Centri storici e città d'arte
Montebuono
 

Fianello


Il comune di Montebuono ha un territorio che da un punto di vista della densità e dell'importanza dei beni culturali è di primario interesse, tra i quali la chiesa di s. Pietro ad Muricentum o ad Centumuros, come le fonti la definiscono per via delle grandiose strutture appartenenti ad una villa rustica d'età romana che la circondano, sorge poco al di fuori dell'abitato di Montebuono su di una altura che, sovrastata dai monti Sabini, domina la valle del Tevere. La chiesa, pur fortemente rimaneggiata nel tempo, conserva i lineamenti della originaria struttura romanica che i recenti lavori di restauro hanno messo nuovamente in evidenza, eliminando molte delle superfetazioni successive. I lavori di rifacimento della pavimentazione hanno poi riportato in luce una serie di ambienti, in parte riutilizzati nel tempo come ossari, che appartenevano alla villa rustica normalmente definita le "Terme di Agrippa", per via di un frammento di epigrafe ritrovata tra le rovine, che menzionava il generale Marco Vipsanio Agrippa, tra l'altro anche genero dell'imperatore Augusto, morto a soli 51 anni in Campania nel 12 a.C. Con la costruzione della chiesa, nella quale furono reimpiegati molti materiali d'età romana, i muri della villa furono rasati soltanto in parte, sono quindi riemerse pavimentazioni musive o in opus spicatum, lacerti di pareti affrescate, una cisterna perfettamente intonacata, restituendo uno spaccato di grande interesse di alcuni ambienti pertinenti alla parte padronale della villa, la cui estensione era indubbiamente molto ampia. Una pianta pubblicata agli inizi del secolo scorso dal Guattani ci permette di conoscerne l'ampiezza degli edifici che erano sopravvissuti fino all'Ottocento e ci fa comprendere quale fosse l'origine del toponimo "Centomuri", che fotografava perfettamente l'intrecciarsi delle strutture murarie della villa, realizzate in gran parte in opera quasi-reticolata. Fosse appartenuta o meno al grande generale d'età augustea, la villa ad un certo momento dovette passare alla famiglia dei Licini, come attestano le carte farfensi che dal 998 ricordano un fundus Licinianus. Negli stessi luoghi è menzionata, a partire dal 1024, la chiesa di s. Angelo, restituita a Farfa da Rainerio e Riccardo, figli di Tebaldo che l'avevano usurpata. In questa fase la popolazione che viveva sparsa nell'ambito dell'antico fundus tardoromano non dette vita ad un castello, al contrario di quanto avvenuto nelle aree vicine. Agli inizi del XII secolo, con il declinare delle fortune farfensi e l'affermarsi di quelle pontificie, in Sabina, nell'area più prossima alla sede diocesana di Vescovío, fu avviata una intensa campagna di ricostruzione o di erezione di nuove chiese in stile romanico, come ad esempio la stessa chiesa cattedrale, s. Maria Assunta a Tarano, s. Maria Assunta a Fianello, s. Maria delle Murelle. In questo quadro di grande effervescenza politica venne edificata la chiesa di s. Pietro ad Muricenti, la cui prima notizia risale al luglio del 1105. S. Pietro restò il punto di riferimento della popolazione rurale fino alla fondazione di Montebuono, avvenuta probabilmente sullo scorcio del Duecento o nei primi decenni del Trecento, al momento nel quale compaiono le prime attestazioni del nuovo insediamento, quando si preferì riunire la popolazione che viveva sparsa o scarsamente accentrata, avendo