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Fara in Sabina
 

Farfa - Olivo di Canneto - Postmontem - Comunanza - Corese Terra

Il comune di Fara in Sabina concentra nel suo territorio un altissimo numero di siti archeologici di grande rilevanza. Pertanto in questa sede ci si limiterà ad una rapida disanima dei principali senza scegliere in troppi dettagli, che appesantirebbero oltre modo l'economia di questa relazione. Anche qui i primi segni del popolamento dell'area risalgono al paleolitico medio, sono segnalati inoltre numerosi siti dell'età del bronzo, in particolare il bronzo medio, il bronzo recente ed il finale attestato dal grande insediamento su altura, `castelliere', recentemente individuato sulla sommità del monte S. Martino, dirimpetto a Fara Sabina. Per l'età del ferro poi di estrema importanza gli scavi tutt'ora in corso in località Arci che hanno riportato in luce alcuni fondi di capanna risalenti alla fine del IX, all'VIII ed al VII secolo a.C., ed una casa di VI secolo a.C., sicuramente appartenenti alla città sabina di Cures, il periodo nel quale la leggenda sabina colloca i rapporti con Roma, il leggendario ratto delle sabine, i re sabini di Roma, Tito Tazio e Numa Pompilio. Dagli scavi sono stati recuperati moltissimi reperti che sono attualmente in fase di restauro ed in deposito a Farfa in attesa di essere esposti. Per il periodo romano nello stesso sito sono in parte visibili, sotto uno spesso mantello di rovi, i resti delle terme e di alcuni ambienti ad esse adiacenti già scavati durante il secolo scorso dai Torlonia. Sono anche visibili tratti del piccolo teatro, mentre una delle necropoli è stata individuata su Monte Vecchio dove ha intercettato i fondi di capanna della prima età del ferro pertinenti all'abitato protostorico ed arcaico di Cures. La necropoli, molto povera, è costituita in gran parte da tombe a cappuccina, pressoché prive di corredi funerari. Ma la caratteristica più rilevante di questo periodo è la forte diffusione sul territorio di numerose ville rustiche, sviluppo che ha avuto nelle grandi linee due fasi principali: una nel II secolo a.C., caratterizzata dalle ville costruite in opera poligonale; una attorno alla metà del I secolo a.C., caratterizzata dall'uso massiccio dell'opera quasi-reticolata e da una strutturazione più articolata e complessa delle ville e delle loro pertinenze. Molto numerose sono dunque le strutture di queste ville, in particolare le piattaforme che ancora oggi sono visibili e che potrebbero essere agevolmente valorizzate, salvo sempre i soliti problemi di attrezzatura delle aree e del superamento dello scoglio della proprietà privata. Tra le piattaforme in opera poligonale di III e IV maniera la più imponente è senza dubbio quella di Grotte di Torri, circa un ettaro di superficie, 100 metri di lato. Quello meglio conservato è quello meridionale, dietro al quale si aprono due criptoportici che avevano sia una funzione strutturale, ampliare il pianoro sul quale costruire gli edifici, sia funzionale, deambulatori o depositi. Altre ville importanti quelle di Fonteluna, di Mirteto, dei Cagnani e di S. Lorenzo, queste ultime due a Canneto, di S. Andrea e di S. Pietro nei pressi di Borgo Salario. In opera quasi reticolata importanti quelle di Grottaglie e di Piano S. Giovanni, di Grotta Scura, di Monte S. Martino e di Fonte Vecchia. Il termine "Fara" ha, come è noto, una origine longobarda ed indicava, almeno inizialmente, il gruppo parentale che si muoveva unito durante gli spostamenti, spesso bellicosi, della popolazione germanica. E' possibile quindi che le origini dell'abitato possono farsi risalire alla fine del VI secolo, al momento del loro stanziamento nella zona. Le ragioni di carattere militare