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Magnalardo
- Posticciola
Le
origini di Roccasinibalda sembrano risalire al secolo
X. Secondo una ipotesi abbastanza plausibile avanzata
dal Toubert, l'anonima rocca che nel 986 Teudino, figlio
del defunto conte Berardo, aveva ricevuto in permuta
dall'abate di Farfa Giovanni I, dovrebbe essere identificata
con Roccasinibalda in base alla descrizione dei confini
castrali, che la vedevano circondata da tre lati dal
fiume Turano. La rocca con il nome attuale compare invece
nella documentazione a partire dal 1084, anno nel quale
Roccasinibalda tornò nuovamente in possesso del potente
monastero sabino, grazie alla donazione di Erbeo, uno
degli ultimi conti di Rieti. L'abbazia però non mantenne
a lungo il controllo sulla rocca che già nel 1118 era
fuori dalla sua influenza. Roccasinibalda, in un momento
imprecisato tra XII e XIII secolo, entrò in possesso
dei de Romania, la più importante famiglia della nobiltà
rurale della Sabina.
I de Romania ne mantennero il controllo fin dopo la
metà del XIV, quando, probabilmente a seguito di una
suddivisione ereditaria, passò ai Mareri, che erano
imparentati con loro. I Mareri, se da un lato governarono
Roccasinibalda con un rigido regime feudale che causò
ricorrenti fiammate di ribellione, da un altro diedero
un buon impulso all'agricoltura introducendo nel Quattrocento
la coltivazione dello zafferano ed al commercio che
aveva il suo centro motore nel mercato di Vinola, sito
nei pressi del Turano. Nel 1526 il papa Clemente VII
confiscò a Muzio Mareri la quota del feudo a lui spettante,
per poi donarla il 21 febbraio del 1527 ad Alessandro
Cesarini, creato nel 1517 cardinale diacono dei ss.
Sergio e Bacco, che completò successivamente l'acquisto
delle altre quote di cosignoria castrense. Il cardinale,
fortemente filoimperiale, concepì l'idea di trasformare
la rocca ed il castello del primitivo insediamento in
un palazzo di grandi dimensioni ed in una possente fortezza
che dominasse la sottostante vallata del Turano, per
riaffermare in modo simbolico il potere raggiunto dalla
nobile famiglia. L'incarico fu affidato al noto architetto
militare Baldassarre Peruzzi, molto vicino ai Cesarini,
che vi lavorò probabilmente tra il 1530 ed il 1536,
anno della sua morte.
I principali lineamenti del progetto iniziale, che si
adattava mirabilmente alla cresta rocciosa, sono conosciuti
per il tramite di due disegni conservati a Firenze,
attribuiti uno allo stesso Baldassarre, l'altro al disegnatore
di cose militari Bartolomeo de' Rocchi, collaboratore
del figlio Sallustio, che continuò l'opera alla morte
del padre modificandola sostanzialmente. Il palazzo
finì per articolarsi con un mastio a pianta triangolare
con i muri ad ampia scarpa, protetto da due bastioni
rotondi a tenaglia, separato da un ampio cortile dalla
zona residenziale che si rastremava gradualmente per
terminare con una coda di rondine. Alla morte dell'alto
prelato, avvenuta a Roma nel febbraio del 1542, il feudo
passò a Giuliano Cesarini, confaloniere del popolo romano.
Sotto il governo dei Cesarini continuò il rigido sistema
feudale che causò nuove insorgenze contadine. Il Cesarini
continuò la politica familiare molto incline a sostenere
la monarchia spagnola. Per questo agli inizi del gennaio
1556 Giuliano Cesarini, sospettato do aver agevolato
la fuga in Abruzzo di Giovanna d'Aragona, moglie di
Ascanio Colonna, fu fatto imprigionare in Castel S.
Angelo da papa Paolo IV. In conseguenza furono sequestrati
i suoi feudi tra i quali Roccasinibalda, occupata da
un drappello di militari pontifici. In seguito al deciso
attacco portato dalle truppe spagnole, comandate dal
duca d'Alba, il 20 settembre successivo fu conclusa
la pace e il Cearini fu scarcerato e reintegrato nei
suoi feudi. Nel 1600 Giuliano Cesarini vendette Roccasinibalda
e Belmonte ai fratelli Ciriaco e Asdrubale Mattei.
Il 5 luglio del 1615 Paolo V l'eresse a marchesato.
Nel 1676, con un chirografo, Clemente X autorizzò la
duchessa Spada Mattei, vedova di Girolamo, il figlio
cardinale Fabrizio, tutori di Alessandro Mattei, a vendere
i tre feudi ereditati dal padre, ovvero il marchesato
di Roccasinibalda, Belmonte e la baronia di Antuni.
Un chirografo di papa Innocenzo XI nello stesso anno
confermò la vendita fatta al duca Ippolito Lante della
Rovere per 82.500 scudi. Con chirografo del 19 settembre
del 1685 Innocenzo XI eresse a ducato Roccasinibalda
in favore dello stesso Ippolito Lante della Rovere.
Nel 1739 I lante vendettero Roccasinibalda e Belmonte
ai Muti Bussi, i quali a loro volta nel 1777 lo vendettero
al nobile milanese Antonio Menafoglio. Alla sua morte
gli eredi lo passarono al ricco patrizio romano Amanzio
Lepri. Questi, nel suo testamento, aveva lasciato erede
Pio VI a condizione che ultimo destinatario ne fosse
il nipote del pontefice Luigi Braschi Onesti.
