domenicano. Matteo studiò
brillantemente diritto presso l'ateneo di Bologna, addottorandosi
in utroque iure. Diffusasi ben presto la sua fama, egli
sarebbe stato chiamato a far parte della curia del re
Manfredi, svolgendovi, a quanto sembra, funzioni giudiziarie
fino a raggiungere le più alte cariche nella burocrazia
regnicola. Nel 1266 partecipò alla battaglia di Benevento,
rimasto ferito negli scontri tanto da essere abbandonato
sul campo come morto, Matteo fece voto di abbracciare
la vita religiosa se fosse riuscito a salvarsi. Miracolosamente
scampato, si rifugiò in Sicilia dove entrò negli agostiniani
dopo aver celato la propria identità. Lasciata subito
dopo la Sicilia, si trasferì nel senese andando a vivere
presso alcuni romitori che sorgevano sulle montagne
della regione.
Da una vita particolarmente povera e misera, lo trasse
una dotta memoria da lui compilata in difesa degli agostiniani
di Rosia. Il priore generale degli agostiniani, Clemente
da Osimo, lo consacrò sacerdote e lo volle con sé a
Roma, affinché lo coadiuvasse nella revisione delle
costituzioni dell'ordine. Nel contempo, Agostino era
stato chiamato da papa Niccolò IV al suo fianco come
confessore e penitenziere apostolico, incarichi che
furono da lui ricoperti per circa dodici anni. Circondato
dalla stima generale, tanto nell'ordine, quanto al suo
esterno, Agostino, benché assente, fu eletto priore
generale dell'ordine nel capitolo di Milano del maggio
del 1298, con Bonifacio VIII che ne ratificò immediatamente
la nomina, costringendolo in tal modo ad accettare
la carica. Il suo governo fu contraddistinto da grande
carità e da innovazioni di un certo rilievo, come la
divisione della regione germanica in quattro province.
Agostino, però, dopo appena due anni, convocò a Napoli
un nuovo capitolo generale per rassegnare la carica.
Nonostante gli attestati di stima ricevuti da re Carlo
II, che in quest'occasione donò all'ordine agostiniano
la testa di s. Luca evangelista, e le insistenze dei
confratelli che si rifiutarono di eleggere il suo successore,
respinto anche il pressante invito di Bonifacio VIII
che lo voleva in curia presso di sé, Agostino si ritirò
in solitudine presso l'eremo di s. Leonardo al Lago
vicino Siena, nei pressi del convento del Lecceto. Il
recesso dal mondo non gli impedì tuttavia di praticare
l'apostolato e di dedicarsi alla stesura della costituzione
per i frati dell'ospedale senese della Scala. Agostino
si spense il 19 maggio del 1309, o del 1310 secondo
altri, in fama di santità e fu sepolto nella chiesa
di s. Agostino a Siena.
L'emergenza più significativa che caratterizza lo spazio
urbano di Tarano è costituita dalla chiesa di s. Maria,
le cui strutture hanno subito anch'esse significativi
e profondi mutamenti che ne hanno alterato l'impianto
e le forme originari. la chiesa nacque agli inizi dl
XII secolo per rispondere ad una serie diversa di esigenze,
tra le quali una parte non certo irrilevante lo ebbe
la ricordata campagna di costruzione o di trasformazione
di chiese avviata in Sabina agli inizi del secolo XII
su impulso del cardinale di Sabina Crescenzio, nell'ambito
di una più complessa strategia anti-farfense condotta
da Pasquale II. Un'epigrafe murata sul campanile porta
iscritta la data dell'8 settembre del 1114. Non è chiaro
a cosa si riferisca questa notazione cronologica. Probabilmente
ricorda l'anno di costruzione della torre nolare. La
facciata della chiesa, oggi fortemente asimmetrica,
mostra le tracce di numerosi interventi, il più importante
dei quali dovette avvenire nel Duecento, quando la chiesa,
originariamente ad una sola navata, fu ampliata, per
rispondere alle aumentate esigenze della popolazione
fortemente cresciuta, con due navate laterali. Questo
intervento comportò l'inglobamento della torre nolare,
originariamente distaccata dalla facciata, della quale
si dovette chiudere una monofora, oggi ben visibile
sulla testata della nave. Nel contempo per sorreggere
la navata di destra fu necessario creare una sostruzione,
che fu utilizzata per ricavare una serie di botteghe
digradanti a secondare il ripido pendio.