alla base della fondazione dovettero venir meno abbastanza rapidamente e i longobardi si insediarono nelle campagne in nuclei sparsi. Il castello di Fara appare come già edificato prima del novembre del 1006. Fino alla metà dell'XI secolo le vicende di Farfa e di Fara furono del tutto divergenti. Solo intorno al 1050 l'abate Berardo I riuscì a portare il castello di Fara sotto il controllo dell'abbazia. Successivamente il castrum fu occupato da Rustico, uno dei membri della potente famiglia dei Crescenzi Ottaviani, ma il 17 marzo del 1082 l'imperatore Enrico IV, in visita a Farfa, mandò il suo esercito ad investire Fara. Senza molta fatica Rustico ne fu espulso ed il castello tornò in possesso dell'abbazia. L'importanza di Fara si accrebbe nel tardo medioevo, tanto da inglobare i territori dei castelli abbandonati limitrofi. Nel 1461 Fara, che si era data ai Savelli, fu assediata dalle truppe al comando di Federico da Montefeltro. Gli abitanti, però, si arresero abbastanza rapidamente, "fatte salve le robbe e le persone". Con lo sviluppo e l'incremento demografico duecentesco il nuovo polo unificatore divenne la chiesa di S. Antonino la cui costruzione fu iniziata nella prima metà del secolo al di fuori dell'antico recinto castrale per supplire alle nuove esigenze della cura d'anime indubbiamente cresciute in questo periodo, e non più in grado di essere svolte dalla piccola chiesa di s. Maria in Castello. Nel Trecento fu costruita anche la chiesa di s. Giacomo. I così detti Preventori della Cri sono costituiti dal convento di S. Francesco, fondato dagli osservanti sullo scorcio del Cinquecento e dal complesso di S. Fiano, appartenente ai monaci di Farfa, ampiamente ristrutturato e riorganizzato agli inizi del Seicento, come luogo di villeggiatura estiva. Nel 1817, con la definitiva sistemazione dell'assetto della delegazione di Rieti, Fara, che aveva 1197 abitanti, nell'ambito del distreto di Poggio Mirteto, divenne sede di governatorato dal quale dipendevano i comuni di Castelnuovo, di Moricone, di Mompeo con i rispettivi appodiati, Poggio Nativo, con appodiato Monte S. Maria, e Toffia, per una popolazione complessiva di 5.271 abitanti. Nel 1830 il tessuto urbano era suddiviso nei quartieri di via S. Giacomo, di piazza della Chiesa, di piazza Forcina, di piazza del Pesce, delli Scaloni, dell'Ospedale e della Porta. Nel 1853 le principali contrade di Fara si chiamavano s. Giacomo, la Collegiata e la via del Governo. La chiesa principale di Fara era la collegiata di s. Antonino, fondata nel Duecento, ma completamente ristrutturata nel Cinquecento, con organo, un arciprete e dieci canonici. La festa principale è il due settembre. Gli abitanti erano complessivamente 1308, 310 le famiglie, 288 le case. La gran parte della popolazione, 918 persone, viveva, però, nelle campagne dove esistevano due parrochie succursali. Una a Coltodino, dedicata a s. Filippo Neri ed alla ss. Concezione; l'altra a Canneto sotto l'intitolazione dei ss. Rocco e Isidoro. Questa framentazione della popolazione nelle campagne si rifletteva anche sull'organizzazione sanitaria che, oltre al medico primario, stipendio 200 scudi, ed al chirurgo, il quale ne percepiva 180, che soggiornavano a Fara, vedeva la presenza a Coltodino di un altro medico, stipendio 205 scudi più altri 45 per lo scavalco a Corese Terra. L'unica farmacia della famiglia Isidori, aveva sede, invece, a Fara, come anche l'ospedale. Le famiglie faresi preminenti erano i Corradini, i Cherubini, i Castellani ed i Manfredi. Sei erano i negozianti di campagna, tre le botteghe di liquori, cinque i calzolai, uno scalpellino, un bastaro, alcuni ebanisti, dodici i carrettieri, due le botteghe di ferri lavorati. C'era anche una locanda, il monte di