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Foglia
Le
necropoli sabine di Foglia, di Madonna del Rovo, di
Madonna del Giglio, di S. Biagio e di Madonna Grande
La necropoli sabina di Foglia è una necropoli che sorge
proprio di fronte all'ingresso del castello medievale
e le cui tombe a camera sono state riutilizzata da lungo
tempo come depositi di attrezzi o ricoveri di animali
domestici. Il riuso abbastanza antico delle tombe a
camera ipogee non ha ovviamente consentito il conservarsi
dei corredi. A non molta distanza dalla necropoli di
Foglia, sono state scavate negli anni '80 alcune tombe
in località Madonna del Rovo, una delle quali abbastanza
complessa dato che aveva un pilastro centrale ed alla
quale si accedeva per mezzo di un corto dromos, la ceramica
ritrovata è inquadrabile nella produzione tardo-falisca
di vasi a figure rosse, appartenete al Gruppo Fluido,
databile quindi alla fine del IV secolo a.C. Un altro
consistente nucleo di tombe è stato trovato, a partire
dal secolo scorso, sulle alture circostanti Magliano
Sabino. La più interessante di queste aree necropolari
è senza dubbio quella della Madonna del Giglio, dalla
quale provengono, tra l'altro, alcuni frammenti di iscrizioni
vascolari. I ritrovamenti hanno avuto inizio nel secolo
scorso quando da una tomba a camera furono recuperati
molti oggetti dei corredi funerari, tra i quali un'olla
stamnoide d'impasto bruno quadriansata con decorazione
a graffito, vasi di bucchero nelle forme del kantharos,
del calice e delle anforette ad anse sopraelevate, vasi
di bronzo, forse anche bacili ad orlo perlato ed armi
in ferro per le due sepolture maschili; da quella femminile
invece si recuperarono un pendente ad oinochoe miniaturistica
ed ambre. Materiali nel complesso databili tra gli ultimi
anni del VII ed il primo decennio del VI secolo a.C.
Subito a nord della Madonna del Giglio si trovava l'area
archeologica di S. Biagio. Anche qui si sono avuti ritrovamenti
di tombe a camera ipogee e nel secolo scorso vi furono
ritrovati alcuni aryballoi etrusco-corinzi ed una oinochoe
a becco conservata al museo archeologico di Firenze.
Negli anni '70 di questo secolo i lavori agricoli hanno
permesso il recupero di molto materiale, tra il quale
un certo numero di anforette sabine conservate presso
il museo di Magliano. Questa necropoli sembra potersi
inquadrare nell'ambito della prima metà del VI secolo
a.C. A Madonna Grande si hanno notizie di rinvenimenti
già dal secolo scorso, anche se in quest'area essi sono
meno numerosi e significativi delle due necropoli della
Madonna del Giglio e di S. Biagio, che come giustamente
ipotizzato dalla Santoro, non appaiono essere elementi
separati, ma piuttosto costituire alcuni frammenti di
una unica necropoli che cingono ad oriente l'attuale
abitato, facendo presupporre una continuità di insediamento
fin dall'età del ferro, anche se nella zona di Magliano
ben consistenti sono le tracce di insediamenti risalenti
all'età del bronzo medio e finale, ad attestare la complessità
delle forme insediative in una zona di particolare interesse
strategico situato a controllo del Tevere e dei suoi
guadi, fiume che in antico scorreva molto più vicino
a Magliano, in considerazione che l'alveo attuale è
in gran parte artificiale essendo stato tagliato nel
Cinquecento quando fu realizzato l'attuale ponte Felice
a Borghetto. Numerosi sono i siti d'età romana archeologicamente
importanti presenti nel territorio di Magliano. Tra
questi da segnalare in particolare le ville rustiche
di s. Sebastiano e di s. Lorenzo in Captiliano. Strutture
che si articolavano lungo il percorso della via Flaminia
che non molto distante dall'area maglianese superava
il Tevere con le così dette pile di Augusto, ponte crollato
o fatto crollare tra VI e VIII secolo. Il Liber pontificalis
registra la preziosa notizia della massam Mallianum
sita in territurio Sabinense, un congrego di fundi non
particolarmente vasto, di media dimensione, come appare
