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Rieti
 

Le origini di Rieti ovviamente sono avvolte nella leggenda così come il trasformarsi delle forme insediative e delle popola­zioni che nella conca si erano stanziate. Secondo le fonti lette­rarie dell'antichità i primi abitatori dell'area sarebbero stati gli umbri, che furono scacciati dagli aborigeni che sciamarono su tutto il territorio. Le origini di questa popolazione erano confuse e contraddittorie già al momento della formulazione della tradizione, anche se venne poi gradualmente affermandosi l'opi­nione che questo gruppo etnico fosse originario della Grecia, grazie anche alla storia di questo popolo mitico delineata dal grande erudito reatino Marco Terenzio Varrone e rielaborata anche da Dionigi di Alicarnasso, che ne mise in evidenza lacune e contraddizioni. Il periodo aborigeno secondo Varrone fu un momento di grande floridezza per la Sabina interna, con molti insediamenti umbri ampliati ed abbelliti - tra i quali Lista e Cotilia, la città più importante e famosa - mentre molte furono le nuove fondazioni. Questa densa nebulosa di abitati era ormai quasi del tutto scom­parsa già all'età di Varrone che ricordava come solo a Mefula esistessero ancora rovine e tracce di mura, mentre ad Orvinium, che doveva essere situata lungo la valle del Salto, erano presen­ti le fondazioni della cinta difensiva, alcune tombe di stile molto arcaico, tumuli molto alti con sepolture collettive - un preciso riferimento forse al tumulo di Corvaro - ed un tempio dedicato ad Atena che era stato costruito sulla sommità di un'al­tura. Poche le notazioni sugli altri centri come Palatium, Trebu­la, Suesbola, Septem Aquae, Suna, con il vicino tempio dedicato a Marte, Lista, Corsula, Marruvium, Batia, Tiora Matiene ed Issa, circondata e difesa dalle acque. Questo quadro insediativo deli­neato da Varrone e tramandato da Dionigi ha dato vita nel tempo a lunghe, quanto sterili, esercitazioni erudite che, basandosi quasi esclusivamente su elementi di estrema fragilità e sulle distanze riportate, hanno cercato di identificare e di localizza­re ogni singolo centro senza peraltro giungere a risultati mini­mamente convincenti. Al contrario va segnalato il recente ritro­vamento nell'area di Montegambaro di un ampio sito occupato in età arcaica, che potrebbe corrispondere ad uno di questi antichi abitati.
Gli aborigeni una volta consolidata la loro conquista diede­ro il via, aiutati dai pelasgi, ad una serie di sistematiche campagne militari che li portarono ad occupare molte zone del Lazio dove fondarono numerose città. Nell'avanzare dovettero però scontrarsi con i siculi, così che divampò, secondo Dionigi, una lunga guerra come in Italia non si era mai vista. Le motivazioni del giungere dei pelasgi nella Sabina interna e del suo integrar­si con gli aborigeni non sono mai state ben chiare neppure nelle fonti antiche. Secondo la recita di Dionigi, che attingeva a suo dire da Zenodoto di Trezene, ma più probabilmente da Lucio Mani­lio, i pelasgi, seguendo le indicazioni dell'oracolo di Dodona avrebbero abbandonato le loro terre in cerca di un luogo sacro caratterizzato da un'isola galleggiante, che fu identificato con Cotilia. Da questo momento aborigeni e pelasgi si unirono dando vita ad una feconda e pacifica convivenza.
Improvvisamente, però, irruppero nella valle del Velino i sabini che si erano mossi dalle loro sedi ai piedi del Gran Sasso, in particolare dalla mitica Testruna. Conquistata Cotilia la popolazione italica si spinse rapidamente nella conca reatina occupandola interamente, da qui i sabini mossero poi alla conqui­sta anche delle zone più prossime al Tevere dove Modio Fabidio fondò Cures. La complessità della formazione della leggenda sabina e le sue fin troppo evidenti aporie, dovute all'intimo intrecciarsi di interpretazioni più o meno filosabineggianti delle origini di Roma, impediscono di giungere a conclusioni abbastanza verosimili, anche se è difficile alla luce degli studi e delle interpretazioni più recenti accettare acriticamente gli elementi portanti di questa complessa e articolata costruzione erudita. Questi periodi più antichi della storia reatina trovano testimonianza e riscontro in molti dei ritrovamenti archeologici che, in particolare nei primi decenni del secolo ed in tempi recentissimi, hanno consentito di osservare più da presso le principali fasi delle origini. Una delle principali peculiarità che caratterizzano la conca reatina è costituita dall'evoluzione ambientale, particolarmente interessante per la complessa intera­zioni di vari fattori. La media età del bronzo sembra allo stato attuale delle ricerche l'orizzonte più antico di occupazione della conca velina, anche se una sepoltura rinvenuta nei pressi di Contigliano risale all'antica età del bronzo. Il fiorire di insediamenti risalenti alla media età del bronzo all'interno della conca sembra essere stato motivato dal sovrapporsi di fattori ambientali e socio-economici, attivati da un arretramento dell'antica linea di riva del lacus Velinus, che aveva reso disponibili per la coltura terreni di grande fertili­tà, stimolando il trasformarsi delle forme di occupazione e di sfruttamento del suolo.
Durante la prima età del ferro un rapido quanto improvviso avanzamento della linea di costa provocò la crisi ed i collasso di questi insediamenti, in gran parte sommersi dalle acque e l'arretramento delle popolazioni su siti più rilevati disposti a corona rispetto al nuovo lago fortemente ingrandito nelle sue dimensioni, inducendo sostanziali mutamenti nelle strutture socio-economiche, provocando forse quelle mitiche «primavere sacre», che spingevano una intera generazione di giovani a migra­re per ridurre la pressione demografica su di un territorio che aveva visto fortemente ridotte le sue potenziali colturali. E' in questa fase, dunque, tra IX e VIII secolo che l'altura calcarea di Rieti iniziò ad essere popolata stabilmente, anche se di queste prime fasi poco o nulla si sa, dato che le prime tracce di frequentazione certa risalgono al VI secolo a.C. Per quanto riguarda questo periodo i materiali di gran lunga più interessanti sono quelli provenienti dalla necropoli di Campo Reatino. Tra questi spicca l'urna a capanna, datata alla prima metà del IX secolo a.C., di impasto marrone scuro con chiazze rossastre con la superficie lisciata e lucidata, alta 23,7 cm, con pianta circolare di diametro oscillante tra 25,3 e 23,2 cm. All'urna erano associati un rasoio lunato in bronzo, attualmente disperso, ed un orciolo biconico di impasto. Sempre da Campo Reatino ed inquadrabili nello stesso ambito cronologico provengo­no una ciotola monoansata di impasto nerastro, priva di piede, con una decorazione incisa a pettine a due punte e riempita con una sostanza biancastra, che si articola su di un motivo a mean­dro continuo sotto l'orlo, su sei figure umane stilizzate dispo­ste radialmente all'interno della vasca e da una croce gammata posta al centro; un rasoio in bronzo bitagliente di forma rettan­golare a lama larga tronca, con un ampio foro circolare presso il margine superiore; un rasoio lunato, anch'esso in bronzo, ed i frammenti di staffa e di arco appartenenti ad una fibula bronzea con arco a tortiglione nella parte centrale e staffa a disco. Grosso modo in questo stesso orizzonte cronologico sono anche inquadrabili i materiali bronzei provenienti dai ripostigli di Piediluco-Contigliano, che furono sigillati nel IX secolo, pur contenenti bronzi più antichi di 2-3 secoli, tra i quali alcuni di origine cipriota e, in misura minore, egea. Dopo questa prima fase le notizie, le informazioni e i dati su Rieti e sul suo territorio tendono a rarefarsi bruscamente e solo dal III secolo a.C. siamo in grado di tracciarne i principali lineamenti della storia. Sfugge quindi completamente la fase di transizione di Rieti in città a coronamento di un lungo processo di trasforma­zioni socio-politiche, di segmentazioni etniche, di affermazione di ristrette aristocrazie e di mobilità di gruppi gentilizi.

La romanizzazione
Nel 290 a.C., dopo una rapidissima campagna militare, il console Manio Curio Dentato conquistò in modo stabile e definiti­vo l'intera Sabina. In tal modo il territorio di Rieti divenne ager populi Romani. Ai vinti sabini fu concessa la civitas sine suffragio, ossia la cittadinanza senza il diritto al voto. I vinti sabini ricevettero solo più tardi la cittadinanza piena, anche se questa fase è descritta abbastanza contraddittoriamente dalle fonti. Nel 225 a.C. alcuni contingenti reatini fecero parte dell'esercito approntato per contrastare un invasione gallica, prontamente rintuzzata presso Talamone. Dopo la disfatta inflitta ai romani dai cartaginesi sul Trasimeno nel 217, i reatini parte­ciparono alla ricostituzione dell'esercito. Nel 211 a.C. è proba­bile che Annibale, anche se l'itinerario è molto controverso, abbia attraversato il territorio reatino mentre a tappe forzate si stava preparando ad investire Roma. Nel 205 a.C. fu la volta di altre truppe ad essere inviate in soccorso di Scipione che stava preparando la campagna d'Africa. Molto complessa la suddivisione delle terre conquistate. La ricostruzione più verosimile degli accadimenti mostra come si sviluppò in Roma una forte opposizione al progetto iniziale di M' Curio Dentato che prevedeva lo stanziamento nella zona di Rieti di una nuova tribù: la Velina. Con la morte di Curio, avvenuta nel 270 a.C., l'iniziativa fu bloccato e soltanto nel 241 a.C. il senato creò le due ultime tribù la Velina e la Quirina. Singolar­mente però i territori di Rieti, di Amiterno e di Norcia furono assegnati alla Quirina, mentre quelli dei pretuzzi e dei picenti alla Velina, ad attestare un stravolgimento del disegno iniziale, che vedeva, in base all'onomastica delle due tribù, una ben diversa suddivisione degli agri conquistati. Secondo la tradizio­ne una parte delle terre sarebbe stata lasciata in possesso dei vinti sabini, mentre il resto sarebbe stato suddiviso e assegnato viritanamente.
