 |
|
|
|
|
|
| |
|
|
|
|
Le
origini di Rieti ovviamente sono avvolte nella leggenda
così come il trasformarsi delle forme insediative e
delle popolazioni che nella conca si erano stanziate.
Secondo le fonti letterarie dell'antichità i primi
abitatori dell'area sarebbero stati gli umbri, che furono
scacciati dagli aborigeni che sciamarono su tutto il
territorio. Le origini di questa popolazione erano confuse
e contraddittorie già al momento della formulazione
della tradizione, anche se venne poi gradualmente affermandosi
l'opinione che questo gruppo etnico fosse originario
della Grecia, grazie anche alla storia di questo popolo
mitico delineata dal grande erudito reatino Marco Terenzio
Varrone e rielaborata anche da Dionigi di Alicarnasso,
che ne mise in evidenza lacune e contraddizioni. Il
periodo aborigeno secondo Varrone fu un momento di grande
floridezza per la Sabina interna, con molti insediamenti
umbri ampliati ed abbelliti - tra i quali Lista e Cotilia,
la città più importante e famosa - mentre molte furono
le nuove fondazioni. Questa densa nebulosa di abitati
era ormai quasi del tutto scomparsa già all'età di
Varrone che ricordava come solo a Mefula esistessero
ancora rovine e tracce di mura, mentre ad Orvinium,
che doveva essere situata lungo la valle del Salto,
erano presenti le fondazioni della cinta difensiva,
alcune tombe di stile molto arcaico, tumuli molto alti
con sepolture collettive - un preciso riferimento forse
al tumulo di Corvaro - ed un tempio dedicato ad Atena
che era stato costruito sulla sommità di un'altura.
Poche le notazioni sugli altri centri come Palatium,
Trebula, Suesbola, Septem Aquae, Suna, con il vicino
tempio dedicato a Marte, Lista, Corsula, Marruvium,
Batia, Tiora Matiene ed Issa, circondata e difesa dalle
acque. Questo quadro insediativo delineato da Varrone
e tramandato da Dionigi ha dato vita nel tempo a lunghe,
quanto sterili, esercitazioni erudite che, basandosi
quasi esclusivamente su elementi di estrema fragilità
e sulle distanze riportate, hanno cercato di identificare
e di localizzare ogni singolo centro senza peraltro
giungere a risultati minimamente convincenti. Al contrario
va segnalato il recente ritrovamento nell'area di Montegambaro
di un ampio sito occupato in età arcaica, che potrebbe
corrispondere ad uno di questi antichi abitati.
Gli aborigeni una volta consolidata la loro conquista
diedero il via, aiutati dai pelasgi, ad una serie di
sistematiche campagne militari che li portarono ad occupare
molte zone del Lazio dove fondarono numerose città.
Nell'avanzare dovettero però scontrarsi con i siculi,
così che divampò, secondo Dionigi, una lunga guerra
come in Italia non si era mai vista. Le motivazioni
del giungere dei pelasgi nella Sabina interna e del
suo integrarsi con gli aborigeni non sono mai state
ben chiare neppure nelle fonti antiche. Secondo la recita
di Dionigi, che attingeva a suo dire da Zenodoto di
Trezene, ma più probabilmente da Lucio Manilio, i pelasgi,
seguendo le indicazioni dell'oracolo di Dodona avrebbero
abbandonato le loro terre in cerca di un luogo sacro
caratterizzato da un'isola galleggiante, che fu identificato
con Cotilia. Da questo momento aborigeni e pelasgi si
unirono dando vita ad una feconda e pacifica convivenza.
Improvvisamente, però, irruppero nella valle del Velino
i sabini che si erano mossi dalle loro sedi ai piedi
del Gran Sasso, in particolare dalla mitica Testruna.
Conquistata Cotilia la popolazione italica si spinse
rapidamente nella conca reatina occupandola interamente,
da qui i sabini mossero poi alla conquista anche delle
zone più prossime al Tevere dove Modio Fabidio fondò
Cures. La complessità della formazione della leggenda
sabina e le sue fin troppo evidenti aporie, dovute all'intimo
intrecciarsi di interpretazioni più o meno filosabineggianti
delle origini di Roma, impediscono di giungere a conclusioni
abbastanza verosimili, anche se è difficile alla luce
degli studi e delle interpretazioni più recenti accettare
acriticamente gli elementi portanti di questa complessa
e articolata costruzione erudita. Questi periodi più
antichi della storia reatina trovano testimonianza e
riscontro in molti dei ritrovamenti archeologici che,
in particolare nei primi decenni del secolo ed in tempi
recentissimi, hanno consentito di osservare più da presso
le principali fasi delle origini. Una delle principali
peculiarità che caratterizzano la conca reatina è costituita
dall'evoluzione ambientale, particolarmente interessante
per la complessa interazioni di vari fattori. La media
età del bronzo sembra allo stato attuale delle ricerche
l'orizzonte più antico di occupazione della conca velina,
anche se una sepoltura rinvenuta nei pressi di Contigliano
risale all'antica età del bronzo. Il fiorire di insediamenti
risalenti alla media età del bronzo all'interno della
conca sembra essere stato motivato dal sovrapporsi di
fattori ambientali e socio-economici, attivati da un
arretramento dell'antica linea di riva del lacus Velinus,
che aveva reso disponibili per la coltura terreni di
grande fertilità, stimolando il trasformarsi delle
forme di occupazione e di sfruttamento del suolo.
Durante la prima età del ferro un rapido quanto improvviso
avanzamento della linea di costa provocò la crisi ed
i collasso di questi insediamenti, in gran parte sommersi
dalle acque e l'arretramento delle popolazioni su siti
più rilevati disposti a corona rispetto al nuovo lago
fortemente ingrandito nelle sue dimensioni, inducendo
sostanziali mutamenti nelle strutture socio-economiche,
provocando forse quelle mitiche «primavere sacre», che
spingevano una intera generazione di giovani a migrare
per ridurre la pressione demografica su di un territorio
che aveva visto fortemente ridotte le sue potenziali
colturali. E' in questa fase, dunque, tra IX e VIII
secolo che l'altura calcarea di Rieti iniziò ad essere
popolata stabilmente, anche se di queste prime fasi
poco o nulla si sa, dato che le prime tracce di frequentazione
certa risalgono al VI secolo a.C. Per quanto riguarda
questo periodo i materiali di gran lunga più interessanti
sono quelli provenienti dalla necropoli di Campo Reatino.
Tra questi spicca l'urna a capanna, datata alla prima
metà del IX secolo a.C., di impasto marrone scuro con
chiazze rossastre con la superficie lisciata e lucidata,
alta 23,7 cm, con pianta circolare di diametro oscillante
tra 25,3 e 23,2 cm. All'urna erano associati un rasoio
lunato in bronzo, attualmente disperso, ed un orciolo
biconico di impasto. Sempre da Campo Reatino ed inquadrabili
nello stesso ambito cronologico provengono una ciotola
monoansata di impasto nerastro, priva di piede, con
una decorazione incisa a pettine a due punte e riempita
con una sostanza biancastra, che si articola su di un
motivo a meandro continuo sotto l'orlo, su sei figure
umane stilizzate disposte radialmente all'interno della
vasca e da una croce gammata posta al centro; un rasoio
in bronzo bitagliente di forma rettangolare a lama
larga tronca, con un ampio foro circolare presso il
margine superiore; un rasoio lunato, anch'esso in bronzo,
ed i frammenti di staffa e di arco appartenenti ad una
fibula bronzea con arco a tortiglione nella parte centrale
e staffa a disco. Grosso modo in questo stesso orizzonte
cronologico sono anche inquadrabili i materiali bronzei
provenienti dai ripostigli di Piediluco-Contigliano,
che furono sigillati nel IX secolo, pur contenenti bronzi
più antichi di 2-3 secoli, tra i quali alcuni di origine
cipriota e, in misura minore, egea. Dopo questa prima
fase le notizie, le informazioni e i dati su Rieti e
sul suo territorio tendono a rarefarsi bruscamente e
solo dal III secolo a.C. siamo in grado di tracciarne
i principali lineamenti della storia. Sfugge quindi
completamente la fase di transizione di Rieti in città
a coronamento di un lungo processo di trasformazioni
socio-politiche, di segmentazioni etniche, di affermazione
di ristrette aristocrazie e di mobilità di gruppi gentilizi.
La
romanizzazione
Nel
290 a.C., dopo una rapidissima campagna militare, il
console Manio Curio Dentato conquistò in modo stabile
e definitivo l'intera Sabina. In tal modo il territorio
di Rieti divenne ager populi Romani. Ai vinti sabini
fu concessa la civitas sine suffragio, ossia la cittadinanza
senza il diritto al voto. I vinti sabini ricevettero
solo più tardi la cittadinanza piena, anche se questa
fase è descritta abbastanza contraddittoriamente dalle
fonti. Nel 225 a.C. alcuni contingenti reatini fecero
parte dell'esercito approntato per contrastare un invasione
gallica, prontamente rintuzzata presso Talamone. Dopo
la disfatta inflitta ai romani dai cartaginesi sul Trasimeno
nel 217, i reatini parteciparono alla ricostituzione
dell'esercito. Nel 211 a.C. è probabile che Annibale,
anche se l'itinerario è molto controverso, abbia attraversato
il territorio reatino mentre a tappe forzate si stava
preparando ad investire Roma. Nel 205 a.C. fu la volta
di altre truppe ad essere inviate in soccorso di Scipione
che stava preparando la campagna d'Africa. Molto complessa
la suddivisione delle terre conquistate. La ricostruzione
più verosimile degli accadimenti mostra come si sviluppò
in Roma una forte opposizione al progetto iniziale di
M' Curio Dentato che prevedeva lo stanziamento nella
zona di Rieti di una nuova tribù: la Velina. Con la
morte di Curio, avvenuta nel 270 a.C., l'iniziativa
fu bloccato e soltanto nel 241 a.C. il senato creò le
due ultime tribù la Velina e la Quirina. Singolarmente
però i territori di Rieti, di Amiterno e di Norcia furono
assegnati alla Quirina, mentre quelli dei pretuzzi e
dei picenti alla Velina, ad attestare un stravolgimento
del disegno iniziale, che vedeva, in base all'onomastica
delle due tribù, una ben diversa suddivisione degli
agri conquistati. Secondo la tradizione una parte delle
terre sarebbe stata lasciata in possesso dei vinti sabini,
mentre il resto sarebbe stato suddiviso e assegnato
viritanamente.