pietà, il monte frumentario, una banda musicale, con a capo un maestro comunale. La pubblica istruzione era curata da un maestro ed una maestra a Fara, mentre in campagna essa era demandata ai due parroci. Due le confraternite presenti quella del ss. sacramento e quela della Misericordia nella chiesa di s. Giacomo. Nel territorio comunale si tenevano due fiere, una a Fara il 30 novembre, festa di s. Andrea apostolo, l'altra per l'Ascensione nel santuario campestre della Madonna dell'Arci. Di maggor importanza rimaneva ancora quelle che si tenevano presso il monastero di Farfa, che, nonostante la crisi del cenobio benedettino, erano "Fiere di grande concorso, ove accorrono anche Mercatanti da lontane parti". Una sola la mola da grano gestita dalla famiglia Selli, mentre molto numerose erano i molini da olio: uno dei monaci di Farfa, uno di Bernabei, uno di Lupi, uno di Sacchetti, uno di Turchetti. L'ottimo olio aveva attivato un consistente flusso commerciale con Roma, che vedeva impegnate molte persone.

Farfa
Le origini dell'abbazia di Farfa sono ovviamente avvolte nel mistero. Lo stesso Gregorio da Catino, il monaco farfense che a cavaliere tra XI e XII secolo riordinò e raccolse i documenti monastici, dopo aver a lungo esposto varie ipotesi sulle possibili origine dell'abbazia e sul periodo nel quale sarebbe stata fondata, confessava candidamente che in effetti non si sapeva nulla di preciso e di chiaro sulle origini e sulle successive vicende del monastero, se non quello che si poteva leggere nel liber Constructionis, la principale fonte farfense per i primi secoli di vita dell'abbazia, ovvero che dopo la morte del fondatore beatus vir sanctissimus Lorenzo la zona era stata distrutta dai longobardi e lo stesso sito di Farfa era stato ridotto in desolazione e abbandonato per molti anni, fino alla ricostruzione operata da S. Tommaso da Moriana. Questa ricostruzione sembra oggi esere avvalorata dal ritrovamento durante recenti indagini archeologiche di alcuni frammenti di un piatto di ceramica sigilla chiara D, databile alla fine del VI secolo decorata a stampo con al centro una croce gemmata tra due cantari sormontata da tre volatili ed una moneta dell'imperatore Giustino II (565-578), attestando la probabile presenza di una comunità cristiana sul sito farfense. Sembra quindi abbastanza ragionevole ipotizzare, in base anche all'uso di altre fonti scritte, che il monastero sia stato fondato subiti dopo la metà del VI scolo, in un momento nel quale sempre più acute si facevano la crisi demografica e la depressione conomica, da un santo vescovo a nome Lorenzo, che si ritirò tra le strutture di una antica villa rustica romana per condurvi una vita monastica. In parallelo alla vita cenobitica è probabile che sul sovrastante monte s. Martino in alcune caverne naturali o tra le rovine di un'altra villa rustica si siano insediati degli eremiti. Esperienza ripresa poi dall'eremitismo francescano postmedievale che ha popolato le varie cime dell'altura di piccoli romitori, mentre ai benedettini rimase soltanto quello dedicato a S. Martino da Tour. Dopo qualche decennio, la Sabina fu invasa a più riprese dalle truppe longobarde comanadate da Faroaldo, in precedenza federato con l'esercito bizantino, prima d assumere una posizione autonoma tesa a fondare un proprio ducato che ebbe sede a Spoleto. I longobardi si spinsero più volte fin sotto le mura di Roma accentuando la grave crisi già prente alla quale si aggiunsero ricorrenti epidemie di peste e disastrose inondazioni. La frontiera tra longobardi e bizantini dovette consolidarsi intorno al 591-592, quando il nuovo duca spoletino, Ariulfo, investì con maggio energia Roma, e stabilizzarsi grosso modo tra i territori di Cures Sabini, la cui