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Pescorocchiano
 

Il santuario italico di Civitella di Nesce - Alzano - Nersae - Pescorecchiano - Il Castello di Macchiatimone


Nel territorio del comune di Pescorocchiano numerosi sono i resti di una certa rilevanza da un punto di vista storico ed archeologico.

Val de' Varri
Per quanto riguarda la protostoria da ricordare tra gli altri le Grotte di Val de Varri, importante insediamento dell'età del bronzo, oltre che ovviamente per le valenze ambientali e speleologiche, per le quali è in corso un'opera di allestimento per consentirne la visita. La fauna che era associata a questo sito era costituita per lo più da suini, assieme a bovini, capra e pecora, e con resti carbonizzati di grano e fava, mentre gran parte dei resti carbo­nizzati provenienti dagli scavi consisteva in castagne, fatto questo molto interessante che attesta come la presenza del casta­gno fosse ben radicata nella zona fin dalla protostoria. Anche la ceramica veniva prodotta localmente in quanto il materiale per smagrire l'argilla utilizzata per la manifattura del vassellame è stato identificato come bauxite proveniente dal monte Velino, una ventina di chilometri ad est del sito.

Il santuario italico di Civitella di Nesce

La chiesa di s. Angelo di Civitella di Nesce, con l'annesso cimitero, ha rioccupato il sito di un santuario che era costitui­to da un grosso recinto delimitato meridionalmente da un mura­glione in opera poligonale, in parte crollato, lungo poco meno di 90 metri ed alto circa 5, intercalato da altri due muri, mentre i lati minori sono conservati per tratti molto piccoli. All'interno del santuario è stato recentemente riportato in luce un deposito votivo di età medio repubblicana (fine del IV-metà del II secolo a.C.). I materiali votivi, nel loro complesso molto simili nelle tipologie a quelli ritrovati nei coevi deposi­ti etrusco-laziali, campani e centro-italici, sono legati in particolar modo tanto alla sfera della sanatio (guarigione), da collegarsi probabilmente ad un culto idrico, forse la vicina "Fonte Santa", quanto a quella della fecondità. Da segnalare la presenza di mani, piedi, occhi, organi genitali sia maschili che femminili, tavole poliviscerali realiz­zati in terracotta. Particolarmente importanti le teste fittili isolate del tipo velato con copricapo a «manica» e le statue di terracotta a grandezza quasi naturale. Gli scavi, curati dalla soprintendenza archeologica per il Lazio hanno riportato in luce alcuni oggetti di uso personale come anelli d'argento, monete, fibule e statuette votive in bronzo raffiguranti Marte ed Ercole. Le ossa animali ritrovate erano costituite per la gran parte da caprini ed ovini macellati in età adulta sacrificati all'ignota divinità.

Alzano

Ad Alzano alle pendici del monte Fratta, sono conservati importanti resti di una struttura in opera poligonale molto articolata, la cui funzione è stata interpretata in molti modi diversi, ma probabilmente, alla luce di una dedica recentemente ritrovata e conservata presso il museo del monastero di Borgo San Pietro, un tempio dedicato ad Ercole. Il tempio è costituito da tre ordini di mura poligonali disposti a gradoni. Il primo ordine è costituito da nove fila di massi ed è alto complessivamente poco meno di 5 metri e lungo una cinquantina, ma segmentato in mezzo. Il secondo, 11 metri più a monte, è alto poco meno di 3 metri e lungo poco meno di 40. Il terzo, distante dal secondo 3,5 metri, è quasi del tutto crolla­to. Tra i primi due muraglioni si trova la così detta Grotta del Cavaliere una cella circolare sotterranea con pareti costituite da 5 fila di blocchi e chiusa in alto da due massi ciclopici con un foro centrale che da luce alla grotta.

 