L'equilibrio raggiunto tra classe senatoria e coloni vide indubbiamente il prevalere delle esigenze della prima, creando i presupposti per il formarsi ed il cristallizzarsi di antichi rancori, che sfociarono nel 49 a.C., al momento del crearsi di condizioni favorevoli a livello generale, in una sommossa politi­co-sociale del partito democratico locale, noto anche per aver contribuito a sventare la congiura di Catilina, diretto probabil­mente contro i molti senatori che possedevano cospicui beni fon­diari in Sabina fuggiti con Pompeo a Brindisi ed alimentato dai piccoli proprietari e dal proletariato urbano che miravano ad impossessarsi delle loro aziende agrarie. Nel 76 a.C., secondo quanto riportato da Giulio Ossequente, che attinse ampiamente anche alle opere di Livio non pervenute fino a noi, Rieti fu scossa da un violento terremoto che danneg­giò alcuni templi dell'abitato e del territorio, aprì gravi lesioni nel lastricato del foro, fece crollare ponti, mentre anche le rive del Velino, in alcuni tratti, franarono.

Le istituzioni municipali
Le vicende politico-istituzionali di Rieti dopo la romaniz­zazione non sono ben note. Le fonti sulle magistrature reatine sono quasi esclusivamente epigrafiche ed abbastanza tarde. Sono molte quindi le congetture e poche le certezze e, soprattutto, sono fortemente imprecisi i tempi ed i modi in cui alcuni muta­menti sono avvenuti. Dopo che gli abitanti di Reate ebbero ottenuta la cittadi­nanza, la praefectura fu l'ordinamento politico amministrativo che fu posto al governo del territorio. Questa istituzione, al cui capo era un praefectus iure dicundo, che amministrava quindi anche la giustizia, costituì l'elemento motore per una rapida trasformazione della società locale, in concomitanza ed in rela­zione con i profondi mutamenti del paesaggio innescati dalla bonifica della piana. Veniva inoltre riconosciuta la centralità di Rieti nelle aree appena conquistate e la sua supremazia giuri­sdizionale sugli antichi pagi o vici che mantennero ampie autono­mie tanto a livello politico-amministrativo che religioso e che costituivano le forme di popolamento preesistenti alla conquista e che la romanizzazione alterò e trasformò soltanto in parte, almeno nelle prime fasi.
Molto ampio, anche se difficile da definire compiutamente, il territorio soggetto alla prefettura reatina che doveva comun­que controllare l'intera vallata del Velino, fino allo spartiac­que con il Tronto, parti delle valli del Salto, probabilmente fino alle gole di Grotti, e del Turano, mentre i monti Sabini costituivano un confine abbastanza definito con l'area tiberina. Per tutto il periodo repubblicano Rieti non raggiunse mai la dignità di municipio. Tra il 23 ed il 18 a.C. infatti era ancora una prefettura, come conferma una dedica databile in questo arco cronologico al suo patrono M. Vipsanio Agrippa. Divenuta munici­pio dopo queste date, i massimi magistrati reatini erano i quattuorviri, attestati però abbastanza tardi, soltanto tra I e II secolo d.C. Si è molto discusso se i quattuorviri reatini costituissero una evoluzione di un più antico octovirato di origine sabina, attestato nella zona a Trebula Mutuesca, che sorgeva presso l'odierno Monteleone Sabino, o se invece facessero parte della nuova strutturazione delle autonomie municipali concesse dopo la guerra sociale, basata sull'ordinamento uniforme dei IIIIviri, due dei quali erano investiti di poteri giurisdiziona­li, iure dicundo, cui era affidata, in sintesi l'amministrazione della giustizia civile e penale. Gli altri due invece erano investiti della aedilicia potestate, con potere di edili quindi, che dava loro competenza sulla sorveglianza delle strade, dei mercati, sull'organizzazione dei giuochi pubblici, tanto per citarne alcune. Tra i massimi magistrati cittadini citati dalle epigrafi è da ricordare C. Annaeus C.f. Qui. Pastor, un illustre personaggio locale ascritto alla tribù Quirina, che fu quattuorvir iure dicundo, oltre che questore e magister iuvenum. Il padre, C. Annaeus C.f. Qui. Pudens, era un veterano della coorte III pretoria e, dopo aver ottenuto il congedo, si era trasferito a Rieti, trasformandosi in possessore terriero e, entrato nel senato locale, aveva aperto al figlio l'accesso alle massime magistrature locali. Originario di Cliternia, altro piccolo municipio posto nella valle del Salto nei pressi di Capradosso, era invece T. Sellesius C.f. Cla. Certus che fu edile a Rieti, prima di divenire questore e duoviro nel municipio di nascita. Tra i compiti dei quattuorvi­ri rientrava anche quello di procedere ogni cinque anni al censi­mento della popolazione. Coloro che erano impegnati in tale incombenza venivano definiti quinquennales, a Rieti le fonti epigrafiche menzionano P. Prifernius P.f. Qui. Paetus, il quale, al termine di una brillante carriera militare svolta nei ranghi più alti dell'esercito, era tornato nella terra d'origine ed aveva ricoperto cariche importanti a livello politico-amministra­tivo, quali il quattuorvirato e la quinquennalità. Oltre alle supreme magistrature municipali, il governo era assicurato dal senato locale, il così detto ordo decurionum, che era composto da un numero inizialmente abbastanza vario di sena­tori, ma che poi nel tempo si stabilizzò, in particolare nelle comunità di maggiore consistenza, nel numero canonico di 100. Abbastanza complessi erano i sistemi di nomina, legati alla presenza di determinati requisiti, come del resto nel caso degli altri magistrati, ma anche molti erano i privilegi e gli onori che venivano loro concessi sia in campo civile che in campo penale. Tra i suoi compiti principali quello di intervenire sulle più importanti decisioni della vita sociale cittadina. A partire dalla II secolo d.C. sempre più frequente si fa la menzione dei patroni municipali, che grazie al prestigio sociale raggiunto normalmente durante la carriera militare al momento del congedo tornavano nella città natale assumendo cariche onorarie importanti e contribuivano con il loro evergetismo all'abbelli­mento del paesaggio urbano ed alle elargizioni di generi alimen­tari al popolo. La crisi economica tardoimperiale ridusse elargi­zioni e liturgie e, per arginarla, spinse ad introdurre la fun­zione del curator rei publicae, che spesso si identificava con lo stesso patrono del municipio. L'accentuarsi della crisi demografica e della depressione economica della tarda antichità non alterarono le forme delle istituzioni municipali. A Rieti infatti sopravvisse, pur dopo la presenza del comes Quidilane, figlio di Sibia, priore dei goti di Rieti e di Norcia, menzionato nel 526 d.C., il senato locale, formato ormai quasi esclusivamente dai grandi proprietari terrie­ri della zona, attestato ancora poco dopo la metà del VI secolo, ultimo esempio, insieme a Rimini, della sopravvivenza delle strutture politico-amministrative del mondo romano.

La società reatina in età romana
Molte sono le notizie sulla società locale che vengono fornite dalle iscrizioni, onorarie o funerarie, conservate presso il lapidario del museo civico reatino o altrove. Una base con dedica ricorda, ad esempio, l'erezione di una statua, posta nel 184 d.C., a L. Oranius Iustus della tribù Quirina. Il suo cursus honorum ne ricorda come egli fosse stato primipilo, prefetto degli accampamenti della III legione «Cirenaica», sacerdote lau­rente lavinate, flamine augustale e patrono della città di Rieti. La statua fu innalzata su suolo pubblico a spese di Oranio, per ricordare che il patrono aveva elargito ai suoi concittadini la somma di centomila sesterzi per provvedere all'approvvigionamento dell'annona. Tra le iscrizioni funerarie, da ricordare quella di A. Herennuleius Cestus, uomo di umili origini, un liberto, che si era arricchito praticando la mercatura, tanto che gli era stato possibile permettersi un sepolcro per sé e per i suoi liberti. Herennuleius era stato un commerciante all'ingrosso di vino e di altri generi alimentari importati da oltremare nella località non identificata di Septem Caesares, probabilmente da collocare nei pressi di Roma. da ricordare anche la dedica sepolcrale relativa alla gens Pituania che aveva tra i suoi membri un seviro augusta­le, mentre Mucius Nedymus era un appaltatore di opere pubbliche.
Molto numerose anche le epigrafi funerarie che ricordano veterani dedotti a Rieti in particolare da Vespasiano o di perso­naggi di un certo rilievo come l'ignoto di rango equestre, forse appartenente alla famiglia Valeria, che ricoprì importanti inca­richi militari e civili nel II secolo d.C. ad iniziare da un primipilato, da una prefettura di legione da tre tribunati mili­tari urbani, per chiudersi con un secondo primipilato. Esaurita la carriera militare, molto importanti furono le cariche civili rivestite, quali le procuratele delle Gallie e della Mauritania Tingitana. Densa la presenza in città di liberti, anche se le scarne notizie fornite dalle epigrafi, per lo più funerarie, consentono soltanto di delinearne una origine principalmente orientale. Tra questi un certo rilievo a livello sociale dovettero ricoprire i Carfidii, i Mucii, i Pituanii e i Pomponii. Una posizione privi­legiata dovettero occupare i liberti imperiali, in gran parte legati ai Flavi. Una particolare considerazione meritano i liber­ti membri di collegi sacri, come ad esempio i seviri augustales da annoverare come il più importante. A Rieti i seviri augustales assunsero un ruolo di grande rilevanza nel società locale, che trova scarsi riscontri in altri municipi italiani. A capo di questa vera e propria corporazione professionale si trovava un quinquennalis, che poteva far conto su di una cassa autonoma gestita da un curator. Il collegio era rappresentato da un patrono che doveva curare l'immagine di questa associazione che doveva essere in gran parte costituita da liberti arricchiti grazie alle loro attività mercantile e impren­ditoriali, desiderosi di mostrare la funzione della loro classe sociale che si interponeva tra plebe e senatori attraverso una intensa iniziativa sociale che, attraverso consistenti elargizio­ni di denaro, contribuiva al decoro urbano ed alla crescita della città.