mostrare il reddito denunciato di 115 solidi ed un tremisse,
che l'imperatore Costantino aveva donato a papa Silvestro
I nel IV secolo. Agli inzi dell'VIII secolo la zona
fu occupata dai longobardi del duca di Spoleto Faroaldo
II. Nell'incontro di Terni del 742 papa Zaccaria rivendicò
il possesso del patrimonium Sabinense, ma re Liutprando
non riconobbe nei fatti la sovranità pontificia sull'area
sabina rivendicata, nella quale erano già stati stanziati,
probabilmente al momento della conquista, alcuni gruppi
di exercitales longobardi e la stessa abbazia di Farfa
iniziava ad avere solidi interessi. Una vera svolta
si ebbe nel 781 quando la SAbina tiberina, dopo una
lunga controversia, fu restituita da Carlomagno a papa
Adriano. La terminazione tra Sabina pontificia e Reatino
fu molto complessa e costellata da aspri contrasti con
i ceti dirigenti longobardi di Rieti che si vedevano
privati in un sol colpo di tutti i beni fondiari che
possedevano nell'area tiberina, mentre prendeva avvio
una sistematica campagna di riacquisizione di beni fondiari
da parte dei pontefici romani. Nel X secolo, la zona
di Magliano, importante per i guadi e per i porti sul
Tevere, vide il rapido nascere di numerosi insediamenti
fortificati. Il castello di s. Eugenia è noto dal 952,
Foglia dalla seconda metà del X secolo, quello di Civitella
alla metà del secolo X, il castello di Campana dal 1036-1038,
Striano dal 1106, la rocca de Guinizo dal 1123. Il castello
di Magliano appare completamente strutturato soltanto
alla fine dell'XI secolo, quando Farfa ne venne in possesso
di un quinto insieme al porto, ma nell'area avevano
già importanti interessi tanto la chiesa romana che
locò importanti beni fondiari nella zona sotto il pontificato
di Agapito II (946-955), quanto il monastero dei ss.
Cosma e Damiano in Mica Aurea che vi aveva una tractoria,
dove venivano convogliati i censi in natura prima di
essere avviati via Tevere a Roma. Non a caso alla metà
dl XII secolo il geografo arabo al-Idrï -sï- nominò,
per quanto riguarda la Sabina soltanto il castello di
Magliano, già considerato come dipendente dal comune
romano. Sullo scorcio dell'XI secolo l'abbazia di Farfa
perdette gradualmente possessi ed influenza su questa
parte della Sabina, anche se nel 1198 l'abbazia benedettina
possedeva a Magliano la chiesa di s. Giovanni con le
cappelle dipendenti e le relative pertinenze. Nel giugno
del 1155 presso Magliano si incontrarono Federico Barbarossa
e papa Adriano IV. Soggetto ormai alla santa sede il
castelo di Magliano doveva corrispondere annualmente
anche per il castello soggetto di Striano, oggi abbandonato,
ma sopravvissuto a livello di toponimo, un censo di
ben ventidue libbre lucchesi. Nel primo Duecento Magliano
iniziò una cauta quanto decia azione tesa ad espandere
la propria influenza sul territorio circostante, ma
si scontrò con le forti resistenze dei signori dei castelli
più prossimi e della potente città umbra di Narni, anch'essa
in cerca di espandere i confini del proprio comitato.
Il castello di Striano divenne oggetto di contesa tra
Narni e Magliano, un urto che ebbe come conseguenza
nel 1238 l'assedio del castello sabino, dato che il
signore di Striano, Pietro de Capice, per contrastare
le pressioni subite dai maglianesi, aveva sottomesso
alla città umbra il castello. L'importanza raggiunta
da Magliano in questo periodo è attestata anche dalla
precoce presenza di insediamenti degli ordini mendicanti
maschili e femminili. A s. Croce si insediarono le damianite
tra il 1228 e il 1241, s. Francesco è invece noto dal
1266. Gli agostiniani si insediarono invece dal 1270.
Gregorio X il 9 marzo del 1273 passò a Magliano mentre
stava tornado a Roma da Assisi. Nel 1278 gli uomini
abitanti nel castello, che in questo periodo doveva
raggiungere una popolazione di circa 1.500 persone,
giurarono fedeltà a papa Niccolò III. In questa fase
si sviluppò una vigorosa espansione in Sabina degli
interessi del comune romano e della nobiltà cittadina.
