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Farfa
- Olivo
di Canneto - Postmontem
- Comunanza
- Corese
Terra
Il
comune di Fara in Sabina concentra nel suo territorio
un altissimo numero di siti archeologici di grande rilevanza.
Pertanto in questa sede ci si limiterà ad una rapida
disanima dei principali senza scegliere in troppi dettagli,
che appesantirebbero oltre modo l'economia di questa
relazione. Anche qui i primi segni del popolamento dell'area
risalgono al paleolitico medio, sono segnalati inoltre
numerosi siti dell'età del bronzo, in particolare il
bronzo medio, il bronzo recente ed il finale attestato
dal grande insediamento su altura, `castelliere', recentemente
individuato sulla sommità del monte S. Martino, dirimpetto
a Fara Sabina. Per l'età del ferro poi di estrema importanza
gli scavi tutt'ora in corso in località Arci che hanno
riportato in luce alcuni fondi di capanna risalenti
alla fine del IX, all'VIII ed al VII secolo a.C., ed
una casa di VI secolo a.C., sicuramente appartenenti
alla città sabina di Cures, il periodo nel quale la
leggenda sabina colloca i rapporti con Roma, il leggendario
ratto delle sabine, i re sabini di Roma, Tito Tazio
e Numa Pompilio. Dagli scavi sono stati recuperati moltissimi
reperti che sono attualmente in fase di restauro ed
in deposito a Farfa in attesa di essere esposti. Per
il periodo romano nello stesso sito sono in parte visibili,
sotto uno spesso mantello di rovi, i resti delle terme
e di alcuni ambienti ad esse adiacenti già scavati durante
il secolo scorso dai Torlonia. Sono anche visibili tratti
del piccolo teatro, mentre una delle necropoli è stata
individuata su Monte Vecchio dove ha intercettato i
fondi di capanna della prima età del ferro pertinenti
all'abitato protostorico ed arcaico di Cures. La necropoli,
molto povera, è costituita in gran parte da tombe a
cappuccina, pressoché prive di corredi funerari. Ma
la caratteristica più rilevante di questo periodo è
la forte diffusione sul territorio di numerose ville
rustiche, sviluppo che ha avuto nelle grandi linee due
fasi principali: una nel II secolo a.C., caratterizzata
dalle ville costruite in opera poligonale; una attorno
alla metà del I secolo a.C., caratterizzata dall'uso
massiccio dell'opera quasi-reticolata e da una strutturazione
più articolata e complessa delle ville e delle loro
pertinenze. Molto numerose sono dunque le strutture
di queste ville, in particolare le piattaforme che ancora
oggi sono visibili e che potrebbero essere agevolmente
valorizzate, salvo sempre i soliti problemi di attrezzatura
delle aree e del superamento dello scoglio della proprietà
privata. Tra le piattaforme in opera poligonale di III
e IV maniera la più imponente è senza dubbio quella
di Grotte di Torri, circa un ettaro di superficie, 100
metri di lato. Quello meglio conservato è quello meridionale,
dietro al quale si aprono due criptoportici che avevano
sia una funzione strutturale, ampliare il pianoro sul
quale costruire gli edifici, sia funzionale, deambulatori
o depositi. Altre ville importanti quelle di Fonteluna,
di Mirteto, dei Cagnani e di S. Lorenzo, queste ultime
due a Canneto, di S. Andrea e di S. Pietro nei pressi
di Borgo Salario. In opera quasi reticolata importanti
quelle di Grottaglie e di Piano S. Giovanni, di Grotta
Scura, di Monte S. Martino e di Fonte Vecchia. Il termine
"Fara" ha, come è noto, una origine longobarda ed indicava,
almeno inizialmente, il gruppo parentale che si muoveva
unito durante gli spostamenti, spesso bellicosi, della
popolazione germanica. E' possibile quindi che le origini
dell'abitato possono farsi risalire alla fine del VI
secolo, al momento del loro stanziamento nella zona.