Uno dei seviri maggiormente benemeriti fu T. Fundilius Geminus, che fu inoltre magister iuvenum. In onore di Fundilus nominato patrono degli augustali e quinquennale perpetuo fu eretta una statua da parte degli stessi colleghi. Egli elargì ben ventimila sesterzi all'arca del collegio perché con la rendita della somma ogni anno il 29 gennaio, ricorrenza del suo complean­no, fosse tenuto un banchetto in suo onore. Dopo la dedica della statua Fundilius dispose elargizioni nella stessa ricorrenza per i seviri, i decurioni, gli iuvenes e per il popolo reatino un pubblico banchetto ed una distribuzione di olio. Gli altri collegi noti riguardavano i cultores Herculis respicientis sub quadriga, forma ricordata solo a Rieti e che ha lasciato tracce toponimiche anche nell'alto medioevo, gli iuvenes e le mulieres, fatto questo del tutto particolare. Tra i principali cittadini reatini sono da ricordare l'ora­tore Lucio Ottavio, morto in giovane età verso il 74 a.C., mentre incominciava a riscuotere notevole successo, e P. Vatinio, parti­giano di Cesare, tribuno della plebe nel 59 a.C., console nel 47, proconsole nel 45-43 e trionfatore sull'Illirico nel 42 a.C..

Marco Terenzio Varrone
Nato secondo la tradizione a Rieti nel 116 a.C., Marco Terenzio Varrone visse una fanciullezza forgiata dall'austerità dei costumi della famiglia, di rango senatorio, come egli stesso amava ricordare, accennando al fatto che aveva avuto una sola tunica ed una modesta toga, calzari senza fasce, il cavallo senza sella, il bagno non quotidiano e rari giuochi. Lasciata in gio­ventù la Sabina per recarsi a Roma, fu presto coinvolto nelle lotte politiche che agitavano la società romana in quel periodo. In considerazione delle sue origini e della tradizione familiare, Varrone aderì al partito «conservatore» dell'epoca, che aveva in Pompeo il suo rappresentante di maggior spicco e sotto il quale compì il suo cursus honorum. La prima carica pubblica ricoperta da Varrone quando aveva 19 anni fu, nel 97, il triumvirato capi­tale, che si occupava dell'esecuzione della giustizia. Intensi anche gli studi che lo videro allievo dei maestri più importanti dell'epoca, Lucio Accio, che gli insegnò i primi rudimenti di grammatica, Lucio Elio Stilone, che lo indirizzò invece sia alla scienza etimologica, sia all'attività oratoria. Gli studi filosofici, iniziati sotto gli accademici Filone di Larissa e Antioco di Ascalona, videro il loro completamento nel soggiorno ad Atene, tra l'84 e l'82. In seguito l'erudito reatino ricoprì altre importanti magistrature. Prima questore, poi legato in Illiria nel 78 al seguito del proconsole Gaio Cosconio, proquestore di Pompeo nella guerra contro Sertorio dal 76 al 72 in Spagna, dove batté moneta con il suo nome, tribuno della plebe nel 70, pretore nel 68, legato di Pompeo nella guerra contro i pirati con l'incarico di pattugliare lo specchio di mare compreso tra la Sicilia e Delo nel 67, uno dei vigintiviri ad agros dividendos Campanos incaricati nel 59 di applicare la legge agraria emanata da Giulio Cesare e da ultimo luogotenente di Pompeo nella Spagna ulteriore al deflagrare della guerra civile nel 49 a.C. dove comandava due legioni.
Dopo la disfatta del partito pompeiano a Fàrsalo, Varrone, dopo essere riuscito a scampare alla persecuzione di Antonio vivendo nascosto per due anni e subendo la confisca dei beni e la distruzione di buona parte della sua biblioteca, con doloroso ripensamento, aderì al partito di Cesare, visto come rappresen­tante dell'ordine, della legge e continuatore dello stato romano. A Varrone venne riconosciuta in particolar modo la sua profonda cultura, tanto che gli venne affidato nel 47 l'incarico di orga­nizzare e di dirigere la prima biblioteca pubblica di Roma. Varrone morì nel 27 a.C. alla soglia dei novant'anni. I suoi interessi culturali furono amplissimi. Non ci fu praticamente campo dello scibile umano che egli non indagò, portando a compimento 74 opere, partite in circa 620 volumi, giunte in minima parte fino a noi, mantenendo, però, ferma e costante la sua affezione per la terra di origine e sentendosi sempre «reatino». Delle opere di Varrone conosciamo soltanto il de re rustica, partita in tre libri e quasi integra, una parte del de lingua Latina ed un gran numero di frammenti delle altre opere, che spaziavano dal campo dell'erudizione, alla storia e alla filologia; dagli scritti di carattere burocratico e giuridi­co alle epitomi delle grandi opere; dai lavori riguardanti l'agricoltura e la filosofia agli scritti non dottrinari, poesie, prose, satire ed orazioni.

I Flavi
La famiglia dei Flavi, non vantava origini particolarmente nobili. Secondo una tradizione, riportata da Svetonio, ma che lui stesso avverte di non aver potuto verificare, il capostipite sarebbe stato originario della Transpadania e sarebbe giunto nel Reatino dove avrebbe organizzato il reclutamento della manodopera che dall'Umbria si recava in Sabina per compiere i lavori stagio­nali dei campi. Sposatosi, si sarebbe insediato a Rieti. Suo figlio T. Flavius Petro era stato centurione nell'esercito pom­peiano e, dopo la disfatta di Fàrsalo, si era rifugiato a Rieti, dove, ottenuto il perdono ed il congedo, era divenuto cassiere delle vendite all'asta. Il figlio, Sabino, non abile al servizio militare, fu percettore della quarantesima in Asia, dove per la sua integrità gli furono anche erette statue. Divenne poi ban­chiere presso gli elvezi, dove morì. Lasciando la vedova, Vespa­sia Polla originaria di Norcia, e due figli, Sabino, che fu prefetto di Roma, e Vespasiano. Vespasiano nacque la sera del 17 novembre del 9 d.C. a Falacrine, un piccolo villaggio posto lungo la via Salaria, comunemente identificato con la località «Collicelle», in comune di Cittareale. Allevato dalla nonna paterna Tertulla, alla quale rimase sempre affezionato, Vespasiano ebbe una rapida carriera pubblica. Fu infatti tribuno militare in Tracia, questore nella provincia di Creta e Cirene, edile e pretore sotto Caligola, con il quale si schierò apertamente. Durante il regno di Claudio fu dapprima legato della legione II Augusta sul Reno nel 42 e poi, dal 43 al 47 circa, in Britannia dove inanellò una serie di successi militari sottomettendo due fortissime popolazioni indi­gene e l'isola di Wight che gli fruttarono un trionfo. Nel novem­bre e nel dicembre del 51 fu console suffetto. Come proconsole trasse in sorte l'Africa, carica che esercito con severità e con grande integrità, tanto da dover sottoporre ad ipoteca i beni del fratello e a fare il mercante di schiavi per mantenere il rango. Caduto in disgrazia sotto Nerone, si tenne in disparte dalla vita pubblica.
Le fortune di Vespasiano ebbero, però, un brusco alimento dalla rivolta giudaica del 66 d.C., che aveva trovato fermento nella profonda contraddizione tra un regime sacerdotale e una monarchia di tipo ellenistico, che si acuì nell'inserimento della Giudea all'interno del sistema imperiale romano, pur tra la difficoltà di delineare con precisione il ruolo della regione che oscillava tra stato satellite e provincia. L'insurrezione coin­volse diversi strati della società locale con la classe sacerdo­tale tra i protagonisti, anche se il raggruppamento di gran lunga più importante fu quello degli zeloti, che riuscirono ad unifica­re aspetti diversi e di divergente provenienza, urbana o rurale, che trovarono compattezza ed omogeneità nelle comuni concezioni pietistiche e messianiche. Fallito il tentativo di Cestio Gallo, legato di Siria, di riportare l'ordine nella regione, il compito fu affidato da Nerone a Tito Flavio Vespasiano, che mosse all'attacco con tre legioni provenienti dalla Siria e dall'Egitto - la V Macedonica, la X Fretense e la XV Apollinare - insieme a truppe ausiliarie e contingenti alleati, con un esercito valutato nel suo complesso di circa 60.000 uomini. La controffensiva ebbe un rapido successo riuscendo a conquistare gran parte delle varie piazzeforti degli insorti, che si ritirarono gradualmente nell'estate del 69 d.C. verso Gerusalemme e nelle fortezze di Herodium, Machaerus e Masada, ben nota, quest'ultima, per la disperata resistenza offerta all'assedio romano, che culminò nel 73 d.C. con il suici­dio collettivo della guarnigione che era comandata da uno dei capi della fazione zelotica, Eleazar.
