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Scandriglia
 

Il Ponte del Diavolo - Ponticelli - Santa Maria delle Grazie

Nel territorio attuale del comune di Scandriglia sorgevano altri insediamenti fortificati, oggi scomparsi. Tra questi da ricordare, il castello di Fistula con la vicina chiesa di s. Biagio, citato in XI secolo; quello di Macla, nominato per la prima volta nel 1064 e donato a Farfa nel 1093, per poi essere abbandonato sullo scorcio del medioevo, individuato in località Licineto; e quello di Petra Demone, sorto in XI secolo sul luogo dove nell'antichità era praticato il culto di Giove Cacuno, come attesta una epigrafe ritrovata sul sito - Cima di Coppi - nel 1767. Particolarmente diffuso e radicato nel territorio di Scan­driglia il culto per santa Barbara, anche se questo culto, atte­stato per la prima volta nell'XI secolo dalla citazione di una chiesa dedicata alla martire di Nicomedia eretta nei pressi di Ponticelli, sembra essere di origine orientale piuttosto che indigeno. Da qui la devozione si diffuse a Rieti, dove ebbe grande fortuna. Il castello di Scandriglia fu fondato probabilmente tra X e XI secolo per inizitiva signorile, probabilmente dei conti di Rieti. Nel 1083 il conte Teudino figlio di Berardo donò a Farfa la metà del castello di Scandriglia, nell'ambito di una più vasta donazione. L'anno successvo fu la vola di Erbeo, figlio di Teudi­no, a donare la sua quota al monastero. Sullo scorcio del secolo XIII il castelo fu ceduto in enfiteui da Farfa a Pietro da Scan­driglia e Gregorio Tosetti da Roma, ai quali fu successivamente confiscata per essersi ribellati ai monaci e per aver commesso incendi, rapine ed altri reati da Bonifacio VIII, che nel 1301 concesse in feudo la metà del castello al vescovo di Tuscolo, Giovanni Boccamazza, al quale venne confermato nel 1304 da papa Benedetto XI. Gli interessi delle famiglie baronali romane per i castelli inclusi nella signoria territoriale del monastero esplosero nel settembre del 1337, come conseguenza dell'urto in atto da più anni tra le varie fazioni nelle quali esse si erano suddivise e frammentate. Per contrastare il tentativo messo in atto da Giaco­mo Savelli per estendere la sua egemonia sui castelli di Scandri­glia e di Pietrademone, la notte del 15 ottobre Giordano Orsini insieme a Enrico Colonna, figlio di Stefano il vecchio, uscirono da Roma con i loro soldati per andare ad occupare i due castelli. Conosciuta la notizia Giacomo considerò lesi i suoi interessi, sostenendo di tenere legittimamente in custodia i due castelli. I tre fiduciari pontifici, che stavano trattando una tregua tra le due fazioni, chiesero spiegazioni a Stefano e Rinaldo, i quali sostennero di non aver leso alcun diritto di Giacomo, ma di esser intervenuti occupando i due castelli per volontà dell'abate di Farfa, del quale esibirono una lettera data a Scandriglia il 16 ottobre, con cui li nominava defensores, adiutores, valitores et suos vicarios generales.
Giacomo Colonna rispose immediatamente uscendo alla città con le sue truppe per recarsi ad assediare i due castelli conte­si. Sul luogo accorsero genti in soccorso di ambedue le fazioni, mentre si tentò di imporre una tregua. Il compito fu affidato a Giovanni Orsini, arcivescovo di Napoli, e a Giacomo Colonna, vescovo di Lombez, coadiuvati da altri. I due alti prelati con una qualche difficoltà raggiunsero il luogo dove i due gruppi armati si confrontavano, riuscendo ad ottenere il rientro a Roma delle truppe, mentre i due castelli rimasero in custodia di Stefano Colonna. A confermare tutto ciò, il 26 ottobre l'abate di Farfa, asserragliato in Scandriglia, scrisse una lettera ai tre fiduciari pontifici nella quale asseriva che era stato costretto a chiedere aiuto a Stefano Colonna, a Rinaldo e a Giordano Orsini dato che Giacomo Savelli e l'altro Giordano Orsini avevano in animo di porre sotto il loro dominio le terre del monastero. Il dominio di Farfa su Scandriglia durò fino agli inizi del Quattrocento, quando, nel 1411, l'antipapa Giovanni XXIII conces­se il castello a Francesco Orsini per un censo annuo di . Nel 1565 il cardinale Ranuccio Farnese rinnovò la concessio­ne in enfiteusi agli Orsini di Scandriglia, Cerdomare, Macchia e Rocca Soldana, che appartenevano all'abbazia di Farfa. Nel 1639 questi feudi furono devoluti alla camera apostolica a causa dell'estinzione della linea diretta degli Orsini, mentre gli altri feudi che componevano lo stato di Montelibretti furono venduti nel 1644 a Taddeo Barberini. Il paesaggio castellano intorno alla metà dell'Ottocento era caratterizzato dalla presenza di numerose attività commerciali. Ben dieci erano i negozianti di vino, vi erano poi una bottega che vendeva tessuti e merci varie, una osteria, un macello, tre forni, un caffè, un negozio di liquori, la rivendita di sali e tabacchi, una bottega di attrezzi agricoli, altre due di ferri lavorati. Gli artigiani erano rappresentati da ebanisti, da falegnami, da muratori, da calzolai, da sarti, 13 i carretti. Due i torchi a olio, uno dei Morelli, l'altro dei Palmieri; la mola a grano apparteneva invece al marchese Vincentini.
Il settore sanitario era curato da un medico, da un chirurgo e dalle farmacie Sacconi e Massimi. La famiglia più eminente era quella dei Palmieri. La chiesa arcipretale, dotata di organo, era dedicata all'Assunta, sotto di essa vivevano 1330 persone, 74 delle quali abitavano in campagna, riunite in 274 nuclei famigliari che occupavano altrettante abitazioni. La principale protettrice era s. Barbara, la festa patronale era invece il 15 agosto. Fertilis­simo il territorio, squisite le «persiche». La torre civica aveva tre finestre a memoria di quella nella quale era stata imprigio­nata s. Barbara.

