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Cliternia
Appena
ai margini della valle del Salto era situato il piccolo
municipio di Cliternia. Il luogo esatto non è mai stato
individuato, anche se doveva probabilmente essere collocato
nei pressi di Capradosso, almeno in base agli indizi
forniti da alcuni ritrovamenti avvenuti alla fine del
Settecento, in particolare una epigrafe murata nel
campanile della chiesa di s. Stefano che ricordava T.
Sellusius Certus, appartenente alla tribù Claudia, edile
a Rieti, quattro volte questore e duumviro a Cliternia,
per due volte prefetto dei fabbri consolari e giudice
delle decurie. Un personaggio dunque di grande rilievo
nella società locale, che da anche conto come ormai
anche la valle del Salto per certi aspetti dipendesse
sempre più direttamente da Rieti, il centro demico di
maggior rilevanza lungo le pendici sudovest degli Appennini.
Altre iscrizioni rinvenute nella zona ricordano i seviri
augustales. Vari frammenti appartenenti a monumenti
funerari o ad altri edifici pubblici sono stati riutilizzati
in chiese e cappelle del Cicolano, ad attestare, almeno
tra la tarda repubblica ed i primi secoli dell'impero,
una consistente occupazione ed un forte utilizzazione
del suolo, sia da un punto di vista agricolo, sia da
un punto di vista dell'allevamento ovino, transumante
verticalmemte o orizzontalmente. A sinistra, entrando
nell'antica porta di Capradosso, si può notare un leone
funerario proveniente da qualche monumento particolarmente
imponente della zona. Recenti indagini archeologiche,
dovute ad un ritrovamento fortuito, hanno consentito
di riportare in luce alcuni brani di un impianto termale
nei pressi del bivio che conduce al piccolo centro abitato,
confermando le ipotesi già avanzate nel passato. Non
si conoscono le tappe della crisi di questi piccoli
municipi interni, sorretti da una fragile economia,
soggetta quindi, più rapidamente delle altre aree, alla
depressione economica ed alla caduta demografica che
hanno colpito, in modo più o meno generalizzato, con
maggior o minor vigore e progressione ampie zone italiane
a partire dal II secolo d.C., ma il semplice fatto che
nessuno di questi divenne sede di diocesi, dà conto
delle ridotte dimensioni degli insediamenti, anche se
non possono essere sottovalutate le possibili resistenze
alla penetrazione del cristianesimo in aree interne
che potevano presentare forti difficoltà ad accettare
una trasformazione non soltanto religiosa, ma anche
sociale e culturale così profonda.
Le
prime notizie della rocca di Petrella risalgono intorno
alla metà del XII secolo. Come gran parte degli altri
insediamenti fortificati del Cicolano essa era inclusa
nel Catalogus baronum del 1150, compilato all'indomani
della conquista normanna. Petrella era feudo in capite
di Gentile Vetulo, che nel Cicolano deteneva anche Pescorocchiano,
Varri, Macchiatimone, Castiglione, Rocca Malito, Castelmenardo,
Collefegáto, Poggio San Giovanni e Rocca Randisi. Gentile
Vetulo, il più potente feudatario in capite del Cicolano
insieme a Rainaldo di Sinebaldo, controllava anche attraverso
suffeudatari metà di Rocca Berardi. Quali siano state
le tappe della frammentazione della baronia di Gentile
Vetulo e del subentrare dei Mareri non è molto chiaro.
Nessuna delle ipotesi avanzate sembra essere abbastanza
convincente. Se non vi sono dubbi che Gentile Vetulo
appartenga al lignaggio dei conti di Rieti, non appare
accettabile l'ipotesi che Rainaldo di Sinibaldo, la
lettura Raynaldus Senebaldus va probabilmente corretta
in questo modo, sia un fratello di Gentile. La ricostruzione
genealogica della famiglia dei conti di Rieti mostra
che Rainaldo è un nipote di Gentile, figlio del conte
Sinibaldo, ricordato dal 1090 al 1122, a sua volta fratello
di Gentile Vetulo, figli entrambi del conte Gentile,
ricordato nel 1084.
