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Cantalupo
 

Il Palazzo Camuccini

Grazioso paese posto su di uno sperone, che divide la valle dei torrenti Aia e Galantina. Fu possesso dell'Abbazia di Farfa fino al XIII secolo, poi feudo di varie famiglie nobili romane. Sulla piazza principale si erge il Palazzo Camuccini, di scuola vignolesca, fatto costruire nel XVI sec. dal cardinale Conato Cesi. Vi si conservano numerose opere d'arte, tra le quali dipinti del Camuccini, Dossi, Bassano, Rubens e collezioni di armi, monete ed autografi. Raccoglie inoltre alcune iscrizioni facenti parte di antichi templi romani o di sepolture pagane.


Nel territorio di Cantalupo esistono i resti di una grande villa rustica romana in località Tulliano. Il toponimo ha ingenerato nel passato fantasiose ipotesi, come quella che nel Tulliano dovesse riconoscersi una villa appartenuta a Marco Tullio Cicerone, nessuna prova certa esiste però che possa avvalorare una simile ipotesi. Le rovine peraltro sono imponenti anche se in parte degradate da recenti lavori. Il castello di Cantalupo compare per la prima volta nelle carte farfensi nel 1037, citato marginalmente in una donazione di beni fondiari al monastero, anche se il toponimo è attestato già in X secolo. Non è possibile quindi in base a questi scarni dati delineare meglio le origini del castello, che non entrò mai, se non in modo del tutto marginale, nell'orizzonte dell'abbazia di Farfa. Da questo momento in poi una vasta lacuna documentaria non consente di seguire la sorte del castello per almeno due secoli. Sfuggito al controllo della curia romana fin sullo scorcio del XII secolo, nel successivo fu inglobato nello stato della Chiesa, nel 1278, infatti, gli abitanti prestarono giuramento di fedeltà a papa Niccolò III. In questo periodo il castello passò alla famiglia baronale romana dei Sant'Eustachio. Tebaldo di Sant'Eustachio, quando nel 1308 aveva sposato Margherita Boccamazza, nel contratto di matrimonio aveva obbligato come beni dotali, a fronte di un versamento di 1.800 fiorini d'oro, i castelli di Cantalupo, di Catino e di Forano. Cantalupo nella strutturazione del distreto romano compiuta nel 1363 fu incluso nella provincia di Sabina, con una imposta di 10 libbre di sale. Sullo scorcio del secolo Paolo Savelli occupò con la forza il castello sottraendolo a Paola Stefaneschi, vedova di Giovanni di Sant'Eustachio. Confiscato al figlio Battista gli fu reso nel 1410 da Giovanni XXIII, che aveva confermato i patti che Malatesta Malatesti aveva incominciato a trattare per incarico di Alessandro V. Inserito stabilmente nella signoria dei Savelli in Sabina, nella primavera del 1462 Cantalupo, in seguito alla ribellione di Giacomo, fu preso dalle truppe di Federico da Montefeltro, che già l'anno precedente aveva tentato di espugnarlo, ma senza molti risultati. Gli abitanti all'urto delle macchine belliche del Montefeltro abbandonaro la parte inferiore del castello e si rifugiarono nella superiore, dove resistettero per parecchi giorni, finché la torre che era nella rocca maggiore, colpita dalle bombarde, crollò a terra. Pio II, qualche tempo dopo, transitando per Cantalupo lo trovò ancora in rovina per gli effetti dell'assedio. Nel 1463 il castello fu venduto a mons. Giorgio Cesarini, in società con i fratelli della Valle e Marcello Rustici, ma nel 1468 I Savelli lo riacquistarono a loro volta. Nel 1501 fu nuovamente tolto alla famiglia baronale e assegnato a Giovanni Paolo Orsini da papa Alessandro VI, per tornare in suo possesso alla morte del Borgia, nel 1503. Passato alla famiglia Gaddi per matrimonio, Paola Savelli lo riottenne in permuta nel 1535, per passare nel 1565 ai Cesi, come dote per il matrimonio di Paola Savelli con Marcant'Antonio nipote del cardinale Pier Donato, duca d'Acquasparta. Con chirografo del 9 gennaio 1697 fu autorizzata la vendita del feudo di Cantalupo, eretto a principato, al marchese Guido Vaini. Nel 1722 alla morte del Vaini il castello passò in eredità alla figlia Angela, che aveva sposato Luigi Lante della Rovere. Il principato di Cantalupo fu posto in vendita da don Vincenzo Lante nel 1804 e fu dapprima comprato dal barone Filippo Cappelletti, dall'abate Giovanni Battista Nardi e dal marchese Giacomo Simonetti, vera anima dell'acquisto, per 40.000 scudi, dei quali 10.000 versati, per essere subito dopo ceduto al patriziato sabino, ricostituito da papa Pio VII con un motu proprio del 6 dicembre del 1800. Il 30 settembre del 1817 il patriziato di Sabina rinunciò ai suoi diritti feudali su Cantalupo. Nel nuovo ordinamento dello stato pontificio decretato il 26 novembre dello stesso anno dal cardinal Consalvi, il castello, abitato da 559 persone, fu inserito nel distretto e governatorato di Poggio Mirteto. Nel 1853 la popolazione era salita a 739 persone, delle quali 264 risiedavano in campagna, le famiglie erano 147 ed occupavano 137 case. La chiesa arcipretale era dedicata all'Assunta, in onore della quale si celebrava la festa patronale la domenica compresa tra l'ottava. Nel paese c'erano negozianti di vino, una bottega di spiriti, un'osteria, una drogheria, un caffè, un macello, una pizzicheria, una bottega di pellami, una di ferri lavorati, una rivendita di sali e tabacchi, un sarto, dei calzolai, sei carrettieri, un maestro di scuola, una locanda e due alberghi. L'assistenza sanitaria era curata da un medico chirurgo che aveva uno stipendio di 240 scudi e dalla farmacia Allegrucci. Fuori porta S. Biagio c'era il convento dei carmelitani calzati. Tre le fiere: una per s. Biagio, il 3 febbraio; una di s. Adamo, il 3 maggio che si celebrava nell'omonima chiesetta rurale; l'ultima di s. Vincenzo la quarta domenica di luglio.

