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Monte
S.Giovanni in Sabina
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Le
forme insediative medievali - La
rocca di Tancia - La
grotta di san Michele
La
gran parte degli abitati che ancora oggi punteggiano
la catena dei Monti Sabini sono nati nel medioevo, intorno
all'anno Mille. Per molti di loro, i più fragili, le
notizie sono scarne, legate alla sopravvivenza della
documentazione scritta o delle strutture materiali;
altri, i più solidi, hanno resistito e sono popolati
ancor oggi. La prima notizia dell'esistenza del castello
di Monte San Giovanni è abbastanza tarda ed è contenuta
in un contratto di vendita del 1240 conservato presso
l'archivio di Stato di Rieti. In questo anno infatti,
anche se la data non è molto precisa, Giovanna de Radolfis,
ultima discendente della consorteria dei Camponeschi,
i grandi colonizzatori delle aree in quota dei Monti
Sabini, vendette a Napoleone Orsini i castelli di Poggio
Perugino, di Monte San Giovanni, di Montenero e delle
Macchie, oggi scomparso, insieme al giuspatronato su
di un quarto della chiesa o abbazia di s. Maria de Monte,
che era situata nei pressi di Castiglione di Cottanello.
Quando gli Orsini acquistarono tutta questa area l'insediamento
era dunque ormai completato. I castelli di Monte San
Giovanni, di Poggio Perugino e di Montenero esistono
ancora; l'unico ad essere scomparso è il castello delle
Macchie, ricordo dei forti diboscamenti effettuati,
che era situato ai margini orientali dell'attuale territorio
di Monte San Giovanni. L'opera di conquista agraria
e di organizzazione territoriale era stata compiuta
dai Camponeschi, una consorteria di cui conosciamo poco
o nulla, ma che era stata particolarmente attiva tra
X e XII secolo nelle aree in quota dei monti Sabini
da Castiglione di Cottanello fino a Casaprota, per poi
scomparire rapidamente senza lasciare molte tracce.
Restano dunque nell'ombra, almeno per le fonti scritte,
i dettagli della fondazione di Monte San Giovanni e
del castello delle Macchie, anche se non sembra inverosimile
fissarne la nascita in periodi non molto lontani da
quelli dei castelli vicini come Salisano, fondato intorno
al 953-961; Mompeo, circa 991; Montenero, 1038-1085;
Muscini, oggi scomparso, circa 1085. A questo periodo
di forte spinta verso la conquista di nuove terre risalgono
con molta probabilità i terrazzamenti che impedivano
il dilavamento dei terreni e che ancor oggi caratterizzano
il paesaggio della zona, come un retaggio del passato
costituisce anche la Mola, il vecchio mulino idraulico
sul Canera. Monte San Giovanni divenne poi il centro
principale degli Orsini in questa zona. In questo periodo
furono anche prosciugati numerosi laghetti che punteggiavano
le vallate nei pressi del castello delle Macchie e di
s. Sebastiano, con indubbio sviluppo delle aree coltivate.
Gradualmente la potente famiglia baronale romana estese
il suo dominio ad un gran numero di altri castelli,
come attesta il testamento di Pierangelo Orsini del
1476, che era signore di Foglia, di Gavignano, di Mompeo,
di Montenero, di Tancia, di Monte San Giovanni, di Casaprota,
di Collelungo, dei castelli abbandonati di Giulianello
e di Montefalco, della metà di Monteleone, di Ornaro
e di Torricella, nella valle del Turano di Bulgaretta,
dei castelli diruti di Pietraballa e di Rocca della
Salce e di tre quarti di Collepiccolo, oggi Colle di
Tora. Monte San Giovanni rimase in possesso degli Orsini
fino agli inizi del XVII secolo, quando il castello
tornò alla camera apostolica, che nella seconda metà
del Settecento ne concesse in enfiteusi i beni camerali
dapprima ad Adriano Antoniazzi Tomassi e successivamente
ad Antonio Flavi. Nel 1817 con il definitivo riordinamento
dell'assetto territoriale della delegazione di Rieti,
Monte San Giovanni, che aveva 911 abitanti, entrò a
far parte, insieme agli appodiati di Cerchiara, Montenero,
Poggio Fidoni e Poggio Perugino, del governatorato di
Contigliano. L'abitato di Monte San Giovanni, verso
la metà del secolo scorso, aveva un circuito di 280
passi comuni - circa 417 metri - ed era suddiviso in
tre contrade, denominate Valle, piazza dell'Ugna e via
della Cordonata. La chiesa principale era intitolata
a s. Giovanni Evangelista, priva di organo. Al suo interno
veniva ricordato il monumento in marmo, opera dello
scultore romano Romano Tadolini, eretto alla memoria
del comm. cav. don Giovanni Gentili, agente del granduca
di Toscana presso la Santa Sede. Il quale lasciò la
dote per una cappellania congiunta ad una scuola pubblica,
per il mantenimento di due alunni presso il seminario
diocesano, per sei doti per ragazze povere, due delle
quali di 21 scudi, le altre di 18, oltre ad un monte
frumentario di 500 scudi. Sul territorio erano presenti
anche tre cappelle rurali, la festa popolare veniva
celebrata il 27 dicembre. La popolazione era di 1071
persone, suddivise in 191 famiglie, che occupavano 184
case. Ben 988 persone abitavano in campagna, solanto
100 in paese, dove era presente un forno, una pizzicheria,
una rivendita di sali e tabacchi ed un macello. Presenti
un maestro di scuola, un medico, con uno stipendio di
200 scudi, un flebotomo al quale venivano corrisposti
36 scudi, un notaio e la farmacia Cremonini. Quattro
i mercanti di grano, mentre le mole a grano erano due,
quella di Cerroni e quella di Cremonini. Tre erano le
fiere, mentre le famiglie preminenti erano i Cantonetti,
gli Antonetti, i Belardinetti ed i Gentili.
