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Poggio Mirteto
 

Le ville rustiche

Nel territorio del comune di Poggio Mirteto molto numerose sono le presenze di ville rustiche romane. Una delle più imponen­ti è quella denominata impropriamente come i Bagni di Lucilla a S. Valentino. In occasione del terremoto del 1979 della val Nerina, da parte della soprintendenza archeologica per il Lazio fu appurato lo stato di gravissimo dissesto statico-strutturale delle murature pertinenti alla villa, così che furono compiuti degli interventi di restauro e di consolidamento. La villa, che ha un impianto a terrazze tipico in Sabina, era molto ampia. I muri superstiti del terrazzamento inferiore, realizzato in opera quasi reticolata e contraffortato, misuravano circa 100 metri il più lungo, circa 50 i due laterali. Il terraz­zamento superiore, realizzato per mezzo di un criptoportico 21 m X 36 m. A nord della villa esiste tutt'ora un complesso sistema di adduzione delle acque, captate sul retrostante Monte S. Cosi­mo, i cui cunicoli si diramano nel complesso della villa. Un'altra imponente villa rustica romana si trovava a Poggio Mirteto Scalo in località i Castellacci di Montorso. Questa villa si articolava su più livelli ed era stata realizzata almeno in due fasi. Alla prima fase inquadrabile nel II secolo a.C., appar­tiene un muro di sostruzione in opera reticolata di III maniera realizzato inferiormente. Mentre in una seconda fase, probabil­mente avviata verso la metà del I secolo a.C., erano state co­struite una cisterna composta da tre ambienti paralleli ed un muro di terrazzamento in opera quasi-reticolata. Nel medioevo, probabilmente intorno al XIV secolo vi fu costruito un castello detto di Montorso, appartenuto agli Orsini, che forse gli dettero il nome, come anche è possibile che nel luogo, che era ricoperto in quel periodo da un fitto mantello vegetazionale, come attestano le fonti, si fosse insediato un orso.

