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Poggio Nativo

San Paolo - Monte Santa Maria

Nel territorio di Poggio Nativo i ritrovamenti di maggior interesse sono quelli preistorici e protostorici provenienti dal costone di Battifratta e dalla grotta Rocco di Prospero. I mate­riali rinvenuti appartengono al bronzo medio, al bronzo antico ed al neolitico e sono costituiti principalmente da frammenti cera­mici di ciotole, di scodelle e di doli, misti a rari resti fauni­stici, essenzialmente cinghiale. Nei pressi dell'abitato, in località "Le Selve", si trova un monumento funerario d'età romana di una certa imponenza ricavato, tagliando e regolarizzando sul fianco sinistro e sulla faccia superiore una parete di roccia. Sulla piattaforma furono scavati due loculi rettangolari, per ospitare i corpi di Caio Terenzio, figlio di Lucio, ascritto alla tribù Sergia, che aveva anche il cognome ereditario di Varrone, e della sua liberta, probabilmente anche moglie o compagna, Caletuce, dal cognome bene augurante di origine greca 'Bellasorte'. L'iscrizione, su due linee, mostra una buona accuratezza ed una notevole capacità tecnica, date le difficoltà insite nell'utilizzare come campo per l'incisione una superfice non troppo regolare e facile a sgretolarsi. L'epitaffio ha il testo seguente:

C(aius) Terentius, L(uci) f(ilius), Ser(gia tribu),
Varro Terentia, C(ai) l(iberta), Caletuce

La tomba rupestre, che doveva certamente sorgere all'interno delle proprietà fondiarie di Caio Terenzio, che apparteneva alla medesima gens del ben più noto scrittore ed erudito sabino Marco Terenzio Varrone, fu realizzata probabilmente tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del successivo. Queste tombe riflettono le aspirazioni e le ambizioni di una realtà sociale composita, rappresentata normalmente da piccoli proprietari terrieri o liberti, diversa nei gusti e nella cultura, che ha alimentato una produzione di monumenti funerari di vario genere plasmati ed adattati all'ambiente naturale. Le origini del castello di Poggio Nativo sono da collocare intorno al Mille. La prima menzione del castello è del 1055, dalla quale si evince che il suo fondatore era stato un certo Buonuomo, il cui figlio ed erede, Donadeus aveva poi dato il nome all'insediamento fortificato. Donadeo ebbe fortissimi contrasti con l'abbazia di Farfa per il possesso di alcuni beni fondiari situati nelle pertinenze dei castelli di Fara e di Poggio Moiano e della chiesa di s. Pietro di Scandriglia. Donadeo era un vas­sallo dei conti di Sabina, i quali divennero signori del castel­lo. Nel 1159 l'ultimo loro discendente, Rainaldo di Sinibaldo, donò Poggio Nativo a papa Adriano IV. Nel territorio di Poggio Nativo esistevano anche altri due castelli, oggi scomparsi, Archipiglione e S. Balbina, cresciuto intorno all'omonima chiesa in località Carlo Corso.
Le successive vicende storiche di Poggio Nativo sono alquan­to intricate. Nel XIV secolo il castello subì una serie di com­plessi passaggi di proprietà tra le monache di s. Paolo, Andreuc­cio da Palombara e Farfa, finché, agli inizi del Quattrocento, fu occupato da Paolo Savelli, che vantava un cospicuo credito con la santa sede. Dopo una lunga controversia che lo vide contrapposto all'abbazia di Farfa, il Savelli divenne l'incontrastato signore di Poggio Nativo. Nel 1460, però, Giacomo Savelli si schierò contro il papa ed appoggiò gli angioini nella lotta dinastica per l regno di Napoli contro Ferdinando d'Aragona. La reazione ponti­ficia non si fece attendere: Antonio Piccolomini assediò il castello e lo sottopose ad un forte bombardamento con le nuove artiglierie che erano state messe in campo. Poggio Nativo, fiac­cato nella resistenza, fu espugnato e saccheggiato.
Poggio Nativo fu confiscato ai Savelli, fu poi venduto a mons. Giorgio Cesarini ed ai fratelli della Valle per passare poi al capitolo di s. Pietro in Vaticano. Nel 1480 il castello tornò in possesso del cardinale Giovan Battista Savelli, che lo ebbe in vicariato da papa Sisto IV. I Savelli, in particolare Bernardino con la moglie Lucrezia Anguillara, vissuti sullo scorcio del XVI secolo, provvidero ad una profonda ristrutturazione del palazzo baronale. Nel 1625, Urbano VIII eresse in ducato la terra d Poggio Nativo con tutti i diritti di trasmissione ereditaria. Nel 1633, al declinare delle fortune familiari, il castello fu vendu­to a Marcantonio Borghese. Poggio Nativo è anche noto per aver dato i natali all'umanista Francesco Florido Sabino. Con la restaurazione, il principe don Camillo Borghese il 12 ottobre del 1816, pur essendo ancora in vita il cognato Napoleone Buonaparte e la moglie Paolina, rinunciò ai suoi diritti feudali su Poggio Nativo. Nel novembre del 1817, in seguito al decreto del cardinal Consalvi, che sanciva in modo definitivo il nuovo assetto della provincia di Sabina, Poggio Nativo, abitato da 695 persone, aveva come appodiato Monte S. Maria, era un comune del governatorato di Fara Sabina.
Di questo passato feudale resta ancora preziosa testimonianza il palazzo Borghese, oggi agibile soltanto in parte. Nel 1853 la popolazione era salita a 918 persone, dlle quali 73 soggiornavano in campagna. Le chiese parrocchiali erano due. Quella di s. Silvestro aveva sotto di sé 387 anime che formavano 88 famiglie in 79 case. Quella della ss. Annunziata contava 531 persone suddivise in 97 famiglie che abitavano in 87 case. I casati più importanti gli Evangelisti e i Cremisini. Il paese era circondato ancora dalle mura castellane rinforzate agli angoli da piccoli torrioni che erano ormai semidiruti. Dalla porta di Ponente iniziava un bel viale alberato, che a quanto diceva il Palmieri, costituiva «un'ameno (sic) passeggio, che può figurare anche in una città» ed oltrepassava «il famoso e bel Convento di S. Paolo dei PP. Minori Osservanti Riformati, ove in antico erano le Suore Benedettine». In paese c'erano quattro caffè e liquori, un'osteria, un forno, una rivendita di sali e tabacchi, una bottega di tessuti, te di ferri lavorati, un'altra di «pile», un sarto, due ebanisti, quattro carrettieri ed una mola a grano dei Filonardi. L'assi­stenza sanitaria era assicurata da un medico condotto e da due farmacie, una di Cremisini, l'altra di Giordani.