diocesi si dissolse, in area barbarica e Nomentum in area bizantina. Dopo circa un secolo, secondo quando tramandato dalle fonti farfensi, l'abbazia sarebbe stata ricostruita da un piccolo manipolo di monaci provenienti dalla Morina, una vallata della Savoia, alla cui guida c'era Tommaso, che in pellegrinaggio in Terra Santa ebbe in visione la Madonna che gli ordinò di andare in Sabina e di ricostruire la chiesa diruta a lei dedicata. Questa fu una vera e propria nuova fondazione, dato che l'impulso maggiore nelle prime fasi di vita del cenobio fu dato da un gran numero di aquitani, una corrente monastica molto vitale che partendo dalla Francia meridionale aveva diffuso la sua esperienza in tutta Europa, che si alternarono al governo del monastero. La sua posizione di confine fece assumere a Farfa una forte connotazione politica e la fece entrare precocemente in relazione con i duchi longobardi di Spoleto, Faroaldo II in particolare, che agli inizi dell'VIII secolo prese sotto la sua protezione il monastero, facendo anche cospicue donazioni territoriali. L'influenza di Farfa vene gradualmente crescendo dapprima all'interno del territorio del regno italico, tanto che gli stessi re longobardi di Pavia presero il monastero sotto la loro protezione. Al momento della frizione tra longobardi e franchi, l'abate Probato e i monaci tentarono una mediazione tentanto di convincere re Desiderio a raggiungere un acordo con Carlomagno. Fallito l'intervento, Farfa, dimostrando molto fiuto politico, si schierò con Carlomagno, abbandonando gli antichi protettori. L'aver appoggiato con tutta la sua influenza i franchi, fruttò a Farfa un immediato riconoscimento per il ruolo svolto nell'occasione. Nel 775 infatti Carlomagno concesse al monastero sabino, primo ente ecclesiastico dell'Italia centrale e secondo in assoluto, due diplomi di immunità che lo rendevano immune da ogni giurisdizione sia civile che religiosa e lo prendeva sotto la sua diretta protezione. Il divenir monastero regio comportò un periodo di grandi fortune per Farfa, che fu inserita nel contesto della rinascenza europea innescata dalla formazione dello stato franco. Lo stesso Carlomagno nell'Ottocento, durante il suo viaggio verso Roma, sostò a Farfa lasciando come donazione pro anima un cofanetto d'oro adorno di gemme purissime, scomparso poi nel nulla al moento delle grandi distrazioni del patrimonio avvenute nel tempo. Il forte legame tra Farfa ed i carolingi continuò anche nel IX secolo. Nell'822, durante l'abbaziato di Ingoaldo, il monastero possedeva una nave esente dal pagamento dei dazi nei porti marittimi e fluviali dell'impero carolingio. Fulgore che non mancò di riflettersi anche nelle strutture materiali dell'abbazia, dominate da una grande abside quadrata, eretta sotto il governo dell'abate Sicardo (830-842), un particolare organismo architettonico, definito nel mondo germanico 'westwerk', anche se a Farfa l'orientamento è opposto, che rappresentava, nella identificazione Salvatore-imperatore, l'immediata derivazione del potere regio direttamente da Dio, almeno nella concezione carolingia, con lo spirituale ed il temporale che finivano per mescolarsi e confondersi nella persona del sovrano. Un potere che si poneva dunque a livello paritetico con quello pontificio, perché discendente anch'esso direttamente da Dio, stemperando in parte la più rigida dottrina costantiniana, già enunciata da Eusebio da Cesarea, che rivendicava all'autorità imperiale il governo del mondo, per realizzarvi l'ordine divino e far trionfare la Chiesa cristiana. Nella struttura, ampiamente rimaneggiata nel tempo, si possono cogliere con chiarezza alcuni elementi classicheggianti che hanno connotato la rinascenza carolingia, come la tecnica