Nel contempo l'ascesa politica dei Flavi aveva trovato mag­gior fondamento già durante l'impero di Galba, quando Tito si mise in viaggio dalla Giudea in direzione di Roma, per farsi adottare dall'imperatore come erede al trono. La notizia dell'uc­cisione di Galba e l'avvento al potere di Otone, però, lo colse durante la tappa di Corinto nel gennaio del 69 d.C. Dopo una lunga riflessione, Tito ritenne che la decisione più giusta fosse quella di tornare in Giudea per proporre la candidatura al trono del padre. Durante la traversata Tito sostò al santuario di Iside a Pafo, nell'isola di Cipro. Qui l'oracolo gli rivelò il suo destino imperiale, ma la visita servì anche per avere l'appoggio dei sacerdoti dell'importante santuario e per coagulare intorno al progetto di Tito sostegni ed alleanze con il potente prefetto d'Egitto, Tiberio Giulio Alessandro, e con altri importanti funzionari delle province medio-orientali, come Licinio Muciano, legato in Siria e che comandava l'armata più potente ed agguerri­ta dell'esercito romano schierata contro i parti. Il 1° luglio del 69 d.C., giunse a compimento il disegno politico ideato e delineato da Tito. Vespasiano fu infatti accla­mato imperatore dapprima in Egitto, poi in Palestina e in Siria. Allo scoppiare della guerra civile altrettanto importante fu il ruolo ricoperto da Tito, che si impegnò personalmente per portare a compimento la repressione della rivolta giudaica stringendo d'assedio e conquistando Gerusalemme, fatto questo che contribuì non poco ad accrescere la fortuna della famiglia. Nella primavera del 70 d.C. le truppe di Tito, rinforzate da una quarta legione, iniziarono l'assedio della città, nella quale erano scoppiati forti contrasti tra le varie fazioni. L'attacco trovò inizialmen­te ostacoli consistenti nel complesso sistema difensivo della città, protetta da diverse cinta murarie. I difensori, nonostante le persuasioni tentate da Giuseppe Flavio, uno dei capi dell'in­surrezione, passato poi in campo romano e principale storico degli accadimenti, riuscirono a resistere fino all'agosto, quando fu investito anche il sistema difensivo del Tempio, che fu preso, saccheggiato ed incendiato.
Rientrato a Roma, dopo il trionfo, Tito si dedicò a contene­re e neutralizzare il ruolo che Licinio Muciano, «grande eletto­re» del padre ed elemento determinante per la vittoriosa campagna militare contro Vitellio, succeduto a Otone, costretto al suici­dio, si era venuto ritagliando. Tito divenne dunque non soltanto compartecipe del potere, ma il vero sostegno del regime, tutor imperii, come acutamente sottolineò Svetonio. Un compitò che Tito assolse in particolar modo con particolare rigore e brutalità come prefetto del pretorio, nomina ricevuta nel 71, stroncando sul nascere ogni tentativo di cospirazione o di congiura. Considerevole merito di Vespasiano e di Tito fu quello di aver grandemente contribuito alla rifondazione dello stato roma­no, scosso dalle fondamenta dalla guerra civile dalle controver­sie dinastiche, riconducendo il principato nell'alveo delle origini dettate da Augusto, del quale i Flavi si consideravano gli eredi. Fondamentale la riforma fiscale, che per risanare l'esangue erario introdusse forti incrementi delle tasse e delle imposte. Importante anche la riorganizzazione militare delle province medio-orientali dell'impero, che comportò una raziona­lizzazione dello schieramento delle legioni ai confini, tanto nella distribuzione, quanto nella dislocazione, con una intera legione che venne stanziata a Melitene, in Cappadocia, in posi­zione strategica per controllare un punto di passaggio dell'Eu­frate. Un consolidamento della frontiera, che va probabilmente inquadrato non tanto in chiave difensiva, quanto come momento di riorganizzazione e di potenziamento per preparare una successiva campagna espansionistica in grande di spingere più ad Oriente i territori in possesso dell'impero romano. Vespasiano, nonostante i suoi impegni, non rinunciò mai a tornare ogni anno nelle natia Sabina, dove soggiornava in una villa nei pressi delle terme di Cotilia. Un abuso delle acque curative fredde aggravò le sue condizioni. Sentendosi giunto alla fine Vespasiano volle essere sollevato, esclamando: «Un imperato­re deve morire in piedi». Era il 24 giugno del 79. Tito, nono­stante fosse stato preceduto da una fama non certo favorevole essendo ritenuto ambizioso, dissoluto e violento tanto a livello pubblico quanto a livello privato - destò scandalo il suo innamo­ramento per la bella principessa giudea Berenice, antica amante all'assedio di Gerusalemme e giunta a Roma nel 75, che voleva sposare dopo aver divorziato dalla seconda moglie, Marcia Formil­la - l'opinione popolare su di lui mutò radicalmente subito dopo l'ascesa al trono. Dimenticato il Tito crudele e dissoluto, corrotto ed abile e raffinato costruttore della propria fortuna politica, nel suo breve regno - due anni, due mesi e venti giorni - il flavio finì per incarnare la figura del «principe» ideale, mostrando saggezza e assennatezza, così da porre i presupposti per la nascita del mito, che trovò sostanziamento anche nelle grandiose opere pubbliche che furono completate durante il suo principato, come le terme e l'anfiteatro flavio, detto poi Colos­seo per la sua imponenza. Morì il 13 settembre dell'81 nella stessa villa dove era morto il padre. Queste apparenti contraddi­zioni caratteriali mettono in luce la complessità del personaggio che, artefice principale delle fortune delle famiglia, ne divenne anche il simbolo nel tempo, pur se il suo regno fu segnato d funesti presagi come una epidemia che seminò strage in Italia, un incendio che devastò il Campidoglio ed una parte considerevole di Roma e l'eruzione del Vesuvio che sommerse sotto una coltre di ceneri e lapilli Pompei, Ercolano e Stabia, oltre a causare la morte dell'ammiraglio e grande erudito Plinio il Vecchio, intimo amico della famiglia, giunto in soccorso con la flotta di capo Miseno.
Alla morte di Tito, fu il fratello Domiziano, fatto Cesare dal padre e considerato consorte e successore da Tito, ad assur­gere al trono, ultimo dei Flavi, proclamato dai pretoriani e riconosciuto dal senato. Nonostante i contrasti con Tito, Domiziano onorò la memoria del fratello e del padre e governò, almeno inizialmente, con preparazione e con abilità, ma con spirito accentratore, fatto che gli alienò rapidamente molte simpatie. Domiziano, durante il suo governo, portò a compimento una serie grandiosa di opere pubbliche, giovandosi del risanamento dell'erario compiuto dal padre. A Roma in particolare fece co­struire uno splendido palazzo imperiale, progettato dall'archi­tetto Rabirio; fece riedificare il tempio di Giove capitolino; erigere i templi di Minerva e Vespasiano nel foro; di Iside e Serapide e di Giove custode sul Campidoglio; della Fortuna redux presso la porta Trionfale. Furono costruito lo stadio al Palatino e quello per i ludi capitolini, sotto l'attuale piazza Navona; il grandioso bacino per le naumachie; il foro transitorio detto poi di Nerva. Portati a compimento le terme, dette poi di Traiano, il Colosseo e l'arco di Tito. Dopo una serie di fortunate campagne militari contro i britanni, i germani, i daci, i suebi, i sarmati, i quadi e i marcomanni, Domiziano consolidò il confine oltre il Reno, facendo costruire un complesso sistema difensivo formato da fossati, palizzate, torri di guardia, fortezze e accampamenti fortificati per le truppe. Una serie di successivi rovesci e di congiure, inasprì il suo animo spingendolo a divenire sospettoso e crudele e ad instaurare un sistema di terrore che ebbe termine con la sua uccisione nel 96 d.C. in seguito ad una cospirazione aristocrati­ca, con il senato che ne decretò la damnatio memoriae, che gli costò una damnatio anche storiografica, per la gran parte non meritata.

La religione
Tra i principali culti legati ai sabini ed al loro territorio è da ricordare in particolar modo quello della dea Vacuna. Il suo culto aveva un profondo legame con la natura, con i boschi, con le acque, con i laghi, con le sorgenti, spesso sacralizzati. Il lago di Cotilia con la sua sorgente salutare occupava un posto rilevante nel culto di Vacuna, che si era perpetuato anche dopo la romanizzazione, ad attestare la persistenza di un conflitto primitivo tra il sacro ed il profano che aveva lasciato profonde tracce residuali nella coscienza romana: la sopravvivenza di una devozione superstiziosa. Particolarmente noti i boschi sacri che le erano dedicati. Essi sono chiaramente localizzati da Plinio il Vecchio nei pressi (iuxta) di Rieti e del luogo dove l'Avens, il Velino, si immetteva nei laghi Reatini. L'addensarsi dei ritrovamenti epigrafici e delle attestazioni toponimiche nell'area dei monti Sabini, in particolare, sul versante della conca reatina, induce a ritenere che i boschi sacri alla dea citati da Plinio debbano essere collocati in questa zona, dove, presso Cerchiara, furono ritrovati due altari dedicati a Vacuna. Un fanum, poi, era proba­bilmente dedicato a Feronia nei pressi di Rieti, alla confluenza del Salto nel Velino, Di grande importanza la base con dedica ad Hercules Sanctus da parte del mercante L. Munius, ritrovata nel Rinascimento nei pressi di Contigliano, interpretata in passato in modo controver­so e protagonista di singolarissime vicissitudini. Altrettanto importante è la lastra di marmo con dedica ad Hercules Pater. La dedica si riferisce ad un luogo sacro concesso per decreto dei decurioni per un tempio dedicato ob honorem Augustorum dai Seviri Augustales al Pater Reatinus, divinità locale venerata anche con il nome di Semo Sancus o Dius Fidius, identificata normalmente con Ercole. Questa lastra proviene da Contigliano, località Colle Santo, e, con molta probabilità, va posta in riferimento con l'epigrafe precedente e con il santuario di Hercules Victor, un santuario extraurbano, nel quale Ercole era venerato sotto aspet­ti diversi. Un'ara con dedica a Iuppiter, Minerva, Fortuna e Hercules proviene invece dalla città. Sulle rive del Velino, probabilmente nei pressi della chiesa di s. Michele arcangelo al Borgo, C. Allius per sciogliere un voto a Nettuno, del quale era sacerdote, dedicò un tempio alla divinità.