L'equilibrio raggiunto tra classe senatoria e coloni
vide indubbiamente il prevalere delle esigenze della
prima, creando i presupposti per il formarsi ed il cristallizzarsi
di antichi rancori, che sfociarono nel 49 a.C., al momento
del crearsi di condizioni favorevoli a livello generale,
in una sommossa politico-sociale del partito democratico
locale, noto anche per aver contribuito a sventare la
congiura di Catilina, diretto probabilmente contro
i molti senatori che possedevano cospicui beni fondiari
in Sabina fuggiti con Pompeo a Brindisi ed alimentato
dai piccoli proprietari e dal proletariato urbano che
miravano ad impossessarsi delle loro aziende agrarie.
Nel 76 a.C., secondo quanto riportato da Giulio Ossequente,
che attinse ampiamente anche alle opere di Livio non
pervenute fino a noi, Rieti fu scossa da un violento
terremoto che danneggiò alcuni templi dell'abitato
e del territorio, aprì gravi lesioni nel lastricato
del foro, fece crollare ponti, mentre anche le rive
del Velino, in alcuni tratti, franarono.
Le
istituzioni municipali
Le
vicende politico-istituzionali di Rieti dopo la romanizzazione
non sono ben note. Le fonti sulle magistrature reatine
sono quasi esclusivamente epigrafiche ed abbastanza
tarde. Sono molte quindi le congetture e poche le certezze
e, soprattutto, sono fortemente imprecisi i tempi ed
i modi in cui alcuni mutamenti sono avvenuti. Dopo
che gli abitanti di Reate ebbero ottenuta la cittadinanza,
la praefectura fu l'ordinamento politico amministrativo
che fu posto al governo del territorio. Questa istituzione,
al cui capo era un praefectus iure dicundo, che amministrava
quindi anche la giustizia, costituì l'elemento motore
per una rapida trasformazione della società locale,
in concomitanza ed in relazione con i profondi mutamenti
del paesaggio innescati dalla bonifica della piana.
Veniva inoltre riconosciuta la centralità di Rieti nelle
aree appena conquistate e la sua supremazia giurisdizionale
sugli antichi pagi o vici che mantennero ampie autonomie
tanto a livello politico-amministrativo che religioso
e che costituivano le forme di popolamento preesistenti
alla conquista e che la romanizzazione alterò e trasformò
soltanto in parte, almeno nelle prime fasi.
Molto ampio, anche se difficile da definire compiutamente,
il territorio soggetto alla prefettura reatina che doveva
comunque controllare l'intera vallata del Velino, fino
allo spartiacque con il Tronto, parti delle valli del
Salto, probabilmente fino alle gole di Grotti, e del
Turano, mentre i monti Sabini costituivano un confine
abbastanza definito con l'area tiberina. Per tutto il
periodo repubblicano Rieti non raggiunse mai la dignità
di municipio. Tra il 23 ed il 18 a.C. infatti era ancora
una prefettura, come conferma una dedica databile in
questo arco cronologico al suo patrono M. Vipsanio Agrippa.
Divenuta municipio dopo queste date, i massimi magistrati
reatini erano i quattuorviri, attestati però
abbastanza tardi, soltanto tra I e II secolo d.C. Si
è molto discusso se i quattuorviri reatini costituissero
una evoluzione di un più antico octovirato di origine
sabina, attestato nella zona a Trebula Mutuesca,
che sorgeva presso l'odierno Monteleone Sabino, o se
invece facessero parte della nuova strutturazione delle
autonomie municipali concesse dopo la guerra sociale,
basata sull'ordinamento uniforme dei IIIIviri, due dei
quali erano investiti di poteri giurisdizionali, iure
dicundo, cui era affidata, in sintesi l'amministrazione
della giustizia civile e penale. Gli altri due invece
erano investiti della aedilicia potestate, con potere
di edili quindi, che dava loro competenza sulla sorveglianza
delle strade, dei mercati, sull'organizzazione dei giuochi
pubblici, tanto per citarne alcune. Tra i massimi magistrati
cittadini citati dalle epigrafi è da ricordare C.
Annaeus C.f. Qui. Pastor, un illustre personaggio
locale ascritto alla tribù Quirina, che fu quattuorvir
iure dicundo, oltre che questore e magister iuvenum.
Il padre, C. Annaeus C.f. Qui. Pudens, era un veterano
della coorte III pretoria e, dopo aver ottenuto il congedo,
si era trasferito a Rieti, trasformandosi in possessore
terriero e, entrato nel senato locale, aveva aperto
al figlio l'accesso alle massime magistrature locali.
Originario di Cliternia, altro piccolo municipio posto
nella valle del Salto nei pressi di Capradosso, era
invece T. Sellesius C.f. Cla. Certus che fu edile a
Rieti, prima di divenire questore e duoviro nel municipio
di nascita. Tra i compiti dei quattuorviri rientrava
anche quello di procedere ogni cinque anni al censimento
della popolazione. Coloro che erano impegnati in tale
incombenza venivano definiti quinquennales, a Rieti
le fonti epigrafiche menzionano P. Prifernius P.f. Qui.
Paetus, il quale, al termine di una brillante carriera
militare svolta nei ranghi più alti dell'esercito, era
tornato nella terra d'origine ed aveva ricoperto cariche
importanti a livello politico-amministrativo, quali
il quattuorvirato e la quinquennalità. Oltre alle supreme
magistrature municipali, il governo era assicurato dal
senato locale, il così detto ordo decurionum, che era
composto da un numero inizialmente abbastanza vario
di senatori, ma che poi nel tempo si stabilizzò, in
particolare nelle comunità di maggiore consistenza,
nel numero canonico di 100. Abbastanza complessi erano
i sistemi di nomina, legati alla presenza di determinati
requisiti, come del resto nel caso degli altri magistrati,
ma anche molti erano i privilegi e gli onori che venivano
loro concessi sia in campo civile che in campo penale.
Tra i suoi compiti principali quello di intervenire
sulle più importanti decisioni della vita sociale cittadina.
A partire dalla II secolo d.C. sempre più frequente
si fa la menzione dei patroni municipali, che grazie
al prestigio sociale raggiunto normalmente durante la
carriera militare al momento del congedo tornavano nella
città natale assumendo cariche onorarie importanti e
contribuivano con il loro evergetismo all'abbellimento
del paesaggio urbano ed alle elargizioni di generi alimentari
al popolo. La crisi economica tardoimperiale ridusse
elargizioni e liturgie e, per arginarla, spinse ad
introdurre la funzione del curator rei publicae, che
spesso si identificava con lo stesso patrono del municipio.
L'accentuarsi della crisi demografica e della depressione
economica della tarda antichità non alterarono le forme
delle istituzioni municipali. A Rieti infatti sopravvisse,
pur dopo la presenza del comes Quidilane, figlio di
Sibia, priore dei goti di Rieti e di Norcia, menzionato
nel 526 d.C., il senato locale, formato ormai quasi
esclusivamente dai grandi proprietari terrieri della
zona, attestato ancora poco dopo la metà del VI secolo,
ultimo esempio, insieme a Rimini, della sopravvivenza
delle strutture politico-amministrative del mondo romano.
La
società reatina in età romana
Molte
sono le notizie sulla società locale che vengono fornite
dalle iscrizioni, onorarie o funerarie, conservate presso
il lapidario del museo civico reatino o altrove. Una
base con dedica ricorda, ad esempio, l'erezione di una
statua, posta nel 184 d.C., a L. Oranius Iustus della
tribù Quirina. Il suo cursus honorum ne ricorda come
egli fosse stato primipilo, prefetto degli accampamenti
della III legione «Cirenaica», sacerdote laurente lavinate,
flamine augustale e patrono della città di Rieti. La
statua fu innalzata su suolo pubblico a spese di Oranio,
per ricordare che il patrono aveva elargito ai suoi
concittadini la somma di centomila sesterzi per provvedere
all'approvvigionamento dell'annona. Tra le iscrizioni
funerarie, da ricordare quella di A. Herennuleius Cestus,
uomo di umili origini, un liberto, che si era arricchito
praticando la mercatura, tanto che gli era stato possibile
permettersi un sepolcro per sé e per i suoi liberti.
Herennuleius era stato un commerciante all'ingrosso
di vino e di altri generi alimentari importati da oltremare
nella località non identificata di Septem Caesares,
probabilmente da collocare nei pressi di Roma. da ricordare
anche la dedica sepolcrale relativa alla gens Pituania
che aveva tra i suoi membri un seviro augustale, mentre
Mucius Nedymus era un appaltatore di opere pubbliche.
Molto numerose anche le epigrafi funerarie che ricordano
veterani dedotti a Rieti in particolare da Vespasiano
o di personaggi di un certo rilievo come l'ignoto di
rango equestre, forse appartenente alla famiglia Valeria,
che ricoprì importanti incarichi militari e civili
nel II secolo d.C. ad iniziare da un primipilato, da
una prefettura di legione da tre tribunati militari
urbani, per chiudersi con un secondo primipilato. Esaurita
la carriera militare, molto importanti furono le cariche
civili rivestite, quali le procuratele delle Gallie
e della Mauritania Tingitana. Densa la presenza in città
di liberti, anche se le scarne notizie fornite dalle
epigrafi, per lo più funerarie, consentono soltanto
di delinearne una origine principalmente orientale.
Tra questi un certo rilievo a livello sociale dovettero
ricoprire i Carfidii, i Mucii, i Pituanii e i Pomponii.
Una posizione privilegiata dovettero occupare i liberti
imperiali, in gran parte legati ai Flavi. Una particolare
considerazione meritano i liberti membri di collegi
sacri, come ad esempio i seviri augustales da annoverare
come il più importante. A Rieti i seviri augustales
assunsero un ruolo di grande rilevanza nel società locale,
che trova scarsi riscontri in altri municipi italiani.
