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| Sabino |
Cicignano
- Poggio
Sommavilla
L'area
maggiormente rilevante da un punto di vista archeologico
presente nel territorio del comune di Collevecchio è
senza molti dubbi costituita dalla necropoli sabina
di Poggio Sommavilla. Questa necropoli, individuata
per la prima volta nel secolo scorso, ha restituito
a più riprese un gran numero di corredi funerari, purtroppo
in gran parte dispersi in vari musei italiani (Firenze),
europei (Copenaghen) e americani (Boston) e che impediscono
una visione d'assieme dei reperti recuperati, testimonianze
di grandissimo interesse per ricostruire un aspetto
non secondario della civiltà sabina e del suo atteggiamento
mentale di fronte alla morte. Alcuni anni or sono stati
ripresi gli scavi nella necropoli con tre campagne tra
il 1983 ed il 1985 che hanno riportato in luce circa
cinquanta tombe, in parte a camera in parte a fossa,
che hanno restituito corredi funerari che permettono
di inquadrare l'utilizzazione della necropoli tra VI
e III secolo a.C. Un monumento funerario a torre d'età
romana si trova, riutilizzato, nei pressi dell'incrocio
per Poggio Sommavilla. Il territorio di Collevecchio
vide nel medioevo il sorgere di numerosi castelli, soltanto
alcuni dei quali sono sopravvissuti fino ad oggi, tra
i quali sono da ricordare Pozza e Mozzano che sorgevano
lungo la valle dell'Aia. Nel XIII secolo il castello
di Pozza era suddiviso in quote signorili e almeno fino
al 1218 un quarto apparteneva al monastero di s. Paolo
fuori le Mura di Roma. Questa quarta parte fu rapidamente
alienata, dato che poco meno di due decenni dopo il
castello di Pozza appariva suddiviso quasi totalmente
tra condomini originari di Calvi, mentre solo marginale
risultava la presenza del capitolo della cattedrale
di Sabina. Il castello era stato poi acquisito dal dominus
Guido di Giovanni di Guido de Papa, cittadino romano,
un Papareschi, che aveva riunito le varie quote, ma
la sua azione trovò forte resistenza nella popolazione
locale, che si ribellò, tanto da costringere Giovanni
Papareschi a vendere alla curia pontificia il castello
di Pozza con tutti i diritti e le giurisdizioni di rito
per 1.200 libbre di provisini del senato. Nel 1253 le
peggiorate condizioni climatiche e l'impaludamento della
valle dell'Aia che aveva provocato l'insalubrità della
zona, costrinsero gli abitanti di Mozzano a richiedere
il trasferimento dell'insediamento su di un colle meno
soggetto alla malaria, il Collis Vetulus, autorizzazione
concesa da Innocenzo IV il 10 dicembre. Le ostilità
scoppiate in Sabina nella primavera del 1283 spinsero
anche Collevecchio a stringere nel giugno un accordo
con Narni a condizioni ben più gravose di quelle di
Magliano, che era stato il primo a legarsi alla città
umbra, ma ben diverso era il peso dei due castelli.
Non certo una societas ma una vera e propria sottomissione
che comportava la possibilità per il comune umbro di
costruire in un luogo scelto autonomamente la costruzione
di una rocca con la torre ed il palazzo, per la quale
il sindaco di Collevecchio si impegnava a fornire la
quantità di calce necessaria fino alla quantità di 500
rase, misura di Narni. La rocca poi sarebbe stata custodita
dagli stessi narnesi. Il sindaco di Collevecchio prometteva
inoltre di inviare un esercito in aiuto dei narnesi
contro i suoi nemici, tranne la Chiesa ed il comune
romani, e di corrispondere ogni anno 26 denari cortonesi
per ciascuno dei 126 focolari. In cambio Narni avrebbe
assicurato protezione e difesa al castello contro tutti
i nemici, salvo la Chiesa ed il comune romani, e si
impegnava ad impedire l'accesso a Collevecchio degli
uomini di Tarano, a dimostrazione della presenza anche
di una forte conflittualità intercastellana, che indeboliva
le capacità di resistenza alle spinte del comune e della
nobiltà romana, baronale o di rango minore. Questa sottomissione,
però, si stemperò rapidamente e non ebbe particolari
conseguenze. Nel 1347 Collevecchio si sottomise insieme
ad altri castelli sabini a Cola di Rienzo che nominò
come podestà e rettore il nobilis vir Iannoctus Herricus,
che resse però la carica per pochi mesi. Nella ribellione
esplosa in Sabina tra il 1352 ed il 1353 soltanto Collevecchio,
insieme a Torri e Roccantica, restò fedele alla chiesa.
