Centri storici e città d'arte
Cittaducale
 

Il vicus Aquae Cutiliae - S. Vittorino - La fondazione di Cittaducale

Nel territorio di Cittaducale numerosi sono gli insediamenti preistorici e protostorici che sono stati indagati qualche decennio fa, Campo Avello, Valviano, Ponzano. Tra questi un dei più importanti è quello lungo la valle Ottara a Petescia, il cui primo orizzonte culturale sembra essere collocabile nell'epigravettiano evoluto e quindi approssimativamente tra il 12.000 ed il 7.000 a.C. La frequentazione successiva sembra appartenere al neolitico, una fase datata al radiocarbonio intorno alla metà del IV millennio a.C. L'industria litica di questo periodo è stata vista come una naturale prosecuzione di quella epipaleolitica precedente. Caratteristiche le punte e le lame a dorso utilizzate nella stazione all'aperto interessata alla caccia del cervo ed alla pastorizia, molta anche la ceramica figulina e d'impasto, oltre a intonaco di capanna. Meno ricco invece lo strato successivo dell'età del bronzo.

Il vicus Aquae Cutiliae
Cotilia è senza troppi dubbi connessa intimamente con le principali vicende della leggenda sabina. Secondo la tradizione, Cotilia sarebbe stata un antichissimo centro abitato dai pelasgi e che sarebbe stato a loro volta conquistato dai sabini, al momento della loro irruzione nella valle del Velino dalle loro basi poste ai piedi del Gran Sasso. Nelle sue vicinanze sorgeva un celebre santuario dedicato alla dea Vacuna, punto di riunione cultuale per tutti i popoli vicini. Il lago di Cotilia, forse da identificare con l'odierno lago di Paterno, ma il forte carsismo dell'area consiglia prudenza in questo campo, era considerato nell'antichità l'Italiae umbilicus, almeno a dire di Varrone, ed era particolarmente famoso per un'isola che galleggiava sul pelo delle sue acque, probabilmente formata da rami d'albero, fogliame, canne ed erbe palustri cementate insieme dal calcare delle acque lacustri, ben note per il loro forte potere incrostante, come ricordava Plinio il Vecchio. Le sorgenti della zona erano ben conosciute nell'antichità per le loro qualità terapeutiche. Citate da Strabone nel I secolo a.C. e ricordate poi anche da Plinio il Vecchio e da Vitruvio, dovettero la loro fama all'uso continuativo che ne fecero sia Vespasiano che suo figlio Tito, che morirono ambedue in una villa di loro proprietà situaa nella zona. Svetonio ricordava infatti, narrando gli ultimi momenti della vita dell'imperatore Vespasiano, come egli fosse solito tornare tutti gli anni a Cotilia durante il periodo estivo, nella natia Sabina, per passarvi le acque e per trascorrervi un periodo di ferie. La fama di queste sorgenti si perpetuò ancora nei primi secoli dell'alto medioevo. Un ignoto cronista infatti vi ambientò il martirio di s. Vittorino, che, secondo al recita leggendaria, fu sospeso a testa in giù su di una sorgente di acqua sulfurea. s. Vittorino morì dopo tre giorni, avvelenato dall'acido solfidrico, un gas dal caratteristico odore di uova marce, che emanava dalle acque. Il suo corpo fu poi trafugato, trasportato e seppellito ad Amiterno, dove fu fondata una chiesa a lui dedicata, che divenne nel tempo notevolmente famosa e sede della chiesa cattedrale amiternina. Il luogo del martirio era ricordato ancora nel 971, quando fu visitato dal vescovo di Metz, Teoderico, al quale furono poi vendute delle presunte reliquie appartenute al santo. Le strutture d'età romana del vicus Aquae Cutiliae si