Il paesaggio urbano di Rieti in età romana
Il sito scelto dai sabini come centro principale della conca Velina, al momento della crisi degli insediamenti che, tra la media età del bronzo e la prima età del ferro, si erano disposti a raggiera intorno alla linea di costa del lacus Velinus, aveva tre caratteristiche principali, quella di sorgere su di uno sperone calcareo sufficientemente elevato per sfuggire all'innal­zamento delle acque; quella di offrire una protezione naturale agli assalti nemici e quella di controllare uno dei possibili luoghi di passaggio sul Velino. Sull'occupazione del sito in età sabina poco o nulla sappia­mo, ma è indubbiamente a partire dalla romanizzazione che l'urba­nizzazione di Rieti conobbe una rapida accelerazione. La stessa funzione di prefettura impose la fortificazione del sito. In questo steso periodo l'attraversamento del Velino fu reso meno insicuro per mezzo di un ponte stabile in muratura sul Velino che si raccordava alla città per mezzo di un possente viadotto in opera quadrata, con­servato quasi integralmente al di sotto dell'attuale via Roma che consentiva, grazie ad una livelletta costante, di accedere age­volmente allo spazio urbano ed alla sua «porosità» di non costi­tuire una barriera difficilmente sormontabile, e non, come co­stantemente ripetuto, a difendere dalle alluvioni la via - basti osservare il livello del ponte romano rispetto al viadotto, che sarebbe stato sommerso e distrutto in tale eventualità.
All'indomani della romanizzazione, dunque, Rieti venne totalmente ristrutturata a livello urbanistico per adattarla ed adeguarla alle nuove esigenze come punto strategico di controllo della conca e delle vie che da essa si diramavano. Una delle prime preoccupazioni fu senza dubbio quella di fortificare l'al­tura calcarea, modellandola anche artificialmente per accentuarne le caratteristiche difensive, ed erigendo una cinta muraria in opera quadrata, con i blocchi di calcare locale posti di testa e di taglio e a doppia cortina, con lo spazio interno riempito probabilmente di terra poi costipata. La cortina era interrotta da una serie di torrioni a pianta quadrangolare. Delle mura sono rimaste ampie tracce nel tessuto urbano odierno, basti ricordare, oltre a vari blocchi reimpiegati spora­dicamente qua e là, il torrione di via Pescheria, inglobato dall'hotel Miramonti, il torrione di via del Vignola, nel quale è ben evidente la traccia di un restauro compiuto nella tarda antichità, reimpiegando alcuni blocchi prelevati con buona proba­bilità da un monumento funerario, come attestano due iscrizioni, ambedue poste a rovescio, ed il tratto di mura conservato nel cortile del palazzo dell'Inps in via Cintia.
Nella cinta sono ricordate nell'alto medioevo tre porte, probabilmente le originarie, che avevano quasi certamente conser­vato nella memoria collettiva la denominazione romana, derivata normalmente dall'abitato più importante al quale conduceva la strada che attraversava la porta. A sud la porta Romana, ad est quella Interocrina, ad ovest quella Spoletina, probabilmente a tre fornici, come sembra suggerire la postierla ricordata nel medioevo. L'asse viario principale era costituito dalla Salaria che, superato il Velino con un ponte a tre arcate, saliva verso la città per mezzo di un viadotto a più fornici costruito, come il ponte, in opera quadrata con blocchi di travertino cavernoso posti di testa e di taglio, ancor oggi conservato quasi integral­mente sotto l'attuale via Roma. Entrata in città come una sorta di cardo maximus e raggiunto il foro, che le fonti ricordano come lastricato con lastre di pietra, la Salaria ne usciva come decu­manus maximus, seguendo grosso modo il tracciato dell'attuale via Garibaldi, attraverso la porta Interocrina, che era collocata grosso modo all'altezza del civico 209. Probabilmente sul Velino era stato gettato un altro ponte, grosso modo all'altezza del convento di s. Francesco, conosciuto soltanto dalle fonti medievali che, a partire dall'ultimo quarto dell'VIII secolo, lo ricordano come pons fractus. Partendo dall'ipotesi che il ponte sia stato costruito in età romana, resta dunque da definirne con precisione la funzione, forse da collegare alla presenza di una fascia suburbana sviluppatasi probabilmente tra la fine della repubblica e la prima età impe­riale al di fuori della cinta muraria, e dell'impianto termale.
L'anfiteatro era situato al di fuori di porta Cintia, sulla sinistra della strada che conduceva a Spoleto, con parte dell'area successivamente occupata dal convento di s. Domenico, in perfetto accordo con un modello pressoché generalizzato. Va inoltre ricordato il fatto che delle tre porte urbiche soltanto porta Cintia, pur essendo situata sull'asse viario di minor importanza, sembra aver avuto una struttura a tre fornici. Com­plessità che può essere spiegata con la funzione di dover agevo­lare l'afflusso ed il deflusso degli spettatori tra città e anfiteatro al momento dello svolgimento degli spettacoli. Le ragioni, poi, per le quali l'anfiteatro, probabilmente l'ultima tra le tipologie architettoniche introdotte nella città romana, si trovava molto spesso al di fuori di essa, erano molteplici e convergenti e spaziavano dal campo urbanistico a quello architet­tonico, da quello economico a quello connesso con i problemi di ordine pubblico e segnavano, sul piano ideologico, una rottura con gli schemi urbanistici precedenti, quasi esclusivamente militari, in considerazione del fatto che una costruzione, che poteva essere particolarmente imponente, posta subito all'esterno della cinta era in grado di costituire un elemento di pericolo in caso d'assedio. Le strutture dell'anfiteatro reatino dovevano essere in gran parte in terra ed in legname, con l'arena probabilmente scavata nel terreno e la cavea supportata, in tutto o in parte, da opere di terrazzamento a scarpa preliminari, con le gradinate installa­te sui terrapieni.
La presenza a Rieti di un impianto termale è rivelata dalla persistenza nell'alto medioevo di un'area denominata Balneum Vetus aveva una estensione di circa due ettari, ma è azzardato proporre una totale sovrapposizione tra toponimo altomedievale ed area effettivamente occupata in età romana dal balneum, che doveva servire ad una popolazione valutabile nel I secolo d.C. intorno alle duemila persone, mentre non si hanno dati certi per stimare la popolazione complessiva che gravitava sulla città, ma che non doveva divergere di molto da quella dei municipi della IV regio, di poco superiore generalmente ai 10.000 abitanti. All'interno del recinto urbano nel tempo sono state individuate numerose strutture pertinenti alla città romana, in gran parte per rinvenimenti fortuiti. Meglio documentati i lavori nello spazio retrostante il palazzo comunale, occupato oggi dall'ex mercato coperto, nel quale agli inizi del secolo furono riportati in luce un complesso di costruzioni risalenti a varie epoche. Le tecniche murarie utilizzate erano la reticolata con ricorsi di mattoni, abbastanza tarda quindi, o a blocchetti informi di calcare, con tracce di intonaco a fondo rosso e linee bianche. Alcuni blocchi parallelepipedi in calcare hanno fatto poi pensare ad un restauro tardoantico o postclassico della cinta muraria. Questi ambienti, adiacenti all'area del foro, sono stati interpretati, sia pur stemperando l'ipotesi con il dubbio, come magazzini o taberne, correlati con attività di stoccaggio di merci o commerciali. Di grande interesse, poi, il complesso di muri riportati in luce negli anni '30 durante i lavori di demolizione della chiesa di s. Giovanni in Statua, nella zona dell'attuale hotel Quattro Stagioni e dell'allora palazzo dell'intendenza di finanza. Si trattava con ogni probabilità di un tempio, come induce a ritene­re la modanatura a cyma reversa pertinente alla parte inferiore di un podio costruito in opera quadrata ed ascrivibile nella tarda età repubblicana.

La bonifica della piana reatina e le strutture economiche
All'indomani della romanizzazione fu avviata, secondo la tradizione dallo stesso Manio Curio Dentato, una grande opera di bonifica della conca reatina per mezzo dello scavo di un canale alle Marmore. Una bonifica certamente non integrale, ma che dovette comunque prosciugare una parte notevole dell'area palu­dosa e ridurre fortemente la superficie dell'originario lacus Velinus, frammentato in specchi d'acqua minori e con le terre prosciugate suddivise in parcelle disposte a raggiera intorno ai laghi superstiti. Un elemento che rimane nell'ombra per la frammentarietà e la lacunosità delle fonti è la effettiva portata della bonifica curiana. E' difficile pensare che il semplice scavo d'un canale artificiale abbia potuto risolvere tutti i problemi connessi con la bonifica della piana reatina. Se l'apertura della cava curiana fu senza molti dubbi l'in­tervento più macroscopico e spettacolare, basti ricordare la creazione della grandiosa scenografia della cascata delle Marmo­re, altre opere minori di bonifica dovettero assicurare il dre­naggio delle acque sorgive e meteoriche. Un fitto reticolo di canali di scolo, individuabile in parte della conca reatina per mezzo delle foto aree e costituito probabilmente dalle strigae, il lato lungo delle parcelle rettangolari, ed anche dalle scam­nae, il lato corto, delle suddivisioni territoriali d'età romana, con ragionevole certezza contribuì notevolmente alla realizzazio­ne della bonifica della piana reatina. Un processo di forte slancio all'agricoltura si sviluppò, probabilmente a cavaliere tra II e I secolo a.C., nella piana bonificata, fenomeno attestato da una fitta presenza di insedia­menti romani, ville rustiche e fattorie dipendenti, in molti casi risalenti al periodo tardorepubblicano con una continuità di insediamento fino ai primi secoli dell'impero, è stata individua­ta a quote molto basse in quella zona che è stata identificata come la ben nota Rosea delle fonti classiche. Per quanto riguarda poi le produzioni, secondo quanto tra­mandato da Varrone, che aveva egli stesso importanti interessi nella pastorizia transumante con le sue greggi che scendevano fino nei pascoli invernali in Puglia, oltre all'allevamento delle greggi ovine, un ruolo rilevante veniva svolto dall'allevamento di cavalli, di asini e di muli.