Per ribattere queste pressanti intromissioni, Magliano
dimenticò le inimicizie con Narni e strinse con la città
umbra nel febbraio del 1283 un patto di alleanza della
durata di dieci anni, con il quale il castello sabino
si impegnava a radunare a richiesta del comune umbro
l'esercito generale e particolare, a consentire il transito
delle merci e delle persone sia via terra sia nel porto
sul Tevere, del quale avrebbero potuto utilizzare le
barche, senza riscossione di pedaggi ed in cambio ne
riceveva protezione contro tutti i nemici, con l'eccezione
della Chiesa romana e di Roma. Nella primavera dello
stesso anno Pandolfo II Anguillara sferrò un attacco
contro il castello di Poggio Sommavilla, difeso dai
maglianesi. L'attacco provocò la reazione del papa e
del comune di Roma, ma anche l'accantonamento delle
ambizioni dei maglianesi di formare un districtus. Il
definitivo ridimensionamento delle strategie del comune
ebbe il suo compimento nel 1311, quando le truppe del
senatore di Roma Ludovico di Savoia imposero la soggezione
a Magliano, ridimensionadone fortemente il ruolo. Nonostante
questa pesante battuta d'arresto, per tutto il Trecento
Magliano mantenne un ruolo di forte presenza nelle vicende
politiche della Sabina, ribellandosi più volte al rettore,
grazie anche alla protezione del comune romano, ma dovette
alla fine pagare una cospicua multa di 500 fiorini per
aver dato ospitalità a ribelli alla Chiesa. Sul finire
del secolo l'autorità del comune romano fu incrinata
da papa Bonifacio IX che provvide egli stesso a nominare
i podestà al posto dell'autorità capitolina. Magliano
nel 1434 fu occupato da Francesco Sforza e riconquistato
al papa da Braccio da Montone. Nel 1447 Alfonso d'Aragona
pose il campo nei e lasciò una testimonianza della sua
presenza graffiando il suo nome su di un affresco della
cripta della madonna delle Grazie. Nel 1460 fu la volta
di Pio II a lambire Magliano, varcando il Tevere su
di un ponte di legno costruito recentemente ed ornato
di edera e di verdeggianti rami d'albero, mentre bambini
e bambine agitavano ramoscelli d'alloro e di olivo.
In questo periodo crebbe l'importanza di Magliano. Fu
istituita una fiera per la festa di s. Liberatore, la
cui chiesa fu elevata a collegiata. L'abitato era suddiviso
in quartieri denominati, Colle, Piano, Valle e S. Giovanni.
Non a caso, dunque, quando sullo scorcio del medioevo
si dovette prendere la drastica, quanto ineludibile,
decisione di spostare la sede diocesana, per colmare
la singolare lacuna di una chiesa cattedrale fatiscente,
del tutto isolata e priva di civitas, la scelta non
poté non cadere su Magliano, pur situato ai margini
estremi della Sabina, che fu elevata al rango di città
da Alessandro VI con privilegio del 16 settembre del
1495. Lo spostamento della sede provocò reazioni e tumulti
e soltanto nel 1521 la situazione si placò. La costruzione
di ponte Felice, avvenuta a cavaliere tra Cinquecento
e Seicento, privando Magliano dei diritti di traghetto
e causando un notevole peggioramento ambientale con
gli acquitrini che si stabilirono nel vecchio alveo
del Tevere, vibrò un colpo violento all'economia della
città, che conobbe un brusco declino. Al momento della
riorganizzazione dello stato della Chiesa voluto dal
cardinal Consalvi nel 1816-1817 il senato romano non
volle rinunciare ai suoi diritti feudali su Magliano,
1.214 abitanti, che cessarono soltanto nel 1847. Subito
dopo divenne sede di governo con appodiato Foglia. Nel
1853 i suoi abitanti erano saliti a 1.942, 521 dei quali
abitavano sparsi nelle campagna. Gli altri 1421 che
viveano in città erano suddivisi in quattro parrocchie.
Quella di s. Giovanni, con organo, contava 423 anime
suddivise in 63 famiglie, che occupavano altrettante
case. Quella di s. Liberatore, che era la chiesa cattedrale,
aveva sotto di sé 736 persone, che formavano 156 famiglie,
le quali avevano a disposizione solo 137 case. Quella
di s. Michele arcangelo che curava 649 anime, corrispondenti
a 119 famiglie che vivevano in 107 abitazioni. L'ultima
dedicata a s. Maria delle Grazie, con organo, sulla
quale esercitava il giuspatronato il comune, sotto la
quale vivevano 234 persone, che formavano 39 famiglie,
che occupvanao un pari numero di case. Esistevano anche
le chiese di s. Pietro, romanica, già parrocchiale e
collegiata, dei passionisti e la suburbana dedicata
a s. Francesco, che era dotata di un piccolo organo.
Le famiglie più importanti erano i Serafini, gli Orsolini,
gli Americi, i Leti, i Mariotti, patrizi sabini. La
festa popolare veniva celebrata il 15 maggio per s.