Le forme insediative medievali
Un'altro dei segni caratterizzanti del medioevo è la
presenza di un numero molto elevato di edifici religiosi.
La chiesa di s. Sebastiano de Laculo è la più importante
chiesa del territorio di Monte San Giovanni ad essere
ricordata; la prima menzione è del 1182, quando era
già una pieve dipendente dalla diocesi di Rieti. Il
numero degli edifici sacri era però ben più consistente
nel medioevo. In un registro delle chiese della diocesi
reatina redatto nel 1398, oltre a Sebastiano, sono ricordate
quelle di s. Giovanni, di s. Pietro, di s. Vittoria
e di s. Angelo. Nel tempo molte altre chiese o cappelle
presenti nel territorio di castelli o di villaggi abbandonati,
senza più cura d'anime quindi ed in molti casi diroccate,
furono unite alla parrocchia di s. Giovanni, divenuta
progressivamente la più importante del territorio dipendente
dal vescovo di Rieti. Tra queste possono essere ricordate
s. Vittorino di Vaccareccia, s. Bartolomeo di Monticchio,
s. Nicola di Finocchiaro, s. Maria del Casale, s. Lorenzo
e s. Salvatore delle Macchie ad indicare un passato
caratterizzato da una vita religiosa e civile molto
intensa. Un'altra importante pieve, dipendente a sua
volta dalla diocesi di Sabina e contigua a s. Giovanni,
era s. Maria di Montenero dalla quale dipendevano le
cappelle di s. Pancrazio de Septerano, nota già nell'alto
medioevo, di s. Giovanni de Leone, di s. Maria de Colle,
di s. Simeone de Magalainis, che aveva cura d'anime,
di s. Giustino de Collibus, di s. Savino de Podio Oliveti,
di s. Paolo de Valeris, di s. Eligio de Driano, di s.
Eleuterio de Muscino e di s. Andrea de Pazo.
La rocca di Tancia
Il paesaggio dei monti Sabini nell'antichità era fortemente
dominato da un fitto mantello di vegetazione. In età
romana sui due versanti numerose sono le attestazioni
di boschi sacri alla dea Vacuna, ma con l'arrivo dei
longobardi, dopo la profonda depressione economica e
la forte crisi demografica che colpì gran parte dell'Italia
nel VI secolo d.C., ebbe inizio la conquista di queste
aree boscose per ridurle a coltura. Le asce dei diboscatori
aprirono ampi varchi, che le fonti medievali chiamavano
macchie - oggi il termine ha assunto il significato
opposto - ad indicare i vuoti compiuti nei boschi. Oltre
a creare nuove terre da coltivare o ad ampliare i pascoli
per il bestiame, il taglio degli alberi serviva anche
ad ottenere una materia prima molto importante in quel
periodo, il legno, che veniva utilizzato per vari scopi,
ad esempio per la produzione di stoviglie, come materiale
da costruzione, per fare carbone o come legna da ardere.