Nersae

Il baricentro territoriale dell'alta valle del Salto in età romana fu il centro abitato di Nersae, che sorgeva non lontano da Pescorocchiano, il cui sito è stato individuato fin dal secolo scorso in località S. Silvestro di Civitella di Nesce, grazie alla abbondante quantità di iscrizioni e di elementi decorativi ed architettonici tornati in luce nel tempo durante i lavori di campagna ed ancora oggi visibili nella zona. L'abitato costituì il nucleo di gravitazione della nebulosa di piccoli villaggi che costituivano la base della Res publica Aequiculanorum. Nersae era ascritta alla tribù Claudia ed era amministrata, come Forum Novum e Cliternia, da duoviri.
Le numerose iscrizioni ritrovate a Nersae costituiscono uno dei pochi elementi in grado di fornire notizie sulla vita pubbli­ca del municipio. Sono ricordati prefecti quinquennales, ediles, quaestores, un magister iure dicundo quinquennalis oltre ai decuriones. Tra i culti principali sono da ricordare quello di Giove Ottimo Massimo, di Giunone, di Marte Ultore, di Ercole, non si dimentichi il legame di questa divinità con il mondo della pastorizia, e, per i culti orientali, di Mitra, in onore del quale è ricordato un mitreo, e di Iside e Serapide.
Tra gli edifici pubblici ricordato un teatro. Di recente sul sito sono state compiute delle idagini ar­cheologiche che hanno riportato in luce un grosso edificio, suddiviso in alcuni ambienti probabilmente pertinenti alla parte civile dell'abitato, ma di incerta origine e funzione, ma collo­cabile cronologicamente tra la prima e la tarda età imperiale, quando, intorno alla seconda metà del IV secolo d.C., la sua vita cessò e la sua funzione venne profondamente modificata riutiliz­zandolo come area di deposizione di sette individui di sesso femminile e di tre di sesso maschile. Particolarmente interessan­te il ritrovamento di circa 500 monete di età imperiale.
Sul versante sinistro della valle del Salto tra Nesce e Pescorocchiano, in località Aringo, si trova un monumento funera­rio a dado ricavato tagliando e regolarizzando su due lati un blocco di roccia, da inquadrare cronologicamente nel II secolo a.C. Sul prospetto sono stati ricavati un incasso irregolarmente rettangolare destinato ad accogliere un cinerario ed una iscri­zione malconservata nella quale può ancora leggersi il nome di Tito Cresidio, figlio di Lucio. Non lontano, in località Liscia, si trova un'altra iscrizio­ne rupestre, posta in un riquadro incassato di piccole dimensio­ni, circa 29x34, con una cornice sagomata, di difficile lettura. Un altro gruppo di iscrizioni funerarie rupestri si trova lungo un antico sentiero in direzione di monte Fratta.
Di queste tre iscrizioni la più interessante è quella dedicata da Gaio Calvedio Prisco, seviro augustale della res publica Aequiculanorum, alla moglie Arria Poetade ed al figlio Silvestre, morto all'età di 5 anni. Un'altra iscrizione funeraria rupestre, anch'essa in pessi­me condizioni di visibilità, si trova sul versante opposto della valle del Salto lungo la mulattiera che va da Collemaggiore a Colleviati ed Alzano.

Pescorecchiano

Le prime notizie sul castello di Pescorocchiano, che è caratterizzato dalla particolare conformazione geomorfologica dello sperone calcareo sul quale sorge, risalgono alla prima metà del XII secolo, anche se con molta probabilità le origini dovevano essere ben più antiche. L'insediamento fortificato, che dominava la valle del Salto, era stato eletto a sede dall'ultimo conte di Rieti Gentile Vetulo, che ne divenne feudatario in capite al momento dello stanziamento normanno nell'area avvenuto intorno al 1143, mantenendone quindi il possesso. Dopo i conti di Rieti, all'epoca di Federico II, signore di Pescorocchiano divenne Pandolfo di Collalto. L'importanza del castello in questo periodo è testimoniata dalla presenza nella chiesa di s. Andrea di monache damianite, come anche a s. Giovanni di Val di Varri. Nel 1279 il feudo era passato a Gentile da Pescorocchiano ed aveva un valore di 7 once, 12 tarì e 4 grana. Gentile consolidò la sua egemonia nell'area grazie al matrimonio, avvenuto nel 1279, della figlia Sibilia con il provenzale Guglielmo Stacca signore di Collefegàto, giunto nel Cicolano insieme ad altri connazionali al seguito di Carlo I d'Angiò. Il castello nel Trecento subì diverse traversie di cui non conosciamo con puntualità tutte le tappe, passando sotto il controllo, sia pur indiretto, della potente famiglia aquilana dei Camponeschi. Agli inizi del Quattrocento il castello fu acquistato da Niccolò Mareri dal re Ladislao. Non è noto per quanto tempo la famiglia comitale cicolana mantenne il possesso anche di questo insediamento fortificato, che nei primi decenni del Cinquecento passò in possesso dei Savelli.