Il Palazzo Camuccini
Di particolare importanza nel centro storico di Cantalupo è il palazzo Camuccini, costruito a pianta rettangolare con la facciata ed il portico scanditi da cinque ordini di arcate a tutto sesto, sovrastati da una loggia, da un cornicione decoarato e dalla terrazza. Il palazzo fu fatto costruire nelle forme attuali dal cardinale Donato Cesi nel XVI secolo. Il progetto fu elaborato dall'architetto Gian Domenico Bianchi di Milano, un architetto che aveva lavorato con i Cesi ad Acquasparta, coadiuvato probabilmente anche dal Guidetti. Da ricordare che il Bianchi lavorò anche a Rieti al palazzo Vincentini, l'attuale prefettura, ed a lui si deve la loggia, simile a quelle di Acquasparta e di Cantalupo, ed al portale del palazzo Teodonari, oggi Falconi. Da ricordare anche che alle decorazioni del palazzo lavorarono molte maestranze lombarde. Le stanze del piano nobile sono decorate a grottesche e soggetti mitologici attribuiti alla scuola degli Zuccari. Nella seconda metà dell'Ottocento il barone Giovanni Battista Camuccini, figlio del celebre pittore neoclassico Vittorio, costituì nella residenza di Colle Calvio, acquistata nel 1853 dal marchese Tiberi, e nel palazzo di Cantalupo acquistato nel 1862 dal proprietario, il principe de Podenas, una grande ed importante collezione di materiali archeologici. Insieme a questa collezione sono presenti anche una sezione storico-artistica, raccolta di materiali provenienti dall'archivio comunale di Cantalupo, disegni, cartoni e bozzetti di Vincenzo Camuccini, dipinti di varie epoche, ed una notevole armeria che conferiscono alla struttura museale un particolare fascino, aumentato dalla collocazione in un palazzo di indubbia monumentalità. Il nucleo originario della sezione archeologica era costituito da numerosi pezzi in ottimo stato di conservazione, tra i quali buccheri e vasellame vario di provenienza etrusca, di età orientalizzante, arcaica, ellenistica, anche statue, epigrafi, bronzi e monete di varie epoche, che in precedenza erano conservati a Roma nel palazzo Cesi in via della Maschera d'Oro, anch'esso acquistato dai Camuccini. Questa collezione fu ingrandita in Sabina con l'acquisto di reperti, in gran parte marmorei, provenienti dalla zona o acquistati sul mercato antiquario romano, fatto questo che rende difficile individuare con precisione la provenienza di questo materiale. Il museo fu allestito tra il 1862 ed il 1870 e rimase aperto al pubblico, su richiesta, fino al 1943. Successivamente parte della collezione si è dispersa in parte a causa di una complessa spartizione ereditaria in parte in seguito a furti e sottrazioni.