Una zona molto importante dunque che nel 781 divenne
confine tra il ducato longobardo di Spoleto ed il ducato
romano, quando Carlomagno rese la Sabina tiberina al
papa, con i boschi di Farfa che venivano a contrapporsi
a quelli della diocesi reatina. Con il crollo dell'impero
carolingio e la conseguente frammentazione del potere
centrale nacquero i castelli, insediamenti fortificati
fondati per la gran parte tra X e XI secolo, che assolvevano
a più scopi, da quello di razionalizzare i quartieri
agrari a quello di garantire la sicurezza, da migliorare
le condizioni economiche e sociali generali a quello
di far nascere le signorie rurali, nuovi centri di organizzazione
del territorio. Sul Tancia nacquero nel X secolo due
insediamenti fortificati a cavaliere della strada di
giunzione della valle del Tevere con la conca reatina.
Il primo ad essere ricordato è castello del Tancia,
fondato tra il 967 ed il 975. Non molto tempo dopo,
nel 988, nelle fonti compare anche il castello di Fatucchio.
Di questi due abitati restano oggi soltanto le rovine
dominate dalle torri semidiroccate, l'elemento principale
e caratterizzante delle fortificazioni dei castelli
sabini, che racchiudevano in sé simbolismi accentuati,
rappresentando in modo tangibile il potere signorile
ed il controllo dello spazio, spesso erroneamente identificate
come torri longobarde. I documenti farfensi di X ed
XI secolo mostrano il forte dinamismo di questi insediamenti.
Sono ricordate le chiese di s. Croce e di s. Vito, mulini
ad acqua lungo il fosso di Tancia, vigneti intorno al
castello di Fatucchio, numerose aree destinate alla
semina dei cereali, testimonianze preziose di questo
periodo per certi aspetti pionieristico, agevolato da
condizioni climatiche non particolarmente sfavorevoli.
I due castelli rimasero saldamente in possesso di Farfa,
anche se spesso l'abbazia ne cedette quote di cosignoria
castrense, perdendone il controllo per alcuni periodi,
tanto e vero che la rocca di Tancia venne in possesso
dei Camponeschi, che però alla metà del XII secolo ne
cedettero nuovamente a Farfa il controllo, sottomettendosi
di fatto all'abbazia. Da allora il castello rimase solidamente
in mano al monastero sabino, che, nel 1345, insieme
al suo territorio fu dato in locazione dall'amministratore
apostolico di Farfa Arnaldo d'Albiac al nobile romano
Ugolino di Pietro de Toldelgariis per un prezzo di 20
libbre di provisini del Senato, una moneta romana, e
per un canone di affitto annuo di 5 fiorini d'oro. Nel
contratto erano comprese anche la grotta di s. Michele,
la chiesa di s. Angelo, compresi i dazi sul mercato
che vi si svolgeva, la vicina chiesa di s. Silvestro,
la chiesa di s. Vito e la chiesa di s. Caterina con
la cappella di s. Salvatore, che erano all'interno del
castello del Tancia. Parallelamente alle chiese ed alle
cappelle dipendenti da Farfa, anche il vescovo di Sabina
aveva le sue chiese ricordate in una visita pastorale
del 1343. La chiesa matrice era s. Ilario della rocca
di Tancia che aveva alle sue dipendenze le cappelle
di s. Margherita de Castiglione, di s. Lorenzo de Butizano,
la chiesa di s. Giovanni di Fatucchio, che era parrocchiale,
la cappella rurale di s. Nicola, la chiesa di s. Angelo
e la cappella di s. Caterina, queste ultime due forse
le stesse che dipendevano da Farfa. Peraltro in quei
tempi numerose ed astiose furono le controversie giurisdizionali
tra l'abbazia di Farfa e la diocesi di Sabina ed è quindi
possibile che ambedue le strutture religiose rivendicassero
diritti sulle stesse chiese o cappelle. Oggi la gran
parte di questi edifici religiosi, in molti casi di
modeste dimensioni e costruiti con materiali poveri
grazie alla devozione popolare, è scomparsa, ma il fitto
reticolo che nel medioevo essi disegnavano sui monti
Sabini fa comprendere come fosse molto più consistente
il popolamento e numerosa la frequentazione di tutta
questa area e molto più vivace l'economia ed il piccolo
commercio, attivo in particolare lungo la via che congiungeva
la valle del Tevere a Rieti, che trovava il suo polo
nei pressi della chiesa di s. Angelo, dove si svolgeva
un piccolo mercato settimanale, luogo di incontro e
di interscambio tra i prodotti locali e quelli di importazione.