A capo di questa vera e propria corporazione professionale
si trovava un quinquennalis, che poteva far conto su
di una cassa autonoma gestita da un curator. Il collegio
era rappresentato da un patrono che doveva curare l'immagine
di questa associazione che doveva essere in gran parte
costituita da liberti arricchiti grazie alle loro attività
mercantile e imprenditoriali, desiderosi di mostrare
la funzione della loro classe sociale che si interponeva
tra plebe e senatori attraverso una intensa iniziativa
sociale che, attraverso consistenti elargizioni di
denaro, contribuiva al decoro urbano ed alla crescita
della città.
Uno dei seviri maggiormente benemeriti fu T. Fundilius
Geminus, che fu inoltre magister iuvenum. In onore di
Fundilus nominato patrono degli augustali e quinquennale
perpetuo fu eretta una statua da parte degli stessi
colleghi. Egli elargì ben ventimila sesterzi all'arca
del collegio perché con la rendita della somma ogni
anno il 29 gennaio, ricorrenza del suo compleanno,
fosse tenuto un banchetto in suo onore. Dopo la dedica
della statua Fundilius dispose elargizioni nella stessa
ricorrenza per i seviri, i decurioni, gli iuvenes e
per il popolo reatino un pubblico banchetto ed una distribuzione
di olio. Gli altri collegi noti riguardavano i cultores
Herculis respicientis sub quadriga, forma ricordata
solo a Rieti e che ha lasciato tracce toponimiche anche
nell'alto medioevo, gli iuvenes e le mulieres, fatto
questo del tutto particolare. Tra i principali cittadini
reatini sono da ricordare l'oratore Lucio Ottavio,
morto in giovane età verso il 74 a.C., mentre incominciava
a riscuotere notevole successo, e P. Vatinio, partigiano
di Cesare, tribuno della plebe nel 59 a.C., console
nel 47, proconsole nel 45-43 e trionfatore sull'Illirico
nel 42 a.C..
Marco
Terenzio Varrone
Nato
secondo la tradizione a Rieti nel 116 a.C., Marco Terenzio
Varrone visse una fanciullezza forgiata dall'austerità
dei costumi della famiglia, di rango senatorio, come
egli stesso amava ricordare, accennando al fatto che
aveva avuto una sola tunica ed una modesta toga, calzari
senza fasce, il cavallo senza sella, il bagno non quotidiano
e rari giuochi. Lasciata in gioventù la Sabina per
recarsi a Roma, fu presto coinvolto nelle lotte politiche
che agitavano la società romana in quel periodo. In
considerazione delle sue origini e della tradizione
familiare, Varrone aderì al partito «conservatore» dell'epoca,
che aveva in Pompeo il suo rappresentante di maggior
spicco e sotto il quale compì il suo cursus honorum.
La prima carica pubblica ricoperta da Varrone quando
aveva 19 anni fu, nel 97, il triumvirato capitale,
che si occupava dell'esecuzione della giustizia. Intensi
anche gli studi che lo videro allievo dei maestri più
importanti dell'epoca, Lucio Accio, che gli insegnò
i primi rudimenti di grammatica, Lucio Elio Stilone,
che lo indirizzò invece sia alla scienza etimologica,
sia all'attività oratoria. Gli studi filosofici, iniziati
sotto gli accademici Filone di Larissa e Antioco di
Ascalona, videro il loro completamento nel soggiorno
ad Atene, tra l'84 e l'82. In seguito l'erudito reatino
ricoprì altre importanti magistrature. Prima questore,
poi legato in Illiria nel 78 al seguito del proconsole
Gaio Cosconio, proquestore di Pompeo nella guerra contro
Sertorio dal 76 al 72 in Spagna, dove batté moneta con
il suo nome, tribuno della plebe nel 70, pretore nel
68, legato di Pompeo nella guerra contro i pirati con
l'incarico di pattugliare lo specchio di mare compreso
tra la Sicilia e Delo nel 67, uno dei vigintiviri ad
agros dividendos Campanos incaricati nel 59 di applicare
la legge agraria emanata da Giulio Cesare e da ultimo
luogotenente di Pompeo nella Spagna ulteriore al deflagrare
della guerra civile nel 49 a.C. dove comandava due legioni.
Dopo la disfatta del partito pompeiano a Fàrsalo, Varrone,
dopo essere riuscito a scampare alla persecuzione di
Antonio vivendo nascosto per due anni e subendo la confisca
dei beni e la distruzione di buona parte della sua biblioteca,
con doloroso ripensamento, aderì al partito di Cesare,
visto come rappresentante dell'ordine, della legge
e continuatore dello stato romano. A Varrone venne riconosciuta
in particolar modo la sua profonda cultura, tanto che
gli venne affidato nel 47 l'incarico di organizzare
e di dirigere la prima biblioteca pubblica di Roma.
Varrone morì nel 27 a.C. alla soglia dei novant'anni.
I suoi interessi culturali furono amplissimi. Non ci
fu praticamente campo dello scibile umano che egli non
indagò, portando a compimento 74 opere, partite in circa
620 volumi, giunte in minima parte fino a noi, mantenendo,
però, ferma e costante la sua affezione per la terra
di origine e sentendosi sempre «reatino». Delle opere
di Varrone conosciamo soltanto il de re rustica, partita
in tre libri e quasi integra, una parte del de lingua
Latina ed un gran numero di frammenti delle altre opere,
che spaziavano dal campo dell'erudizione, alla storia
e alla filologia; dagli scritti di carattere burocratico
e giuridico alle epitomi delle grandi opere; dai lavori
riguardanti l'agricoltura e la filosofia agli scritti
non dottrinari, poesie, prose, satire ed orazioni.
I
Flavi
La
famiglia dei Flavi, non vantava origini particolarmente
nobili. Secondo una tradizione, riportata da Svetonio,
ma che lui stesso avverte di non aver potuto verificare,
il capostipite sarebbe stato originario della Transpadania
e sarebbe giunto nel Reatino dove avrebbe organizzato
il reclutamento della manodopera che dall'Umbria si
recava in Sabina per compiere i lavori stagionali dei
campi. Sposatosi, si sarebbe insediato a Rieti. Suo
figlio T. Flavius Petro era stato centurione nell'esercito
pompeiano e, dopo la disfatta di Fàrsalo, si era rifugiato
a Rieti, dove, ottenuto il perdono ed il congedo, era
divenuto cassiere delle vendite all'asta. Il figlio,
Sabino, non abile al servizio militare, fu percettore
della quarantesima in Asia, dove per la sua integrità
gli furono anche erette statue. Divenne poi banchiere
presso gli elvezi, dove morì. Lasciando la vedova, Vespasia
Polla originaria di Norcia, e due figli, Sabino, che
fu prefetto di Roma, e Vespasiano. Vespasiano nacque
la sera del 17 novembre del 9 d.C. a Falacrine, un piccolo
villaggio posto lungo la via Salaria, comunemente identificato
con la località «Collicelle», in comune di Cittareale.
Allevato dalla nonna paterna Tertulla, alla quale rimase
sempre affezionato, Vespasiano ebbe una rapida carriera
pubblica. Fu infatti tribuno militare in Tracia, questore
nella provincia di Creta e Cirene, edile e pretore sotto
Caligola, con il quale si schierò apertamente. Durante
il regno di Claudio fu dapprima legato della legione
II Augusta sul Reno nel 42 e poi, dal 43 al 47 circa,
in Britannia dove inanellò una serie di successi militari
sottomettendo due fortissime popolazioni indigene e
l'isola di Wight che gli fruttarono un trionfo. Nel
novembre e nel dicembre del 51 fu console suffetto.
Come proconsole trasse in sorte l'Africa, carica che
esercito con severità e con grande integrità, tanto
da dover sottoporre ad ipoteca i beni del fratello e
a fare il mercante di schiavi per mantenere il rango.
Caduto in disgrazia sotto Nerone, si tenne in disparte
dalla vita pubblica.
Le fortune di Vespasiano ebbero, però, un brusco alimento
dalla rivolta giudaica del 66 d.C., che aveva trovato
fermento nella profonda contraddizione tra un regime
sacerdotale e una monarchia di tipo ellenistico, che
si acuì nell'inserimento della Giudea all'interno del
sistema imperiale romano, pur tra la difficoltà di delineare
con precisione il ruolo della regione che oscillava
tra stato satellite e provincia. L'insurrezione coinvolse
diversi strati della società locale con la classe sacerdotale
tra i protagonisti, anche se il raggruppamento di gran
lunga più importante fu quello degli zeloti, che riuscirono
ad unificare aspetti diversi e di divergente provenienza,
urbana o rurale, che trovarono compattezza ed omogeneità
nelle comuni concezioni pietistiche e messianiche. Fallito
il tentativo di Cestio Gallo, legato di Siria, di riportare
l'ordine nella regione, il compito fu affidato da Nerone
a Tito Flavio Vespasiano, che mosse all'attacco con
tre legioni provenienti dalla Siria e dall'Egitto -
la V Macedonica, la X Fretense e la XV Apollinare -
insieme a truppe ausiliarie e contingenti alleati, con
un esercito valutato nel suo complesso di circa 60.000
uomini. La controffensiva ebbe un rapido successo riuscendo
a conquistare gran parte delle varie piazzeforti degli
insorti, che si ritirarono gradualmente nell'estate
del 69 d.C. verso Gerusalemme e nelle fortezze di Herodium,
Machaerus e Masada, ben nota, quest'ultima, per la disperata
resistenza offerta all'assedio romano, che culminò nel
73 d.C. con il suicidio collettivo della guarnigione
che era comandata da uno dei capi della fazione zelotica,
Eleazar.
