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Il
toponimo fundus Silex o rivus de Silice
compare abbastanza precocemente nelle carte farfensi
a partire dalla metà del X secolo. Però le notizie sulle
origini di Selci sono del tutto lacunose e questo fatto
ha indotto ad errori macroscopici, come quello del Toubert,
seguito da altri, che ha identificato Selci con la rocca
de Salice, sita nella valle del Turano. Il toponimo,
derivante da silex che nel medioevo indicava i lastricati
delle strade d'età romana, attesta come il castello
fu fondato a controllo del diverticolo che, staccatosi
dalla Salaria, conduceva a Forum Novum. Nulla si sa
quindi sulle prime fasi di vita di Selci, la cui notizia
più precoce sembra essere quella registrata nel libro
dei censi della Chiesa romana redatto da Cencio camerario,
il futuro Onorio III, nel 1192, ma che per quanto riguarda
la lista in oggetto risale a prima del 1191. Selci infatti
ogni anno doveva corrispondere alla camera apostolica
sei libbre di provisini.
Nessuna notizia sui signori del castello, anche se alla
fine del Duecento, secondo quanto riportato da un privilegio
di papa Niccolò IV, il monastero di s. Andrea in Flumine
possedeva un terzo di Selci. Agli inizi del Trecento
Selci fu coinvolto nella lotta er l'egemonia su parte
della Sabina sviluppatasi tra Riccardo di Pietro Iaquinti
che ne era podestà e Tebaldo di Sant'Eustachio. Il motivo
del contendere, per certi aspetti pretestuoso, si sviluppò
nel 1310 sul rinnovo della podesteria di Selci che Riccardo,
figlio di Pietro postumo Iaquinti, deteneva da cinque
anni e che voleva veder rinnovata per altri dieci. Questo
progetto incontrò la decisa ostilità di Tebaldo di
Sant'Eustachio, che aveva individuato il punto debole
della strategia di Riccardo, che prevedeva nel rafforzamento
dei poteri podestarili e nella programmazione di una
lunghissima permanenza in carica il preludio alla signoria.
Lo scontro di interessi, non composto, fu risolto per
mezzo di un arbitrato tenuto dal vicario del rettore
del comitato, Biagio da Nerola, che si tenne a Tarano
il 9 giugno del 1310, nella casa del dominus Giovanni
Spinelli, il quale decretò che nessuno dei due contendenti
avrebbe avuto la podesteria di Selci, anzi ambedue
avrebbero dovuto cessare la pressione ed ogni tipo di
molestia nei confronti degli abitanti di Selci, ma in
effetti sanciva una pesante sconfitta per Riccardo.
Le osilità continuarono ancora fino ad una generale
composizione avvenuta il 23 settembre del 1319 a Vescovìo
dvanti alla chiesa cattedrale di Sabina. Nel 1347 Selci
aderì alla rivolta romana ispirata da Cola di Rienzo,
che vi nomnò un podestà e rettore. Nelle ribellioni
che negli anni seguenti sconvolsero la Sabina, Selci
fu attacato dalle forze ghibelline provenineti da Narni
che ne danneggiarono le strutture difensive, tanto che,
per impedire ulteriori assalti, il rettore del Patrimonio
Giordano Orsini aveva dislocato alla difesa di Selci
il conestabile Angelo Paccharutii da Orte con 10 famigli.
Dopo la «normalizzazione» albornoziana Selci fu uno
dei primi castelli sabini ad essere infeudato.
Il 16 aprile del 1368 Urbano V concesse Selci, insieme
ad altri castelli, a seconda generazione maschile a
Francesco e Buccio Orsini, figli del defunto rettore
del Patrimonio Giordano, per un censo annuo di un fiorino.
Nel 1376 il feudo fu loro confiscato da papa Gregorio
XI per essersi ribellati, ma furono reintegrati nel
suo possesso l'anno seguente dopo aver prestato giuramento
di fedeltà al pontefice. Nel 1477, nella divisione intercorsa
con i fratelli Roberto e Napoleone, al cardinale Latino
Orsini, furono assegnati i castelli di Torri, di Roccantica,
di Selci e di Castiglione. In considerazione del fatto
che il cardinale voleva fondare uno stato feudale, rassegnò
i suoi feudi a papa Sisto IV, il quale nello stesso
anno e nello stesso giorno ne investì Paolo Orsini,
detto Giovanni Paolo, figlio legittimato del cardinale.
Alla sua morte il feudo passò al figlio Fabio e dopo
il decesso di questi avvenuto nel 1503 all'altro figlio
Camillo, il quale, per essersi ribellato a Leone X subì
la confisca di tutti i suoi beni, per esserne poi reintegrato
nel possesso da Clemente VII.
Nel 1596 ebbe termine il dominio degli Orsini su Selci,
che fu sequestrato per debiti dalla camera apostolica
ai fratelli Fabio e Virginio Orsini, messo all'asta
ed acquistato al marchese di Riano, Paolo Emilio Cesi
per 5.300 scudi. Con chirografo del 9 gennaio 1697 Federico
Angelo Pierdonato Cesi, gravato da pesanti debiti, fu
autorizzato a vendere i feudi di Selci, ducato,per 4.000
scudi, Cantalupo, principato, e Gavignano marchesato,
per 52.000 scudi, al marchese Guido Vaini, cessione
perfezionata il 12 seguente. La morte di Flavio Orsini,
duca di Bracciano, avvenuta l'anno successivo, rimise
tutto in giuoco dato che estintasi la linea dell'originaria
infeudazione, la camera apostolica rivendicò il possesso
di Selci. La disputa acesasi tra la camenra apostolica,
il marchese Vaini e la vodeva di Flavio Orsini, Anna
Maria de la Trémouille, fu composta nel 1705 con Selci
che ritornò al Vaini vita natural durante, con un censo
annuo di 25 scudi. Nel 1722, al decesso del Vaini, il
feudo fu definitivamente incamerato. Nel 1816-1817,
al momento del generale riordinamento dello stato della
Chiesa Selci, 702 abitanti, fu appodiato di Torri, poi
di Cantalupo, prima di diventare comune autonomo. Nel
1853 gli abitanti erano saliti a 1.131, 855 dei quali
vivevano in campagna, a formare in complesso 205 famiglie
in 200 case. La chiesa parrocchiale era dedicata la
ss. Salvatore, mentre il patrono era s. Stefano protomartire.
Nell'abitato, ancora circondato dalle mura, erano prsenti
una bottega di generi diversi, due di ferri lavorati,
un forno, tre spacci di vino, uno di spiriti, una rivendita
di sali e tabacchi, un orzaiolo, un tinozzaro, tre ebanisti,
un sarto, dei calzolai ed una mola a grano dei Giuseppi.
L'assistenza sanitaria era assicurata da un medico e
dalla farmacia Mancini.

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