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S.
Giovanni in Leopardis - Il tumulo di
Corvaro - Il medioevo - Collefegàto
- Corvaro - Torano
Il
territorio del comune di Borgorose è caratterizzato
da una fitta presenza di insediamenti umani grazie alla
sua funzione di snodo e di raccordo tra varie vallate
appenniniche. Le prime tracce di questo popolamento
risalgono all'età del bronzo antico e medio individuate
durante l costruzione della superstrada nella piana
di Corvaro. Numerose poi sono le strutture in opera
poligonale, in alcuni casi templi, in altri centri fortificati,
in altri ancora forse basamenti di ville rustiche d'età
romana o, più semplicemente, mura di terrazzamento realizzate
per scopi agricoli. Ulteriori importanti siti sono stati
recentemente individuati su molte alture prospicienti
la vallata, in gran parte centri fortificati, oppida
e castella, probabilmente costruiti dagli equi, etnia
appartenente al gruppo osco-umbro, che occupava, oltre
ad una gran porzione della valle del Salto, l'alta e
la media valle dell'Aniene, le conche del Fucino e di
Carsoli. I principali oppida sono quello di Monte Frontino
a 1167 m sopra s. Stefano di Corvaro, di Colle Civita
(951 m) sopra il cimitero di Spedino, di Castelluccio
(932 m) sopra le Ville.
S. Giovanni in Leopardis
Tra
i santuari italico-romani il più interessante è senza
molti dubbi quello di s. Giovanni in Leopardis, alla
periferia di Borgorose, formato da un recinto grosso
modo quadrangolare, realizzato in opera poligonale,
con 20 metri per ciascuno dei tre lati conservati. Il
podio del tempio fu poi riutilizzato per inserirvi la
cripta della chiesa romanica con colonne sormontate
da capitelli zoomorfi ed antropomorfi, rubati alcuni
anni fa. Nei pressi del bivio di Corvaro sulla nuova
superstrada si notano sulla destra in direzione di Rieti
al di sotto della chiesetta di s. Maria delle Grazie
dei resti abbastanza imponenti di un muraglione in opera
poligonale di III maniera, al quale si sovrappone un
altro tratto di muro in opera quasi-reticolata. Questo
complesso era probabilmente pertinente ad una villa
rustica romana insediata ai margini della fertile piana
di Corvaro, all'indomani della romanizzazione avvenuta
ta IV e III secolo a.C. Molti altri tratti sono segnalati
in diversi siti come ad esempio a s. Anatolia in località
Ara della Turchetta, all'Arencuncola, a s. Savino, a
Bocca di Teve, a s. Mauro in Fano, toponimo quest'ultimo
che induce a prefigurare una sovraposizione di un culto
cristiano ad uno pagano, senza che per molti di loro
si possano precisare con certezza l'origine e le funzioni.
Per quanto riguarda l'età romana in particolare sono
da segnalare anche i resti in località Colle Pezzuto,
forse un vicus, con nei pressi i resti di un monumento
funerario, o quelli in località Campo di Mezzo, lungo
la via che dalla piana conduceva ad Alba Fucens percorrendo
la valle di Cartore. Numerose anche le epigrafi di età
romana sparse qua e là per il territorio, spesso reimpiegate
in fontane pubbliche.
Il
tumulo di Corvaro
Dal punto di vista archeologico, però, l'emergenza di
gran lunga maggiormente rilevante si trova presso Corvaro
in località Montariolo. Si tratta di un enorme tumulo
costituito da terra e pietrame di varie pezzature scandito
da alcune rozze costolatura a raggiera e delimitato
da un cordolo realizzato con lastroni di calcare locale
ben squadrati soltanto in parte conservato. La struttura
aveva un diametro di circa 50 metri mentre si elevava
sul piano di campagna per circa 3,70 metri. Gli scavi
in atto permesso di chiarire alcune fasi della costruzione
del tumulo funerario, al cui centro ne era presente
uno di dimensioni molto minori, circa 11 m di diametro,
che fu inglobato dalla nuova struttura in una complessa
opera di monumentalizzazione compiuta intorno alla metà
del VI secolo a.C. Fino ad oggi, lo scavo non è stato
completato, sono state riportate in luce oltre un centinaio
di tombe, realizzate in fosse terragne delimitate da
grossi spezzoni di pietre calcaree, il cui arco cronologico
va dalla fine del IX secolo a.C. al II-I a.C., in un
periodo quindi successivo alla romanizzazione. I corredi
funerari sono molto semplici e piuttosto omogenei per
il periodo arcaico e sono caratterizzati dalla assenza
quasi totale di ceramica. Nella tomba più antica, ascrivibile
alla fase iniziale della prima età del ferro, è stata
ritrovata una fibula ad arco serpeggiante, mentre all'interno
del tumulo realtivo a questo periodo sono stati rinvenuti
un vaso d'impasto monoansato e, a circa 10 metri di
distanza, una ciotola d'impasto. Per le tombe maschili
di cronologia più alta i corredi sono principalmente
costituiti da armi da offesa e da fibule solitamente
poste all'altezza del petto. Tra le armi le tipologie
più rappresentate sono punte di lancia e di giavellotto
in ferro con relativo sauroter di varia lunghezza, con
immanicatura a cannone e lama fogliata o triangolare
costolata, spade con elsa a croce a due fendenti, pugnali
con elsa a stami. Tra le fibule, la gran parte bronzee,
i tipi più diffusi sono quelli a riccio e del tipo Certosa.