Nel contempo l'ascesa politica dei Flavi aveva trovato
maggior fondamento già durante l'impero di Galba, quando
Tito si mise in viaggio dalla Giudea in direzione di
Roma, per farsi adottare dall'imperatore come erede
al trono. La notizia dell'uccisione di Galba e l'avvento
al potere di Otone, però, lo colse durante la tappa
di Corinto nel gennaio del 69 d.C. Dopo una lunga riflessione,
Tito ritenne che la decisione più giusta fosse quella
di tornare in Giudea per proporre la candidatura al
trono del padre. Durante la traversata Tito sostò al
santuario di Iside a Pafo, nell'isola di Cipro. Qui
l'oracolo gli rivelò il suo destino imperiale, ma la
visita servì anche per avere l'appoggio dei sacerdoti
dell'importante santuario e per coagulare intorno al
progetto di Tito sostegni ed alleanze con il potente
prefetto d'Egitto, Tiberio Giulio Alessandro, e con
altri importanti funzionari delle province medio-orientali,
come Licinio Muciano, legato in Siria e che comandava
l'armata più potente ed agguerrita dell'esercito romano
schierata contro i parti. Il 1° luglio del 69 d.C.,
giunse a compimento il disegno politico ideato e delineato
da Tito. Vespasiano fu infatti acclamato imperatore
dapprima in Egitto, poi in Palestina e in Siria. Allo
scoppiare della guerra civile altrettanto importante
fu il ruolo ricoperto da Tito, che si impegnò personalmente
per portare a compimento la repressione della rivolta
giudaica stringendo d'assedio e conquistando Gerusalemme,
fatto questo che contribuì non poco ad accrescere la
fortuna della famiglia. Nella primavera del 70 d.C.
le truppe di Tito, rinforzate da una quarta legione,
iniziarono l'assedio della città, nella quale erano
scoppiati forti contrasti tra le varie fazioni. L'attacco
trovò inizialmente ostacoli consistenti nel complesso
sistema difensivo della città, protetta da diverse cinta
murarie. I difensori, nonostante le persuasioni tentate
da Giuseppe Flavio, uno dei capi dell'insurrezione,
passato poi in campo romano e principale storico degli
accadimenti, riuscirono a resistere fino all'agosto,
quando fu investito anche il sistema difensivo del Tempio,
che fu preso, saccheggiato ed incendiato.
Rientrato a Roma, dopo il trionfo, Tito si dedicò a
contenere e neutralizzare il ruolo che Licinio Muciano,
«grande elettore» del padre ed elemento determinante
per la vittoriosa campagna militare contro Vitellio,
succeduto a Otone, costretto al suicidio, si era venuto
ritagliando. Tito divenne dunque non soltanto compartecipe
del potere, ma il vero sostegno del regime, tutor imperii,
come acutamente sottolineò Svetonio. Un compitò che
Tito assolse in particolar modo con particolare rigore
e brutalità come prefetto del pretorio, nomina ricevuta
nel 71, stroncando sul nascere ogni tentativo di cospirazione
o di congiura. Considerevole merito di Vespasiano e
di Tito fu quello di aver grandemente contribuito alla
rifondazione dello stato romano, scosso dalle fondamenta
dalla guerra civile dalle controversie dinastiche,
riconducendo il principato nell'alveo delle origini
dettate da Augusto, del quale i Flavi si consideravano
gli eredi. Fondamentale la riforma fiscale, che per
risanare l'esangue erario introdusse forti incrementi
delle tasse e delle imposte. Importante anche la riorganizzazione
militare delle province medio-orientali dell'impero,
che comportò una razionalizzazione dello schieramento
delle legioni ai confini, tanto nella distribuzione,
quanto nella dislocazione, con una intera legione che
venne stanziata a Melitene, in Cappadocia, in posizione
strategica per controllare un punto di passaggio dell'Eufrate.
Un consolidamento della frontiera, che va probabilmente
inquadrato non tanto in chiave difensiva, quanto come
momento di riorganizzazione e di potenziamento per preparare
una successiva campagna espansionistica in grande di
spingere più ad Oriente i territori in possesso dell'impero
romano. Vespasiano, nonostante i suoi impegni, non rinunciò
mai a tornare ogni anno nelle natia Sabina, dove soggiornava
in una villa nei pressi delle terme di Cotilia. Un abuso
delle acque curative fredde aggravò le sue condizioni.
Sentendosi giunto alla fine Vespasiano volle essere
sollevato, esclamando: «Un imperatore deve morire in
piedi». Era il 24 giugno del 79. Tito, nonostante fosse
stato preceduto da una fama non certo favorevole essendo
ritenuto ambizioso, dissoluto e violento tanto a livello
pubblico quanto a livello privato - destò scandalo il
suo innamoramento per la bella principessa giudea Berenice,
antica amante all'assedio di Gerusalemme e giunta a
Roma nel 75, che voleva sposare dopo aver divorziato
dalla seconda moglie, Marcia Formilla - l'opinione
popolare su di lui mutò radicalmente subito dopo l'ascesa
al trono. Dimenticato il Tito crudele e dissoluto, corrotto
ed abile e raffinato costruttore della propria fortuna
politica, nel suo breve regno - due anni, due mesi e
venti giorni - il flavio finì per incarnare la figura
del «principe» ideale, mostrando saggezza e assennatezza,
così da porre i presupposti per la nascita del mito,
che trovò sostanziamento anche nelle grandiose opere
pubbliche che furono completate durante il suo principato,
come le terme e l'anfiteatro flavio, detto poi Colosseo
per la sua imponenza. Morì il 13 settembre dell'81 nella
stessa villa dove era morto il padre. Queste apparenti
contraddizioni caratteriali mettono in luce la complessità
del personaggio che, artefice principale delle fortune
delle famiglia, ne divenne anche il simbolo nel tempo,
pur se il suo regno fu segnato d funesti presagi come
una epidemia che seminò strage in Italia, un incendio
che devastò il Campidoglio ed una parte considerevole
di Roma e l'eruzione del Vesuvio che sommerse sotto
una coltre di ceneri e lapilli Pompei, Ercolano e Stabia,
oltre a causare la morte dell'ammiraglio e grande erudito
Plinio il Vecchio, intimo amico della famiglia, giunto
in soccorso con la flotta di capo Miseno.
Alla morte di Tito, fu il fratello Domiziano, fatto
Cesare dal padre e considerato consorte e successore
da Tito, ad assurgere al trono, ultimo dei Flavi, proclamato
dai pretoriani e riconosciuto dal senato. Nonostante
i contrasti con Tito, Domiziano onorò la memoria del
fratello e del padre e governò, almeno inizialmente,
con preparazione e con abilità, ma con spirito accentratore,
fatto che gli alienò rapidamente molte simpatie. Domiziano,
durante il suo governo, portò a compimento una serie
grandiosa di opere pubbliche, giovandosi del risanamento
dell'erario compiuto dal padre. A Roma in particolare
fece costruire uno splendido palazzo imperiale, progettato
dall'architetto Rabirio; fece riedificare il tempio
di Giove capitolino; erigere i templi di Minerva e Vespasiano
nel foro; di Iside e Serapide e di Giove custode sul
Campidoglio; della Fortuna redux presso la porta Trionfale.
Furono costruito lo stadio al Palatino e quello per
i ludi capitolini, sotto l'attuale piazza Navona; il
grandioso bacino per le naumachie; il foro transitorio
detto poi di Nerva. Portati a compimento le terme, dette
poi di Traiano, il Colosseo e l'arco di Tito. Dopo una
serie di fortunate campagne militari contro i britanni,
i germani, i daci, i suebi, i sarmati, i quadi e i marcomanni,
Domiziano consolidò il confine oltre il Reno, facendo
costruire un complesso sistema difensivo formato da
fossati, palizzate, torri di guardia, fortezze e accampamenti
fortificati per le truppe. Una serie di successivi rovesci
e di congiure, inasprì il suo animo spingendolo a divenire
sospettoso e crudele e ad instaurare un sistema di terrore
che ebbe termine con la sua uccisione nel 96 d.C. in
seguito ad una cospirazione aristocratica, con il senato
che ne decretò la damnatio memoriae, che gli costò una
damnatio anche storiografica, per la gran parte non
meritata.
La
religione
Tra
i principali culti legati ai sabini ed al loro territorio
è da ricordare in particolar modo quello della dea Vacuna.
Il suo culto aveva un profondo legame con la natura,
con i boschi, con le acque, con i laghi, con le sorgenti,
spesso sacralizzati. Il lago di Cotilia con la sua sorgente
salutare occupava un posto rilevante nel culto di Vacuna,
che si era perpetuato anche dopo la romanizzazione,
ad attestare la persistenza di un conflitto primitivo
tra il sacro ed il profano che aveva lasciato profonde
tracce residuali nella coscienza romana: la sopravvivenza
di una devozione superstiziosa. Particolarmente noti
i boschi sacri che le erano dedicati. Essi sono chiaramente
localizzati da Plinio il Vecchio nei pressi (iuxta)
di Rieti e del luogo dove l'Avens, il Velino, si immetteva
nei laghi Reatini. L'addensarsi dei ritrovamenti epigrafici
e delle attestazioni toponimiche nell'area dei monti
Sabini, in particolare, sul versante della conca reatina,
induce a ritenere che i boschi sacri alla dea citati
da Plinio debbano essere collocati in questa zona, dove,
presso Cerchiara, furono ritrovati due altari dedicati
a Vacuna. Un fanum, poi, era probabilmente dedicato
a Feronia nei pressi di Rieti, alla confluenza del Salto
nel Velino, Di grande importanza la base con dedica
ad Hercules Sanctus da parte del mercante L. Munius,
ritrovata nel Rinascimento nei pressi di Contigliano,
interpretata in passato in modo controverso e protagonista
di singolarissime vicissitudini. Altrettanto importante
è la lastra di marmo con dedica ad Hercules Pater. La
dedica si riferisce ad un luogo sacro concesso per decreto
dei decurioni per un tempio dedicato ob honorem Augustorum
dai Seviri Augustales al Pater Reatinus, divinità locale
venerata anche con il nome di Semo Sancus o Dius Fidius,
identificata normalmente con Ercole. Questa lastra proviene
da Contigliano, località Colle Santo, e, con molta probabilità,
va posta in riferimento con l'epigrafe precedente e
con il santuario di Hercules Victor, un santuario extraurbano,
nel quale Ercole era venerato sotto aspetti diversi.
Un'ara con dedica a Iuppiter, Minerva, Fortuna e Hercules
proviene invece dalla città. Sulle rive del Velino,
probabilmente nei pressi della chiesa di s. Michele
arcangelo al Borgo, C. Allius per sciogliere un voto
a Nettuno, del quale era sacerdote, dedicò un tempio
alla divinità.