muraria, un'opera listata che imitava modelli d'origine romana, che vede alternarsi conci grosso modo parallelepipedi di travertino cavernoso a filari di laterizi, in massima parte di reimpiego, e la 'potenza' stessa dell'edificio, affiancato dalle due grandi torri e con il tetto che era interamente in lucenti tegole di piombo, a mostrare una sorta di continuità tra impero antico ed impero nuovo, mediata coscientemente da immagini di grande effetto sia formale che simbolico. Lo sfaldarsi dell'impero carolingio ed il venir meno delle sue istituzioni aprì ampi varchi alle incursioni ungariche a nord e a quelle saracene a sud. I predoni arabi risalirono gradualmente l'Italia meridionale, e le loro prime incursioni in sabina sono segnalate nel febbraio dell'877 e dovettero suscitare un notevole allarme sociale tanto in Sabina che nel Reatino, considerato che, nella politica antisaracena condotta da Giovanni VIII, una parte di rilievo la ebbero Giovanni I, abate di Farfa, e Anastasio, abate di s. Salvatore maggiore, che tentarono di stipulare un acordo con gli amalfitani, senza peraltro riuscire nel compito. Alla intensificazione ed alla penetrazione sempre più profonda delle scorrerie, l'abbazia di Farfa tentò di reagire come meglio seppe nel clima di generale sfaldamento delle pubbliche istituzioni, resistendo per sette anni dall'890 all'897, quando l'abate Pietro, abbandonò l'abbazia, per ritirarsi verso i più sicuri possessi marchigiani. Il monastero fu occupato e incendiato nei primi mesi dell'898. La ricostruzione, avviata agli inizi del X secolo, fu lenta, mentre uno scisma tripartì i possessi monarchici, con tre abati, uno a Farfa, uno a Rieti, uno nelle Marche che si suddivisero il governo del cospicuo patrimonio fondiario che si estendeva a cavaliere degli Appennini, fino a ragiungere tanto l'Adriatico che il Tirreno. Le incursioni saracene, che avevano costretto i monaci ad abbandonare le abbazie e i contadini a rifugiarsi sulle montagne, servirono da pretesto per l'appropriazione di molti beni fondiari appartenenti agli enti ecclesiastici, che, in parallelo con la frantumazione dei poteri dello stato centralizzato, favorì il germogliare di una nuova forma insediativa concentrat e fortificata, il castello, consentendo ai signori di controllare spazio e contadini. Alla fine del "secolo di ferro", il nuovo affermarsi del'autorità imperiale permise a Farfa di chiudere le ferite delo scisma e di ritrovare unità in un momento particolae che vide contrapporsi duramente la politica riformatrice del papato con quella accentratrice dell'impero germanico. Nella lotta per le investiture Farfa si mantenne rigidamente fedele agli imperatori, tanto che nel 1097 fu deciso il trasferimento del monastero sul ovrastante monte Acuziano, dove ancor oggi restano le imponenti strutture mai completate della nuova chiesa abbaziale. Nel 1122, con il concordato di Worms il patrocinio imperiale sul monastero benedettino cadde e si affermò quello pontificio. Pur inserito nella crisi più ampia che investì l'ideale monastico in questo periodo, basti pensare alla forte contrapposizione tra cluniacensi e cistercensi sviluppatasi in questo periodo, fu questo uno dei momenti di maggior difficoltà per il monastero sabino che fu inserito tra molte difficolta e forti contraposizioni nel nuovo ordinamento disegnato dal nascente stato della Chiesa. Una violenta, quanto effimera, fiammata filoimperiale si sviluppò in Sabina al momento del regno di Federico Barbarossa. Parentesi che si chiuse senza grossi traumi alla fine del XII secolo. La crisi del monastero si acuì magiormente negli successivi, quando uscì perdente dal confronto con i vescovi di Sabina sul problema della cura d'anime e sulle esenzione delle chiese