Le ragioni di carattere militare alla base della fondazione
dovettero venir meno abbastanza rapidamente e i longobardi
si insediarono nelle campagne in nuclei sparsi. Il castello
di Fara appare come già edificato prima del novembre
del 1006. Fino alla metà dell'XI secolo le vicende di
Farfa e di Fara furono del tutto divergenti. Solo intorno
al 1050 l'abate Berardo I riuscì a portare il castello
di Fara sotto il controllo dell'abbazia. Successivamente
il castrum fu occupato da Rustico, uno dei membri della
potente famiglia dei Crescenzi Ottaviani, ma il 17 marzo
del 1082 l'imperatore Enrico IV, in visita a Farfa,
mandò il suo esercito ad investire Fara. Senza molta
fatica Rustico ne fu espulso ed il castello tornò in
possesso dell'abbazia. L'importanza di Fara si accrebbe
nel tardo medioevo, tanto da inglobare i territori dei
castelli abbandonati limitrofi. Nel 1461 Fara, che si
era data ai Savelli, fu assediata dalle truppe al comando
di Federico da Montefeltro. Gli abitanti, però, si arresero
abbastanza rapidamente, "fatte salve le robbe e le persone".
Con lo sviluppo e l'incremento demografico duecentesco
il nuovo polo unificatore divenne la chiesa di S. Antonino
la cui costruzione fu iniziata nella prima metà del
secolo al di fuori dell'antico recinto castrale per
supplire alle nuove esigenze della cura d'anime indubbiamente
cresciute in questo periodo, e non più in grado di essere
svolte dalla piccola chiesa di s. Maria in Castello.
Nel Trecento fu costruita anche la chiesa di s. Giacomo.
I così detti Preventori della Cri sono costituiti dal
convento di S. Francesco, fondato dagli osservanti sullo
scorcio del Cinquecento e dal complesso di S. Fiano,
appartenente ai monaci di Farfa, ampiamente ristrutturato
e riorganizzato agli inizi del Seicento, come luogo
di villeggiatura estiva. Nel 1817, con la definitiva
sistemazione dell'assetto della delegazione di Rieti,
Fara, che aveva 1197 abitanti, nell'ambito del distreto
di Poggio Mirteto, divenne sede di governatorato dal
quale dipendevano i comuni di Castelnuovo, di Moricone,
di Mompeo con i rispettivi appodiati, Poggio Nativo,
con appodiato Monte S. Maria, e Toffia, per una popolazione
complessiva di 5.271 abitanti. Nel 1830 il tessuto urbano
era suddiviso nei quartieri di via S. Giacomo, di piazza
della Chiesa, di piazza Forcina, di piazza del Pesce,
delli Scaloni, dell'Ospedale e della Porta. Nel 1853
le principali contrade di Fara si chiamavano s. Giacomo,
la Collegiata e la via del Governo. La chiesa principale
di Fara era la collegiata di s. Antonino, fondata nel
Duecento, ma completamente ristrutturata nel Cinquecento,
con organo, un arciprete e dieci canonici. La festa
principale è il due settembre. Gli abitanti erano complessivamente
1308, 310 le famiglie, 288 le case. La gran parte della
popolazione, 918 persone, viveva, però, nelle campagne
dove esistevano due parrochie succursali. Una a Coltodino,
dedicata a s. Filippo Neri ed alla ss. Concezione; l'altra
a Canneto sotto l'intitolazione dei ss. Rocco e Isidoro.
Questa framentazione della popolazione nelle campagne
si rifletteva anche sull'organizzazione sanitaria che,
oltre al medico primario, stipendio 200 scudi, ed al
chirurgo, il quale ne percepiva 180, che soggiornavano
a Fara, vedeva la presenza a Coltodino di un altro medico,
stipendio 205 scudi più altri 45 per lo scavalco a Corese
Terra. L'unica farmacia della famiglia Isidori, aveva
sede, invece, a Fara, come anche l'ospedale. Le famiglie
faresi preminenti erano i Corradini, i Cherubini, i
Castellani ed i Manfredi. Sei erano i negozianti di
campagna, tre le botteghe di liquori, cinque i calzolai,
uno scalpellino, un bastaro, alcuni ebanisti, dodici
i carrettieri, due le botteghe di ferri lavorati. C'era
anche una locanda, il monte di pietà, il monte frumentario,
una banda musicale, con a capo un maestro comunale.