Il
paesaggio urbano di Rieti in età romana
Il
sito scelto dai sabini come centro principale della
conca Velina, al momento della crisi degli insediamenti
che, tra la media età del bronzo e la prima età del
ferro, si erano disposti a raggiera intorno alla linea
di costa del lacus Velinus, aveva tre caratteristiche
principali, quella di sorgere su di uno sperone calcareo
sufficientemente elevato per sfuggire all'innalzamento
delle acque; quella di offrire una protezione naturale
agli assalti nemici e quella di controllare uno dei
possibili luoghi di passaggio sul Velino. Sull'occupazione
del sito in età sabina poco o nulla sappiamo, ma è
indubbiamente a partire dalla romanizzazione che l'urbanizzazione
di Rieti conobbe una rapida accelerazione. La stessa
funzione di prefettura impose la fortificazione del
sito. In questo steso periodo l'attraversamento del
Velino fu reso meno insicuro per mezzo di un ponte stabile
in muratura sul Velino che si raccordava alla città
per mezzo di un possente viadotto in opera quadrata,
conservato quasi integralmente al di sotto dell'attuale
via Roma che consentiva, grazie ad una livelletta costante,
di accedere agevolmente allo spazio urbano ed alla
sua «porosità» di non costituire una barriera difficilmente
sormontabile, e non, come costantemente ripetuto, a
difendere dalle alluvioni la via - basti osservare il
livello del ponte romano rispetto al viadotto, che sarebbe
stato sommerso e distrutto in tale eventualità.
All'indomani della romanizzazione, dunque, Rieti venne
totalmente ristrutturata a livello urbanistico per adattarla
ed adeguarla alle nuove esigenze come punto strategico
di controllo della conca e delle vie che da essa si
diramavano. Una delle prime preoccupazioni fu senza
dubbio quella di fortificare l'altura calcarea, modellandola
anche artificialmente per accentuarne le caratteristiche
difensive, ed erigendo una cinta muraria in opera quadrata,
con i blocchi di calcare locale posti di testa e di
taglio e a doppia cortina, con lo spazio interno riempito
probabilmente di terra poi costipata. La cortina era
interrotta da una serie di torrioni a pianta quadrangolare.
Delle mura sono rimaste ampie tracce nel tessuto urbano
odierno, basti ricordare, oltre a vari blocchi reimpiegati
sporadicamente qua e là, il torrione di via Pescheria,
inglobato dall'hotel Miramonti, il torrione di via del
Vignola, nel quale è ben evidente la traccia di un restauro
compiuto nella tarda antichità, reimpiegando alcuni
blocchi prelevati con buona probabilità da un monumento
funerario, come attestano due iscrizioni, ambedue poste
a rovescio, ed il tratto di mura conservato nel cortile
del palazzo dell'Inps in via Cintia.
Nella cinta sono ricordate nell'alto medioevo tre porte,
probabilmente le originarie, che avevano quasi certamente
conservato nella memoria collettiva la denominazione
romana, derivata normalmente dall'abitato più importante
al quale conduceva la strada che attraversava la porta.
A sud la porta Romana, ad est quella Interocrina, ad
ovest quella Spoletina, probabilmente a tre fornici,
come sembra suggerire la postierla ricordata nel medioevo.
L'asse viario principale era costituito dalla Salaria
che, superato il Velino con un ponte a tre arcate, saliva
verso la città per mezzo di un viadotto a più fornici
costruito, come il ponte, in opera quadrata con blocchi
di travertino cavernoso posti di testa e di taglio,
ancor oggi conservato quasi integralmente sotto l'attuale
via Roma. Entrata in città come una sorta di cardo maximus
e raggiunto il foro, che le fonti ricordano come lastricato
con lastre di pietra, la Salaria ne usciva come decumanus
maximus, seguendo grosso modo il tracciato dell'attuale
via Garibaldi, attraverso la porta Interocrina, che
era collocata grosso modo all'altezza del civico 209.
Probabilmente sul Velino era stato gettato un altro
ponte, grosso modo all'altezza del convento di s. Francesco,
conosciuto soltanto dalle fonti medievali che, a partire
dall'ultimo quarto dell'VIII secolo, lo ricordano come
pons fractus. Partendo dall'ipotesi che il ponte sia
stato costruito in età romana, resta dunque da definirne
con precisione la funzione, forse da collegare alla
presenza di una fascia suburbana sviluppatasi probabilmente
tra la fine della repubblica e la prima età imperiale
al di fuori della cinta muraria, e dell'impianto termale.
L'anfiteatro era situato al di fuori di porta Cintia,
sulla sinistra della strada che conduceva a Spoleto,
con parte dell'area successivamente occupata dal convento
di s. Domenico, in perfetto accordo con un modello pressoché
generalizzato. Va inoltre ricordato il fatto che delle
tre porte urbiche soltanto porta Cintia, pur essendo
situata sull'asse viario di minor importanza, sembra
aver avuto una struttura a tre fornici. Complessità
che può essere spiegata con la funzione di dover agevolare
l'afflusso ed il deflusso degli spettatori tra città
e anfiteatro al momento dello svolgimento degli spettacoli.
Le ragioni, poi, per le quali l'anfiteatro, probabilmente
l'ultima tra le tipologie architettoniche introdotte
nella città romana, si trovava molto spesso al di fuori
di essa, erano molteplici e convergenti e spaziavano
dal campo urbanistico a quello architettonico, da quello
economico a quello connesso con i problemi di ordine
pubblico e segnavano, sul piano ideologico, una rottura
con gli schemi urbanistici precedenti, quasi esclusivamente
militari, in considerazione del fatto che una costruzione,
che poteva essere particolarmente imponente, posta subito
all'esterno della cinta era in grado di costituire un
elemento di pericolo in caso d'assedio. Le strutture
dell'anfiteatro reatino dovevano essere in gran parte
in terra ed in legname, con l'arena probabilmente scavata
nel terreno e la cavea supportata, in tutto o in parte,
da opere di terrazzamento a scarpa preliminari, con
le gradinate installate sui terrapieni.
La presenza a Rieti di un impianto termale è rivelata
dalla persistenza nell'alto medioevo di un'area denominata
Balneum Vetus aveva una estensione di circa due ettari,
ma è azzardato proporre una totale sovrapposizione tra
toponimo altomedievale ed area effettivamente occupata
in età romana dal balneum, che doveva servire ad una
popolazione valutabile nel I secolo d.C. intorno alle
duemila persone, mentre non si hanno dati certi per
stimare la popolazione complessiva che gravitava sulla
città, ma che non doveva divergere di molto da quella
dei municipi della IV regio, di poco superiore generalmente
ai 10.000 abitanti. All'interno del recinto urbano nel
tempo sono state individuate numerose strutture pertinenti
alla città romana, in gran parte per rinvenimenti fortuiti.
Meglio documentati i lavori nello spazio retrostante
il palazzo comunale, occupato oggi dall'ex mercato coperto,
nel quale agli inizi del secolo furono riportati in
luce un complesso di costruzioni risalenti a varie epoche.
Le tecniche murarie utilizzate erano la reticolata con
ricorsi di mattoni, abbastanza tarda quindi, o a blocchetti
informi di calcare, con tracce di intonaco a fondo rosso
e linee bianche. Alcuni blocchi parallelepipedi in calcare
hanno fatto poi pensare ad un restauro tardoantico o
postclassico della cinta muraria. Questi ambienti, adiacenti
all'area del foro, sono stati interpretati, sia pur
stemperando l'ipotesi con il dubbio, come magazzini
o taberne, correlati con attività di stoccaggio di merci
o commerciali. Di grande interesse, poi, il complesso
di muri riportati in luce negli anni '30 durante i lavori
di demolizione della chiesa di s. Giovanni in Statua,
nella zona dell'attuale hotel Quattro Stagioni e dell'allora
palazzo dell'intendenza di finanza. Si trattava con
ogni probabilità di un tempio, come induce a ritenere
la modanatura a cyma reversa pertinente alla parte inferiore
di un podio costruito in opera quadrata ed ascrivibile
nella tarda età repubblicana.
La
bonifica della piana reatina e le strutture economiche
All'indomani
della romanizzazione fu avviata, secondo la tradizione
dallo stesso Manio Curio Dentato, una grande opera di
bonifica della conca reatina per mezzo dello scavo di
un canale alle Marmore. Una bonifica certamente non
integrale, ma che dovette comunque prosciugare una parte
notevole dell'area paludosa e ridurre fortemente la
superficie dell'originario lacus Velinus, frammentato
in specchi d'acqua minori e con le terre prosciugate
suddivise in parcelle disposte a raggiera intorno ai
laghi superstiti. Un elemento che rimane nell'ombra
per la frammentarietà e la lacunosità delle fonti è
la effettiva portata della bonifica curiana. E' difficile
pensare che il semplice scavo d'un canale artificiale
abbia potuto risolvere tutti i problemi connessi con
la bonifica della piana reatina. Se l'apertura della
cava curiana fu senza molti dubbi l'intervento più
macroscopico e spettacolare, basti ricordare la creazione
della grandiosa scenografia della cascata delle Marmore,
altre opere minori di bonifica dovettero assicurare
il drenaggio delle acque sorgive e meteoriche. Un fitto
reticolo di canali di scolo, individuabile in parte
della conca reatina per mezzo delle foto aree e costituito
probabilmente dalle strigae, il lato lungo delle parcelle
rettangolari, ed anche dalle scamnae, il lato corto,
delle suddivisioni territoriali d'età romana, con ragionevole
certezza contribuì notevolmente alla realizzazione
della bonifica della piana reatina. Un processo di forte
slancio all'agricoltura si sviluppò, probabilmente a
cavaliere tra II e I secolo a.C., nella piana bonificata,
fenomeno attestato da una fitta presenza di insediamenti
romani, ville rustiche e fattorie dipendenti, in molti
casi risalenti al periodo tardorepubblicano con una
continuità di insediamento fino ai primi secoli dell'impero,
è stata individuata a quote molto basse in quella zona
che è stata identificata come la ben nota Rosea delle
fonti classiche. Per quanto riguarda poi le produzioni,
secondo quanto tramandato da Varrone, che aveva egli
stesso importanti interessi nella pastorizia transumante
con le sue greggi che scendevano fino nei pascoli invernali
in Puglia, oltre all'allevamento delle greggi ovine,
un ruolo rilevante veniva svolto dall'allevamento di
cavalli, di asini e di muli.