A più riprese i ghibellini di Narni ed i loro segiaci
sabini tentarono di conquistarlo, ma il castello rimase
fedelissimo alla Chiesa, che lo difese con una guarnigione
costituita da un conestabile e da dieci famigli. Il
16 aprile del 1368 Collevecchio, insieme ad altri castelli,
fu locato a seconda generazione mascolina, con la possibilità
di successione delle donne a determinate condizioni,
da papa Urbano V a Francesco e Buccio Orsini, figli
del defunto rettore del patrimonio Giordano, morto nel
1365. Confiscato nel 1376 per ribellione degli Orsini,
fu nuovamente concesso loro l'anno successivo, dopo
aver prestato giuramento di fedeltà a Gregorio XI. Il
castello restò sempre in possesso della famiglia baronale
romana fino al 1580, quando per volere di papa Gregorio
XIII, esso fu incamerato, ma concesso a vita a mons.
Valerio Orsini, abate di Fossanova. Nel 1594, alla morte
del prelato, il feudo tornò sotto la giurisdizione pontificia.
Nel 1605, all'interno di una più ampia e complessa riorganizzazione
delle strutture amministrative dello stato della Chiesa,
Paolo V istituì il governo di Sabina, con sede a Collevecchio,
decisione alla quale non fu estranea l'interessamento
di mons. Paolo Coperchi, orginario del castello e membro
influente della camera apostolica. Molto complesse furono
le operazioni per ristrutturre ed adattare al nuovo
compito la sede del governatore, tanto che fu costretto
con i suoi funzionari a trasferirsi temporaneamente
nel palazzo baronale degli Orsini di Stimigliano. La
camera apostolica provvide a far compiere consistenti
lavori, tra i quali la sopraelevazione di un piano,
fatto questo che aggravò le condizioni statiche dell'edificio.
La precarietà della residenza sovrapponendosi ad altre
ragioni, causò sullo scorcio del Settecento un vivace
dibattito sulla necessità di trasferire altrove la sede
del governatore. Pio VI, dal suo canto, fatte le necessarie
indagini ritenne di trasferire il governo da Collevecchio
a Poggio Mirteto. La scelta provocò le reazioni tanto
degli abitanti di Collevecchio, quanto dell'universitas
Farfensis, ossia dei castelli sottoposti al governo
dell'abbazia, che temevano di perdere esenzioni e agevolazioni.
Le doglianze dei farfensi furono sottoposte al papa
dallo stesso nipote, il cardinale Romualdo Braschi Onesti,
che ottenne ampie assicurazioni della sospensione del
provvedimento, sanzionata comunque dall'arrivo dei francesi.
La nuova organizzazione dei territori dello stato della
Chiesa susseguente alla restaurazione si riallacciò
ai disegni precedentemente delineati. Nel 1816 Collevecchio,
475 abitanti, era un comune incluso nel distretto di
Poggio Mirteto, poi nel definitivo ordinamento disegnato
dal cardinal Consalvi nel novembre dedl 1817, divenne
addirittura appodiato di Montebuono, per tornare poi
autonomo, con appodiati Cicignano, Poggio Sommavilla
e S. Polo. Nel 1853 gli abitanti erano 919, 171 delle
quali viventi in campagna. 191 le famiglie, soltanto
172 le case. Nel castello erano presenti un macello,
due caffè, alcune osterie, una pizzicheria, una bottega
di spiriti, una di cordaggi, altre due di ferri lavorati,
una di merci diverse, due tinozzai, dei sarti, degli
ebanisti, un muratore, un notaio, un medico, un chirurgo,
la farmacia Tomassi e la mola a grano di Piacentini.