La pubblica istruzione era curata da un maestro ed una
maestra a Fara, mentre in campagna essa era demandata
ai due parroci. Due le confraternite presenti quella
del ss. sacramento e quela della Misericordia nella
chiesa di s. Giacomo. Nel territorio comunale si tenevano
due fiere, una a Fara il 30 novembre, festa di s. Andrea
apostolo, l'altra per l'Ascensione nel santuario campestre
della Madonna dell'Arci. Di maggor importanza rimaneva
ancora quelle che si tenevano presso il monastero di
Farfa, che, nonostante la crisi del cenobio benedettino,
erano "Fiere di grande concorso, ove accorrono anche
Mercatanti da lontane parti". Una sola la mola da grano
gestita dalla famiglia Selli, mentre molto numerose
erano i molini da olio: uno dei monaci di Farfa, uno
di Bernabei, uno di Lupi, uno di Sacchetti, uno di Turchetti.
L'ottimo olio aveva attivato un consistente flusso commerciale
con Roma, che vedeva impegnate molte persone.
Farfa
Le origini dell'abbazia di Farfa sono ovviamente avvolte
nel mistero. Lo stesso Gregorio da Catino, il monaco
farfense che a cavaliere tra XI e XII secolo riordinò
e raccolse i documenti monastici, dopo aver a lungo
esposto varie ipotesi sulle possibili origine dell'abbazia
e sul periodo nel quale sarebbe stata fondata, confessava
candidamente che in effetti non si sapeva nulla di preciso
e di chiaro sulle origini e sulle successive vicende
del monastero, se non quello che si poteva leggere nel
liber Constructionis, la principale fonte farfense per
i primi secoli di vita dell'abbazia, ovvero che dopo
la morte del fondatore beatus vir sanctissimus Lorenzo
la zona era stata distrutta dai longobardi e lo stesso
sito di Farfa era stato ridotto in desolazione e abbandonato
per molti anni, fino alla ricostruzione operata da S.
Tommaso da Moriana. Questa ricostruzione sembra oggi
esere avvalorata dal ritrovamento durante recenti indagini
archeologiche di alcuni frammenti di un piatto di ceramica
sigilla chiara D, databile alla fine del VI secolo decorata
a stampo con al centro una croce gemmata tra due cantari
sormontata da tre volatili ed una moneta dell'imperatore
Giustino II (565-578), attestando la probabile presenza
di una comunità cristiana sul sito farfense. Sembra
quindi abbastanza ragionevole ipotizzare, in base anche
all'uso di altre fonti scritte, che il monastero sia
stato fondato subiti dopo la metà del VI scolo, in un
momento nel quale sempre più acute si facevano la crisi
demografica e la depressione conomica, da un santo vescovo
a nome Lorenzo, che si ritirò tra le strutture di una
antica villa rustica romana per condurvi una vita monastica.
In parallelo alla vita cenobitica è probabile che sul
sovrastante monte s. Martino in alcune caverne naturali
o tra le rovine di un'altra villa rustica si siano insediati
degli eremiti. Esperienza ripresa poi dall'eremitismo
francescano postmedievale che ha popolato le varie cime
dell'altura di piccoli romitori, mentre ai benedettini
rimase soltanto quello dedicato a S. Martino da Tour.
Dopo qualche decennio, la Sabina fu invasa a più riprese
dalle truppe longobarde comanadate da Faroaldo, in precedenza
federato con l'esercito bizantino, prima d assumere
una posizione autonoma tesa a fondare un proprio ducato
che ebbe sede a Spoleto. I longobardi si spinsero più
volte fin sotto le mura di Roma accentuando la grave
crisi già prente alla quale si aggiunsero ricorrenti
epidemie di peste e disastrose inondazioni. La frontiera
tra longobardi e bizantini dovette consolidarsi intorno
al 591-592, quando il nuovo duca spoletino, Ariulfo,
investì con maggio energia Roma, e stabilizzarsi grosso
modo tra i territori di Cures Sabini, la cui diocesi
si dissolse, in area barbarica e Nomentum in area bizantina.