La razza degli asini reatini era una delle più famose
in tutta l'area italica, tanto che, a quanto rammentava
lo stesso erudito reatino, un asino era stato venduto
per a somma ragguardevole di 60.000 sesterzi. Il senatore
Quinto Assio poi aveva comprato un asino da riproduzione
per la somma ben più consistente di 400.000 sesterzi.
Varrone raccomandava pure l'acquisto di cavalli, i Roseani
equi, un allevamento ritenuto anch'esso abbastanza
rimunerativo. Ad attestare la grande rilevanza dell'allevamento
di equini, di asini e di muli deve essere ricordato
come gran parte degli eventi prodigiosi che le fonti
classiche citano per l'area reatina sono connessi ad
episodi che riguardano direttamente od indirettamente
il loro allevamento. Particolarmente apprezzate erano
le piccole lumache bianche di Rieti, le uniche ricordate
dalle fonti come produzione italica, che contendevano
il mercato a quelle africane di media dimensione ed
a quelle provenienti dall'Illiria, le più grandi. La
fertilità della piana reatina, favorita dal persistere
di condizioni microambientali umide e dallo sfruttamento
delle aree limose prosciugate, era così accentuata che
una pertica piantata nel terreno il giorno successivo
veniva ricoperta dall'erba cresciutavi attorno. Conseguente
la produzione di canne, mentre per quanto riguarda la
viticoltura essa era fatta seguendo alcuni accorgimenti
come il sollevare da terra i rami fruttiferi per mezzo
di forcelle di legno in modo da impedire l'azione nefasta
dell'umidità. Le fonti varroniane ricordano inoltre
che il senatore Assio possedeva due ville rustiche nell'agro
reatino. La prima, quella sita in angulum Velini, identificabile
forse con le Grotte di S. Nicola, nel territorio del
comune di Colli sul Velino, non aveva mai visto l'opera
di un pittore o di un decoratore, mentre la seconda,
che era collocata in Rosea, era invece adorna di eleganti
decorazioni a stucco. Un'altra villa rustica di buone
dimensioni è collocata lungo la valle del Turano, in
località Torone. mentre un vicus è stato di recente
individuato alla Madonna del Passo.
La
cristianizzazione del Reatino e la fine del mondo antico
La
diffusione del cristianesimo a Rieti, pur considerati
gli scarni elementi in nostro possesso, sembrerebbero
suggerire una scansione tutto sommato abbastanza simile
a quella delle regioni limitrofe, forse anche più precoce.
Tra le fonti epigrafiche provenienti da s. Eleuterio,
una iscrizione funeraria datata al II-III secolo ricorda
una Faustina, cognome molto frequente tra i cristiani.
Al III secolo risale l'iscrizione funeraria di Pescenius
Ireneus, mentre un'altra iscrizione funeraria, in due
frammenti, di un Innocentius, anch'esso un cognome
molto diffuso tra i cristiani, datata al IV secolo,
reca il monogramma cristologico. Un ulteriore epigrafe
funeraria, ricomposta da otto frammenti, di una bambina
morta a nove anni, Martura, cognome anch'esso fortemente
diffuso tra i cristiani, datata al V-VI secolo, oltre
ad altre due iscrizioni frammentarie anch'esse probabilmente
cristiane confermano la diffusione e la costante affermazione
del cristianesimo in città a partire almeno dal II-III
secolo.
Ovviamente non si può escludere che nuclei di cristiani
siano stati presenti a Rieti in precedenza, come riportato
anche dalle fonti letterarie, le quali inducono a ritenere
che alcuni esponenti della famiglia Flavia, imparentati
con l'imperatore Domiziano, avessero abbracciato la
nuova religione. Inoltre proprio la posizione strategica
della città lungo la via Salaria, che ne faceva un importante
snodo stradale per i collegamenti transappenninici,
rende credibile questa ricostruzione, anche se sfuggono
molti dettagli. Il martire maggiormente venerato a Rieti
era senza alcun dubbio s. Eleuterio, al quale è stata
associata la madre Anzia. Nel martirologio geronimiano
le notizie che riguardano in un qualche modo s. Eleuterio
vescovo sono due: una al 6 settembre, un'altra al 24
novembre, mentre i martirologi storici, Beda, Floro,
Usuardo, non recano più traccia di un s. Eleuterio martire
reatino.
Per quanto riguarda invece la passio è stato già dimostrato
come essa sia una versione latina di un originale greco,
compilato non prima del V secolo, con aggiunte ed adattamenti
alla situazione locale. Senza entrare in molti dettagli,
fatto questo che esulerebbe dai limiti di questa nota,
a livello storiografico si sono delineati sostanzialmente
due indirizzi. Il primo, che ponendo l'accento su una
serie di incertezze legate alle scarne notizie sul martire
ed alla particolare e precoce diffusione del culto di
s. Eleuterio e della madre Anzia in vaste aree dell'Italia,
propende per una sua importazione dall'oriente, innestatasi
poi a Rieti in una società cristiana particolarmente
attiva. Il secondo, sviluppatosi principalmente a livello
locale, propende invece, pur attraverso una serie di
variegature ed articolazioni diverse, per una origine
romana del martire e di sua madre, i cui corpi furono
rapiti e trasportati a Rieti. Su quando sia stata fondata
la diocesi a Rieti non è facile essere precisi e puntuali.
E' probabile che la diocesi sia sorta tra IV e V secolo,
grosso modo contemporaneamente alle altre diocesi della
Sabina interna, dove, peraltro, il modello della sovrapposizione
delle strutture diocesane a quelle municipali non fu
rispettato, come avvenuto altrove. Il primo vescovo
che abbia ricoperto la carica con certezza è Ursus,
ricordato tra il 499 e il 502 grazie alle sottoscrizioni
di alcuni sinodi romani. Gli edifici connessi con le
strutture diocesane compaiono abbastanza precocemente
nelle fonti scritte, ad attestare una notevole caratterizzazione
religiosa del paesaggio urbano, un aspetto questo molto
diffuso nel primo medioevo.
La cattedrale ed il battistero sono attestati per la
prima volta nel 598 all'interno della città vicino alle
mura urbiche, secondo un classico modello di insediamento,
probabilmente in una zona libera da edifici, che non
era neppure troppo distante dalla zona del foro, ma
la loro costruzione deve essere senza molti dubbi retrodatata
almeno di mezzo secolo. Infatti proprio i dialoghi di
Gregorio Magno ci informano che a Rieti poco dopo la
metà del VI secolo esisteva già l'episcopio, un edificio
complesso a più piani, fatto questo che fa presupporre
una strutturazione piuttosto precoce degli edifici
diocesani, chiesa cattedrale, battistero ed episcopio.
Si è spesso ipotizzato che il complesso legato al culto
di s. Eleuterio possa essere ritenuto, data la presenza
di iscrizioni cristiane e la precocità del culto del
martire, una sorta di basilica ad corpus che fu sovrapposta
al cimitero, trasformandosi poi in conseguenza nella
primitiva cattedrale di Rieti. Questo fatto però non
sembra trovare conforto nelle fonti tanto scritte quanto
archeologiche.
Lo
stanziamento longobardo
In
Sabina è dalla seconda metà del secolo VI che sembra
determinarsi una frattura consistente nelle strutture
politiche, sociali ed economiche, provocata non tanto
dalle guerre gotiche, dato che la regione ne fu praticamente
immune, o dalle ricorrenti epidemie, ma dallo stanziamento
longobardo, che venne a sovrapporsi, aggravandole,
alla crisi demografica ed alla depressione economica
già presenti. Nella primavera del 568 i longobardi,
noti tra tutte le stirpi germaniche per la loro ferocia
e la loro nobiltà, valicarono le Alpi orientali ed
entrarono in Italia, comandati da Alboino. Il popolo
longobardo era caratterizzato da un forte spirito guerriero.
L'esercizio delle armi era sostanzialmente l'unica attività
praticata. Una attività che aveva anche un forte risvolto
economico che consentiva loro di vivere senza coltivare
terra e senza produrre altri beni. Soltanto l'allevamento
dei cavalli sembra essere stato ritenuto onorevole,
proprio perché il cavallo era uno strumento necessario
per il combattimento, per la mobilità e per il controllo
dello spazio. Nucleo basilare della struttura migratoria
longobarda era la «fara», costituita da un gruppo di
un centinaio di persone, formato da famiglie monogamiche,
ed unite strettamente da vincoli parentali che erano
particolarmente ampi. La «fara» si trasformò poi, cessata
la funzione aggregativa durante la migrazione, in struttura
insediativa, da questo la presenza di molte «fare» sul
territorio dell'Italia longobarda, anche se un nesso
automatico tra toponimo e insediamento non sempre è
proponibile.
La penetrazione longobarda nella Sabina avvenne con
modalità che, per quanto riguarda le prime fasi, non
sono ben chiare; come del resto non sono ben delineate
le tappe della formazione del ducato longobardo di Spoleto,
fondato dal duca Faroaldo I, in modo del tutto indipendente
dal regno longobardo del nord. Faroaldo era probabilmente
uno dei capi dei longobardi federati con i bizantini,
che avevano combattuto agli ordini del curopalate Baduario
nel 575-576 contro i longobardi di Alboino. Fallito
questo tentativo, Faraoldo avrebbe assunto un atteggiamento
ostile ai bizantini fondando infine il ducato di Spoleto.
Faroaldo compì diverse incursioni verso Roma, ma la
spallata decisiva la dette il secondo duca di Spoleto
Ariulfo che gli era succeduto nel settembre del 591.