e cappelle dipendenti. Nella seconda metà del Duecento Farfa era praticamente rimasta priva di monaci e nel secolo successivo molti di loro provennero dalle Marche. Il Trecento marcò profondi mutamenti anche nel governo dei territori soggetti dato che gli ampi possedimenti monastici suscitarono numerose usurpazioni, debolmente contrastate, da parte tanto della nobiltà locale, quanto da parte di quella romana, molto più agguerrita. Così che le principali famiglie baronali romane si ritagliarono ampie zone di dominio nella Sabina, un tempo dominata dalla potente abbazia. Nel Quattrocento per por fine allo stato di endemica crisi di molti antichi monasteri, anche a Farfa fu imposta la commenda, ovvero l'abate non veniva più nominato dalla comunità monastica, ma dallo stesso pontefice. Questi nuovi criteri di nomina comportarono l'affermarsi in Farfa dell'egemonia delle principali famiglie baronali romane, prima fra tutti gli Orsini. La strategia della famiglia baronale romana tese a modificare sostanzialmente i criteri di gestione del monastero e di reclutamento dei suoi monaci e ad avviare una serie di iniziative che miravano a trasformare l'antico monastero-fortezza in una struttura aperta a servizio della nuova politica economica e commerciale iniziata in connessione con l'arrivo dei monaci teutonici, nel 1477. L'egemonia degli Orsini a Farfa si chiuse intorno alla metà del Cinquecento, quando subentrarono i Farnese. Alessandro, vicecancelliere apostolico e vescovo di Sabina, nel 1567 fece decretare da papa Pio V l'annessione di Farfa alla congregazione cassinese, sorta nell'ambito della riforma di s. Giustina. Fu dato l'avvio ad una serie di grandi lavori di ristrutturazione del complesso monastico, ma in particolare Farfa, con il rilancio della fiera, divenne un punto nodale di collegamento tra i vari segmenti dei possessi farnesiani dell'Italia centrale. Questa fase di nuovo slancio economico e di riorganizzazione delle strutture edilizie del monastero durò fino ai primi decenni del Seicento, per decadere poi progressivamente nella seconda metà del secolo, nonostante a Farfa i Barberini fossero subentrati ai Farnese. Nel Settecento si accentuò questa fase di decadimento che finì per separare sempre più la comunità monastica dalla figura dell'abate commendatario senza che il monastero sabino riuscisse a trovare un ruolo specifico all'interno delle grandi trasformazioni sociali ed economiche innescatesi sul finire dell'età moderna e nell'età contemporanea. Gli sconvolgimenti provocati dalla rivoluzione francese, causarono la fine dell'ordinamento dell'universitas Farfensis, con il monastero che perdette lo status di nullius diocesis e la sua autonomia come ente ecclesiastico. Un ulteriore colpo alla sue fortune fu vibrato dall'unità d'Italia, che vide lo stato italiano, dopo una lunga disputa, incamerare il monastero ed i suoi beni. Il fondo librario e archivistico, in parte smembrato, fu trasportato a Roma preso la biblioteca nazionale, i reperti archeologici finirono invece al museo nazionale di Perugia. Gran parte delle fabbriche del monastero furono vendute al'incanto e soltanto nel 1921 grazie all'opera di Ildefonso Schuster, abate di s. Paolo fuori le Mura e poi cardinale arcivescovo di Milano, la comunità benedettina tornò in Farfa.

Olivo di Canneto
La pianta ha oltre 1500 anni, è alta 14 metri ed ha una circonferenza di metri da 6,10 a 1,30 da terra.
L'Olivo, già appartenente ai monaci di Farfa, fu acquistato nel 1870 dalla famiglia Bertini. E' certamente tra le piante più grandi e vetuste d'Europa. Nonostante che le gelate del 1956 e del 1985 abbiano danneggiato l'olivo, questo si è vigorosamente ripreso tanto da produrre una media di 8 quintali di olive ogni anno.