Dopo circa un secolo, secondo quando tramandato dalle
fonti farfensi, l'abbazia sarebbe stata ricostruita
da un piccolo manipolo di monaci provenienti dalla Morina,
una vallata della Savoia, alla cui guida c'era Tommaso,
che in pellegrinaggio in Terra Santa ebbe in visione
la Madonna che gli ordinò di andare in Sabina e di ricostruire
la chiesa diruta a lei dedicata. Questa fu una vera
e propria nuova fondazione, dato che l'impulso maggiore
nelle prime fasi di vita del cenobio fu dato da un gran
numero di aquitani, una corrente monastica molto vitale
che partendo dalla Francia meridionale aveva diffuso
la sua esperienza in tutta Europa, che si alternarono
al governo del monastero. La sua posizione di confine
fece assumere a Farfa una forte connotazione politica
e la fece entrare precocemente in relazione con i duchi
longobardi di Spoleto, Faroaldo II in particolare, che
agli inizi dell'VIII secolo prese sotto la sua protezione
il monastero, facendo anche cospicue donazioni territoriali.
L'influenza di Farfa vene gradualmente crescendo dapprima
all'interno del territorio del regno italico, tanto
che gli stessi re longobardi di Pavia presero il monastero
sotto la loro protezione. Al momento della frizione
tra longobardi e franchi, l'abate Probato e i monaci
tentarono una mediazione tentanto di convincere re Desiderio
a raggiungere un acordo con Carlomagno. Fallito l'intervento,
Farfa, dimostrando molto fiuto politico, si schierò
con Carlomagno, abbandonando gli antichi protettori.
L'aver appoggiato con tutta la sua influenza i franchi,
fruttò a Farfa un immediato riconoscimento per il ruolo
svolto nell'occasione. Nel 775 infatti Carlomagno concesse
al monastero sabino, primo ente ecclesiastico dell'Italia
centrale e secondo in assoluto, due diplomi di immunità
che lo rendevano immune da ogni giurisdizione sia civile
che religiosa e lo prendeva sotto la sua diretta protezione.
Il divenir monastero regio comportò un periodo di grandi
fortune per Farfa, che fu inserita nel contesto della
rinascenza europea innescata dalla formazione dello
stato franco. Lo stesso Carlomagno nell'Ottocento, durante
il suo viaggio verso Roma, sostò a Farfa lasciando come
donazione pro anima un cofanetto d'oro adorno di gemme
purissime, scomparso poi nel nulla al moento delle grandi
distrazioni del patrimonio avvenute nel tempo. Il forte
legame tra Farfa ed i carolingi continuò anche nel IX
secolo. Nell'822, durante l'abbaziato di Ingoaldo, il
monastero possedeva una nave esente dal pagamento dei
dazi nei porti marittimi e fluviali dell'impero carolingio.
Fulgore che non mancò di riflettersi anche nelle strutture
materiali dell'abbazia, dominate da una grande abside
quadrata, eretta sotto il governo dell'abate Sicardo
(830-842), un particolare organismo architettonico,
definito nel mondo germanico 'westwerk', anche se a
Farfa l'orientamento è opposto, che rappresentava, nella
identificazione Salvatore-imperatore, l'immediata derivazione
del potere regio direttamente da Dio, almeno nella concezione
carolingia, con lo spirituale ed il temporale che finivano
per mescolarsi e confondersi nella persona del sovrano.