Va comunque precisato che questo quadro è ampiamente
provvisorio in considerazione del continuo ripetersi,
nelle genealogie dei conti di Rieti, dei conti di Sabina
e dei conti dei Marsi, di nomi identici, fatto questo
che crea non poche incertezze e confusioni. Gentile
Vetulo ebbe 5 figli: tre maschi, Gentile, menzionato
dal 1134, Tolomeo e Giordano, forse da emendare in Todino
se si segue l'ipotesi avanzata dal Cuozzo, e 2 femmine
Agnese e Sapienza. Nel 1170 doveva essere già morto
dato che in questa data un dominus Teodinus filius Guetuli
è menzionato in una epigrafe che ricordava la consacrazione
dell'altare maggiore della chiesa di S. Vittorino ad
Amiterno. Non esistono molti indizi da questa data in
poi in base ai quali poter delineare con una certa chiarezza
le tappe della frantumazione dei possessi di Gentile
Vetulo e del nipote Rainaldo e la riaggregazione intorno
alla famiglia Mareri di gran parte dei loro possessi.
Anche le ipotesi avanzate per tentare di accreditare
che Filippo, capostipite della famiglia Mareri, fosse
fratello di Rainaldo, non sembrano molto sostenibili.
Non credo però possa essere denegata una discendenza
diretta dei Mareri dai conti di Rieti, neppure accettabile
è l'ipotesi sostenuta recentemente dal Clementi che
i Mareri possano essere degli homines novi, ipotesi
che urta profondamente contro la cristallizzazione precoce
e molto rigida della feudalità normanna. In più un
Mareri, Sinibaldo, almeno dagli inizi del XIII secolo,
è uno dei canonici della cattedrale reatina ad attestare
un forte radicamento dei Mareri nelle strutture sociali,
siano esse civili o religiose, del comitatus Reatinus.
E' probabile quindi che i Mareri appartenessero ad uno
dei numerosi rami nei quali si articolava il lignaggio
dei conti di Rieti e che il ramo si fosse insediato
in Mareri, uno dei castelli da loro posseduti, attraverso
un'opera di frammentazione abbastanza nota in questo
periodo in molte aree dell'Italia al fine di preservare
il più intatto possibile il patrimonio della famiglia,
in un momento abbastanza complesso della storia politica
italiana, dando poi origine ad una nuova signoria territoriale
organizzata su basi più solide e meno soggetta all'azione
erosiva dei diversi poteri che si stavano articolando
con maggior o minor incisività sul territorio. Quali
che siano stati i passaggi che hanno portato alla nuova
organizzazione territoriale del Cicolano, unica cosa
certa è che dai primi decenni del XIII secolo i Mareri
erano riusciti a costituire una solida baronia, sia
pur articolata in più frammenti, che dominava una grossa
parte del basso e medio Cicolano, unificata poi da Tommaso
Mareri in un unico corpo, subito dopo la morte del fratello
Gentile. La complessa strategia messa in atto dai Mareri
per il controllo di una grossa parte del Cicolano fu
completata poi dalla fondazione di un monastero familiare
in S. Pietro de Molito, sommerso nel 1940 dalle acque
del bacino artificiale del Salto no lontano dall'attuale
Borgo S. Pietro, sottratto ai benedettini di Ferentillo
ed affidato alle cure della sorella Filippa. La situazione
di frontiera tra stato della Chiesa e regno di Napoli
della baronia Mareri se da un canto permetteva ai Mareri
di giocare su più tavoli, consentendo loro di avere
una autonomia per certi aspetti rilevante, non li poneva
però al riparo, nei momenti di maggior frizione politica,
in particolare nel XIII secolo, dal cadere in improvvise
disgrazie, dalle quali i Mareri erano abili a risollevarsi
rapidamente. Dopo un iniziale accordo con Federico II,
tanto che nel 1239 Tommaso Mareri dovette custodire
per conto della curia federiciana il prigioniero milanese
Guido da Melegnano era stato podestà a Ravenna e vicario
imperiale in Romandiola, Tommaso si schierò con il papato,
tanto da essere privato dall'imperatore svevo di tutti
suoi castelli, tra i quali Petrella e Poggio Poponesco,
che gli furono restituiti da Innocenzo IV per conto
del re di Sicilia e gli furono poi riconfermati da Carlo
I d'Angiò nel 1266 per il comportamento avuto nella
battaglia dei Campi Palentini contro Corradino di Svevia.