 

 

 

 

Postmontem
Il castello di Postmontem appare per la prima volta nelle fonti nel 994, ma la sua fondazione, probabilmente di poco anteriore al 970, sembra essere avvenuta per impulso della stessa Farfa. Il castello, che dominava una delle principali strade di accesso all'abbazia, fu però nel 1100 concesso a terza generazione a Rustico di Crescenzo in cambio del castello di Corese. Questa concessione non sembra aver avuto peraltro una lunga durata, in considerazione del fatto che nel 1118, nel diploma di riconferma concesso a Farfa da Enrico V, il castello di Postmontem veniva nuovamente elencato tra quelli appartenenti a Farfa. E' possibile anche che la citazione nel diploma significasse soltanto una formale rivendicazione del monastero benedettino della proprietà e non una prova dell'effettivo possesso del castrum. Comunque sia Farfa rientrò in possesso del castello, che le fu riconfermato sia nel diploma del 1198 di Innocenzo III sia in quello di Urbano IV del 1262. Nel XIV secolo però l'insediamento, fu abbandonato ed il suo territorio aggregato a quello di Fara.

Comunanza
I Colonna nella seconda metà del XIII secolo iniziarono ad infiltrarsi in Sabina. Le tappe della loro penetrazione non sono ben note, vanno poste forse in relazione con i legami stretti con il comune reatino in questo periodo, ma conosciamo la topografia dei loro possessi nel 1297 al momento dello scontro con Bonifacio VIII. Quando il papa ordinò la conquista e la distruzione dei loro possedimenti lungo la valle del Tevere essi possedevano i castelli oggi scomparsi di Riviputei e Normandorum, nella così detta Sabina romana, mentre ai margini della Sabina farfense essi possedevano il castello di Comunanza, anch'esso oggi scomparso, ma i cui resti sono ancora chiaramente visibili lungo la strada dell'Arci non molto lontano da Corese Terra, dove avevano anche consistenti interessi. Un altro importante caposaldo colonnese ai margini della Sabina, questa volta però verso la valle dell'Aniene, era il castello di Pozzaglia. L'ordine di Bonifacio VIII fu eseguito da Bertoldo, Gentile e Romano Orsini, padre, figlio e nipote rispettivamente, i quali cum multis periculis, laboribus et expensis avevano conquistato e raso al suolo i castelli di Pozzaglia, Normadorum e di Comunanza. Almeno per quanto riguarda il castello di Comunanza tracce evidenti della distruzione bonifaciana, si sono conservate nella cortina muraria, nella quale si distingue con chiarezza il livello fino al quale le mura furono rasate, livello sul quale furono reimpostate, con una piccola risega, le nuove mura ricostruite successivamente quando il castello tornò nuovamente in possesso dei Colonna. Bonifacio VIII poi, il 10 settembre del 1300 da Anagni, concesse in feudo perpetuo a Francesco Orsini figlio di Matteo de Monte ed ai suoi fratelli sia il castello di Comunanza, con il patto che non fosse mai più ricostruito, che quello di Corese (podium de Correse), che, a parte gli interessi che vi avevano i Colonna, apparteneva invece a Farfa. Alla morte di Bonifacio VIII, mentre il castello di Corese restò in possesso degli Orsini, il castello di Comunanza fu restituito ai Colonna probabilmente dopo il 22 marzo del 1305, quando, garantito dal senato romano, Pietro Caetani ed i suoi figli, in compenso delle distruzioni avvenute a Comunanza e ad altri castelli dei Colonna, si accordarono a Perugia a corrispondere come indennizzo a Stefano e Sciarra Colonna e a Giordano, loro nipote, 100.000 fiorini oppure castelli e possessi di valore equivalente, o forse subito che nel febbraio del 1306 papa Clemente V aveva annullato tutte le sentenze di