Un potere che si poneva dunque a livello paritetico
con quello pontificio, perché discendente anch'esso
direttamente da Dio, stemperando in parte la più rigida
dottrina costantiniana, già enunciata da Eusebio da
Cesarea, che rivendicava all'autorità imperiale il governo
del mondo, per realizzarvi l'ordine divino e far trionfare
la Chiesa cristiana. Nella struttura, ampiamente rimaneggiata
nel tempo, si possono cogliere con chiarezza alcuni
elementi classicheggianti che hanno connotato la rinascenza
carolingia, come la tecnica muraria, un'opera listata
che imitava modelli d'origine romana, che vede alternarsi
conci grosso modo parallelepipedi di travertino cavernoso
a filari di laterizi, in massima parte di reimpiego,
e la 'potenza' stessa dell'edificio, affiancato dalle
due grandi torri e con il tetto che era interamente
in lucenti tegole di piombo, a mostrare una sorta di
continuità tra impero antico ed impero nuovo, mediata
coscientemente da immagini di grande effetto sia formale
che simbolico. Lo sfaldarsi dell'impero carolingio ed
il venir meno delle sue istituzioni aprì ampi varchi
alle incursioni ungariche a nord e a quelle saracene
a sud. I predoni arabi risalirono gradualmente l'Italia
meridionale, e le loro prime incursioni in sabina sono
segnalate nel febbraio dell'877 e dovettero suscitare
un notevole allarme sociale tanto in Sabina che nel
Reatino, considerato che, nella politica antisaracena
condotta da Giovanni VIII, una parte di rilievo la ebbero
Giovanni I, abate di Farfa, e Anastasio, abate di s.
Salvatore maggiore, che tentarono di stipulare un acordo
con gli amalfitani, senza peraltro riuscire nel compito.
Alla intensificazione ed alla penetrazione sempre più
profonda delle scorrerie, l'abbazia di Farfa tentò di
reagire come meglio seppe nel clima di generale sfaldamento
delle pubbliche istituzioni, resistendo per sette anni
dall'890 all'897, quando l'abate Pietro, abbandonò l'abbazia,
per ritirarsi verso i più sicuri possessi marchigiani.
Il monastero fu occupato e incendiato nei primi mesi
dell'898. La ricostruzione, avviata agli inizi del X
secolo, fu lenta, mentre uno scisma tripartì i possessi
monarchici, con tre abati, uno a Farfa, uno a Rieti,
uno nelle Marche che si suddivisero il governo del cospicuo
patrimonio fondiario che si estendeva a cavaliere degli
Appennini, fino a ragiungere tanto l'Adriatico che il
Tirreno. Le incursioni saracene, che avevano costretto
i monaci ad abbandonare le abbazie e i contadini a rifugiarsi
sulle montagne, servirono da pretesto per l'appropriazione
di molti beni fondiari appartenenti agli enti ecclesiastici,
che, in parallelo con la frantumazione dei poteri dello
stato centralizzato, favorì il germogliare di una nuova
forma insediativa concentrat e fortificata, il castello,
consentendo ai signori di controllare spazio e contadini.
Alla fine del "secolo di ferro", il nuovo affermarsi
del'autorità imperiale permise a Farfa di chiudere le
ferite delo scisma e di ritrovare unità in un momento
particolae che vide contrapporsi duramente la politica
riformatrice del papato con quella accentratrice dell'impero
germanico. Nella lotta per le investiture Farfa si mantenne
rigidamente fedele agli imperatori, tanto che nel 1097
fu deciso il trasferimento del monastero sul ovrastante
monte Acuziano, dove ancor oggi restano le imponenti
strutture mai completate della nuova chiesa abbaziale.
Nel 1122, con il concordato di Worms il patrocinio imperiale
sul monastero benedettino cadde e si affermò quello
pontificio. Pur inserito nella crisi più ampia che investì
l'ideale monastico in questo periodo, basti pensare
alla forte contrapposizione tra cluniacensi e cistercensi
sviluppatasi in questo periodo, fu questo uno dei momenti
di maggior difficoltà per il monastero sabino che fu
inserito tra molte difficolta e forti contraposizioni
nel nuovo ordinamento disegnato dal nascente stato della
Chiesa. Una violenta, quanto effimera, fiammata filoimperiale
si sviluppò in Sabina al momento del regno di Federico
Barbarossa. Parentesi che si chiuse senza grossi traumi
alla fine del XII secolo. La crisi del monastero si
acuì magiormente negli successivi, quando uscì perdente
dal confronto con i vescovi di Sabina sul problema della
cura d'anime e sulle esenzione delle chiese e cappelle
dipendenti. Nella seconda metà del Duecento Farfa era
praticamente rimasta priva di monaci e nel secolo successivo
molti di loro provennero dalle Marche. Il Trecento marcò
profondi mutamenti anche nel governo dei territori soggetti
dato che gli ampi possedimenti monastici suscitarono
numerose usurpazioni, debolmente contrastate, da parte
tanto della nobiltà locale, quanto da parte di quella
romana, molto più agguerrita. Così che le principali
famiglie baronali romane si ritagliarono ampie zone
di dominio nella Sabina, un tempo dominata dalla potente
abbazia. Nel Quattrocento per por fine allo stato di
endemica crisi di molti antichi monasteri, anche a Farfa
fu imposta la commenda, ovvero l'abate non veniva più
nominato dalla comunità monastica, ma dallo stesso pontefice.