La rocca di Tancia era ancora abitata alla fine del
XIV secolo, ma poco alla volta si spopolò, come il vicino
castello di Fatucchio, non soltanto per la crisi più
generale che colpì sulla fine del medioevo la gran parte
degli insediamenti in quota dell'Appennino centrale,
ma anche per un maggior interesse delle famiglie baronali
verso la pastorizia transumante, più remunerativa dell'utilizzo
agricolo delle aree marginali, con una spinta quindi
verso un'abbandono delle colture, addensatesi intorno
ai centri abitati più importanti e più popolati, ed
una sempre crescente espansione dei pascoli. Passati
dall'abbazia di Farfa agli Orsini i due castelli di
Tancia e di Fatucchio cambiarono più volte di proprietario
dapprima per matrimoni, dagli Orsini passò ai Caetani,
poi per vendite, dai Caccia ai Capizzucchi, che nel
1609 rivendettero la tenuta di Tancia al comune di Monte
San Giovanni. Abbandonati i castelli dagli abitanti,
la via del Tancia non perse interesse, tutt'altro. Essa
restò nel tempo una importante direttrice commerciale
tra la conca reatina e la valle del Tevere, preferita
anche dalle compagnie di ventura nella seconda metà
del 1300 per le loro scorrerie, non a caso Rieti cercò
di assicurarsene il controllo comprando i castelli di
Poggio Catino e Catino nel 1478, per poi doverli rivendere
l'anno successivo per difficoltà finanziarie. Successivamente
lungo il tracciato fu costruita l'osteria del Tancia,
proprio al bivio da cui si diramava la strada che conduceva
a Salisano, punto di riferimento per coloro che attraversavano
i monti Sabini, la cui funzione è venuta meno con le
grandi trasformazioni delle strutture viarie e dei sistemi
di comunicazione avvenuti in questo secolo, memoria
comunque di un passato che non deve essere dimenticato.
La
grotta di san Michele
Sulle pendici occidentali del monte Tancia, in una parete
di roccia calcarea a picco, si apre una grotta naturale.
In uno dei suoi anfratti, fino a due decenni, fa quando
fu asportata, si poteva osservare nell'oscurità una
figura femminile seduta, scolpita rozzamente in una
stalattite. Molte sono state le suggestioni che questa
immagine ha suscitato nel tempo, lasciando ampi varchi
all'immaginazione. Indubbiamente nella rozza statuetta
andava riconosciuta una dea madre, una divinità indubbiamente
preistorica che può essere collegata a culti sulla fertilità
e sulla fecondità, ampiamente diffusi in grotta nel
II millennio a.C. Una immagine simile è venerata, sempre
in Sabina, alla Madonna del Monte a Borbona. La statuetta,
alta 44 cm e larga tra i 9 ed i 12 cm, è stata spesso
identificata con la dea Vacuna, una divinità caratteristica
dei Sabini, legata al culto dei boschi e delle acque
e che ha lasciato molte tracce sia nelle fonti letterarie,
sia nelle epigrafi sia nei toponimi. E' possibile, anche
se va precisato che l'immagine risale indubbiamente
ad un periodo ben precedente lo stanziamento dei Sabini
nella valle del Tevere, avvenuto agli inizi del I millennio
a.C., che nella grotta del s. Michele il culto della
dea Vacuna abbia soppiantato e si sia sovrapposto a
culti precedenti, ma è questo un problema destinato
a restare irrisolto. Ma è dall'alto medioevo, grazie
alla particolare ricchezza delle fonti farfensi, che
la grotta del Tancia assume un ruolo preminente nella
storia della Sabina. Secondo la leggenda agli inizi
del IV secolo d.C. un serpente pestifero si era insediato
nella grotta e da lì insidiava la vita degli abitanti
del luogo. Dio però, sollecitato dalle loro preghiere,
decise di porre fine alla sua azione. Testimone del
prodigio fu papa Silvestro, rifugiato sul monte Soratte.