estendono, intervallate, per circa 4 chilometri tra Caporío e Paterno, resti che furono ben visibili anche nel passato ed ai quali furono spesso attribuite funzioni o denominazioni senza alcun effettivo riscontro con la realtà e senza l'apporto di prove concrete e convincenti. Già alla fine del secolo scorso alcuni scavi effettuati nel 'podere Bonafaccia' avevano riportato in luce alcune parti delle così dette Terme di Vespasiano, che si articolavano in una serie di ambienti, nei quali vennero riconosciuti un caldarium, degli apodyteria, spogliatoi, ed altre parti di un impianto termale. Oggi questa zona termale non è più ben visibile, dato che le strutture riportate in luce sono state sia distrutte sia nuovamente rinterrate. Non lontano dal complesso termale erano presenti altri imponenti resti che si articolavano su quattro terrazzamenti della lunghezza di circa 400 m circa a partire dal tracciato dell'antica via Salaria ed a risalire verso le montagne retrostanti. Di recente, nei pressi della chiesa romanica di s. Maria in Cesoni, oggi rimasta in piedi soltanto in parte, sono stati compiuti alcuni lavori di restauro da parte della soprintendenza archeologica per il Lazio che hanno riportato parzialmente in luce una piscina della lunghezza approssimativa di 60 m e di una larghezza di circa 24, fiancheggiata sui lati settentrionale ed orientale da alcuni ambienti. La facciata settentrionale era scandita da nicchie rettangolari timpanate ed absidiole. Dietro questi primi ambienti correva un corridoio voltato, mentre la facciata orientale conserva una successione di ambienti rettangolari ed absidiole, oltre alla scala di accesso al piano superiore, solo in minima parte conservato. Parte centrale della parete settentrionale era un ambiente rettangolare di circa 45 m² di superficie che terminava in una abside di 4 metri di diametro. La parte superiore dell'abside, con un paramento in laterizi, presentava otto bocche rettangolari dalle quali in antico doveva sgorgare l'acqua che alimentava parte del complesso, dando vita ad una scenografia particolarmente suggestiva. In base alle tecniche edilizie adottate, è stata proposta recentemente una datazione del complesso tra la fine del II ed i primi decenni del I secolo a.C. In conseguenza tutta la struttura, tradizionalmente attribuita all'imperatore Vespasiano anche se senza molto fondamento, aveva già alle sue spalle una vita ben lunga. Le tappe dell'abbandono sono, nelle grandi linee, sufficientemente chiare. Tra V e VII secolo alcuni ambienti furono riutilizzati come luogo di sepoltura, segno evidente questo che il complesso monumentale era ancora abitato in questo periodo, o quanto meno frequentato, ma aveva assunto una funzione ben diversa. Con lo stanziamento longobardo vi fu insediata una curtis che apparteneva al gastaldo di Rieti Ilderico, poi confluita nel patrimonio farfense agli inizi del IX secolo. In questo periodo è ricordata anche una chiesa di s. Martino in Cesoni, mentre la chiesa di s. Maria è menzionata per la prima volta nel 1153, pur dimostrando le sue strutture un'antichità ben maggiore. Nei primi decenni dell'XI secolo il sito venne incastellato, un accentramento però destinato a fallire nel breve periodo, alla fondazione di Cittaducale. Nel medioevo una parte del sistema di adduzione delle acque venne riutilizzato per alimentare alcuni mulini, uno dei quali, parzialmente in rovina, era stato costruito ai margini delle strutture romane riutilizzandone alcune parti.

