Centri storici e città d'arte
Orvinio
 

Santa Maria del Piano

La fondazione del castello di Canemorto, il nome attuale di Orvinio è stato assunto soltanto nel secolo scorso, con regio decreto del 1863, derivandolo dall'antica città aborigena di Orvinium, un collegamento che però non sembra accettabile, è probabilmente, come nel caso di Collalto, abbastanza tarda ed appartiene all'ultima fase dell'incastellamento. Sulla etimologia di Canemorto, poi, sono nate molte bizzarre fantasie, legate ad improbabili uccisioni di tiranni locali o di un cane idrofobo, che avrebbe mietuto numerose vittime tra la popolazione locale. Citato come semplice toponimo nelle carte farfensi a partire dal 1075, il castello fu fondato probabilmente nel XII secolo dagli ultimi discendenti dei conti dei Marsi, grandi incastella­tori della zona, nei pressi della potente abbazia benedettina di s. Maria del Piano. Il dominio sul castello fu poi dei signori di Canemorto, che, con buona probabilità, potevano aver avuto origi­ne dalla frammentazione del lignaggio comitale borgognone dei conti dei Marsi e di Rieti. I Canemorto, esponenti minori della nobiltà rurale sabina, mantennero il possesso dell'insediamento fortificato fin sullo scorcio del medioevo quando al loro posto subentrarono dapprima gli Orsini, che riunirono Orvinio ed i castelli colonnesi di Pozzaglia, Pietraforte, Montorio in Valle e Petescia, oggi Turania, in un unico feudo, successivamente ri­frammentatosi.
Agli Orsini seguirono poi gli Estoutville per matrimonio, i Muti e, dal 1632, i Borghese. Il 12 ottobre del 1816, infine, il principe don Camillo Borghese, pur essendo ancora in vita il cognato Napoleone Buona­parte e la moglie Paolina, rinunciò ai suoi diritti feudali su Orvinio. L'anno successivo, con il definitivo riordinamento dell'assetto territoriale della delegazione di Rieti, Orvinio entrò a far parte del distretto di Poggio Mirteto, con una popo­lazione di 1.255 abitanti, e divenne sede di governatorato, la cui giurisdizione si estendeva su Petescia - oggi Turania -, Pozzaglia, con gli appodiati Montorio in Valle e Pietraforte, e Scandriglia. Il governo comprendeva anche Riofreddo, Cantalupo Bardella - oggi Mandela -, Licenza, con gli appodiati Civitella e Roccagiovine, Percile, Scarpa, Vallinfreda e Vivaro, per una popolazione complessiva di 10.776 persone. Questi ultimi abitati, oggi in provincia di Roma, furono successivamente scorporati ed aggregati al governo di Arsoli. L'importanza raggiunta da Orvinio nell'Ottocento è dimostra­ta in modo incontrovertibile dal fiorire della vita sociale ed economica del centro. Nel tessuto urbano erano presenti caffè, negozi di tessuti, osterie, rivendite di sali e tabacchi, botte­ghe di ferri lavorati. La borghesia era rappresentta dalla pre­senza di tre procuratori legali, di un notaio, di un medico, della farmacia De Angelis. Molti erano i negozi di cereali, tre gli ebanisti, vari sarti, un calderaio, calzolai, barbieri, sei materassai, sette muratori.
Numerosi i torchi da vino, la mola a grano era dei Filonardi. Gli abitanti erano 1618, suddivisi in 306 famiglie che occupavano 320 case, tutti sotto l'unica parroc­chia di Nicola di Bari, dedicata al santo nel 1536. Il territorio comunale aveva una superficie di 24.126 tavole - una tavola corrispondeva a 1.000 mq - e vi si raccoglieva molto grano, farro, vino, fieno, legna da ardere, buoni anche i pascoli. Il palazzo baronale, di origine tardo-rinascimentale, fu ampiamente restaurato nella prima metà di questo secolo dal sen. Filippo Cremonesi e trasformato in una residenza signorile, alterandone in parte le caratteristiche architettoniche. L'edifi­cio, che mantiene ancora un aspetto imponente, è circondato da un lungo muro di cinta ad ampia scarpa poggiato direttamente sulla roccia modellata artificialmente, intercalato da una serie di torri che ne scandiscono la cortina.
Il grande portale dà accesso ad un vasto parco, mentre una poderosa torre cilindrica centrale domina l'intero complesso. Nel territorio di Orvinio era situato anche il piccolo castello di Vallebuona, di cui sono ancor oggi visibili parte della cinta della rocca e la parete, più volte rinfoderata, di un forte maschio. Ricordato soltanto nel tardo medioevo, il castello fu precocemente abbandonato e il suo territorio incorporato da Orvinio. La chiesa di s. Maria fu ricostruita totalmente nel Seicento in seguito ad una serie di miracoli operati da una immagine della Vergine che vi era conservata e fu per lungo tempo oggetto di grande devozione popolare. Nel 1872, il 31 agosto, verso le cinque di mattina, nei pressi di Orvinio caddero alcuni frammenti di una meteorite, un evento che ebbe all'epoca molto risalto tanto sula stampa quanto a livello scientifico. Ne furono recuperati nel tempo 3397,17 grammi. Questi campioni furono successivamente smembrati e suddi­visi a scopo di studio tra numerosi laboratori europei ed ameri­cani. Attualmente uno dei campioni più grandi, del peso origina­rio di 735 grammi, è conservato presso il museo mineralogico dell'università di Roma. Per quanto riguarda l'Italia, frammenti minori sono conservati presso l'università di Torino, presso il museo mineralogico dell'università di Bologna, presso il museo civico di storia naturale di Milano e presso la specola vaticana di Castel Gandolfo.

Santa Maria del Piano

Tra Orvinio e Pozzaglia si trovano i resti di quella che fu una importante abbazia benedettina, s. Maria del Piano. L'antica struttura, ormai abbandonata da anni, conserva ancora in parte nelle strutture materiali traccia dello splendore di un tempo. La chiesa a croce latina con navata unica presenta una facciata a capanna, l'abside semicircolare sopraelevata, un transetto che aveva anticamente le volte a crociera e la torre campanaria. Nelle apparecchiature murarie sono stati riutilizzati moltissimi materiali di spoglio di età romana, prelevati anche in questo caso da monumenti funerari di particolare monumentalità. La chiesa è stata più volte rimaneggiata e restaurata ma il suo primo impianto dovrebbe risalire intorno all'XI secolo, anche se una leggenda, inaccettabile, vuole farla risalire all'VIII o IX secolo eretta come ex-voto da Carlomagno per una vittoria ripor­tata sui saraceni, che non ha lasciato nessuna traccia nelle fonti scritte. L'abbazia perse gran parte della sua importanza sul finire del medioevo e fu abbandonata dai monaci ob aevi gravitatem et redituum diminutionem. Restò soltanto il beneficio ecclesiastico con i beni fondiari, che alla fine del Cinquecento consistevano in appena settanta rubbia di terreni seminativi suddivisi in diciannove appezzamenti, da un minimo di un rubbio ad un massimo di dodici, in sette prati falciativi per complessive nove falcia­te e mezzo e due vigne.