A questo stesso periodo deve essere, a mio avviso, attribuito
anche l'inserimento del rosone cosmatesco che sovrasta
il portale con lunetta affrescata, coevo. Al centro
della facciata, ma nella fase post-medievale, è reimpiegato
un frammento di scultura raffigurante un satiro, forse
Pan, ed una ninfa. Ulteriori interventi hanno modificato
in modo radicale l'edificio che ha assunto una forma
trapezoidale a terminazione rettilinea di grande irregolarità.
L'interno della chiesa mostra con chiarezza ed evidenza
il susseguirsi di molteplici interventi di maggior o
minore complessità che hanno interessato a più riprese
l'edificio sacro, alterandolo e trasformandolo. La
navata destra, subito dopo la prima parte occupata dalla
torre campanaria e da una cappella d'età barocca, è
partita da due arconi a sesto ribassato sorretti da
una colona di spoglio sormontata da un capitello a foglie
lanceolate, inquadrabile cronologicamente in XII secolo,
un altro capitello simile si trova a sinistra entrando
poggiato sopra uno spezzone di colonna. Una cornice
marmorea orna uno dei pilastri che regge l'ultimo arco
a sesto acuto. La decorazione preponderante si ispira
a motivi fitomorfi nella parte che guarda verso la navata
centrale. Nella parte opposta ai motivi fitomorfi si
alternano anche figure zoomorfe rese in modo abbastanza
rozzo. Un'aquila ed un giglio ornano il lato rivolto
verso la torre campanaria. Anche la decorazione pittorica
mostra il sovrapporsi, spesso disordinato, di interventi
susseguitisi nel tempo. Di notevole rilevanza un santo,
forse s. Bartolomeo, secondo l'interpretazione avanzata
dalla Pessa, frammento di affresco datato alla seconda
metà del XIII secolo. A scuola assisiate è invece attribuito
il maestro che raffigurò la crocifissione intorno alla
metà del XIV secolo, dipinto di notevole livello qualitativo.
Particolarmente importante anche il convento di s. Francesco,
oggi per gran parte diruto, costruito nel Duecento,
che aveva raggiunto rapidamente un indubbio prestigio,
tanto da essere scelto come sede per un importante arbitrato
tra le città di Rieti e di Narni nel 1299.
Santo
Polo
Il
castello di Santo Polo compare per la prima volta nella
documentazione farfense nel gennaio del 1102 (82), quando,
nella locazione a terza generazione che l'abate Beraldo
II fece al presbitero Giovanni ed ai fratelli, Rustico,
Pietro e Berizone figli di Berardo del gualdo di s.
Anatolia sito nelle pertinenze di Mozzano, come confinanti
sono citati, tra gli altri, toti seniores de Sancto
Polo, una proprietà comune quindi a tutti i condomini
del castello, che nel 1192 doveva corrispondere alla
camera apostolica un censo annuo di sei libbre di provisini.
Nel territorio di Santo Polo aveva consistenti interessi
il monastero di s. Andrea in Flumine che vi poseeva
diversi beni fondiari che gravitavano intorno alla chiesa
dipendente intitolata a s. Vittoria, che era archipresbiterale,
ma senza cura d'anime. L'archipresbitero era coadiuvato
da numerosi chierici e la sua elezione spettava al monastero
transtiberino. Nel 1347 Santo Polo aderì alla rivolta
romana capeggiata da Cola di Rienzo, che nominò un podestà
e rettore. Nel 1368 il castello, insieme ad altri, fu
infeudato a seconda generazione mascolina da papa Urbano
V a Francesco e Buccio Orsini, figli del defunto rettore
del patrimonio Giordano. Rimasto, pur con altrene vicissitudini,
nel patrimonio degli Orsini, fu incamerato nel 1604
alla morte di Enrico Orsini, marchese di Stimigliano.
Il figli legittimato contestò la decisione, la controversia
si mantenne a lungo ed ebbe termine soltanto nel 1641
quando gli Orsini rinuciarono alla prosecuzione della
vertenza. Nel 1817, Santo Polo, 235 abitanti, era appodiato
di Montebuono. Divenuto poi appodiato di Collevecchio,
nel 1853 Santo Polo contava 307 anime, delle quali 54
vivevano in campagna. 63 le famiglie, 67 le abitazioni.
La chiesa parrocchiale era dedicata ai ss. Pietro e
Paolo ed era dotata di organo, la festa popolare veniva
celebrata per il patrono s. barnaba l'11 giugno. Nel
paese, che conservava ancora le mura, erano presenti
un macello, una pizzicheria, un calzolaio ed una mola
a grano dei Piacentini.

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