Le tombe femminili più antiche hanno invece restituito
essenzialmente placche di cinturone a pallottole riportate
del tipo diffuso in area italica e bacili bronzei con
orlo perlato. Un forte cambiamento nei corredi avviene
al momento della romanizzazione, avvenuta tra IV e III
secolo a.C. Nelle tombe maschili infatti scompaiono
le armi, mentre appaiono strigili in ferro accompagnati
in alcuni casi da balsamari acromi, ad indicare un radicale
cambiamento dei costumi e dello stile di vita. Le tombe
femminili invece sono caratterizzate dalla presenza
di piccoli specchi d'argento o di specchi in bronzo
in taluni casi con manici decorati a testa di cervo,
di balsamari fittili, di fibule in ferro, di perline
in pasta vitrea. Una necropoli simile a questa di Corvaro
è stata poi individuata e parzialmente scavata a Caa
di Cartore, località Arioli, con tumuli di 30-35 m di
diametro e grosse stele in pietra, alcune alte anche
3 m. A non molta distanza dal tumulo di Corvaro, sempre
nella piana, nel secolo scorso fu individuata un'area
sacra in località s. Erasmo, alla quale era forse connessa
una sorgente, alla cui acqua venivano attribuite proprietà
taumaturgiche. Dell'area sacra è ancora in parte visibile
il podio. Nell'agosto del 1956 avvenne nei pressi dell'area
sacra il ritrovamento di un piccolo deposito di votivi,
oggi conservati nel museo nazionale romano. Successive
ricognizioni permisero l'identificazione di altri podi
e definirono meglio l'articolazione dell'area sacra.
Tra i materiali votivi, oltre ad un piccolo gruppo di
monete, forse pertinenti al deposito e datate tra il
211 ed il 79 a.C., sono presenti molti che rappresentano
parti anatomiche, circa 1/3, braccia, mani, piedi, gambe,
organi genitali maschili, mammelle, uteri; le statuette
raffiguranti animali sono rappresentate da 16 bovini
ed un equino; tra la ceramica molto diffusa la vernice
nera, un unguentario in ceramica comune; per i votivi
metallici chiodi, spiedi, punti di lance con relativi
sauroter.
Il medioevo
Il territorio di Borgorose offre anche per quanto riguarda
il medioevo numerosi siti di grande rilevanza che si
riferiscono in particolar modo alla sfera religiosa
- chiese, monasteri, conventi, romitori - ed a quella
militare - rocche e castelli. Il periodo altomedievale
fu caratterizato dalla forte diffusione del monachesimo
benedettino nell'area, che, grazie al favore dapprima
di duchi e di re longobardi, successivamente di re e
di imperatori franchi, costituì una fitta reti di curtes
e di villaggi contadini che ruotavano intorno alle celle
monastiche. Furono queste i centri pionieri per la riconquista
agraria di un territorio connotato da condizioni climatiche
particolarmente sfavorevoli che rendevano maggiormente
redditizio l'allevamento del bestiame rispetto alle
pratiche agrarie limitate alle rare piane alluvionali
ed alle vallecole laterali. Le abbazie di Farfa, di
s. Salvatore maggiore e di s. Pietro in Valle presso
Ferentillo in Umbria non soltanto diedero un forte impulso
alle attività economiche, ma contribuirono grandemente
alla cristianizazione della zona, che trovò il centro
di mggior rilevanza nella chiesa di s. Anatolia, intitolata
alla santa sabina martirizzata secondo la tradizione
insieme a s. Vittoria. Importanti anche i romitori che
punteggiano le pendici della Duchessa. Da ricordare
in particolare l'eremo di s. Costanzo a Bocca di Teve,
raggiungibile percorrendo uno stretto sentiero che si
inerpica lungo la costa rocciosa fino a raggiungere
e superare i 1.200 m. La grotta, lunga più di 12 m ed
alta in media 4, è stata adattata con scavi e partizioni
murarie alla funzione religiosa, all'interno della cavità
è stata anche ricavata una cisterna circolare che raccoglie
le acque che stillano attraverso la parete rocciosa.