Il Medioevo

Poggio Mirteto è un castello di fondazione tarda, una fonda­zione avvenuta probabilmente alla fine del XIII secolo riaccen­trando la popolazione di alcuni insediamenti fortificati minori, scarsamente rilevanti sul piano politico, sociale ed economico, i castelli di Luco, sui monti, e di Marcigliano, nei pressi del Galantina e di alcuni villaggi, come la villa de Iohannutii. La prima notizia che lo riguarda compare nel dicembre del 1294 nei documenti della chiesa romana di s. Andrea de Aquariciariis e mostra il castello, già del tutto strutturato materialmente - è ricordata infatti la porta superiore. Pur con la cautela alla quale induce una documentazione così scarsa, la sua fondazione sembra attribuile a Riccardo di Pietro Iaquinti, che comunque ne fu il signore, appartenente ad una potente famiglia della nobiltà romana imparentata con gli Orsini, nell'ambito di una complessa strategia tesa a formere un solido dominio su di un gruppo consi­stente di castelli che doveva far perno sul nuovo insediamento.
Intorno alla metà del Trecento, al declinare delle fortune degli Iaquinti sconfitti dai Sant'Eustachio, il castello passò in possesso dell'abbazia di Farfa. La rocca divenne da quel momento uno dei punti più importanti per il controllo dello stato farfen­se e fu trasformata in residenza abituale degli abati commenda­tari, ad iniziare dal cardinal Francesco Tomacelli nel 1400. Con gli Orsini, la rocca, pur mantenendo la sua connotazione militare, fu convertita in una dimora sontuosa che lo stesso Pio II definì comodissima e quasi regale, quando vi fu ospitato da Giordano Orsini, notando inoltre la presenza di una fonte di acqua abbon­dante, limpidissima e freddissima che vi era addotta per mezzo di un acquedotto dai monti vicini. Il pontefice ci dà anche un prezioso affresco della morfologia di Poggio, che sorgeva su di un colle eminente e scosceso al di sotto del monte Severo, con il quale si congiungeva ad oriente.
A dire del Piccolomini solo da qui era possibile tentare la conquista del castello, e per questo era reso sicuro da una rocca munitissima, mentre il resto dell'abitato era difeso da rocce insuperabili e da orrendi preci­pizi. Sotto l'oppido scorreva il rio Sole, che secondo Biondo Flavio doveva essere il Digenza ricordato da Orazio, nell'erronea identificazione di Mandela con Poggio Mirteto. La grande espansione di Poggio Mirteto al di fuori dell'an­tico recinto fortificato ebbe un notevole incremento nel Quattro­cento, ma è con il dominio dei Farnese sullo stato farfense che l'egemonia del centro sabino lungo la sponda sinistra del Tevere si venne incrementando. Parallelamente alla crescita dell'in­fluenza politica, anche nel paesaggio urbano non mancarono di emergere nuove strutture religiose che marcassero sul piano simbolico questo momento di aumentato prestigio.
Non più adeguata alle mutate esigenze, fu deciso il trasfe­rimento della chiesa matrice sulla piazza esterna alla porta farnese dove l'abitato si era espanso. I lavori per la costruzio­ne della chiesa nuova dedicata all'Assunta presero l'avvio il 3 marzo 1642. Il cantiere ebbe una vita molto lunga, dato che i lavori, per quanto riguarda le strutture monumentali, giunsero a termine soltanto nel 1725, anche se la consacrazione fu ben più tarda, avvenne infatti nel 1779, il 3 ottobre ad opera di mons. Giuseppe Maria Contessini, arcivescovo di Atene e amministratore dell'abbazia di Farfa in rappresentanza dell'abate di Farfa, Antonio Lante, come ricordato da una epigrafe.
Nel novembre del 1841, preceduta nel 1836 dal trasferimento del seminario da s. Salvatore Maggiore, fu eretta la diocesi di Poggio Mirteto e la chiesa nuova divenne cattedrale. L'organo fu costruito nel 1847 dai fratelli Martinelli della Fratta di Peru­gia. Nel 1910 fu rinnovato il pavimento, ma la volta l'abside ed i pilastri erano rimasti nudi mal concordando con l'imponenza architettonica della cattedrale. La decorazione del duomo rimase peraltro incompiuta. Nel febbraio del 1931 il capitolo della cattedrale composto da s.e. mons. Federico Emanuel, vescovo ausiliare, dall'arciprete don Carlo Felicioni e dai canonici don Francesco Tomassini, don Orlando Malfranci e don Giovanni Lutta deliberò di procedere al restauro ed al completamento della decorazione della cattedrale. Fu eretto un altare dedicato al santo patrono s. Gaetano, ornato del quadro s. Gaetano al sacco di Roma, opera di Metello Helzel, come l'altro quadro dedicato ai ss. Emidio e Donato. Al termine dei lavori, nel settembre dello stesso anno, la chiesa cattedrale fu nuovamente consacrata dal card. Donato Sbarretti, vescovo di Sabina e Poggio Mirteto.
Appena fuori dell'abitato sorge la chiesa di s. Paolo, in antico chiesa cimiteriale del castello. L'edificio sacro, di piccole dimensioni, è ad aula unica, scandita da quattro campate con arconi ogivali. I restauri, compiuti in varie epoche, hanno profondamente alterato le strutture originarie, mentre l'apparato decorativo, di notevole interesse, è in pessime condizioni di conservazione. Il dipinto più noto, sito nella parte sinistra della controfacciata, rappresenta "L'incontro dei tre vivi con i tre morti", commentato da una lunga scritta metrica dialettale, oggi quasi del tutto evanita. Al di sotto, la scena che raffigura il compianto sul Cristo Morto, datata al primo decennio del Trecento, opera di un pittore che, pur avendo una mano abbastanza provinciale, non era certamente scadente, mostrando inoltre di conoscere il Giotto assisiate, anche se l'affresco si ispira chiaramente a modelli romani ispirati dal Cavallini.