Alla sua morte, avvenuta nel 1780, il testamento fu
impugnato dai nipoti, che insinuarono l'infermità mentale
dello zio e produssero un successivo testamento che
li nominava eredi. Nuova impugnazione da parte dello
stesso pontefice che terminò presso la sacra rota suscitando
in Roma notevole scalpore. La sacra rota, però, con
una clamorosa sentenza sospensiva, non riconobbe Pio
VI come avente causa, il quale allora cedette le sue
pretese ai nipoti Braschi Onesti. Dopo una lunga causa,
nel 1785 si raggiunse un compromesso che portò alla
divisione dei feudi contestati tra Luigi Braschi Onesti
e Marianna Lepri, prima nipote del defunto, alla quale
fu assegnata Roccasinibalda. Il 19 ottobre del 1816
il marchese Alessandro Curti Lepri rinunciò ai suoi
diritti feudali su Roccasinibalda, Belmonte, Pantana
e Le Ville. Nel 1817 Roccasinibalda, 779 abitanti, fu
sede di governo della delegazione di Rieti, con alle
dipendenze i comuni di Belmomte, Castelvecchio, Monteleone
e Poggio Moiano ed i ripsettivi appodiati. Nel 1853
contava 1.092 anime, 291 delle quali abitavano in campagna,
tutte sotto la chiesa parrocchiale arcipretale, con
organo, dedicata ai ss. patroni Agabito e Giustino.
La festa popolare veniva celebrata il 5 agosto in onore
di s. Maria della Neve, giorno nel quale si teneva anche
la fiera. La residenza del governatore era insediata
nel palazzo baronale, nel quale erano presenti tre cisterne
d'acqua eccellente. Le due principali contrade del paese,
che risalivano al medioevo erano «da paco» e «da sole».
Nel paese esistevano un caffè, una bottega di liquori,
una rivendita di sali e tabacchi, una pizzicheria, un
forno, un macello, un ebanista, un notaio, dei procuratori
legali ed una mola a grano di Micheli. Ogni anno si
celebrvano in media venti matrimoni, quaranta erano
le nascite, diciotto i decessi con un saldo demografico
abbondantemente attivo. All'assistenza sanitaria provvedevano
il medico condotto che percepiva un compenso annuo di
200 scudi, lo stesso che veniva corrisposto al chirurgo,
il quale però aveva l'obbligo di doverrispondere alle
chiamate dell'intero circondario. Presenti anche un
veterinario e la spezieria non molto grande gestita
da Luigi Clementi. Per quanto riguarda la pubblica istruzione
era presente un maestro ed il comune aveva già preventivato
l'arrivo delle maestre pie per le giovanette.
Magnalardo
Il
castello di Magnalardo appare come già edificato tra
X e XI secolo al tempo dell'abate di Farfa Ugo I (997-1038),
che ne rivendicava il possesso insieme alla chiesa intitolata
a s. Benedetto nei riguardi dell'abate di s. Salvatore
maggiore Landuino. Questa controversia dovette risolversi
in favore di s. Salvatore maggiore, dato che il castello
entrò a far parte della sua signoria territoriale. Nel
1252 esisteva ancora la chiesa di s. Benedetto, ma è
anche ricordata la chiesa di s. Lucia. Nel primo Seicento
il castello contava 25 fuochi. Nel 1817 Magnalardo,
con 145 abitanti, era appodiato di Belmonte, per poi
divenirlo di Concerviano. Nel 1853 gli abitanti di Magnalardo
erano 96 suddivisi in 22 famiglie, 22 le case. La chiesa
parrocchile, senz'organo era dedicata alla ss. Assunta.
Nessuna bottega presente, la famiglia più importante
i Mauli.
Posticciola
Le
origini di Posta sono avvolte nell'ombra. Le prime notizie
certe risalgono al XIII secolo, quando nel registro
delle chiese della diocesi reatina compare la chiesa
di s. Maria de Posta, che doveva corrispondere annualmente
al vescovo di Rieti una mezza procurazione, tre corbe
di grano e altrettante di spelta. Collocata a guardia
di una strettoia della valle del Turano, l'insediamento
fortificato, ancor oggi dominato dalla rocca fortemente
degradata, compare nelle fonti come dominio dei Brancaleoni.
Nel XVI secolo il castello divenne possesso, in seguito
al testamento di Giacomo Napoleone Brancaleoni, a Camillo
Cherubini e Girolamo Coppari. Dopo una lunga controversia
i Brancaleoni ne riottenero una quota. Nel 1584 signore
di Posticciola era Francesco Priorato, per passare
poco dopo ai Mareri che la rivendettero a Giordano Cesi.
Nel 1658 Domitilla Cesi, erede del cardinale Pier Donato,
autorizatta da un chirografo di Alessandro VII, vendette
Posta ai Barberini. Nel 1682 Maffeo Barberini rivendette
Posta al marchese Santacroce. Nel 1750 fu la volta di
Valerio Santacroce a cedere il feudo a Girolamo Belloni,
dal quale passò in eredità ai Cavalletti. Nel novembre
del 1817 Posticciola era ancora un luogo baronale con
258 abitanti, ma il 19 dicembre il marchese Gaspare
Cavalletti de Rossi Belloni rinunciò ai suoi diritti
feudali sul castello. Comune sotto il governo di Roccasinibalda,
nel 1853 Posticciola aveva 333 anime, suddivise in 67
famiglie che occupavano altrettante case, la prima
famiglia è quella dell'arciprete Colombi. La chiesa
parrocchiale, con cinque altari, piccola ma bella e
con un buon organo, era dedicata alla ss. Concezione.
Nel paese c'erano alcuni negozianti di cereali, quattro
osterie, una rivendita di sali e tabacchi, uno stracciarolo,
un sarto e una mola a grano di Camilletti.
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