Ariulfo sarebbe entrato in Italia nell'inverno del 590,
insieme al nuovo esarco, Romano, con i rinforzi imperiali
all'interno dei quali erano presenti anche contingenti
longobardi. In questo quadro Ariulfo avrebbe avuto incarico
dai bizantini di eliminare il duca Faroaldo I, a loro
fortemente ostile, missione che sarebbe stata compiuta
con successo. Ben presto però Ariulfo, trovatosi in
una situazione di indipendenza dalla politica dell'esarco
e, probabilmente, con le truppe prive del soldo, avrebbe
mutata fronte schierandosi con i longobardi stanziati
nell'Italia del Nord.
Comunque siano andate le cose è certo che il nuovo duca
si scagliò con la massima violenza contro Roma, occupando
Narni sul finire del 591. L'estate successiva Ariulfo,
dopo aver devastate le terre sabine ed aver effettuato
rapide puntate nella valle dell'Aniene ed aver occupato
Orte, Sutri e Bomarzo, assediò con le sue truppe Roma,
tanto pressantemente da costringere papa Gregorio Magno
a sollecitare ed ottenere, probabilmente dietro un cospicuo
compenso in denaro, una tregua. Da questo momento l'intera
Sabina fu controllata stabilmente dai longobardi del
ducato di Spoleto e Rieti, un importante gastaldato
fortemente autonomo del ducato, dove si erano insediati
i gruppi dirigenti longobardi, divenne il nuovo baricentro
territoriale della regione, posto a controllo della
frontiera con il ducato bizantino di Roma ed unico rilevante
centro demico d'età romana sopravvissuto al crollo delle
strutture municipali in una vasta area dell'Italia centro-appenninica.
Un punto di cerniera dunque tra Langobardia e Romania.
A questa prima fase dell'occupazione longobarda va forse
associata la necropoli di viale Maraini ritrovata fortuitamente
nel secolo scorso, dove furono rinvenute alcune sepolture
nelle quali erano mescolate ossa umane e di cavallo
ricoperte da lastre di pietra. I corredi funerari recuperati
confluirono poi nella collezione Castellani, attualmente
al museo di Villa Giulia a Roma. Il corredo è costituito
da due grosse fibule d'argento dorato di produzione
locale, databili alla fine del VI secolo, in altri ornamenti
in bronzo, otto teste di chiodi che decoravano probabilmente
un scudo o un elmo da parata, sei caratteristici fermagli,
due semplici affibbiagli ed una moneta d'oro bizantina,
reperti che appartenevano ad almeno due tombe, una maschile
ed una femminile, probabilmente di etnia germanica,
stante il rituale funerario.
Sui primi tempi dello stanziamento longobardo poco o
nulla conosciamo. Soltanto dagli inizi dell'VIII secolo,
grazie al progressivo fiorire della documentazione farfense,
si può tentare di ricostruire uno spaccato della forte
società locale - lo stesso Liutprando visitò Rieti intorno
al 740 e fu ospitato nel monastero extraurbano di s.
Eleuterio - nella quale emergevano alcuni lignaggi longobardi,
che esprimevano ormai quasi esclusivamente i funzionari
pubblici o i vescovi. Due sono i gruppi familiari principali
che ruotavano intorno alle figure del marepassus Pandone
e del gastaldo Ilderico. La famiglia di Pandone doveva
la sua fortuna ad una serie di donazioni terriere compiute
da re e da duchi longobardi. Saldamente ancorata alle
istituzioni locali, con i membri del lignaggio che ricoprivano
cariche importanti nel ducato, la famiglia ancorò le
sue fortune alla chiesa di s. Michele arcangelo, costruita
agli inizi dell'VIII secolo sulla sponda del Velino.
La crisi della famiglia nacque proprio dalla perdita
del controllo della chiesa, dapprima avocata al upublicum
e poi passata in possesso di Farfa, nonostante le forti
resistenze opposte. Se il rapporto tra Farfa e la famiglia
di Pandone fu particolarmente conflittuale, ben diverse
furono invece le relazioni tra il potente monastero
sabino e la famiglia di Ilderico, i cui beni fondiari,
particolarmente cospicui, avevano una complessa articolazione
nel Reatino, a Spoleto nella Marsica, intere corti e
gualdi, lavorati da numerosi servi, in gran parte emancipati.
Punto di coagulo degli interessi del lignaggio era anche
in questo caso un monastero familiare, quello di s.
Giacomo. Ilderico preferì stringere rapporti di amicizia
con Farfa ricevendone protezione, mostrando un orientamento
diverso dunque dalla famiglia di Pandone, che evitava
il confronto con l'autorevolezza crescente di Farfa,
pienamente inserita nel mondo franco. Molte incertezze
agitarono in questa fase il ducato spoletino. Tra il
773 e il 775, al momento della massima frizione tra
longobardie franchi, i ceti dirigenti del ducato oscillarono
a lungo prima di decidere se orientarsi in favore dei
franchi o del papato, che dalla crisi iconoclasta degli
inizi del secolo stava svolgendo sempre più una funzione
attrattiva verso le regioni poste a settentrione di
Roma. Prima della sconfitta alle Chiuse di Desiderio,
molti reatini di rango si erano già rifugiati a Roma
e, subito dopo la notizia della vittoria franca, furono
pronti giurare fedeltà a papa Adriano.
Il tentativo del papato di estendere la sua dominazione
sul territorio del ducato spoletino fu contrastato dagli
stessi franchi e soltanto nel 781 si raggiunse un compromesso
con la terminazione tra Sabina pontificia e Reatino.
Una operazione che fu molto complessa e costellata da
aspri contrasti con i ceti dirigenti longobardi locali
che si vedevano privati in un sol colpo di tutti i beni
fondiari che possedevano in Sabina tiberina. Anche
la diocesi reatina finì per essere amputata del territorio
della diocesi di Cures che aveva inglobato di fatto
e delle parti che doveva aver eroso anche alla diocesi
foronovana, e quella che doveva essere una semplice
restituzione di beni patrimoniali finì per determinare
la definizione di un preciso confine lineare, ben delimitato
e certo, tra la diocesi di Forum Novum, ampiamente ingrandita
territorialmente, e quella di Rieti, fortemente penalizzata.
Indubbiamente questa decisione comportò per la città
una brusca battuta d'arresto ed un indubbio rimensionamento
del ruolo svolto fino ad allora, dovuti in gran parte
alla politica di avicinamento al papato piuttosto che
non ai franchi, il cui primo duca spoletino Winichis
non esitò ad imporre con vigore la sua autorità sull'intero
territorio spoletino, scontrandosi anche con la potente
Farfa che, dal suo canto, consolidò ed ampliò i suoi
interessi nel Reatino, grazie al patrocinio che le concessero
Carlo Magno, che con molta probabilità transitò per
Rieti nel novembre dell'Ottocento durante il viaggio
verso Roma, ed i carolingi. A livello istituzionale
la città seguitò ad esere governata dai gastaldi e
da un gruppo di funzionari minori, come gli sculdhais,
anch'essi residenti in città.
I
saraceni, gli ungari e la crisi della sicurezza.
Le
prime incursioni dei saraceni in Sabina (1) sono attestate
nell'877, quando, nel febbraio, Giovanni VIII chiese
l'intervento di Carlo il Calvo per stroncarle, ma senza
che l'imperatore si impegnasse concretamente. In questa
fase una parte di rilievo la ebbero Giovanni I, abate
di Farfa, e Anastasio, abate di s. Salvatore Maggiore,
altro grande monastero benedettino della zona, che tentarono
senza molto successo di comprare l'aiuto degli amalfitani,
maggiormente interessati ai commerci con il mondo arabo,
piuttosto che a contrastarne l'espansione. Le incursioni
delle bande arabe, che avevano insediato le loro basi
nel Cicolano e nella valle del Turano, crebbero di intensità
intorno all'890. L'anno successivo fu preso ed incendiato
s. Salvatore maggiore, la stessa Farfa fu sottoposta
ad una forte pressione, finché, nell'897, i monaci furono
costretti ad abbandonarla, suddividendosi in tre gruppi,
uno dei quali si ritirò a Rieti, portando con sé una
parte del tesoro abbaziale. La stessa Rieti fu investita
dai predoni arabi successivamente all'898, presa e saccheggiata.
Fu anche trucidato il gruppo dei monaci farfensi che
vi si era rifugiato e trafugata la parte del tesoro
abbaziale loro affidata. La caduta di Rieti aveva consentito
agli arabi un sicuro accesso alla stretta alta valle
del Velino, anch'essa segnata da una scia di distruzioni,
come ricordavano le epigrafi poste a s. Maria di Cànetra,
oggi scomparsa, ed a s. Silvestro in Falacrine in occasione
della consacrazione degli edifici sacri ricostruiti
post vastationem Saracenorum, anche se dal Cicolano
era possibile aggirare la conca reatina e penetrare
direttamente nell'alta valle del Velino, così come era
possibile per i saraceni stanziati nella Valeria scendere
ad Antrodoco dall'alta valle dell'Aterno. Dopo questi
brutali saccheggi una reazione militare non tardò a
manifestarsi. Truppe spoletine e romane comadate al
reatino Takeprandus, probabilmente nei primissimi mesi
del 915, attaccarono e sconfissero i saraceni asserragliati
tra le rovine di Trebula Mutuesca, nei pressi del'attuale
Monteleone Sabino. La rotta subita indusse i saraceni
stanziati nel Cicolano, seguiti da coloro che si erano
insediati a Narni ed Orte, due importanti punti di attraversamento
della Nera e del Tevere, a ritirarsi dalle loro basi
precipitosamente, abbandonando definitivamente la zona
per ritirarsi sul Garigliano, dove subirono nell'estate
la disfatta definitiva. Terminate le incursioni dei
saraceni, fu la volta degli ungari a compiere numerose
scorrerie lungo l'Italia. Nel 927, dopo aver devastato
la Toscana, giunsero probablimente fino a Roma. Dieci
anni dopo la scorreria si spinse più a sud fino a Capua
e Benevento. Gli ungari si fermarono poi al Garigliano,
dove i monaci di Montecassino furono costretti a pagare
un pingue riscatto per liberare alcuni coloni fatti
prigionieri. Da qui risalirono carichi di bottino la
valle del Liri, ma furono decimati in un imboscata
tesa loro nella Marsica. Nel 942 nuova incursione. Questa
volta le bande ungariche subirono una prima sconfitta
davanti a porta S. Giovanni a Roma. Durante la ritirata
si spinsero in direzione di Rieti, i cui cittadini,
comandati dal conte Giuseppe, Langobardo prudens, come
lo definì nella sua cronaca il monaco di s. Andrea del
Soratte, Benedetto, inflissero agli ungari una ulteriore
pesante sconfitta, uccidendone e catturandone molti.