Questi nuovi criteri di nomina comportarono l'affermarsi
in Farfa dell'egemonia delle principali famiglie baronali
romane, prima fra tutti gli Orsini. La strategia della
famiglia baronale romana tese a modificare sostanzialmente
i criteri di gestione del monastero e di reclutamento
dei suoi monaci e ad avviare una serie di iniziative
che miravano a trasformare l'antico monastero-fortezza
in una struttura aperta a servizio della nuova politica
economica e commerciale iniziata in connessione con
l'arrivo dei monaci teutonici, nel 1477. L'egemonia
degli Orsini a Farfa si chiuse intorno alla metà del
Cinquecento, quando subentrarono i Farnese. Alessandro,
vicecancelliere apostolico e vescovo di Sabina, nel
1567 fece decretare da papa Pio V l'annessione di Farfa
alla congregazione cassinese, sorta nell'ambito della
riforma di s. Giustina. Fu dato l'avvio ad una serie
di grandi lavori di ristrutturazione del complesso monastico,
ma in particolare Farfa, con il rilancio della fiera,
divenne un punto nodale di collegamento tra i vari segmenti
dei possessi farnesiani dell'Italia centrale. Questa
fase di nuovo slancio economico e di riorganizzazione
delle strutture edilizie del monastero durò fino ai
primi decenni del Seicento, per decadere poi progressivamente
nella seconda metà del secolo, nonostante a Farfa i
Barberini fossero subentrati ai Farnese. Nel Settecento
si accentuò questa fase di decadimento che finì per
separare sempre più la comunità monastica dalla figura
dell'abate commendatario senza che il monastero sabino
riuscisse a trovare un ruolo specifico all'interno delle
grandi trasformazioni sociali ed economiche innescatesi
sul finire dell'età moderna e nell'età contemporanea.
Gli sconvolgimenti provocati dalla rivoluzione francese,
causarono la fine dell'ordinamento dell'universitas
Farfensis, con il monastero che perdette lo status di
nullius diocesis e la sua autonomia come ente ecclesiastico.
Un ulteriore colpo alla sue fortune fu vibrato dall'unità
d'Italia, che vide lo stato italiano, dopo una lunga
disputa, incamerare il monastero ed i suoi beni. Il
fondo librario e archivistico, in parte smembrato, fu
trasportato a Roma preso la biblioteca nazionale, i
reperti archeologici finirono invece al museo nazionale
di Perugia. Gran parte delle fabbriche del monastero
furono vendute al'incanto e soltanto nel 1921 grazie
all'opera di Ildefonso Schuster, abate di s. Paolo fuori
le Mura e poi cardinale arcivescovo di Milano, la comunità
benedettina tornò in Farfa.
Olivo
di Canneto
La
pianta ha oltre 1500 anni, è alta 14 metri
ed
ha una circonferenza di metri da 6,10 a 1,30 da terra.
L'Olivo,
già appartenente ai monaci di Farfa, fu acquistato
nel 1870 dalla famiglia Bertini. E' certamente tra le
piante più grandi e vetuste d'Europa. Nonostante
che le gelate del 1956 e del 1985 abbiano danneggiato
l'olivo, questo si è vigorosamente ripreso tanto
da produrre una media di 8 quintali di olive ogni anno.