condanna contro i Colonna e li aveva restaurati nei loro precedenti domini. L'accordo di Perugia non fu probabilmente rispettato in tutte le sue clausole. In campagna e Marittima il conflitto tra Caetani e Colonna divampò a lungo, mentre in Sabina non si ebbe eco della controversia, dato che gli Orsini qui dovettero restituire senza molti problemi il castello di Comunanza ai Colonna. Pietro e Giacomo Colonna lo rivendettero poi all'abate di Farfa Arnaldo d'Albiac per 2.500 fiorini d'oro. L'abate però non versò ai Colonna l'intera somma, ma soltanto 2.000 fiorini, aggiungendo, per coprire la somma mancante, il castello abbandonato di Repasto, nella conca reatina, dal quale il monastero non recepiva che scarsi redditi ed era diventato un ricettacolo di ladroni. Pietro e Giacomo Colonna, a loro volta, rivendettero il castello di Repasto per 570 fiorini d'oro al miles reatino Pandolfo di Labro, che l'aveva già da alcuni anni avuto in locazione sempre da Arnaldo d'Albiac. Pandolfo peraltro nel 1366 non aveva ancora visto riconosciuto il suo acquisto e, con l'appoggio dell'abate Sisto e manifestata l'intenzione di volervi costruire un ospedale per i poveri, si era rivolto al papa, che aveva disposto un'inchiesta.

Corese Terra
La prima notizia del castello quod Currense vocatur compare nel 1006, quando il conte di Sabina Ottaviano, anche a nome del fratello maggiore Giovanni e della moglie Rogata, in memoria del padre Crescenzio e della suocera Teodora, donò a Farfa un'area fabbricabile sita all'interno dell'insediamento delle dimensioni di circa 13 metri per 9. Un castello dunque di fondazione signorile. Nel 1030 l'abate Guido comprò dalla nobilissima femina, Lavinia, vedova di Teudino, la sua quota di cosignoria nel castello, che fu attratto del tutto nell'orbita farfense durante l'abbaziato di Berardo I nel 1056, quando i consorti del castrum lo concessero a Farfa. Il castello fu però occupato dal solito Rustico di Crescenzio. Il monastero benedettino tentò più volte di rivendicarne il possesso, ma senza molti risultati. Soltanto sulla fine dell'XI secolo l'abbazia di Farfa riuscì ad acquisirne il completo controllo grazie ad una permuta compiuta con Rustico di Crescenzio e con il figli Oddone. Una delle prime operazioni che furono compiute fu quella di provvedere a rinforzare il sistema difensivo del castello, dando avvio alla costruzione di una torre in muratura, della quale Giovanni Tignoso fu nominato custode. Da allora il castello rimase tra i beni di Farfa, ricordato nei privilegi di Innocenzo III e di Urbano IV, finché Bonifacio VIII, il 10 settembre del 1300 da Anagni, lo concesse in feudo perpetuo a Francesco Orsini figlio di Matteo de Monte ed ai suoi fratelli entrando a far parte definitivamente dei possessi della famiglia baronale romana, per passare poi ai Barberini. Nel 1817 Corese Terra, abitato da 110 persone, era ancora luogo baronale, soltanto il 18 dicembre dello stesso anno il principe don Maffeo Barberini Colonna di Sciarra rinunciò ai suoi diritti feudali sul castello. Divenuto appodiato di Fara, Corese Terra contava nel 1853 cento anime, delle quali 16 vivevano in campagna, sotto l'unica parrocchia di s. Maria, una volta all'interno del castello, poi trasferita all'esterno nel Settecento con i lavori iniziati nel 1704 e ultimati dopo il 1780, in precedenza, fino al 1615, la cura d'anime era effettuata dalla chiesa oggi diruta di s. Biagio, nei pressi del Corese. 22 erano le famiglie che vivevano in altrettante case. Unica attività artigiana quella di un pellicciaio, mentre all'attuale Passo Corese, lungo la strada maestra, vi era "il notissimo carestoso Albergo".