Con la dissoluzione delle strutture politico-amministrative
del ducato conseguenti al venir meno del potere centrale
evidenziato dalla profondità delle incursioni arabe
e ungariche, molte cariche pubbliche finirono per svuotarsi
di significato generale e per assumere una connotazione
eminentemente locale. Lo stesso ducato di Spoleto finì
per frammentarsi dopo l'estinzione della dinastia dei
Guidoni in distrettuazioni di più ridotte dimensioni
territoriali con sempre maggior autonomia dalle quali
ebbe origine il comitatus Reatinus, articolato in gastaldati
minori, governato da un conte che dal 920 ebbe sede
in città. La carica dapprima ricoperta da personaggi
di origine locale, con l'avvento di Ugo di Provenza
nel 936, fu occupata da un lignaggio borgognone, il
cui capostipite fu Berardo figlio di Mainerio, che governò
a lungo gran parte dell'area centrale appenninica, dando
vita ai due rami collaterali dei conti dei Marsi e dei
conti di Rieti. Nel contempo il venir meno del potere
centrale e l'affermarsi sempre più netto di poteri locali
avviò una profonda riorganizzazione delle forme insediative
della conca reatina con la nascita dei castelli, insediamenti
concentrati e fortificati. Al dominio di Farfa, particolarmente
accentuato dalla fascia tiberina fino all'alta val Canera,
ma che aveva altri punti di forza a Reaopasto ed a Greggio,
facevano da contrappeso tanto l'episcopio reatino,
quanto, a nord un'altra grande consorteria, quella dei
Labro, che oltre ai numerosi castelli controllati sulle
pendici nord-occidentali dei monti Reatini, aveva esteso
la sua influenza anche sui monti Sabini, dove controllava
il castello di Monte Calvo, che dominava e controllava
l'altra grande via, oltre a quella del Tancia, che collegava
la piana reatina alla valle Tiberina. Sul versante reatino
dei monti Sabini l'incastellamento sembrò procedere
con maggiore ritardo e prendere l'avvio soltanto in
XI secolo. Tra Farfa, a sud-ovest, ed il vescovo ed
il capitolo della cattedrale reatina, a nord-ovest
si incuneavano i possessi dei Camponeschi una consorteria
che già in VIII secolo aveva iniziato a colonizzare
le aree in quota dei monti Sabini più prossimi alla
città reatina, creando una signoria territoriale abbastanza
omogenea, compatta e coerente della quale conosciamo
la delimitazione puntuale e la precisa consistenza demica
soltanto al momento della sua dissoluzione avvenuta
intorno alla metà del XIII secolo quando l'ultima discendente
della consorteria la domina Iohanna de Radolfis, vendette
agli Orsini il castello di Poggio Perugino, il castello
di Monte San Giovanni, il villaggio di Monte Izzo, il
castello di Macchia e la quarta parte del giuspatronato
sulla chiesa di s. Maria de Monte. Le pendici del Terminillo
videro invece l'incontrastato dominio dei conti di Rieti
e dei loro consanguinei conti dei Marsi, che costruirono
numerosi insediamenti fortificati, che costituirono
il fulcro del nuovo grande impulso dato alla deforestazione
dei monti Reatini a partire dal X-XI secolo. Già alla
fine dell'XI secolo una parte considerevole delle aree
in quota più prossimi a Rieti era stata ridotta a cultura,
creando però i presupposti per notevoli dissesti idrogeologici
e disastri ambientali, come l'eccezionale esondazione
del 1053, che danneggiò seriamente il ponte di Augusto
a Narni ed ebbe una eco tato vasta da essere registrata
nella cronaca di Ermanno, monaco dell'abbazia di Reichenau,
sul lago di Costanza.
Il
paesaggio urbano di Rieti nell'Alto Medioevo
Oltre
alla chiesa cattedrale, numerosi sono gli altri edifici
religiosi citati nelle carte farfensi. Nel 792 infatti,
Goderisio e la moglie Alda donarono a Farfa, oltre
ad altri beni, la loro porzione della chiesa di s. Giovenale
sita intro civitatem. Questa chiesa, oggi scomparsa,
ma rimasta in vita fino al XVIII secolo, era collocata
all'angolo tra le attuali vie Centuroni e dell'Ospedale.
Nell'847 è citata la cella sancti iohannis in una permuta
compiuta dall'abbazia di Farfa. La chiesa di s. Giovanni
evangelista, a partire dal pieno medioevo, veniva ricordata
anche come s. Giovanni de statua, forse per una statua
romana che le era stata posta davanti, ritrovata probabilmente
durante i lavori di scavo compiuti nel 1198 per la costruzione
di una seconda cripta nella chiesa al di sotto dell'altare
maggiore. La chiesa, che sorgeva ai margini del foro
d'età romana, fu abbattuta una prima volta nel terzo
quarto del Settecento ed arretrata per consentire un
ampliamento della piazza, per essere poi smantellata
definitivamente negli anni '30 di questo secolo. Anche
la chiesa di s. Rufo è nominata marginalmente in una
carta farfense dell'875. Nel X secolo è menzionata la
chiesa di s. Cassiano. Questo edificio religioso, pur
essendo in muratura e di una certa dimensione, ebbe
una vita molto breve; è citato infatti solo quattro
volte dal 939 al 997, per svanire poi nel nulla. Non
sono molti in conseguenza gli indizi per una sua precisa
collocazione spaziale. Era vicino alle platee civitatis
e pertanto si può proporre una collocazione orientativa,
ai margini dell'antico foro, nell'area attualmente occupata
dal palazzo municipale, dalla parte di via Garibaldi.
Maggiormente numerosi i monasteri e le chiese suburbane,
collocati cioè al di fuori della cinta muraria d'età
romana che ancora nel medioevo delimitava lo spazio
giuridico della città. Le prime notizie su di un monastero
suburbano sono riportate da papa Gregorio Magno. Questo
monastero è tradizionalmente identificato con quello
di s. Eleuterio, che si trovava non lontano dalla città,
dove oggi sorge il cimitero, legato forse alla presenza
di un martyrium nell'area cimiteriale, che sorgeva nel
sito, con continuità di sepoltura, ma le origini dell'edificio
religioso sono probabilmente più antiche, se si tiene
presente che il culto di s. Eleuterio a Rieti è attestato
precocemente dal martirologio geronimiano, come già
si è detto.
Nella
prima metà dell'VIII secolo, furono invece alcuni esponenti
dei più importanti lignaggi longobardi locali che fondarono
nei pressi della città alcune chiese ed alcuni monasteri
familiari, come s. Michele arcangelo, costruito oltre
il Velino, menzionato per la prima volta nel 739 e confluito
poi, dopo complesse vicende, nella patrimonialità farfense,
nel cui atrio era costruita anche la cappella di s.
Pietro, come già ricordato. O s. Giacomo, noto a partire
dal 781 ed anch'esso costruito al di là del Velino,
sulla collina di Campo Moro, dall'avius del gastaldo
Ilderico e donato a Farfa sullo scorcio dell'VIII secolo.
O s. Agata ad Arci, ricordata a partire dal 761 e sorta
nei pressi della Salaria, al di fuori di porta Interocrina,
anch'essa confluita nel patrimonio farfense. L'edificio
sacro fu poi inglobato dal monastero benedettino femminile
di s. Benedetto. Sempre in questa zona compare nel
785 la chiesa di s. Lorenzo. Di notevole rilevanza fu
la fondazione, tra mura e Velino, di un monastero dedicato
a s. Giorgio e destinato successivamente ad accogliere
monache tanto franche quanto longobarde, attestato per
la prima volta nel 744 e donato poi a Farfa nel 751
dal duca di Spoleto Lupo e da sua moglie Ermelinda.
Parallelamente a queste numerose fondazioni di monasteri
nel suburbio, furono costruite, o comunque restarono
in vita, un certo numero di chiese rurali, come s. Pietro
in Campo Reatino, che sorgeva sulla destra dell'attuale
via A.M. Ricci verso le Quattro Strade, poco dopo l'incrocio
con la via della Foresta, su strutture romane. Agli
inizi del IX secolo, nell'813, è citata per la prima
volta la chiesa farfense di s. Leopardo, posta lungo
la via Salaria, subito al di là di porta Interocrina,
mentre dall'829 sembra comparire la chiesa di s. Marone,
detta anche s. Mauro, che era sita sull'attuale Colle
dei Cappuccini, molto spesso erroneamente connessa con
il luogo del martirio del santo. Nell'877 è ricordato
in Parraria, oggi Porrara, un terreno appartenente alla
chiesa di s. Eutizio. Di questa chiesa di non si hanno
praticamente molte altre notizie, per cui non è affatto
agevole individuare il sito dove era costruita. Nel
X secolo si infittiscono le citazioni, pur nella rarefazione
delle fonti, ad attestare un forte slancio nella costruzione
di nuovi edifici religiosi. Intorno al 936 è ricordato
s. Andrea ad Stafilam, appellativo derivato dalla vicinanza
di un termine di confine. Questa chiesa, che era sita
al di fuori di porta Cintia nella zona di Micioccoli,
senza che se ne possa precisare con maggior puntualità
la collocazione, indagine impedita anche dalla forte
urbanizzazione contemporanea della zona, divenne successivamente
polo di aggregazione demica nel pieno e nel tardo medioevo
con la progressiva formazione intorno ad essa del borgo
di Sangallo, noto a partire dagli inizi del XIV secolo,
per essere poi trasferita nel Rinascimento, al pari
di altre chiese e monasteri suburbani, all'interno
della città. Nel 956 è attestato per la prima volta
s. Fabiano, sito su di un'altura prospiciente il Velino
nella zona di Campo Moro. Trasformato nel tempo in monastero
francescano femminile fu successivamente trasferito
anch'esso all'interno della città. Nel 983 è menzionato
s. Stefano, una chiesa sita poco al di fu |