Postmontem
Il castello di Postmontem appare per la prima volta
nelle fonti nel 994, ma la sua fondazione, probabilmente
di poco anteriore al 970, sembra essere avvenuta per
impulso della stessa Farfa. Il castello, che dominava
una delle principali strade di accesso all'abbazia,
fu però nel 1100 concesso a terza generazione a Rustico
di Crescenzo in cambio del castello di Corese. Questa
concessione non sembra aver avuto peraltro una lunga
durata, in considerazione del fatto che nel 1118, nel
diploma di riconferma concesso a Farfa da Enrico V,
il castello di Postmontem veniva nuovamente elencato
tra quelli appartenenti a Farfa. E' possibile anche
che la citazione nel diploma significasse soltanto una
formale rivendicazione del monastero benedettino della
proprietà e non una prova dell'effettivo possesso del
castrum. Comunque sia Farfa rientrò in possesso del
castello, che le fu riconfermato sia nel diploma del
1198 di Innocenzo III sia in quello di Urbano IV del
1262. Nel XIV secolo però l'insediamento, fu abbandonato
ed il suo territorio aggregato a quello di Fara.
Comunanza
I Colonna nella seconda metà del XIII secolo iniziarono
ad infiltrarsi in Sabina. Le tappe della loro penetrazione
non sono ben note, vanno poste forse in relazione con
i legami stretti con il comune reatino in questo periodo,
ma conosciamo la topografia dei loro possessi nel 1297
al momento dello scontro con Bonifacio VIII. Quando
il papa ordinò la conquista e la distruzione dei loro
possedimenti lungo la valle del Tevere essi possedevano
i castelli oggi scomparsi di Riviputei e Normandorum,
nella così detta Sabina romana, mentre ai margini della
Sabina farfense essi possedevano il castello di Comunanza,
anch'esso oggi scomparso, ma i cui resti sono ancora
chiaramente visibili lungo la strada dell'Arci non molto
lontano da Corese Terra, dove avevano anche consistenti
interessi. Un altro importante caposaldo colonnese ai
margini della Sabina, questa volta però verso la valle
dell'Aniene, era il castello di Pozzaglia. L'ordine
di Bonifacio VIII fu eseguito da Bertoldo, Gentile e
Romano Orsini, padre, figlio e nipote rispettivamente,
i quali cum multis periculis, laboribus et expensis
avevano conquistato e raso al suolo i castelli di Pozzaglia,
Normadorum e di Comunanza. Almeno per quanto riguarda
il castello di Comunanza tracce evidenti della distruzione
bonifaciana, si sono conservate nella cortina muraria,
nella quale si distingue con chiarezza il livello fino
al quale le mura furono rasate, livello sul quale furono
reimpostate, con una piccola risega, le nuove mura ricostruite
successivamente quando il castello tornò nuovamente
in possesso dei Colonna. Bonifacio VIII poi, il 10 settembre
del 1300 da Anagni, concesse in feudo perpetuo a Francesco
Orsini figlio di Matteo de Monte ed ai suoi fratelli
sia il castello di Comunanza, con il patto che non fosse
mai più ricostruito, che quello di Corese (podium de
Correse), che, a parte gli interessi che vi avevano
i Colonna, apparteneva invece a Farfa. Alla morte di
Bonifacio VIII, mentre il castello di Corese restò in
possesso degli Orsini, il castello di Comunanza fu restituito
ai Colonna probabilmente dopo il 22 marzo del 1305,
quando, garantito dal senato romano, Pietro Caetani
ed i suoi figli, in compenso delle distruzioni avvenute
a Comunanza e ad altri castelli dei Colonna, si accordarono
a Perugia a corrispondere come indennizzo a Stefano
e Sciarra Colonna e a Giordano, loro nipote, 100.000
fiorini oppure castelli e possessi di valore equivalente,
o forse subito che nel febbraio del 1306 papa Clemente
V aveva annullato tutte le sentenze di condanna contro