Il Castello di Macchiatimone

Il castello di Macchiatimone può essere considerato uno dei complessi medievali più rilevanti della valle del Salto. Le rovine del castello, abbandonato nel XVII secolo, dominano una profonda gola che il fiume Salto si è aperto nella roccia calca­rea, agli inizi dell'odierno lago del Salto. Le origini del castello non sono ben conosciute e risalgono soltanto alla metà del XII secolo. Del resto lo stesso toponimo di Macchiatimone sembra evocare una origine più antica, almeno per le prime fasi del dissodamento dell'area. Il termine 'macchia' indica infatti i grandi varchi aperti dalle asce dei diboscatori all'interno della vegetazione, non l'inverso come spesso si ritiene, il bosco prevaleva ovviamente nel paesaggio medievale, ma il toponimo in sé, seppur indica la conquista agraria di una determinata area e, probabilmente, il nome di colui che l'avviò, non dà ovviamente informazioni su quando questo processo ebbe inizio, né sulla contemporanea fondazione o meno di un insediamento fortificato. Oltre non mi sembra si possa andare, almeno in questa fase dell'indagine. Non sono molto chiare le tappe della frantumazione dei possessi di Gentile Vetulo, dato che le notizie successive risal­gono al secondo quarto del XIII secolo, quando Macchiatimone assunse notevole rilevanza, diventando un importante frammento della struttura difensiva organizzata lungo la valle del Salto da Federico II.
Ricordato ancora nel quaternus de reparatione ca­strorum nostrorum di Carlo I d'Angiò, quando ormai aveva perduto il carattere demaniale. Secondo lo statuto, Macchiatimone poteva essere riparata dagli uomini della baronia del defunto Giordano di Pescorocchiano e da quelli della baronia di Gentile da Pescorocchiano e dai suoi consorti. Nel 1239 fu nominato castellano di Macchiatimone, per incarico di Federico II, da Enrico de Morra gran giustiziere dell'imperatore, Bartolomeo di Castiglione. Bartolomeo di Castiglione era un personaggio di notevole rilievo. Figlio di Tolomeo di Castiglione, capitano per Federico II nella contea di Arezzo e giustiziere d'Abruzzo e di Val di Crati, e fratello di Giacomo, arcivescovo di Reggio Calabria.
Proprio la nomina di Bartolomeo a castellano di Macchiatimo­ne dà conto dell'importanza che questo castello aveva assunto nelle strategie militari dispiegate da Federico II nel Reatino e nel Cicolano, per piegare rapidamente le resistenze che si erano venute coagulando intorno a Rieti, città fedele al papato, sia pur soggetta da non molto tempo, ed alcuni rappresentanti della nobiltà locale, meno pronti dei Mareri a cogliere con sagace e pronta intuizione il mutare degli eventi. Non sono affato chiari da questo momento in poi gli accadimenti che hanno condot­to Macchiatimone da castello del demanio imperiale sotto Federico II a castello inserito nella baronia di Collalto, insediamento situato nello stato della Chiesa. Una espansione di cui è diffi­cile individuare con precisione le tappe, ma che affonda proba­bilmente le sue origini già in età federiciana, quando Pandolfo di Collalto era signore del vicino Pescorocchiano, riuscendo successivamente a conquistare la fiducia degli angioini. Quali che siano le tappe della perdita di rilevanza, da un punto di vista militare, di Macchiatimone, compreso dal 1273 nel giustiziariato dell'Abruzzo ultra flumen Piscariae, l'unico punto certo è che quando l'8 maggio del 1279 Pandolfo di Collalto alla mostra dei feudatari regi tenuta a Sulmona dichiarò gli insedia­menti da lui controllati nel regno meridionale, tra essi, oltre a Pietrasecca, Poggio Cinolfo, Montefalcone ed un terzo di Rocca di Sotto, citò Macchiatimone che era valutato 6 once, 7 tarì e 6 grana.
La permanenza di Macchiatimone all'interno della baronia di Collalto non ha lasciato molte tracce nella documentazione medie­vale, come del resto è avvenuto per la stessa baronia. Una docu­mentazione tanto scarna da consentire una ricostruzione lacunosa e frammentaria della genealogia dei signori di Collalto, senza consentire di andare molto oltre. Ma è indubbiamente durante la signoria dei Collalto che nel territorio di Macchiatimone si avviarono consistenti processi di conquista agraria e di trasfor­mazione dell'insediamento. Nel 1329 è ricordata la nomina da parte di papa Giovanni XXII di Gentile figlio di Giovanni Vacontis di Poggio Cinolfo, tra gli altri benefici canonico della chiesa di S. Eleuterio extra muros di Rieti, a preposito della chiesa di S. Ippolito de Macclatemone. Questa notizia consente di comprendere come ormai nel territorio controllato dal castello di Macchiatimone fosse già avviato un processo di dispersione dell'habitat, cioè di conquista di nuovi spazi agrari, scandito dalla nascita e dall'affermarsi di nuove strutture religiose, come la chiesa di S. Ippolito, la cui prepositura era sufficientemente ambita tanto da essere necessaria una nomina diretta da parte di un papa, non menzionate nelle bolle pontificie di riconferma concesse da Anastasio IV e Lucio III ai vescovi reatini nella seconda metà del XII secolo.