San Paolo

Nei pressi dell'abitato sorge il convento di s. Paolo, un tempo monastero di monache benedettine fondato per impulso di Farfa. Questa notizia sembra, però, non del tutto veritiera dato che risulta da un registro di chiese della diocesi di Sabina redatto nel 1343 che a s. Paolo risiedevano suore agostiniane. La prima notizia di questo monastero risale al 1256, mentre ben poco si sa sull'epoca della sua fondazione, che dovrebbe essere avve­nuta comunque non molti anni prima. Nel 1261, come ricorda una iscrizione ancor oggi visibile sul portale della chiesa, furono compiuti dei lavori ad opera del'archipresbitero Oddone. Le suore rimasero in s. Paolo fino all'assedio del 1460, quando Pio II ordinò il loro trasferimento a Roma. Nel 1471 l'antico monastero fu ceduto ai minori francescani. I frati posero immediatamente mano, con l'aiuto degli abitanti del luogo, alla riorganizzazione ed alla ristrutturazione degli edifici trasformandoli in conven­to. Un portale cosmatesco di buona fattura dà accesso alla chiesa articolata ad unica nave con sei cappelle laterali. Un sontuoso altare barocco fiancheggiato da due statue in stucco di grandi dimensioni separa dall'aula il coro che conserva stalli lignei seicenteschi.

Monte Santa Maria

Anche questo castello fa parte dell'ultima fase della fonda­zione di insediamenti fortificati, avvenuta in Sabina tra fine Duecento e primo Trecento. La più antica notizia di Monte S. Maria risale al 1339, quando Benedetto XII lo elencò tra i ca­stelli sottratti a Farfa. Il suo apparato fortificatorio doveva essere stato costruito in modo molto accurato, dato che, nella seconda metà del XIV secolo, vi si rifugiò l'abate di Farfa, Sisto, per sfuggire alle compagnie di ventura che stavano com­piendo in quel periodo continue scorrerie nella Sabina. Nel 1853 era abitato da 480 persone, delle quali soltanto 12 risiedevano in campagna, per complessive 110 famiglie che viveva­no in altrettante case. Vi si vendevano sali e tabacchi, erano presenti due botteghe di ferri lavorati, un forno, due calzolai, tre carrettieri, un notaio ed una mola a grano di Pietrosanti. La dimora più rimarchevole era quella dei Vittorini, che in prece­denz era un monastero. L'abitato era ancora corcondato dalle mura. Acque limpidissime erano fornite agli abitanti da un a sorgente distante mezzo miglio dal paese in località Ripa Brec­ciosa.