Una notte il pontefice, mentre era raccolto in preghiera,
vide scendere dal cielo due angeli seguiti da tuoni
e da fulmini che illuminavano di luce corrusca il monte
Tancia ed atterrivano il drago, che si rifugiò in uno
dei recessi dell'antro, ma gli angeli non gli diedero
tregua e lo cacciarono dal suo rifugio. Papa Silvestro
decise allora di dedicare la grotta a s. Michele, dove
si recò l'8 maggio, accompagnato da una gran folla di
fedeli. La
leggenda evoca ovviamente la sconfitta del paganesimo
e dell'idolatria, non a caso gli accadimenti sono collocati
all'epoca di papa Silvestro (314-335), che segnò l'affermarsi
ed il riconoscimento ufficiale del cristianesimo. Il
culto di s. Michele ebbe notevole diffusione in Italia
centro-meridionale in età longobarda, basti ricordare
il celeberrimo santuario del Gargano, agevolato dalla
rappresentazione guerresca del santo, ed anche il nostro
santuario in VIII secolo apparteneva al demanio spoletino,
fin quando lo stesso duca Ildeprando, tra il 773 ed
775, lo donò a Farfa con i boschi e le faggete intorno
ad esso. Il santuario di s. Michele, con il monastero
che gli sorse poi intorno divenne progressivamente un
punto di forte gravitazione non soltanto religiosa,
ma anche sociale ed economica dell'intera area. Numerose
sono le donazioni pie ricordate dalle fonti farfensi
che attestano con chiarezza la sempre crescente importanza
che la grotta di s. Michele stava acquisendo. Non a
caso nel 1051 scoppiò una violenta controversia tra
l'abate di Farfa Berardo I ed il vescovo di Sabina Giovanni
sul possesso del santuario, concesso a quest'ultimo
dall'abate Ugo I. Il vescovo Giovanni, armi alla mano,
per riaffermare i suoi diritti sul s. Michele ne distrusse
l'altare e portò via le sacre reliquie. Sulla via del
ritorno verso l'episcopato, nonostante il cielo sereno,
scoppiò una violentissima tempesta di pioggia, di grandine
e di folgori. Il povero vescovo per cercare di ripararsi
si allontanò dal sentiero e qui accadde un miracolo,
dato che nel luogo dove venivano deposte le reliquie
non pioveva né grandinava. Cessata la tempesta il vescovo
Giovanni se ne tornò all'episcopio fortemente intimorito.
Qui però la stessa notte fu colpito da una emiparesi
che gli paralizzò metà del corpo. Venuto a conoscenza
di quanto era accaduto l'abate Berardo I si precipitò
al s. Michele accompagnato da un vescovo straniero,
ospite a Farfa in quel periodo, e da uno stuolo di armati,
dove programmò una congrua risistemazione dell'altare
e vi fece collocare nuove reliquie. Il semiparalizzato
vescovo Giovanni, in parte pentito per quanto aveva
fatto, tornò alla grotta riportando le reliquie asportate
e ricollocandole al loro posto, salvo però levare contro
Berardo I aspre lagnanze in una sinodo, rivolte poi
al papa Leone IX, che dette invece ragione all'abate
di Farfa. La questione ovviamente non si sopì di certo
e fu ripresa più volte con alterne vicende, che mano
a mano scemarono di intensità, in parallelo con la perdita
di importanza, da un punto di vista economico e sociale,
del santuario di s. Michele, che pure rimase nel tempo
radicato nella memoria storica locale, metà di culti
cristiani, ma anche di pratiche magiche, celebrate di
norma il venerdì dopo il plenilunio. Oggi la grotta
di s. Michele conserva ancora tracce consistenti del
suo passato. Salendo lungo la scalinata malcerta si
accede finalmente alla grotta, lasciando in basso i
resti delle strutture del monastero che ospitava i monaci,
entrando si nota subito l'altare sovrastato dal ciborio
costituito da due colonne, dai rispettivi capitelli
che sostengono la copertura a timpano. Il ciborio, voltato
nella parte inferiore, è rivestito da due strati di
affreschi, di cui l'ultimo e meno pregevole è una ridipintura
del precedente. Sull'archivolto del ciborio il busto
del Cristo è circondato dai simboli apocalittici dei
quattro evangelisti, mentre sul fondo della lunetta,
al di sopra dell'altare, si intravede l'immagine della
Madonna con il Bambino, mentre l'Agnus Dei è affrescato
sulla fronte del ciborio, con ai lati probabili immagini
di profeti che si inchinano reverenti, pur se gli storici
dell'arte non sono troppo in sintonia sulla ricostruzione
dell'iconografia del s. Michele. Sia l'altare che il
ciborio e gli affreschi dello strato inferiore possono
essere ragionevolmente datati alla seconda metà dell'XI
secolo, non a caso le fonti farfensi ricordano l'altare
che Berardo I progettò di far ricostruire dopo la profanazione
del vescovo Giovanni. Sulla parete della grotta, verso
la finestra che illumina fiocamente l'ambiente, ancora
affreschi bassomedievali: una Vergine Maria con il Putto,
un s. Michele splendente nella sua corazza dorata. Penetrando
nell'oscurità sulla sinistra della grotta si apre uno
stretto e basso speco sul fondo del quale fino ad ventennio
fa alla luce delle torce elettriche, moderne fiaccole,
si poteva scorgere l'immagine della divinità pagana,
ricordo di millenni di storia.
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