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Del
piccolo centro arrampicato sulle pendici settentrionali
del Terminillo non si hanno molte notizie. La prima
citazione del locus Micilianus, sito nel territorio
antrodocano, si ha nel 943 quando Orso figlio di Leone
permutò con Farfa cinque moggi, circa un ettaro, di
terreno arativo, confinante con altri beni del monastero
benedettino, della consorteria dello stesso Orso e con
una selva. Questo termine ricorda come, con una certa
precocità, le asce dei diboscatori avessero già aperto
varchi consistenti nelle foreste del Terminillo, anche
se il paesaggio naturale resterà ampiamente dominante
su quello costruito dall'uomo, tanto che, agli inizi
dell'Ottocento, nel territorio miciglianese, era ricordata
ancora la presenza di orsi e di cinghiali. In questo
periodo gli abitanti del piccolo centro ascendevano
a 650.
Il
monastero dei ss. Quirico e Giulitta
Risalendo le gole del Velino, nel territorio del comune
di Micigliano, il monumento di maggior rilevanza è rappresentato
dall'abbazia altomedievale dei ss. Quirico e Giulitta,
che sorgeva nei pressi del greto del fiume, ed oggi,
dopo un periodo di grave degrado, in via di ristrutturazione.
Le prime notizie del monastero risalgono alla seconda
metà del secolo X, ma la sua fondazione dovrebbe risalire
ai primi decenni del secolo, subito dopo le incursioni
saracene che avevano in parte disarticolato le strutture
religiose incendiando e saccheggiando alcune chiese.
La fondazione del monastero fu certamente favorita da
Farfa, dato che il complesso monumentale fu costruito
nel casale Caprarice, fino alla metà del IX secolo in
possesso del potente monastero sabino. L'abbazia benedettina
dei ss. Quirico e Giulitta ebbe un ruolo di grande rilievo
nell'organizzazione territoriale dell'alta vallata del
Velino e nello sfruttamento delle aree marginali in
quota, in parte utilizzate come pascoli, in parte terrazzate
e ridotte a coltura, cessata
con il X secolo l'influenza dell'abbazia di Farfa nella
zona. Le notizie storiche riguardanti l'abbazia sono
abbastanza scarne per la perdita pressoché totale del
suo cartario. Nel 1074 papa Gregorio VII, nel tentativo
di estendervi la propria influenza e di proteggere i
beni monastici dalla pressione di alcuni gruppi parentali
che stavano emergendo a livello locale, gli Ioseppingi,
ne affidò l'amministrazione al vescovo di Rieti, Rainerio.
L'abbazia benedettina però, seguendo l'esempio di Farfa
e di s. Salvatore Maggiore, fu fortemente filoimperiale
durante lo scorcio dell'XI secolo, nel periodo più critico
della lotta per le investiture, come dimostra una iscrizione
del 1094, fatta porre dall'abate Taibrando per la consacrazione
della chiesa di s. Michele ed oggi murata sulle scale
della canonica di Micigliano, che riporta l'unica attestazione
epigrafica nota dell'antipapa Clemente III. Intorno
alla metà del XII secolo, al momento dell'occupazione
normanna di gran parte del comitatus reatino, fu incendiata.
Ricostruita dall'abate Sinibaldo, fu consacrata dal
vescovo di Rieti Dodone nel 1179, come ricordava un'epigrafe
oggi scomparsa. Nel 1215 papa Innocenzo III affidò,
durante il concilio lateranense IV, a Gervasio, abate
di Prémontré, il monastero dei ss. Quirico e Giulitta,
nel quale l'abate era stato ucciso da alcuni monaci,
poi espulsi. Una filiazione troppo lontana dalla casa
madre che provocò non pochi problemi all'abate Gervasio,
per la scelta, rivelatasi poi errata, dell'abate e per
i problemi connessi con il reclutamento locale dei monaci,
nonostante la supervisione affidata al cardinale prete
Leone di Brancaleone, appartenente alla potente famiglia
nobile dei de Romania, che aveva solide radici a cavaliere
tra Sabina e Reatino. Nell'aprile del 1217 Federico
II avallò la decisione di Innocenzo III, confermando
all'abate il possesso di tutti gli insediamenti, castelli
o villaggi, dipendenti dal monastero, che, però, mutati
i rapporti con il papato, occupò nel 1230, dando vita
ad una controversia molto serrata. La perdita del cartario
monastico lascia pressoché totalmente nell'ombra l'attività
dei benedettini prima e dei premostratensi dopo. A questi
ultimi, probabilmente, va attribuita l'introduzione
dei terrazzamenti, la cui fitta trama, ormai fortemente
degradata, si dispiega ancor'oggi lungo le pendici disboscate
dei monti che dominano la vallata del Velino. I possessi
monastici, oltre ad un gruppo di chiese dipendenti capillarmente
diffuse lungo l'alta valle del Velino e sulle aree in
quota, si estendevano anche in altre regioni limitrofe,
in particolare nell'Abruzzo, acquisiti in vari momenti
ed epoche.
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