La razza degli asini reatini era una delle più famose in tutta l'area italica, tanto che, a quanto rammentava lo stesso erudito reatino, un asino era stato venduto per a somma ragguardevole di 60.000 sesterzi. Il senatore Quinto Assio poi aveva comprato un asino da riproduzione per la somma ben più consistente di 400.000 sesterzi. Varrone raccomandava pure l'acquisto di cavalli, i Roseani equi, un allevamento rite­nuto anch'esso abbastanza rimunerativo. Ad attestare la grande rilevanza dell'allevamento di equini, di asini e di muli deve essere ricordato come gran parte degli eventi prodigiosi che le fonti classiche citano per l'area reatina sono connessi ad episo­di che riguardano direttamente od indirettamente il loro alleva­mento. Particolarmente apprezzate erano le piccole lumache bianche di Rieti, le uniche ricordate dalle fonti come produzione itali­ca, che contendevano il mercato a quelle africane di media dimen­sione ed a quelle provenienti dall'Illiria, le più grandi. La fertilità della piana reatina, favorita dal persistere di condizioni microambientali umide e dallo sfruttamento delle aree limose prosciugate, era così accentuata che una pertica piantata nel terreno il giorno successivo veniva ricoperta dall'erba cresciutavi attorno. Conseguente la produzione di canne, mentre per quanto riguarda la viticoltura essa era fatta seguendo alcuni accorgimenti come il sollevare da terra i rami fruttiferi per mezzo di forcelle di legno in modo da impedire l'azione nefasta dell'umidità. Le fonti varroniane ricordano inoltre che il senatore Assio possedeva due ville rustiche nell'agro reatino. La prima, quella sita in angulum Velini, identificabile forse con le Grotte di S. Nicola, nel territorio del comune di Colli sul Velino, non aveva mai visto l'opera di un pittore o di un decoratore, mentre la seconda, che era collocata in Rosea, era invece adorna di elegan­ti decorazioni a stucco. Un'altra villa rustica di buone dimen­sioni è collocata lungo la valle del Turano, in località Torone. mentre un vicus è stato di recente individuato alla Madonna del Passo.

La cristianizzazione del Reatino e la fine del mondo antico
La diffusione del cristianesimo a Rieti, pur considerati gli scarni elementi in nostro possesso, sembrerebbero suggerire una scansione tutto sommato abbastanza simile a quella delle regioni limitrofe, forse anche più precoce. Tra le fonti epigrafiche provenienti da s. Eleuterio, una iscrizione funeraria datata al II-III secolo ricorda una Faustina, cognome molto frequente tra i cristiani. Al III secolo risale l'iscrizione funeraria di Pesce­nius Ireneus, mentre un'altra iscrizione funeraria, in due fram­menti, di un Innocentius, anch'esso un cognome molto diffuso tra i cristiani, datata al IV secolo, reca il monogramma cristologi­co. Un ulteriore epigrafe funeraria, ricomposta da otto frammen­ti, di una bambina morta a nove anni, Martura, cognome anch'esso fortemente diffuso tra i cristiani, datata al V-VI secolo, oltre ad altre due iscrizioni frammentarie anch'esse probabilmente cristiane confermano la diffusione e la costante affermazione del cristianesimo in città a partire almeno dal II-III secolo.
Ovviamente non si può escludere che nuclei di cristiani siano stati presenti a Rieti in precedenza, come riportato anche dalle fonti letterarie, le quali inducono a ritenere che alcuni esponenti della famiglia Flavia, imparentati con l'imperatore Domiziano, avessero abbracciato la nuova religione. Inoltre proprio la posizione strategica della città lungo la via Salaria, che ne faceva un importante snodo stradale per i collegamenti transap­penninici, rende credibile questa ricostruzione, anche se sfuggo­no molti dettagli. Il martire maggiormente venerato a Rieti era senza alcun dubbio s. Eleuterio, al quale è stata associata la madre Anzia. Nel martirologio geronimiano le notizie che riguardano in un qualche modo s. Eleuterio vescovo sono due: una al 6 settembre, un'altra al 24 novembre, mentre i martirologi storici, Beda, Floro, Usuardo, non recano più traccia di un s. Eleuterio martire reatino.
Per quanto riguarda invece la passio è stato già dimo­strato come essa sia una versione latina di un originale greco, compilato non prima del V secolo, con aggiunte ed adattamenti alla situazione locale. Senza entrare in molti dettagli, fatto questo che esulerebbe dai limiti di questa nota, a livello storiografico si sono deli­neati sostanzialmente due indirizzi. Il primo, che ponendo l'ac­cento su una serie di incertezze legate alle scarne notizie sul martire ed alla particolare e precoce diffusione del culto di s. Eleuterio e della madre Anzia in vaste aree dell'Italia, propende per una sua importazione dall'oriente, innestatasi poi a Rieti in una società cristiana particolarmente attiva. Il secondo, svilup­patosi principalmente a livello locale, propende invece, pur attraverso una serie di variegature ed articolazioni diverse, per una origine romana del martire e di sua madre, i cui corpi furono rapiti e trasportati a Rieti. Su quando sia stata fondata la diocesi a Rieti non è facile essere precisi e puntuali. E' probabile che la diocesi sia sorta tra IV e V secolo, grosso modo contemporaneamente alle altre diocesi della Sabina interna, dove, peraltro, il modello della sovrapposizione delle strutture diocesane a quelle municipali non fu rispettato, come avvenuto altrove. Il primo vescovo che abbia ricoperto la carica con certezza è Ursus, ricordato tra il 499 e il 502 grazie alle sottoscrizioni di alcuni sinodi romani. Gli edifici connessi con le strutture diocesane compaiono abbastanza precocemente nelle fonti scritte, ad attestare una notevole caratterizzazione religiosa del paesaggio urbano, un aspetto questo molto diffuso nel primo medioevo.
La cattedrale ed il battistero sono attestati per la prima volta nel 598 all'interno della città vicino alle mura urbiche, secondo un classico modello di insediamento, probabilmente in una zona libera da edifici, che non era neppure troppo distante dalla zona del foro, ma la loro costruzione deve essere senza molti dubbi retrodatata almeno di mezzo secolo. Infatti proprio i dialoghi di Gregorio Magno ci informano che a Rieti poco dopo la metà del VI secolo esisteva già l'episcopio, un edificio complesso a più piani, fatto questo che fa presupporre una strutturazione piutto­sto precoce degli edifici diocesani, chiesa cattedrale, battiste­ro ed episcopio. Si è spesso ipotizzato che il complesso legato al culto di s. Eleuterio possa essere ritenuto, data la presenza di iscrizio­ni cristiane e la precocità del culto del martire, una sorta di basilica ad corpus che fu sovrapposta al cimitero, trasformandosi poi in conseguenza nella primitiva cattedrale di Rieti. Questo fatto però non sembra trovare conforto nelle fonti tanto scritte quanto archeologiche.

Lo stanziamento longobardo
In Sabina è dalla seconda metà del secolo VI che sembra determinarsi una frattura consistente nelle strutture politiche, sociali ed economiche, provocata non tanto dalle guerre gotiche, dato che la regione ne fu praticamente immune, o dalle ricorrenti epidemie, ma dallo stanziamento longobardo, che venne a sovrap­porsi, aggravandole, alla crisi demografica ed alla depressione economica già presenti. Nella primavera del 568 i longobardi, noti tra tutte le stirpi germaniche per la loro ferocia e la loro nobiltà, valica­rono le Alpi orientali ed entrarono in Italia, comandati da Alboino. Il popolo longobardo era caratterizzato da un forte spirito guerriero. L'esercizio delle armi era sostanzialmente l'unica attività praticata. Una attività che aveva anche un forte risvolto economico che consentiva loro di vivere senza coltivare terra e senza produrre altri beni. Soltanto l'allevamento dei cavalli sembra essere stato ritenuto onorevole, proprio perché il cavallo era uno strumento necessario per il combattimento, per la mobilità e per il controllo dello spazio. Nucleo basilare della struttura migratoria longobarda era la «fara», costituita da un gruppo di un centinaio di persone, formato da famiglie monogamiche, ed unite strettamente da vincoli parentali che erano particolarmente ampi. La «fara» si trasformò poi, cessata la funzione aggregativa durante la migrazione, in struttura insediativa, da questo la presenza di molte «fare» sul territorio dell'Italia longobarda, anche se un nesso automatico tra toponimo e insediamento non sempre è proponibile.
La penetrazione longobarda nella Sabina avvenne con modalità che, per quanto riguarda le prime fasi, non sono ben chiare; come del resto non sono ben delineate le tappe della formazione del ducato longobardo di Spoleto, fondato dal duca Faroaldo I, in modo del tutto indipendente dal regno longobardo del nord. Fa­roaldo era probabilmente uno dei capi dei longobardi federati con i bizantini, che avevano combattuto agli ordini del curopalate Baduario nel 575-576 contro i longobardi di Alboino. Fallito questo tentativo, Faraoldo avrebbe assunto un atteggiamento ostile ai bizantini fondando infine il ducato di Spoleto. Faroaldo compì diverse incursioni verso Roma, ma la spallata decisiva la dette il secondo duca di Spoleto Ariulfo che gli era succeduto nel settembre del 591. Ariulfo sarebbe entrato in Italia nell'inverno del 590, insieme al nuovo esarco, Romano, con i rinforzi imperiali all'interno dei quali erano presenti anche contingenti longobardi. In questo quadro Ariulfo avrebbe avuto incarico dai bizantini di eliminare il duca Faroaldo I, a loro fortemente ostile, missione che sarebbe stata compiuta con suc­cesso. Ben presto però Ariulfo, trovatosi in una situazione di indipendenza dalla politica dell'esarco e, probabilmente, con le truppe prive del soldo, avrebbe mutata fronte schierandosi con i longobardi stanziati nell'Italia del Nord.