Da ricordare in oltre che Tommaso ebbe un ruolo non
secondario nella ricostruzione dell'Aquila, ad attestare
il rilievo raggiunto dal personaggio che può essere
considerato a ragione come il vero fondatore della fortuna
dei Mareri nel Cicolano. Petrella è ricordata anche
nel quaternus de reparatione castrorum nostrorum di
Carlo I d'Angiò, ma il cui impianto risaliva al tempo
di Federico II, per esser inserita nell'elenco dei castelli
che, pur non essendo obbligati, potevano concorrere
alla riparazione del castello di Petescia, nei pressi
dell'attuale Cittaducale. Un aiuto simile doveva essere
probabilmente fornito anche per la riparazione di Capradosso,
al quale erano obbligati soltanto gli abitanti, ma una
assistenza poteva essere fornita dalla baronia di Tommaso
Mareri, ad esso vicina. Petrella fu poi concessa in
feudo al cavaliere provenzale Guillaume Accrochemoure,
insieme a Casardita, Rigatti, Rocca di Sotto, Marcetelli
e Vallebona che li restituì alla curia regia nel 1279
in cambio di un castello e di un casale siti nel territorio
di Aversa.
La rocca di Petrella dal 1269 fu presidiata da una guarnigione
regia composta inizialmente da un castellano scutifer
e 20 servientes. Identica la forza dei servientes nel
dicembre del 1271, mentre non è citato il castellano.
Nell'elenco del 1278 Petrella non è ricordata, mentre
nella lista del settembre del 1280 la guarnigione era
composta da un castellano di rango minore, nominato
nel 1279 subito dopo la riconsegna alla curia regia
da parte dell'Accrochemoure lo scutifer Stephanus de
Villeriis o de Villeribus, in più senza terra in regno,
e da 18 servientes. Più consistente al contrario la
guarnigione stanziata a Mareri, composta stabilmente
da un castellano e 30 servientes. La castellania di
Stephanus de Villeriis durò almeno fino al 22 febbraio
1282. Subito dopo gli subentrò, probabilmente nella
primavera, Pietro Colonna, ma nel 1295 Carlo II d'Angiò
fece restituire il castello a Tommaso Mareri ed ai suoi
fratelli e da quel momento Petrella rimase stabilmente
nella baronia dei Mareri, divenendone anzi il centro
principale. La signoria dei Mareri finì nel 1532, quando
la contea fu venduta al cardinal Pompeo Colonna per
22000 ducati, il quale la passò al nipote Marzio. La
rocca di Petrella è anche legata indissolubilmente alla
tragedia dei Cenci che vi ebbe luogo alla fine del Cinquecento.
Come è noto Francesco Cenci insieme alla seconda moglie
Lucrezia ed alla figlia minore Beatrice ottenne da Marzio
Colonna di ritirarsi a Petrella. Qui Francesco Cenci
fu ucciso da Olimpio Calvetti, castellano della Petrella,
e da Marzio Catalano su istigazione di Beatrice Cenci
amante del Calvetti. Il processo vide la condanna a
morte di Beatrice, Lucrezia Cenci e Giacomo Cenci che
furono giustiziati il 10 settembre del 1599 a Roma sulla
piazza di ponte S. Angelo.

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