Il Ponte del Diavolo

Lungo la valle Vara si trova il così detto ponte del Diavolo, un termine di per sé abbastanza improprio, dato che non si tratta di un vero e proprio ponte, ma di un possente muraglione in opera quadrata che svolgeva più funzioni. Oltre a consentire il passaggio da un versante all'altro della strada, la struttura fungeva anche da briglia per il controllo delle acque del fosso delle Vurie, riducendone il potere di sovralluvionamento con un effetto bonificatore nella vallata sottostante non del tutto secondario. Il manufatto è alto nel punto massimo circa 13 metri, lungo 20, e largo circa 6,70, misura che corrisponde alla larghezza totale della carreggiata stradale. 14 sono le file di blocchi, ricavati nel calcare locale - una cava è ancora ben evidente - alti mediamente 90 cm e lunghi fino ad un metro e venti. A valle, il fronte del muraglione è stato rinforzato da sette speroni che si rastremano verso l'alto. Sopra la nona fila si apre un chiavicotto a forma grosso modo esagonale per lo scorrimento e lo smaltimento delle acque meteoriche. Da questo punto il tracciato dell'antica via Salaria si segue abbastanza agevolmente fino al bivio per Ponticelli, dove nella scarpata che sovrasta a sinistra il tracciato moderno si vede la crepidine destra della via realizzata con grandi blocchi in puddinga locale sagomati. Oltre il bivio e prima della Madonna della Quercia nella scarpata destra sono presenti due migliari, uno di Augusto, l'altro di Giuliano l'Apostata. Un altro tratto e visibile dietro la chiesetta a ridosso della boscaglia.