i Colonna e li aveva restaurati nei loro precedenti
domini. L'accordo di Perugia non fu probabilmente rispettato
in tutte le sue clausole. In campagna e Marittima il
conflitto tra Caetani e Colonna divampò a lungo, mentre
in Sabina non si ebbe eco della controversia, dato che
gli Orsini qui dovettero restituire senza molti problemi
il castello di Comunanza ai Colonna. Pietro e Giacomo
Colonna lo rivendettero poi all'abate di Farfa Arnaldo
d'Albiac per 2.500 fiorini d'oro. L'abate però non versò
ai Colonna l'intera somma, ma soltanto 2.000 fiorini,
aggiungendo, per coprire la somma mancante, il castello
abbandonato di Repasto, nella conca reatina, dal quale
il monastero non recepiva che scarsi redditi ed era
diventato un ricettacolo di ladroni. Pietro e Giacomo
Colonna, a loro volta, rivendettero il castello di Repasto
per 570 fiorini d'oro al miles reatino Pandolfo di Labro,
che l'aveva già da alcuni anni avuto in locazione sempre
da Arnaldo d'Albiac. Pandolfo peraltro nel 1366 non
aveva ancora visto riconosciuto il suo acquisto e, con
l'appoggio dell'abate Sisto e manifestata l'intenzione
di volervi costruire un ospedale per i poveri, si era
rivolto al papa, che aveva disposto un'inchiesta.
Corese
Terra
La prima notizia del castello quod Currense vocatur
compare nel 1006, quando il conte di Sabina Ottaviano,
anche a nome del fratello maggiore Giovanni e della
moglie Rogata, in memoria del padre Crescenzio e della
suocera Teodora, donò a Farfa un'area fabbricabile sita
all'interno dell'insediamento delle dimensioni di circa
13 metri per 9. Un castello dunque di fondazione signorile.
Nel 1030 l'abate Guido comprò dalla nobilissima femina,
Lavinia, vedova di Teudino, la sua quota di cosignoria
nel castello, che fu attratto del tutto nell'orbita
farfense durante l'abbaziato di Berardo I nel 1056,
quando i consorti del castrum lo concessero a Farfa.
Il castello fu però occupato dal solito Rustico di Crescenzio.
Il monastero benedettino tentò più volte di rivendicarne
il possesso, ma senza molti risultati. Soltanto sulla
fine dell'XI secolo l'abbazia di Farfa riuscì ad acquisirne
il completo controllo grazie ad una permuta compiuta
con Rustico di Crescenzio e con il figli Oddone. Una
delle prime operazioni che furono compiute fu quella
di provvedere a rinforzare il sistema difensivo del
castello, dando avvio alla costruzione di una torre
in muratura, della quale Giovanni Tignoso fu nominato
custode. Da allora il castello rimase tra i beni di
Farfa, ricordato nei privilegi di Innocenzo III e di
Urbano IV, finché Bonifacio VIII, il 10 settembre del
1300 da Anagni, lo concesse in feudo perpetuo a Francesco
Orsini figlio di Matteo de Monte ed ai suoi fratelli
entrando a far parte definitivamente dei possessi della
famiglia baronale romana, per passare poi ai Barberini.
Nel 1817 Corese Terra, abitato da 110 persone, era ancora
luogo baronale, soltanto il 18 dicembre dello stesso
anno il principe don Maffeo Barberini Colonna di Sciarra
rinunciò ai suoi diritti feudali sul castello. Divenuto
appodiato di Fara, Corese Terra contava nel 1853 cento
anime, delle quali 16 vivevano in campagna, sotto l'unica
parrocchia di s. Maria, una volta all'interno del castello,
poi trasferita all'esterno nel Settecento con i lavori
iniziati nel 1704 e ultimati dopo il 1780, in precedenza,
fino al 1615, la cura d'anime era effettuata dalla chiesa
oggi diruta di s. Biagio, nei pressi del Corese. 22
erano le famiglie che vivevano in altrettante case.
Unica attività artigiana quella di un pellicciaio, mentre
all'attuale Passo Corese, lungo la strada maestra, vi
era "il notissimo carestoso Albergo".
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