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Leonessa
 

Recenti indagini archeologiche di superficie hanno portato in luce a Villa Bigioni di Leonessa una interessante serie di reperti osteologici e litici risalenti all'età della pietra e databili con tutte le approssimazioni del caso intorno al 8.000/7.000 a.C. ed il 5.000 a.C. I resti ossei appartenevano probabilmente un pachiderma, forse un ippopotamo, mentre tra i reperti litici da segnalare molti strumenti, sei punte di frecce peduncolate e ritoccate ai bordi ed una lama sempre in selce ottenuta per mezzo di una tecnica assai evoluta. I ritrovamenti di maggior interesse sono poi avvenuti nelle aree della limitrofa Umbria, a Monteleone di Spoleto con il ben noto carro conservato a New York, anche se va detto che anche nel Leonessano non sono state mai condotte indagini archeologiche di una certa rilevanza o in modo sistematico tranne quelle pionieristiche condotte da monsignor Chiaretti e pubblicate nell'ancor valida guida di Leonessa. Anche per l'età romana le notizie non sono molte né dettagliate, anche in questo campo quindi molto poche sono le certezze diventa quindi estremamente difficile elaborare modelli insediativi, economico-sociali od altro che possano avere un minimo di attendibilità. Con l'alto medioevo aumentano le informazione grazie ai cartulari farfensi che riescono a darci un quadro meno frammentario e lacunoso della società e delle istituzioni del Leonessa. Un quadro abbastanza coerente con il resto della Sabina, con un fitto reticolato di curtes, alcune delle quali di proprietà regia e gestite direttamente (le sale), che però tendono dal IX secolo a disgregarsi per dare vita a nuove forme di accentramento della popolazione, i villaggi; mentre a partire dal X saranno i castelli, o meglio le torri, a diventare l'elemento caratterizzante del paesaggio dell'altopiano leonessano. Una ulteriore spinta all'accentramento della popolazione si ebbe dopo la conquista normanna quando l'altopiano divenne confine con il territorio controllato dallo stato della Chiesa e dal comune di Spoleto, che a più riprese tentò di espandere a sua influenza verso il meridione. A queste pressioni rispose nel 1278 la curia angioina che decise di accentrare parte della popolazione dell'altopiano in un nuovo insediamento costruito intorno al castrum di Ripa di Corno. Le modalità furono quelle impiegate all'Aquila e la popolazione proveniente dai castelli e dai villaggi dell'altopiano furono accentrati in sestieri, ognuno dei quali conservava il nome della zona di provenienza. La città di nuova fondazione prese il nome di Gonessa, dal nome della famiglia francese, particolarmente legata agli angioini, poi mutato in Leonessa. Va inoltre ricordato che esiste in Italia un'altra Gonessa-Leonessa, fondata nello stesso periodo ed oggi scomparsa, della quale era originaria una famiglia aristocratica che ebbe un ruolo non secondario nella storia del Mezzogiorno tra Trecento e Quattrocento. L'insediamento, oggi abbandonato, sorgeva nella zona del Vulture presso Melfi, ed era ancora abitato alla fine del XV secolo. Nel 1674 del vecchio casale rimaneva soltanto un bel castello comodissimo d'habitare. L'accentramento si dimostrò una operazione ben riuscita e Leonessa ebbe notevole sviluppo in particolare nel Cinquecento grazie all'affermarsi della sua arte della lana. Una fortuna che è incardinata nella struttura urbano in gran parte conservata in particolare nelle strutture religiose. Ancora nell'Ottocento l'acquedotto leonessano era considerato una delle opere pubbliche di maggior rilevanza dell'Abruzzo Ultra secondo. La statistica del regno di Napoli redatta nel 1811 lo descriveva minuziosamente e lo definiva "opera grandiosa". L'acquedotto, voluto da Margherita d'Austria, captava una sorgente posta a circa 4 miglia dall'abitato, radendo quasi la metà del monte sovrastante. Un ramo alimentava la fontana di piazza, dalla quale l'acqua veniva poi condottata fuori Porta di Regno per innaffiare alcuni orti; mentre l'altro, di maggior portata, forniva l'energia per far muovere 7 mulini. L'acqua veniva successivamente raccolta in una ampia cisterna dalla quale venivano poi derivate numerose condutture che si diramavano all'interno dell'abitato per gli usi privati. L'acqua residua veniva raccolta in un fontanile per abbeverare gli animali ed in un lavatoio per i panni, siti a porta dello Stato.

Gli insediamenti medievali
Per tutto il medioevo ed anche per le età moderne e contemporanee il popolamento della conca leonessana, nonostante l'accentramento, rimase caratterizzato da una nebulosa di piccoli villaggi le "ville", ricordate molto spesso dalle fonti, gravitanti sui centri demici di maggiore rilevanza come Narnate e Ripa di Corno, poi Leonessa, e, più a nord, Pianezza e Terzone, insediamento quest'ultimo fondato da una potente consorteria il cui potere si disgregò poco a volta dopo la fondazione di Leonessa e dopo gli accentramenti operati dagli angioini lungo l'alta valle del Velino tra XIII e XIV secolo. Nel catalogus baronum del 1150 Pianezza è ricordato come suffeudo di Roffredo, Gentile e Rainaldo per conto del feudatario in capite Rainaldo da Barete. Feudatario in capite di Terzone era Brunamonte, uno dei feudatari in capite di minor importanza, dato che deteneva soltanto un feudo collocato lungo la valle del Velino, nei pressi dell'attuale Cittareale, e come suffeudatari aveva soltanto i condomini di Terzone. Altrettanto diffuso sul territorio era l'insediamento religioso. Una fitta rete di chiese rurali assicurava la cura d'anime inserite tanto nella diocesi di Rieti che in quella di Spoleto, fatto questo causa di non lievi controversie.