Maggiori informazioni sulla presenza e sulla dislocazione di chiese e cappelle nel territorio dipendente da Macchiatimone possono essere ricavate dall'analisi del registro delle chiese dipendenti dalla diocesi di Rieti compilato nel 1398 e pervenuto fino a noi grazie alla trascrizione compiuta dal vescovo Marini sullo scorcio del Settecento. S. Ippolito è ricordata cum cappellis suis. Vicino S. Ip­polito era situata la chiesa di S. Croce, nel Settecento ormai diruta. Sotto Pace verso S. Ippolito si trovava la chiesa di S. Pietro, non più esistente all'epoca del vescovo Marini, mentre S. Bartolomeo, menzionata nell'elenco trecentesco, era anch'essa ormai diroccata ed unita alla parrocchiale di S. Silvestro di Pace, costruita all'interno dell'abitato nei primi decenni del Seicento.
Nell'elenco del 1398 sono invece ricordate la chiesa di S. Silvestro de Bosso, forse meglio de Bosco ad indicare la presenza di un fitto manto vegetazionale non ancora intaccato profondamente dall'ascia dei diboscatori, posta nei pressi del villaggio di Pace, e quella di Vaccareccia, S. Atanasio o Anasta­sio. Nella strutturazione in vicariati della diocesi di Rieti del 1438 le uniche chiese citate ed incluse nel vicariato di Collal­to, una sovrapposizione quindi tra giurisdizioni civili e reli­giose, sono quelle di S. Ippolito e di S. Silvestro detto di Macchiatimone. Qualche informazione di un certo rilievo può essere invece ricavata da un piccolo protocollo notarile conservato presso l'archivio di Stato di Rieti relativo alla gestione amministrati­va e giudiziaria della baronia di Collalto, durante la signoria di Ludovico, tra il 1435 ed il 1440. Questo codicetto ci consente di avere un quadro abbastanza chiaro delle strutture insediative nel territorio del castello di Macchiatimone nel Quattrocento. Nel protocollo sono registrate tra l'altro le entrate della baronia ricavate da multe o da esazioni fiscali diverse nel territorio de Macchiatomone et villis. Oltre al castello quindi esistevano i villaggi di Pace, di Baccarecce e di Ospanesco. Per alcuni degli abitanti di questi villaggi sono ricordate le sanzioni comminate per la mancata manutenzione di strade o le tasse pagate alla curia baronale: un piccolo affresco della società di questa area del Cicolano nei primi decenni del Quattrocento ed un indizio ormai certo delle avvenute trasformazioni del paesaggio con il predominio dei castagneti da frutto inseriti sempre più profondamente all'inter­no dei querceti misti, che probabilmente costituivano la vegeta­zione dominante della zona fino al pieno medioevo.
Nel Cinquecento Macchiatimone per volere di Carlo V passò ai Savelli, ma ormai agli inizi del Seicento la sorte del castello appariva segnata. Le visite pastorali compiute dai vescovi di Rieti mostrano ora al centro dell'organizzazione religiosa dell'area la chiesa di S. Silvestro di Pace che sorgeva mezzo miglio o cento passi, la distanza sembra abbastanza soggettiva ed approssimata, fuori del villaggio, ma si stava ormai progettando di trasferirla all'interno dell'abitato. Nel 1612 il rettore di S. Silvestro di Pace, Vincenzo de Vincentiis, oltre alla cura delle anime del villaggio di Pace, doveva provvedere anche alla rettoria di S. Bartolomeo di Macchiatimone, ormai anch'esso definito villaggio e quindi con le fortificazioni non più in uso ad attestare la profonda irreversibile crisi dell'insediamento, ed alla cura delle anime che ancora per poco vi risiedettero. Sul sito del castello di Macchiatimone sono state effettuate nel 1991 e nel 1992 due campagne di scavo da parte di una équipe dell'università di Leicester nel quadro del progetto di valoriz­zazione e restauro delle rocche portato avanti dalla comunità montana VII Salto-Cicolana.
Sempre per quanto riguarda il medioevo numerosi altri sono gli insediamenti tanto religiosi, chiese o cappelle, che civili, castelli abbandonati, Rocca Randisi, Rocca de Super, presenti nel territorio del comune di Pescorocchiano. Ovviamente in una prima fase non tutti possono essere presi in considerazione, ma la loro valorizzazione può essere inquadrata in un momento successivo