Cicignano
Il castello di Cicignano è attestato per la prima volta
nel 1067, quando Farfa acquistò una quota di cosignoria
castrense per duecento libbre d'argento. Il piccolo
castello nel XIV secolo faceva parte del comitato di
Tarano, come risulta dal registri camerale del cardinal
Albornoz del 1364. Nel 1372 Gregorio XI lo concesse
in vicariato, insieme a Tarano, a Francesco degli Arcipreti
da Perugia. Confermata nel 1392 da papa Bonifacio IX
la sua soggezione a Tarano, Cicignano fu occupato da
Luca Savelli, ma in breve tempo recuperato. Nel 1448,
Niccolò V lo concesse in feudo a Giacomo e Lorenzo di
Orso degli Orsini del ramo di Monterotondo. Fu incamerato
nel 1580 da Gregorio XIII, ma nel 1615 Paolo V lo concesse
in feudo perpetuo a mons. Ortensio de Rossi ed ai suoi
successori. Cicignano nel 1817 contava 95 abitanti ed
era appodiato di Montebuono. Passato poi sotto Collevecchio,
poco dopo la metà dell'Ottocento era composto da 173
persone, 29 delle quali abitanti in campagna, suddivise
40 in famiglie, che occupavano 37 case sotto la chiesa
parrochiale dedicata ai ss. Pietro e Paolo.
Poggio
Sommavilla
Il villaggio - la summa villa - era probabilmente di
origine altomedievale, VIII-IX secolo. Agli inizi del
secolo X fu rapidamente incastellato, come ricorda il
chronicon di Benedetto, monaco di s. Andrea in Flumine.
Nella seconda metà del XIII secolo Poggio Sommavilla
fu al centro di un'aspra contraposizione tra la famiglia
romana dei Tedallinis, che ne possedevano almeno alcune
quote, il comune di Magliano, quello di Roma e gli Anguillara.
Nella primavera del 1283, infatti, Pandolfo II Anguillara,
congregata militum et peditum multitudinem, cinse d'assedio
Poggio Sommavilla, che era invece difeso dal comune
di Magliano. Il conflitto in potenza indusse papa Martino
IV ad ordinare al conte, sotto penna di immediato scomunica,
di interrompere l'assedio ed ai maglianesi di consegnare
il castrum nelle mani di un proprio inviato. Il castello
fu riconsegnato al comune sabino, ma la controversia
non si estinse dato che nel 1291 Poggio Sommavilla fu
preso in posesso da un castellano inviato dal rettore
di Sabina. Agli inizi del Trecento gli Orsini ne acquistarono
le varie quote di cosignoria castrense. Nel 1518 Cecilia
Orsini lo portò in dote ad Alberto Pio, conte di Carpi.
La loro figlia Caterina sposò un Caetani, Bonifacio,
signore di Sermoneta. Il castello passò poi al loro
figlio il cardinale Enrico ed ai figli del loro primogenito
Onorato, Pietro, divenuto signore di Sermoneta nel 1592,
e Ruggero. Nel 1595, grazie ad un chirografo di Clemente
VIII, i cetani alienaro Poggio Sommavilla ai Caccia,
i quali nel 1630 ne rivendettero una metà a Bernardino
Capponi. Il banco del Capponi fu dichiarato fallito
ad un mese dalla sua morte, avvenuta il 19 dicembre
del 1639. Nel 1642 la sua metà fu venduta a Pier Francesco
de Rossi, mentre l'altra passò dai Caccia ai Guiraud.
Poggio fu acquistato poi dai marchesi Canali di Rieti.
Infatti, l'8 novembre del 1816, fu il marchese Giovanni
Taddeo Canali a rinunciare ai suoi diritti feudali su
Poggio Sommavilla, che, con 83 abitanti, divenne appodiato
di Forano. Poco dopo la metà dell'Ottocento il castello,
divenuto appodiato di Collevecchio, era in gran parte
diruto, anche se sopravvivevano un bel torrione ed il
palazzo de Rossi,tra gli ultimi feudatari di Poggio
Sommavilla.
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