Comunque siano andate le cose è certo che il nuovo duca si scagliò con la massima violenza contro Roma, occupando Narni sul finire del 591. L'estate successiva Ariulfo, dopo aver devastate le terre sabine ed aver effettuato rapide puntate nella valle dell'Aniene ed aver occupato Orte, Sutri e Bomarzo, assediò con le sue truppe Roma, tanto pressantemente da costringere papa Gregorio Magno a sollecitare ed ottenere, probabilmente dietro un cospicuo compenso in denaro, una tregua. Da questo momento l'intera Sabina fu controllata stabilmente dai longobardi del ducato di Spoleto e Rieti, un importante gastaldato fortemente autonomo del ducato, dove si erano insedia­ti i gruppi dirigenti longobardi, divenne il nuovo baricentro territoriale della regione, posto a controllo della frontiera con il ducato bizantino di Roma ed unico rilevante centro demico d'età romana sopravvissuto al crollo delle strutture municipali in una vasta area dell'Italia centro-appenninica. Un punto di cerniera dunque tra Langobardia e Romania. A questa prima fase dell'occupazione longobarda va forse associata la necropoli di viale Maraini ritrovata fortuitamente nel secolo scorso, dove furono rinvenute alcune sepolture nelle quali erano mescolate ossa umane e di cavallo ricoperte da lastre di pietra. I corredi funerari recuperati confluirono poi nella collezione Castellani, attualmente al museo di Villa Giulia a Roma. Il corredo è costi­tuito da due grosse fibule d'argento dorato di produzione locale, databili alla fine del VI secolo, in altri ornamenti in bronzo, otto teste di chiodi che decoravano probabilmente un scudo o un elmo da parata, sei caratteristici fermagli, due semplici affib­biagli ed una moneta d'oro bizantina, reperti che appartenevano ad almeno due tombe, una maschile ed una femminile, probabilmente di etnia germanica, stante il rituale funerario.
Sui primi tempi dello stanziamento longobardo poco o nulla conosciamo. Soltanto dagli inizi dell'VIII secolo, grazie al progressivo fiorire della documentazione farfense, si può tentare di ricostruire uno spaccato della forte società locale - lo stesso Liutprando visitò Rieti intorno al 740 e fu ospitato nel monastero extraurbano di s. Eleuterio - nella quale emergevano alcuni lignaggi longobardi, che esprimevano ormai quasi esclusi­vamente i funzionari pubblici o i vescovi. Due sono i gruppi familiari principali che ruotavano intorno alle figure del mare­passus Pandone e del gastaldo Ilderico. La famiglia di Pandone doveva la sua fortuna ad una serie di donazioni terriere compiute da re e da duchi longobardi. Saldamente ancorata alle istituzioni locali, con i membri del lignaggio che ricoprivano cariche impor­tanti nel ducato, la famiglia ancorò le sue fortune alla chiesa di s. Michele arcangelo, costruita agli inizi dell'VIII secolo sulla sponda del Velino. La crisi della famiglia nacque proprio dalla perdita del controllo della chiesa, dapprima avocata al upublicum e poi passata in possesso di Farfa, nonostante le forti resistenze opposte. Se il rapporto tra Farfa e la famiglia di Pandone fu parti­colarmente conflittuale, ben diverse furono invece le relazioni tra il potente monastero sabino e la famiglia di Ilderico, i cui beni fondiari, particolarmente cospicui, avevano una complessa articolazione nel Reatino, a Spoleto nella Marsica, intere corti e gualdi, lavorati da numerosi servi, in gran parte emancipati. Punto di coagulo degli interessi del lignaggio era anche in questo caso un monastero familiare, quello di s. Giacomo. Ilderi­co preferì stringere rapporti di amicizia con Farfa ricevendone protezione, mostrando un orientamento diverso dunque dalla fami­glia di Pandone, che evitava il confronto con l'autorevolezza crescente di Farfa, pienamente inserita nel mondo franco. Molte incertezze agitarono in questa fase il ducato spoleti­no. Tra il 773 e il 775, al momento della massima frizione tra longobardie franchi, i ceti dirigenti del ducato oscillarono a lungo prima di decidere se orientarsi in favore dei franchi o del papato, che dalla crisi iconoclasta degli inizi del secolo stava svolgendo sempre più una funzione attrattiva verso le regioni poste a settentrione di Roma. Prima della sconfitta alle Chiuse di Desiderio, molti reatini di rango si erano già rifugia­ti a Roma e, subito dopo la notizia della vittoria franca, furono pronti giurare fedeltà a papa Adriano.
Il tentativo del papato di estendere la sua dominazione sul territorio del ducato spoletino fu contrastato dagli stessi franchi e soltanto nel 781 si raggiunse un compromesso con la terminazione tra Sabina pontificia e Reatino. Una operazione che fu molto complessa e costellata da aspri contrasti con i ceti dirigenti longobardi locali che si vedevano privati in un sol colpo di tutti i beni fondiari che possedevano in Sabina tiberi­na. Anche la diocesi reatina finì per essere amputata del terri­torio della diocesi di Cures che aveva inglobato di fatto e delle parti che doveva aver eroso anche alla diocesi foronovana, e quella che doveva essere una semplice restituzione di beni patri­moniali finì per determinare la definizione di un preciso confine lineare, ben delimitato e certo, tra la diocesi di Forum Novum, ampiamente ingrandita territorialmente, e quella di Rieti, forte­mente penalizzata. Indubbiamente questa decisione comportò per la città una brusca battuta d'arresto ed un indubbio rimensionamento del ruolo svolto fino ad allora, dovuti in gran parte alla politica di avicinamento al papato piuttosto che non ai franchi, il cui primo duca spoletino Winichis non esitò ad imporre con vigore la sua autorità sull'intero territorio spoletino, scontrandosi anche con la potente Farfa che, dal suo canto, consolidò ed ampliò i suoi interessi nel Reatino, grazie al patrocinio che le concessero Carlo Magno, che con molta probabilità transitò per Rieti nel novembre dell'Ottocento durante il viaggio verso Roma, ed i caro­lingi. A livello istituzionale la città seguitò ad esere governa­ta dai gastaldi e da un gruppo di funzionari minori, come gli sculdhais, anch'essi residenti in città.

I saraceni, gli ungari e la crisi della sicurezza.
Le prime incursioni dei saraceni in Sabina (1) sono attestate nell'877, quando, nel febbraio, Giovanni VIII chiese l'inter­vento di Carlo il Calvo per stroncarle, ma senza che l'imperatore si impegnasse concretamente. In questa fase una parte di rilievo la ebbero Giovanni I, abate di Farfa, e Anastasio, abate di s. Salvatore Maggiore, altro grande monastero benedettino della zona, che tentarono senza molto successo di comprare l'aiuto degli amalfitani, maggiormente interessati ai commerci con il mondo arabo, piuttosto che a contrastarne l'espansione. Le incursioni delle bande arabe, che avevano insediato le loro basi nel Cicolano e nella valle del Turano, crebbero di intensità intorno all'890. L'anno successivo fu preso ed incen­diato s. Salvatore maggiore, la stessa Farfa fu sottoposta ad una forte pressione, finché, nell'897, i monaci furono costretti ad abbandonarla, suddividendosi in tre gruppi, uno dei quali si ritirò a Rieti, portando con sé una parte del tesoro abbaziale. La stessa Rieti fu investita dai predoni arabi successivamente all'898, presa e saccheggiata. Fu anche trucidato il gruppo dei monaci farfensi che vi si era rifugiato e trafugata la parte del tesoro abbaziale loro affidata. La caduta di Rieti aveva consentito agli arabi un sicuro accesso alla stretta alta valle del Velino, anch'essa segnata da una scia di distruzioni, come ricordavano le epigrafi poste a s. Maria di Cànetra, oggi scomparsa, ed a s. Silvestro in Falacrine in occasione della consacrazione degli edifici sacri ricostruiti post vastationem Saracenorum, anche se dal Cicolano era possibile aggirare la conca reatina e penetrare direttamente nell'alta valle del Velino, così come era possibile per i saraceni stanzia­ti nella Valeria scendere ad Antrodoco dall'alta valle dell'Ater­no. Dopo questi brutali saccheggi una reazione militare non tardò a manifestarsi. Truppe spoletine e romane comadate al reatino Takeprandus, probabilmente nei primissimi mesi del 915, attaccarono e sconfissero i saraceni asserragliati tra le rovine di Trebula Mutuesca, nei pressi del'attuale Monteleone Sabino. La rotta subita indusse i saraceni stanziati nel Cicolano, seguiti da coloro che si erano insediati a Narni ed Orte, due importanti punti di attraversamento della Nera e del Tevere, a ritirarsi dalle loro basi precipitosamente, abbandonando definitivamente la zona per ritirarsi sul Garigliano, dove subirono nell'estate la disfatta definitiva. Terminate le incursioni dei saraceni, fu la volta degli ungari a compiere numerose scorrerie lungo l'Italia. Nel 927, dopo aver devastato la Toscana, giunsero probablimente fino a Roma. Dieci anni dopo la scorreria si spinse più a sud fino a Capua e Benevento. Gli ungari si fermarono poi al Garigliano, dove i monaci di Montecassino furono costretti a pagare un pingue riscatto per liberare alcuni coloni fatti prigionieri. Da qui risalirono carichi di bottino la valle del Liri, ma furono deci­mati in un imboscata tesa loro nella Marsica. Nel 942 nuova incursione. Questa volta le bande ungariche subirono una prima sconfitta davanti a porta S. Giovanni a Roma. Durante la ritirata si spinsero in direzione di Rieti, i cui cittadini, comandati dal conte Giuseppe, Langobardo prudens, come lo definì nella sua cronaca il monaco di s. Andrea del Soratte, Benedetto, inflissero agli ungari una ulteriore pesante sconfitta, uccidendone e catturandone molti.