comunque come punto di riferimento la chiesa. Anche il disegno urbanistico ben ricostruibile, una griglia che si impernia sulla via Garibaldi, antico asse principale, ne indizia una origine tarda. Il castello di Montebuono per un breve periodo di tempo nel Trecento fece parte del comitato di Tarano. Sullo scorcio del secolo fu occupato con la violenza da Luca Savelli, che fu poi costretto a restituirlo alla santa sede. Il dominio dei Savelli sul castello si concretizzò, però, nel maggio del 1409, quando Gregorio XII lo infeudò a terza generazione a Battista Savelli. Nel Quattrocento s. Pietro era ancora la chiesa matrice di Montebuono, come attestano i forti lasciti testamentari del periodo e l'importante ciclo pittorico realizzato da Iacopo da Roccantica, seguace di Ottaviano Nelli, che orna ancor oggi, anche se in gran parte evanito, il catino absidale, con un rilevante giudizio finale, e parte della navata destra. L'opera, secondo un cartiglio posto sotto la scena della natività, era stata commissionata al pittore sabino dalle "bone don(n)e de Montebonu" ed era stata eseguita nel 1451. Peraltro le donne di Montebuono ebbero un ruolo non indifferente nel favorire l'arredo degli edifici religiosi locali. Da ricordare infatti che nel 1474 una tal Contaduccia lasciò nel suo testamento due fiorini d'oro alla chiesa di s. Maria perché vi si dipingessero una immagine della beata Vergine, una di s. Antonio ed una di s. Pietro a figura intera, oggi non più conservate. Dopo il concilio di Trento, le funzioni di parrocchia furono trasferite alla chiesa di s. Maria Assunta, costruita all'interno del castello, probabilmente nel 1408, nelle vicinanze del palazzo comunale, mentre a s. Pietro restarono le funzioni di chiesa cimiteriale. La stessa torre campanaria, che non è unita all'edificio religioso, subì l'abbattimento di alcuni piani, che ne mozzarono lo slancio. Sempre nel territorio del comune di Montebuono altri importanti resti sono quelli presenti, anche se in parte danneggiati di recente, sotto la chiesa di s. Donato, la cui prima attestazione risale anch'essa al 1105, e definiti "I Grottoni di s. Donato", che sono identificabili con una grande cisterna. Nel 1817 con il definitivo riordinamento dell'assetto territoriale della delegazione di Rieti, Montebuono, 500 abitanti, fu inserito nel distretto di Poggio Mirteto e, con gli appodiati di Cicignano, Collevecchio, Fianello, Foglia, S. Polo e Tarano, entrò a far parte del governatorato di Calvi. Successivamente, quando Calvi fu scorporato dal distretto di Poggio Mirteto, passò sotto il diretto governo di quest'ultimo centro. Nel 1853 Montebuono era abitato da 785 persone, ben 335 delle quali risedevano in campagna, riunite in 165 famiglie che occupavano 152 case. Nel paese esistevano tre botteghe di ferri lavorati, due forni, una rivendita di sali e tabacchi, una pizzicheria, una drogheria, un'osteria, un macello, due botteghe di stracci, calzolai ed ebanisti. C'era anche un medico e la farmacia Santori. Due i mulini da olio, uno di Luchetti, l'altro di Coletti. L'abitato era privo di acqua corrente, per cui si utilizzavano ad uso potabile le acque conservate nelle cisterne "assai bene però purificate". Di Montebuono erano nativi Fausto Gallucci "celebre eloquente", nominato senatore di Roma da papa Alessandro VII nel 1659 e Tarquinio Gallucci, "sommo rettorico che fece il commento all'Etica di Aristotile".

