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Il
toponimo deriva da un fundus tardoromano, che passò
poi in parte in possesso del monastero di s. Andrea
in Flumine, che già lo deteneva in X secolo. Secondo
una tradizione tramandata da Benedetto, monaco dello
stesso monastero vissuto nel X secolo, Galla, figlia
di Simmaco, fatto uccidere da Teodorico nel 526, aveva
fatto edificare nella massa volgarmente detta Septimiliana
una basilica in onore di s. Valentino, probabimente
dopo esser rimasta vedova ad un anno dal matrimonio.
Le notizie sul castello sono molto tarde, nel 1236,
ad esempio, troviamo Ranuccio e Francesco da Stimigliano,
con suo nipote Pietro, possedere una quota del vicino
castello di Pozza. Si può quindi ipotizzare che la fondazione
del castrum sia avvenuta sullo scorcio del secolo XII
o nei primissimi anni del successivo, accentrando in
un unico insediamento la popolazione che viveva sparsa
per la campagna o in villaggi. In Stimigliano e nel
suo territorio la chiesa romana possedeva numerosi beni
demaniali, concessi nel 1249 a Guglielmo detto il Pietoso,
ostiario del pontefice. Nel 1297 questi beni che il
figlio di Gugliemo, il presbitero Adinolfo, aveva venduto
a Paolo Montanari, presbitero e familiare del cardinal
Giacomo Orsini, furono confiscati da papa Bonifacio
VIII e assegnati per un censo annuo di dodici provisini
a Gulferano di Cicerone. Il reddito di questi beni fu
poi applicato nel 1301 ai lavori di restauro della chiesa
cattedrale di Sabina in Vescovìo.
Nel 1278 i suoi abitanti giurarono fedeltà a papa Niccolò
III insieme ad altri castelli sabini. Nel 1347 Stimigliano
si sottomise spontanemente a Cola di Rienzo. I suoi
abitanti furono tra i più ferventi fautori della rivolta
contro il dominio della santa sede, resistendo a lungo
ai tentativi di normalizzazione avvenuti in Sabina in
quel periodo. Questa resistenza fu duramente punita,
nella primavera del 1357, infatti, il rettore di Sabina
ordinò lo smantellamento delle mura e l'abbattimento
delle case dei ghibellini ribelli alla chiesa. Nel 1363
Stimigliano fu tassato dal comune romano per 30 rubbia
di sale. Nel 1368 il castello fu infeudato da papa Urbano
V a Francesco e Buccio Orsini, figli del defunto rettore
del Patrimonio di S. Pietro in Tuscia, Giordano. Nel
1376, tuttavia, il feudo fu loro revocato da Gregorio
XI per ribellione, ma nuovamente concesso l'anno successivo,
dopo aver prestato giuramento di fedeltà al pontefice.
Il castello rimase saldamente in mano ai vari rami della
famiglia Orsini. Enrico Orsini, in particolare, nel
corso della seconda metà del XVI secolo trasformò l'antica
rocca in un possente palazzo baronale. Alla sua morte
avvenuta nel 1604, la camera apostolica, ritenendo estinta
la sua linea, incamerò il castello. Il suo figlio legittimato,
Franciotto, presentò ricorso. La controversia si concluse
nel 1641, quando i suoi eredi Enrico e Francesco, in
seguito ad una ransazione con papa Urbano VIII rinunciarono
alle loro rivendicazioni sul feudo. Nel 1816, al momento
della riorganizzazione della stato della Chiesa, Stimigliano,
con 363 abitanti, era appodiato di Torri. L'anno successivo
nella riorganizzazione definitiva fu appodiato di Forano,
per poi divenire comune autonomo. Nel 1853 gli abitanti
erano 472 di cui soltanto 9 residenti in campagna, per
complessive 93 famiglie suddivise in 92 case.
La chiesa parrocchiale era dedicata ai ss. Cosma e Damiano
ed era stata recentemente ricostruita fuori della porta
di accesso al apese in sostituzione dell'altra, posta
all'interno in fondo "alla strada di mezzo". Nel palazzo
baronale, che ancor oggi domina l'abitato, vi era una
cappella dedicata a s. Giuseppe. Nel paese erano presenti
un macello, un forno, un'osteria, una pizzicheria, una
rivendita di liquori, una di sali e tabacchi, alcuni
calzolai, un maniscalco e cinque carrettieri. Il settore
sanitario era curato da un medico. I prodotti agricoli
più diffusi erano il grano e il vino. Molti i pascoli,
mentre si raccoglieva legna da fuoco nei boschi e abbondante
fieno. L'unica mola a grano era di proprietà della famiglia
Piacentini.
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