S. Vittorino
Il luogo del martirio di s. Vittorino era ricordato da una piccola chiesa già nota in alto medioevo. Il santuario non era particolarmente imponente, così che nel 1606 fu deciso di costruire al suo posto una chiesa caratterizzata da maggior monumentalità dedicata alla Madonna. la comunità di Cittaducale diede l'incarico della progettazione e dell'esecuzione dei lavori al maestro Antonio Trionfo, originario di Domodossola. La fabbrica fu terminata intorno al 1613, come ricorda l'iscrizione posta sull'architrave della porta principale, ma il suo destino era già segnato dal momento che l'edificio era stato costruito su di una zona acquitrinosa, peraltro soggetta anche a forti fenomeni carsici. Il lento sprofondamento della chiesa ha subito di recente una brusca accelerazione, dovuta sia ad eventi sismici sia all'aumentato afflusso della sorgente che sgorga all'interno della chiesa, fenomeni che hanno provocato il crollo di gran parte delle strutture. I lavori di consolidamento delle strutture, ormai ampiamente degradate hanno causato il prosciugamento. Per questi lavori è stata prosciugata la sorgente che sgorgava all'interno della chiesa, fatto che ha generato la perdita della suggestione che lo scenario in precedenza presentava.

La fondazione di Cittaducale
La fondazione di Cittaducale fa parte di una complessa opera di ristrutturazione e di riorganizzazione delle forme insediative oprata dagli angioini tra XIII e XIV secolo sul confine settentrionale del regno di Napoli. Preceduta da un meticoloso controllo della frontiera compiuto nel 1307 per ordine di re Carlo II, per contrastare con maggior efficacia la spinta espansiva del comune reatino, particolarmente forte agli inizi del Trecento, e le resistenze della nobiltà rurale locale, nel 1309 fu fondata la città che prese il nome dal figlio di Carlo lo Zoppo, Roberto duca di Calabria. Le modalità della fondazione furono le stesse già sperimentate in precedenza all'Aquila ed a Leonessa. Nel nuovo insediamento furono accentrati parte degli abitanti dei castelli e dei villaggi limitrofi, ai quali fu assegnata una particolare area all'interno della città, il 'quarto' che prese il nome dalla chiesa che vi veniva costruita e che aveva lo stesso nome della chiesa più importante della zona di origine. I quarti erano quello di s. Croce, nel quale erano raggruppati gli abitanti provenienti dalla zona di Cantalice e Lugnano; di s. Maria nel quale si accentrarono gli abitanti provenienti dalla zona di Paterno e dalle aree limitrofe della valle del Velino; di s. Giovanni che accolse coloro che provenivano dalla montagna e dalle zone più prossime della valle del Velino; di s. Antimo, che comprendeva coloro che erano originari di Calcariola, Ponzano s. Rufina ed aree limitrofe. Questo fatto causò ovviamente la crisi irreversibile degli insediamenti collocati in aree marginali e quindi più fragili economicamente, che furono pertanto abbandonati, senza avere al contrario effetti, almeno sul lungo periodo, sugli insediamenti economicamente più solidi, che resistettero all'abbandono ed allo spopolamento. Il progetto urbanistico fu elaborato da Enrico de' Recuperantis, architetto ed ingegnere pisano, ideatore dell'impianto urbanistico di Cittaducale. Asse principale ne fu l'attuale corso Mazzini, in antico definito più semplicemente via recta, che congiungeva la porta inferiore, oggi scomparsa, alla porta superiore o di s. Magno, oggi detta porta Napoli, in parte conservata. L'impianto urbanistico ha il suo centro nella piazza su cui affacciavano, oltre alla chiesa di s. Maria del Popolo, poi cattedrale, il palazzo comunale, uno dei primi edifici ad essere costruiti all'indomani della fondazione. Del palazzo, che in antico era molto articolato e complesso, oggi profondamente alterato nelle forme, resta soltanto la torre civica. Cittaducale nel marzo del 1539 entrò a far parte dei possedimenti di Margherita d'Austria, figlia dell'imperatore Carlo V. Madama d'Austria nel 1568 decise di stabilire la propria residenza in Cittaducale ed il consiglio comunale decise all'unanimità di destinare il palazzo comunale a residenza di Margherita. I lavori di ristrutturazione procedettero alacremente, ma a completarne il disegno fu convocato il Vignola che il 25 agosto stilò il progetto di ridistribuzione degli spazi interni, che veniva fortemente limitato dalla difficoltà frapposte dalle strutture preesistenti. Il palazzo, così trasformato, divenne meta di personaggi potenti. Nei saloni si ballava, si svolgevano feste mascherate, si recitavano commedie. Questa atmosfera così brillante, che aveva coinvolto tutta la città, sfumò rapidamente, al momento in cui, nel 1572, Madama d'Austria dovette trasferirsi all'Aquila per assumere la carica di governatore degli Abruzzi. Gli altri edifici che completavano la piazza sono stati in parte ristrutturati, come la chiesa degli agostiniani, palazzo Pagani, poi del Capitano e dei Malatesta con il porticato massiccio, palazzo Bonafaccia e palazzo Maoli, o trasformati nelle funzioni, come l'episcopio, quando, agli inizi del Cinquecento, la città divenne anche sede di diocesi. Cittaducale mantenne costantemente il suo ruolo di insediamento di confine contrapposta con la vicina Rieti, con la quale divamparono spesso conflitti dovuti alla difficile demarcazione della frontiera.