Fianello
Molti trovamenti di materiale archeologico sono ricordati nel territorio di Fianello. Secondo il Palmieri sarebbe stati rinvenuti "musaici, satiri in basso rilievo, altre antiche cose scavando la terra, ed il Conte Genuini vi scoprì un profano tempietto con portico lungo 25 palmi". La chiesa di S. Maria Assunta, nei pressi del castello di Fianello, interessante come centro storico anche se in gran parte degradato e abbandonato, ha origini altomedievali e presenta diverse fasi costruttive. Di particolare interesse è la cripta, romanica, nella quale sono stati riutilizzati materiali di spoglio di età romana, due capitelli sono stati ricavati da iscrizioni, e altomedievale. Negli anni '50 sono stati al contrario effettuate alcune indagini archeologiche sulla villa romana sottostante, di cui oggi sono visibili soltanto alcuni tratti di mura nello stradello di accesso al cimitero e dietro l'abside della chiesa, mentre nella fontana pubblica retrostante non è difficile scorgere la ghiera dello speco di un acquedotto che in età romana doveva addurre l'acqua da una sorgente lontana non più di un mezzo chilometro alla villa. Durante gli scavi furono recuperati materiali di grande interesse, attualmente al museo nazionale romano, tra i quali possono essere ricordati numerosi elementi decorativi in marmo, in particolare lucerne, molte piccole sculture, tra le quali da segnalare una elegante statuetta di danzatrice, del periodo ellenistico, una menade danzante acefala e mutila, una statuetta di Eracle, una di Sileno, un Attis-Heros, una statuetta femminile, un'erma doppia di Demostene ed un ritratto di Eschilo. Il castello di Fianello compare nella documentazione agli inizi dell'XI secolo, quando Berlengario di Pietro con la moglie Bizanna, insieme alla parte delle figlie Susanna e Franca, detta anche Erlengarda, all'interno di una complessa transazione di beni fondiari, costata cinquecento soldi, concesse a Farfa la quota di sua pertinenza del castello di Fianello, tanto nei beni fondiari, tanto nella stesso edificio. I monaci dovettero alienare abbastanza rapidamente questa quota, dato che il castello non compare più nel cartario delll'abbazia e riappare nella documentazione soltanto nel 1191, ormai soggetto alla santa sede, alla quale versava un censo annuo di 6 libbre di provisini. Nel suo territorio possedeva beni fondiari anche il monastero di s. Andrea in Flumine. Nel Trecento Fianello si ribellò alla Chiesa ed il suo territorio fu messo al sacco nel 1352. In questo stesso periodo il castello fu sottomesso per qualche tempo a Tarano. Nel 1817 Fianello, con 146 abitanti, era appodiato di Montebuono. Nel 1853 la popolazione aveva raggiunto le 230 persone, 25 delle quali abitavano in campagna, che formavano 52 famiglie che occupavano altrettante case. La chiesa parocchiale, dedicata a s. Giovanni Battista, era priva di organo. Il medico era di scavalco, con uno stipendio di 50 scudi annui. In Fianello c'era anche la scuola elementare, un monte frumentario e l'ospedale, la cui unica attività consisteva nel distribuire pane a tutte le famiglie il giorno del sabato santo. L'acqua, saluberrima, veniva raccolta un terzo di miglio dal paese e riutilizava probabilmente l'acquedotto d'età romana che alimentava la villa rustica. La principale attività economica del territorio era quella della coltivazione e dell'essiccamento dell'uva passa. Poco fuori dall'abitato sorge la chiesa cimiteriale di s. Maria Assunta che costituisce anch'essa un'area di estrema importanza tanto da un punto di vista archeologico quanto da quello monumentale. La chiesa, risalente probabilmente all'alto medioevo, presenta diverse fasi costruttive. Di particolare interesse è la cripta, romanica, nella quale sono stati reimpiegati materiali di spoglio di età romana, due capitelli sono stati ricavati da iscrizioni, e altomedievale. Negli anni '50 sono state effettuate alcune indagini archeologiche sulla villa romana sottostante, di cui oggi sono visibili soltanto alcuni tratti di mura nello stradello di accesso al cimitero e dietro l'abside della chiesa, mentre nella fontana pubblica retrostante non è difficile scorgere la ghiera dello speco di un acquedotto che in età romana doveva addurre l'acqua da una sorgente lontana non più di un mezzo chilometro alla villa. Durante gli scavi furono recuperati materiali di grande interesse, attualmente al museo nazionale romano, tra i quali possono essere ricordati numerosi elementi decorativi in marmo, in particolare lucerne, molte piccole sculture, tra le quali da segnalare una elegante statuetta di danzatrice, del periodo ellenistico, una menade danzante acefala e mutila, una statuetta di Eracle, una di Sileno, un Attis-Heros, una statuetta femminile, un'erma doppia di Demostene ed un ritratto di Eschilo. Da ricordare anche la cappellina di s. Sebastiano, recentemente restaurata, eretta probabilmente come ex voto in occasione della cessazione di qualche epidemia di peste.