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Casaprota
 

Collelungo

Nel territorio di Casaprota sono stati rinvenuti a più riprese iscrizioni ed altri reperti d'età romana che ne attestano la frequentazione in questo periodo e la presenza di strutture agricole, come ville rustiche o fattorie, che punteggivano, sparse la zona. Questa forma di insediamento caratterizzò l'area anche per tutto l'arco del medioevo, quando, a più riprese, a partire dal 776 compare il toponimo "Casa Perotis o Perotae", compreso inizialmente nel fisco del duca di Spoleto Ildebrando, ma poco a volta acquisito dall'abazia di Farfa, attraverso un paziente opera di ricomposizione anche di altre quote di proprietà detenute da alcuni longobardi. Nell'VIII e nel IX secolo il territorio circostante fu sottoposto ad una forte azione di conquista agraria che comportò anche l'impianto di castagneti, poi scomparsi nel tempo e sopravvissuti soltanto a livello toponimico. Nei primi decenni del secolo X, probabilmente per iniziativa degli stessi monaci, vi fu fondato un castello, che fu rapidamente alienato dall'abate Campone e concesso alla moglie Liuzza ed ai figli. Dopo questo moneto le tracce del castelo e dei suoi signori si perdono le tracce per molto temo e soltanto sullo scorcio del XII secolo, sotto il pontificato di Celestino III, si ha notizia di una controversia che opponeva i de Romania, la più potente famiglia nobile della Sabina, alla consorteria dei Camponeschi, fortemente radicata sui monti Sabina, per il possesso della chiesa di s. Angelo di Casaprota. Questo fatto farebbe prefigurare che il castello appartenesse ai de Romania, tanto più che agli inizi del Quattrocento signori ne erano i Brancaleoni, un ramo degli stessi de Romania, staccatosi tra XII e XIII secolo, mentre del tutto priva di fondamento è la notizia che i Soderini ne avessero avuta nel Duecento la signoria. Dai Brancaleoni Casaprota passò nello stesso periodo agli Orsini, fino al 1604, anno nel quale il castello fu incamerato dalla camera apostolica ed inserito, subito dopo nel governatorato di Sabina, con sede in Collevechio. Con la definitiva riorganizzazione dello stato della Chiesa operata nel 1817, Casaprota, con 250 abitanti, fu appodiata a Mompeo, inclusa quindi nel distretto di Poggio Mirteto, governo di Fara. Divenuta successivamente comune autonomo, nel 1853 contava 500 anime, delle quali 50 abitanti in campagna, per complessive 92 famiglie residenti in 91 case sotto l'unica parrocchia dedicata a s. Domenico. La rocca, non molto grande, appariva già fortemente degradata. Un miglio lontano dalle mura c'era il convento soppresso dei carmelitani, chiamato Maria santissima delle Grazie. L'immagine delle Madonna conservata nella chiesa di s. Maria della Croce, posta alle pendici del colle di Casaprota, era ritenuta miracolosa. Il convento annesso era stato soppresso, ma due cappellani provvedevano alla celebrazione dei sacri riti. In paese vi erano due negozianti di generi diversi, quattro di cereali, due sarti, un calzolaio e una rivendita di sali e tabacchi. Presente anche un medico e la farmacia Palmucci. Ancor oggi nel tessuto urbano di Casaprota si trovano tracce del passato. La porta di accesso rinascimentale mostra gli alloggiamenti in pietra per i cardini del portone e la copertura interna con una volta a botte. L'antico palazzo signorile - oggi Filippi - che si erge nella parte più alta del paese presenta una facciata molto semplificata nella quale si aprono finestre cinquecentesche, sulla quale si staglia una torre circolare.Il palazzo appartenne dapprima ai Gentili, poi, per successione, ai Vincenti Mareri, che avevano nella zona cospicui interessi e molti beni fondiari. La famiglia nobile reatina utilizzava Casaprota come sede di villeggiatura estiva, non disdegnado di compiere interventi munici. Ad esempio la chiesa parrocchiale di s. Domenico fu restaurata ed ampliata dal cardinale Ippolito Vincenti Mareri agli inizi dell'Ottocento, mentre nel 1735 erano stati corrisposti 8 scudi a Paolino Benedetti, campanaro di Rieti, per la fusione della campana della stessa chiesa.

Collelungo
Il toponimo "Collelungo" è molto comune, fatto questo che rende arduo ed arrischiato proporre identificazioni certe, in particolare quando gli elementi a disposizione sono vaghi e non univoci. Nel caso di Collelungo infatti nessuna delle citazioni contenute nelle carte farfensi si riferisce, contariamente a quanto continuamente asserito, all'insediamento attuale, le cui origini pertanto sembrano destinate a restare nell'ombra. Le prime notizie certe di Collelungo compaiono soltanto nel XIV secolo nelle liste del sale del comune di Roma e nel registro delle chiese della diocesi di Sabina del 1343, che mostra la presenza nel suo territorio di numerose chiese e cappelle, soggette però alla già citata chiesa di s. Angelo, che era arcipresbiterale. Nessuna notizia però su chi fossero i signori del castrum fino agli inizi dl 1400, quando si riesce a ricostruire, anche se soltanto parzialmente, la suddivisione delle quote di cosignoria castrense che erano ripartite tra i Sanguigni ed i Mareri. Nel 1427, Branco Sanguigni ne vendette un sesto, del quale un diciottesimo spettante ai Mareri, a Francesco Savelli, che, nel 1445, la rivendette agli Orsini, che sembrano essere gli altri condomini del castello, dato che nel 1480 ne risultano unici signori. La famiglia baronale romana mantenne il possesso di Collelungo fino al 1604, quando il castello sabino fu incamerato. Al momento della definitiva riorganizzazione dello stato della chiesa nel 1817, Collelungo, che contava 293 abitanti. Nel 1816 era stato incluso nel distretto di Poggio Mirteto come appodiato di Poggio San Lorenzo, poi nel distretto di Rieti e appodiato di Monteleone. Successivamente divenne apodiato di Casaprota. Nel 1853 351 erano gli abitanti, 15 dei quali abitavano in campagna, a formare 80 famiglie che occupavano 79 abitazioni. La chiesa parrocchiale era intitolata alla Madonna della Neve, mentre il patrono era s. Clemente papa, la festa cui era celebrata con gran pompa. Vicino al paese c'era una chiesa dedicata al pontefice, eretta secondo la tradizione sui resti della villa di Faustino, suo genitore. Nel paese c'erano due negozianti di generi diversi, un orzaiuolo, un calzolaio, tre ebanisti, un sarto, uno sediaro, uno stracciarolo e ben 18 crivellari. L'unica mola a grano apparteneva ai Filippi.