Liberatore, che era il patrono della città, in occasione
della quale si teneva una fiera della durata di otto
giorni. La superficie occupata dalla città era di poco
superiore ai 6 ettari. Le principali contrade erano
quelle di Porta Romana, della Cattedrale, di Porta Sabina
e della strada di Mezzo. Quattro le porte che si aprivano
nella cerchia muraria: la Sabina a levante; la Gigliana
a mezzogiorno; la Romana e quella di s. Francesco. Il
paesaggio urbano era caratterizzato anche dal grande
palazzo comunale, in orgine palazzo Vannicelli, dall'episcopio
collocato a fianco della chiesa cattedrale, dove risiedeva
il vescovo suffraganeo della diocesi di Sabina, dato
che il titolare era un cardinale di curia, e dal seminario
fatto erigere dal cardinale Paleotti, che presentava
nel prospetto, secondo quanto registrato dal Palmieri,
"un vago orologio a musaico". nel quale ogni anno c'erano
almeno una settantina di giovani. L'economia della città
verteva in particolar modo sull'agricoltura. Nella connotazione
urbana si riflettevano i numerosi negozi, quattro vendevano
cereali ed altro, tre erano le botteghe di tessuti,
una di sapone. Presenti anche la rivendita di sali e
tabacchi, una drogheria, una locanda, due affitta letti,
un caffè con bigliardo, tre dozzinanti, che fornivano
vitto e alloggio a prezzo mensile convenuto, cinque
falegnami, tre sarti, una sarta, tre muratori, undici
calzolai, un calderaio, un sellaio, un tinozzaro, due
sediari, un barbiere, cinque vetture a due bestie, due
maniscalchi e ben quattro mole ad olio. L'assistenza
sanitaria era fornita da un medico, con uno stipendio
annuo di 240 scudi, un chirurgo, che percepiva 180 scudi,
e dalla farmacia Sabatini. L'ospedale era in costruzione
e sarebbe stato affidato alle cure delle suore del Calvario,
che avrebbero provveduto anche all'istruzione delle
fanciulle i s. Maria delle Grazie. Un altro educandato
era situato presso le clarisse di s. Croce. Presenti
anche alcuni procuratori legali ed un notaio. Esistevano
anche una filodrammatica, una banda musicale, il monte
di pietà, il monte frumentario ed il monte dei morti.
Foglia
Il castello di Foglia compare per la prima volta nella
seconda metà del X secolo, forse nel 988, quando veniva
riocrdata la sua porta. Ala fine del XII secolo corrispondeva
alla curia romana un censo annuo di sei libbre di provisini.
Nel 1241 durante gli scontri tra truppe romane e viterbesi
il castello fu distrutto insieme a quello di Campovaro.
Subito dopo, prima comunque del 1267, gli Orsini erano
divenuti i signori del castello, anche se soltanto nel
1302 furono acquisite tutte le quote di cosignoria castrense.
Il castello, che controllva un importane porto sul Tevere,
restò in possesso della famiglia baronale romana fino
agli inizi del Cinquecento, quando, in seguito ad una
complessa successione ereditaria, metà del castello
fu incamerata da papa Leone X nel 1513, mentre l'altra
metà toccò agli Orsini di Mugnano. Dopo un lungo processo
conclusosi nel 1589 la metà incamerata, con un chirografo
di papa Sisto V, fu nuvamente assegnata alle tre figlie
di Troilo Orsini ed ai loro eredi, i Valignani, Paolo
Emilio Orsini e Scipione Sassetelli. L'altra metà del
castello fu sequestrata per debiti alla morte di Orazio
Orsini nel maggio del 1638 e rivenduta due anni dopo
al cardinale Francesco Guidi, dal quale la riscattò
il barone Mattei Orsini. Nel 1656 quest'ultimo rivendette
la sua quota a monsignor Pier Francesco de' Rossi e
lo stesso anno il pontefice Alessandro VII eresse Foglia
a contea. I Valignani, originari di Chieti, a loro volta
ricomprarono le porzioni Sassetelli e Orsini divenendo
proprietari dell'altra metà del feudo. Estintasi la
loro linea, la quota fu legata per testamento al principe
d'Aquino, loro congiunto, e ad un monastero di Chieti,
tacitato dallo stesso principe. I creditori del d'Aquino
gli mandarono all'asta il feudo che nel 1715 fu comprato
dal conte Giuseppe Guiraud. Le due metà passarono poi
ai Canali ed ai Primoli, dato che il 19 ottobre del
1816 il canonico don Franco Canali rinunciò alla parte
di sua spettanza dei diritti feudali su Foglia. Il 2
dicembre fu Luigi Primoli a rinunciare ai suoi. Nel
1817, 109 abitanti, Foglia era appodiato di Montebuono.
Nel 1853, divenuta appodiato di Magliano, contava appena
89 anime suddivise in 18 famiglie che occupvavno 18
abitazioni sotto la chiesa parrocchiale della ss. Assunta
e di s. Serena, la cui festa si celebrava il 16 agosto.
Nel territorio erano presenti anche tre chiese rurali:
s. Pietro, s. Maria del Rovo e s. Sebastiano.

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