Ponticelli

La fondazione del castello di Ponticelli è abbastanza preco­ce. La prima attestazione risale infatti al 1059, anche se la pertinentia de Ponticello compare già nel 1052, facendo prefigu­rare come ben più antica l'origine dl castello. Nella stessa zona Farfa aveva cosicui interessi, tra i quali la chiesa di s. Barba­ra In Ponticillo, riconfermata nel 1118 dall'imperatore Enrico V al monastero Sabino. Nel 1198 la quarta parte del castello di Ponticelli era in possesso di Farfa, anche se non sono note le mdalità di acquisi­zione di questa quota di cosignoria castrense che l'abbazia mantenne fin sullo scorcio del XIII secolo, forse ampliandola di una ulteriore quota, quando nel 1292 i tre quarti della rocca e del castello furono venduti dal suo enfiteuta, Pelavicino del fu Berardo da Ponticelli, al cardinal Giovanni Boccamazza, vescovo di Tuscolo, per 22.500 fiorini d'oro. La parte restante doveva appartenre a signori locali, dato che ancora nel tardo Trecento una sesta parte di Ponticelli apparteneva ai signori di Canemorto, uno dei quali, Ludovico, la rivendette ai principi Antonio e Giacomo de Romania.
Alla fine del secolo una ulteriore quota dei Canemorto, un terzo, fu vendu­ta al bolognese Bartolomeo Crapa, che l'anno successivo la cedet­te a Cinzio da Paterno. Nel 1410 fu la volta di Antonello del fu Cecco Boccamazza a cedere a Francesco Orsini un quarto del ca­stello. Gli Orsini completarono l'acquisizione totale del castel­lo nel 1431, comprando le quote del figlio di Cinzio e dei Canemorto. Il castello restò agli Orsini fino al 1644, quando nell'ambito di una più complessa vendita, passà a Taddeo Barberi­ni. Con la riorganizzazione dello stato della Chiesa Ponticelli restò luogo baronale, con 302 abitanti, fino al 18 dicembre del 1817, quando il principe don Maffeo Barberini Colonna di Sciarra rinunciò ai suoi diritti feudali sul castello. Divenuto appodiato di Scandriglia, Ponticelli alla metà dell'Ottocento conservava ancora le mura castellane, definite «fortissime» , e parte della rocca, ormai semidiruta.
Molto ridotta l'organizzazione commerciale, un forno ed una rivendita di sali e tabacchi, due mole da grano, l'una di Filonardi, l'altra di Tregnoli; tre i carretti ed un calzolaio. 324 gli abitanti nel 1853, dei quali 24 vivevano in campagna, 71 le famiglie, altrettante le abitazioni, la chiesa arcipretale era dedicata all'Assunta, mentre la chiesa suburbana di s. Maria del Colle, era ancora «di gotica forma, e con belli affreschi». In questa chiesetta, ad unica nave, gli affreschi occupano ancor oggi una vasta porzione della parete destra, segmentati dall'inserimento di un pulpito. Questo ciclo pittorico, all'in­terno del quale sono riconoscibili nel registro superiore un angelo annunziante, in quello inferiore, partito da una fascia color rosso mattone, con riquadrature bianche e da un nastro pieghettato, un frammento di una discesa al limbo. Alcune scritte con nomi di santi indicano la presenza di una serie di immagini andate distrutte. Il ciclo, inquadrabile cronologicamente nel primo Trecento, mostra la persistenza di modelli culturali che affondano le loro radici nel Duecento, attardamento culturale caratteristico dell'area romano-laziale.

Santa Maria delle Grazie

Il complesso monastico di s. Maria delle Grazie fu fondato nel 1479 da Raimondo Orsini, duca di Gravina e conte di Nerola, con l'approvazione del pontefice Sisto IV. Il convento fu ini­zialmente affidato alle cure del beato Amadeo Menezes da Silva ed alla congregazione da lui istituita. Nel 1566 Pio V soppresse gli amadeiti ed il convento fu affidato ai francescani della provin­cia romana. Nella chiesa è venerata l'immagine della Madonna delle Grazie, secondo la tradizione donata da Raimondo Orsini al nuovo santuario.