Con la dissoluzione delle strutture politico-amministrative del ducato conseguenti al venir meno del potere centrale eviden­ziato dalla profondità delle incursioni arabe e ungariche, molte cariche pubbliche finirono per svuotarsi di significato generale e per assumere una connotazione eminentemente locale. Lo stesso ducato di Spoleto finì per frammentarsi dopo l'estinzione della dinastia dei Guidoni in distrettuazioni di più ridotte dimensioni territoriali con sempre maggior autonomia dalle quali ebbe origi­ne il comitatus Reatinus, articolato in gastaldati minori, gover­nato da un conte che dal 920 ebbe sede in città. La carica dapprima ricoperta da personaggi di origine loca­le, con l'avvento di Ugo di Provenza nel 936, fu occupata da un lignaggio borgognone, il cui capostipite fu Berardo figlio di Mainerio, che governò a lungo gran parte dell'area centrale appenninica, dando vita ai due rami collaterali dei conti dei Marsi e dei conti di Rieti. Nel contempo il venir meno del potere centrale e l'affermarsi sempre più netto di poteri locali avviò una profonda riorganizzazione delle forme insediative della conca reatina con la nascita dei castelli, insediamenti concentrati e fortificati. Al dominio di Farfa, particolarmente accentuato dalla fascia tiberina fino all'alta val Canera, ma che aveva altri punti di forza a Reaopasto ed a Greggio, facevano da con­trappeso tanto l'episcopio reatino, quanto, a nord un'altra grande consorteria, quella dei Labro, che oltre ai numerosi castelli controllati sulle pendici nord-occidentali dei monti Reatini, aveva esteso la sua influenza anche sui monti Sabini, dove controllava il castello di Monte Calvo, che dominava e controllava l'altra grande via, oltre a quella del Tancia, che collegava la piana reatina alla valle Tiberina. Sul versante reatino dei monti Sabini l'incastellamento sembrò procedere con maggiore ritardo e prendere l'avvio soltanto in XI secolo. Tra Farfa, a sud-ovest, ed il vescovo ed il capito­lo della cattedrale reatina, a nord-ovest si incuneavano i pos­sessi dei Camponeschi una consorteria che già in VIII secolo aveva iniziato a colonizzare le aree in quota dei monti Sabini più prossimi alla città reatina, creando una signoria territoria­le abbastanza omogenea, compatta e coerente della quale conoscia­mo la delimitazione puntuale e la precisa consistenza demica soltanto al momento della sua dissoluzione avvenuta intorno alla metà del XIII secolo quando l'ultima discendente della consorte­ria la domina Iohanna de Radolfis, vendette agli Orsini il ca­stello di Poggio Perugino, il castello di Monte San Giovanni, il villaggio di Monte Izzo, il castello di Macchia e la quarta parte del giuspatronato sulla chiesa di s. Maria de Monte. Le pendici del Terminillo videro invece l'incontrastato dominio dei conti di Rieti e dei loro consanguinei conti dei Marsi, che costruirono numerosi insediamenti fortificati, che costituirono il fulcro del nuovo grande impulso dato alla defore­stazione dei monti Reatini a partire dal X-XI secolo. Già alla fine dell'XI secolo una parte considerevole delle aree in quota più prossimi a Rieti era stata ridotta a cultura, creando però i presupposti per notevoli dissesti idrogeologici e disastri am­bientali, come l'eccezionale esondazione del 1053, che danneggiò seriamente il ponte di Augusto a Narni ed ebbe una eco tato vasta da essere registrata nella cronaca di Ermanno, monaco dell'abba­zia di Reichenau, sul lago di Costanza.

Il paesaggio urbano di Rieti nell'Alto Medioevo
Oltre alla chiesa cattedrale, numerosi sono gli altri edifi­ci religiosi citati nelle carte farfensi. Nel 792 infatti, Gode­risio e la moglie Alda donarono a Farfa, oltre ad altri beni, la loro porzione della chiesa di s. Giovenale sita intro civitatem. Questa chiesa, oggi scomparsa, ma rimasta in vita fino al XVIII secolo, era collocata all'angolo tra le attuali vie Centuroni e dell'Ospedale. Nell'847 è citata la cella sancti iohannis in una permuta compiuta dall'abbazia di Farfa. La chiesa di s. Giovanni evange­lista, a partire dal pieno medioevo, veniva ricordata anche come s. Giovanni de statua, forse per una statua romana che le era stata posta davanti, ritrovata probabilmente durante i lavori di scavo compiuti nel 1198 per la costruzione di una seconda cripta nella chiesa al di sotto dell'altare maggiore. La chiesa, che sorgeva ai margini del foro d'età romana, fu abbattuta una prima volta nel terzo quarto del Settecento ed arretrata per consentire un ampliamento della piazza, per essere poi smantellata definiti­vamente negli anni '30 di questo secolo. Anche la chiesa di s. Rufo è nominata marginalmente in una carta farfense dell'875. Nel X secolo è menzionata la chiesa di s. Cassiano. Questo edificio religioso, pur essendo in muratura e di una certa dimensione, ebbe una vita molto breve; è citato infatti solo quattro volte dal 939 al 997, per svanire poi nel nulla. Non sono molti in conseguenza gli indizi per una sua precisa collocazione spaziale. Era vicino alle platee civitatis e pertanto si può proporre una collocazione orientativa, ai margini dell'antico foro, nell'area attualmente occupata dal palazzo municipale, dalla parte di via Garibaldi.
Maggiormente numerosi i monasteri e le chiese suburbane, collocati cioè al di fuori della cinta muraria d'età romana che ancora nel medioevo delimitava lo spazio giuridico della città. Le prime notizie su di un monastero suburbano sono riportate da papa Gregorio Magno. Questo monastero è tradizionalmente identi­ficato con quello di s. Eleuterio, che si trovava non lontano dalla città, dove oggi sorge il cimitero, legato forse alla presenza di un martyrium nell'area cimiteriale, che sorgeva nel sito, con continuità di sepoltura, ma le origini dell'edificio religioso sono probabilmente più antiche, se si tiene presente che il culto di s. Eleuterio a Rieti è attestato precocemente dal martirologio geronimiano, come già si è detto.

Nella prima metà dell'VIII secolo, furono invece alcuni esponenti dei più importanti lignaggi longobardi locali che fondarono nei pressi della città alcune chiese ed alcuni monaste­ri familiari, come s. Michele arcangelo, costruito oltre il Velino, menzionato per la prima volta nel 739 e confluito poi, dopo complesse vicende, nella patrimonialità farfense, nel cui atrio era costruita anche la cappella di s. Pietro, come già ricordato. O s. Giacomo, noto a partire dal 781 ed anch'esso costruito al di là del Velino, sulla collina di Campo Moro, dall'avius del gastaldo Ilderico e donato a Farfa sullo scorcio dell'VIII secolo. O s. Agata ad Arci, ricordata a partire dal 761 e sorta nei pressi della Salaria, al di fuori di porta Interocri­na, anch'essa confluita nel patrimonio farfense. L'edificio sacro fu poi inglobato dal monastero benedettino femminile di s. Bene­detto. Sempre in questa zona compare nel 785 la chiesa di s. Lorenzo. Di notevole rilevanza fu la fondazione, tra mura e Velino, di un monastero dedicato a s. Giorgio e destinato successivamente ad accogliere monache tanto franche quanto longobarde, attestato per la prima volta nel 744 e donato poi a Farfa nel 751 dal duca di Spoleto Lupo e da sua moglie Ermelinda. Parallelamente a queste numerose fondazioni di monasteri nel suburbio, furono costruite, o comunque restarono in vita, un certo numero di chiese rurali, come s. Pietro in Campo Reatino, che sorgeva sulla destra dell'attuale via A.M. Ricci verso le Quattro Strade, poco dopo l'incrocio con la via della Foresta, su strutture romane. Agli inizi del IX secolo, nell'813, è citata per la prima volta la chiesa farfense di s. Leopardo, posta lungo la via Salaria, subito al di là di porta Interocrina, mentre dall'829 sembra comparire la chiesa di s. Marone, detta anche s. Mauro, che era sita sull'attuale Colle dei Cappuccini, molto spesso erroneamente connessa con il luogo del martirio del santo. Nell'877 è ricorda­to in Parraria, oggi Porrara, un terreno appartenente alla chiesa di s. Eutizio. Di questa chiesa di non si hanno praticamente molte altre notizie, per cui non è affatto agevole individuare il sito dove era costruita. Nel X secolo si infittiscono le citazioni, pur nella rarefazione delle fonti, ad attestare un forte slancio nella costruzione di nuovi edifici religiosi. Intorno al 936 è ricordato s. Andrea ad Stafilam, appellativo derivato dalla vicinanza di un termine di confine. Questa chiesa, che era sita al di fuori di porta Cintia nella zona di Micioccoli, senza che se ne possa precisare con maggior puntualità la collocazione, indagine impedita anche dalla forte urbanizzazione contemporanea della zona, divenne successivamente polo di aggregazione demica nel pieno e nel tardo medioevo con la progressiva formazione intorno ad essa del borgo di Sangallo, noto a partire dagli inizi del XIV secolo, per essere poi trasfe­rita nel Rinascimento, al pari di altre chiese e monasteri subur­bani, all'interno della città. Nel 956 è attestato per la prima volta s. Fabiano, sito su di un'altura prospiciente il Velino nella zona di Campo Moro. Trasformato nel tempo in monastero francescano femminile fu successivamente trasferito anch'esso all'interno della città. Nel 983 è menzionato s. Stefano, una chiesa sita poco al di fu