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Cantalice
 

Gli insediamenti medievali abbandonati

La prima citazione di Cantalice risale al 1081. Nel 1150, all'indomani della conquista normanna, il castrum era feudo in capite di Giovanni di Fortebraccio, che l'aveva concesso in suffeudo a Pandolfo di Cantalice. L'insediamento era articolato nella rocca, di cui oggi resta la torre con cisterna interna, riattata e risistemata più volte, come attesta la forma in parte cilindrica in parte rettangolare, che dominava dal ripido sperone l'accesso alla montagna ed il villaggio che si era formato poco a volta ai piedi della struttura fortificata. La chiesa parrocchiale rinascimentale è dedicata a s. Maria del Popolo, mentre la settecentesca chiesa di s. Felice, che sorge ad alcuni chilometri dall'abitato, ricorda il cappuccino originario del posto ed elevato alla gloria degli altari. Ultimo abitato del regno napoletano, Cantalice ebbe lunghe e spesso violente controversie territoriali con Rieti e con i castelli vicini. Dopo un iniziale tentativo di Rieti di attrarre in città gli abitanti di Cantalice, attuato nel 1304 per mezzo di un invito all'inurbamento con la concessione di privilegi ed esenzioni fiscali, i primi disaccordi vennero in luce pochi decenni dopo, per aumentare di asprezza tra XV e XVI secolo, quando si inserirono nel contesto di una instabilità generalizzata una serie di microconflitti territoriali con i comuni limitrofi di Poggio Bustone e di Rivodutri, spalleggiati da Rieti. In questo clima di endemica guerriglia le fortificazioni del castello furono in più occasioni rinforzate, come nel terzo decennio del Cinquecento, come attesta una epigrafe murata su di uno dei bastioni superstiti. Quest'opera di consolidamento si mostrò di particolare utilità, infatti, quando nel 1577 le truppe reatine, rinforzate da contingenti francesi e pontifici, sferrarono un duro attacco per conquistare ed assoggettare il castello, Cantalice riuscì a rintuzzarlo grazie alla solidità dell'apparato fortificatorio. Il successo fu talmente enfatizzato che sulla porta inferiore, probabile epicentro degli scontri fu scritta in ricordo "Haec porta Scea civitatis", attingendo alla famosa porta Scea dell'omerica Troia. La resistenza cantaliciana fu poi premiata dal viceré Ferdinando Alvarez di Toledo, duca d'Alba, con una esenzione per venticinque anni dalle imposte e con il privilegio di sostituire nell'arma il cimiero che era costituito da un leone con l'aquila imperiale ad ali spiegate e di scrivere il motto "Fortis Cantalica Fides". L'impresa fu poi solennizzata in una epigrafe collocata su porta da Capo, visibile, insieme agli stemmi del re Filippo II, della casa Farnese e del vescovo della diocesi di Cittaducale, che era riconoscibile ancora nel secolo scorso fino al crollo della porta. Nel 1539 Cantalice fu infeudata dall'imperatore Carlo V alla figlia naturale Margherita d'Austria, sposa di Alessandro de' Medici ed in seconde nozze di Ottavio Farnese. Il dominio farnesiano su Cantalice durò fino al Settecento. Nel 1731 infatti si estinse la linea maschile con la morte del duca Antonio ed i beni allodiali passarono ad Elisabetta Farnese moglie del re di Spagna, Filippo V e, subito dopo con l'ascesa al trono delle due Sicilie di suo figlio Carlo III, fu ridisegnato l'assetto giurisdizionale del regno, mentre Cantalice già dal 1716 aveva avuto l'autorizzazione a scindersi dal governo di Cittaducale e la nomina di un proprio governatore. Questo processo di sviluppo economico e sociale ebbe il suo coronamento con la concessione del titolo di "città". Le controversie tra Rieti e Cantalice diedero anche spunto al poeta Loreto Vittori di Spoleto per comporre un poema in ottave dal titolo paradigmatico di "La troja rapita", imitando la ben più celebre composizione del Tassoni, che attribuiva ai cantaliciani l'oltraggioso rapimento di una scrofa ai reatini, pretesto per la rottura di una delle tante paci stipulate nel tempo. Tra gli uomini illustri di Cantalice da segnalare tra gli altri mons. Giovan Battista Valentini, detto il Cantalicio, vissuto a cavaliere tra Quattro e Cinquecento, conosciutissimo all'epoca per la sua erudizione e per l'accurata conoscenza della lingua latina, tanto da essere chiamato alle corti di papa Borgia e dei Medici. Per quanto riguarda il territorio di Cantalice da segnalare l'importante villa romana esistente in località Capo d'Acqua che ha restituito durante recenti indagini di superficie circa 89 kg di marmi di importazione. Il sito però non ha preservato strutture particolarmente significative.

Gli insediamenti medievali abbandonati
Nel territorio di Cantalice erano presenti altri insediamenti minori ricordati dalle fonti medievali. Nel catalogus baronum Rainaldo da Barete deteneva in capite il feudo di Tagliata, mentre Pandolfo da Cantalice deteneva da lui in suffeudo Butro, un piccolo castello posto proprio sulla linea di confine e che, nel tempo, passò più volte di possesso prima di essere stabilmente inserito all'interno del territorio del contado reatino. Lo stesso Pandolfo deteneva in suffeudo, questa volta però da parte di Giovanni di Fortebraccio, la rocca di Cantalice e Colle Mattutino.