Ben noto anche l'eremo di s. Leonardo ricavato sotto
un riparo a quota 1.180 m nel vallone di Fua. Il monastero,
così lo definiscono infatti le fonti che lo ricordano
a partire dal 1153, è di difficile accesso ed è collegato
a Cartore da uno stretto sentiero. All'edificio religioso,
mossi da un'antica religione popolare, si recavano i
pellegrini affetti da malattie articolari che, per curarsi,
prelevavano frammenti di minerali ferrosi nei pressi
dell'altare dedicato al santo. S. Leonardo dipendeva
dal monastero romano di s. Paolo fuori le Mura. Importante
anche l'antico monastero di s. Maria de Valle, che nel
1252 era ancora sui iuris, e dal quale dipendevano le
chiese di s. Anatolia e di s. Lorenzo di Cartore. Presso
Torano da ricordare la chiesa oggi diruta di s. Martino,
a tre navi e che nel tempo ha subito notevoli rimaneggiamenti
e ristrutturazioni, nominata per la prima volta dalle
fonti nel XII secolo. La chiesa, che aveva alle sue
dipendenze molte cappelle, mantenne la cura d'anime
per tutta l'età medievale e fin dopo il concilio di
Trento, quando la chiesa castrale di s. Pietro, di particolare
rilevanza architettonica, che è ricordata nel 1252,
subentrò nel ruolo.
Collefegàto
L'insediamento originario della zona dell'attuale Borgorose
era Collefegàto, il cui etimo significa letteralmente
"Colle dato in feudo", abbandonato per gran parte agli
inizi del secolo a favore del Borgo che era gradualmente
cresciuto lungo la strada. Successivamente si è perduto
il significato del toponimo e l'accento è slittato,
modificandone e stravolgendone totalmente il senso,
tanto da indurre al cambiamento nel più anonimo nome
attuale. Le origini del castello sono ignote, l'etimo
ci ha tramandato, però, anche se per sommi capi la storia
del colle concesso in feudo ad un ignoto personaggio
da un ente, laico o religioso, anch'esso destinato a
restare sconosciuto. Sull'altura infeudata fu fondato
in seguito l'insediamento fortificato che dominava contemporaneamente
la piana di Corvaro e la valle del Salto. Il castello
alla metà del XII secolo apparteneva all'ultimo conte
di Rieti Gentile Vetulo. Non si conoscono le tappe successive
e quali signori abbiano dominato sul castrum Le successive
notizie risalgono in età angioina, quando Carlo I d'Angiò
concesse Collefegàto a Ugo Stacca, proveniente dalla
Provenza orientale. Alla sua morte avvenuta tra il 1272
ed il 1273 il feudo fu affidato dalla curia angioina
al figlio Guglielmo, che nel 1278-9 sposò Sibilia di
Simone di Gentile di Pescorocchiano. Il castello restò
in possesso del figlio Ugo fino ai primi decenni del
secolo XIV, quando passò ad un tal Fidanza, legato ai
Camponeschi, potente famiglia aquilana. Nel 1338 durante
una serie di duri scontri tra i Pretatti, dei quali
era seguace Buonaggiunta da Poppleto, loro parente,
ed i Camponeschi fu deciso di assaltare i castelli di
Fidanza. Dapprima fu posta in rovina la fortezza di
Poggio S. Maria, poi si assaltò Collefegàto, che fu
preso, mentre Fidanza si arrese a Buonaggiunta, che
impedì a Todino Pretatti ed ai suoi figli di giustiziarlo.
Il castello passò poi in possesso di Giuntarello da
Poppleto e fu coinvolto nelle lotte tra i Pretatti ed
i Camponeschi che si scatenarono tra il 1379 ed il 1381
in tutto l'Aquilano. Nei primi decenni del Quattrocento
il contado di Corvaro passò ai Mareri grazie al matrimonio
di Francesco con Paola, figlia di Pietro da Poppleto.
Agli inizi del Cinquecento il feudo fu diviso a metà
ed assegnato ai due figli del Mareri, Giovanni e Giulio.
Il castello restò in possesso della famiglia fino al
XVII secolo, anche se nel 1530 Carlo V investì Giovan
Giorgio Cesarini di metà del feudo.
Corvaro
Le prime notizie del castello di Corvaro risalgono agli
inizi del XII secolo, quando, nel 1100, è ricordato
come possesso di Farfa. Il castello sembra essere, oltre
alle chiese dipendenti dal monastero benedettino, il
centro di gravitazione degli interessi e del popolamento
del piano omonimo. Il castello di Corvaro, come gli
altri possessi di Farfa nell'area, furono sottratti
all'abbazia dallo stanziamento normanno della metà del
XII secolo. Corvaro però non compare nel catalogus baronum,
questo fatto fa prefigurare che, almeno per un certo
periodo di tempo, il castello sia stato incluso nel
demanio regio. Nel 1275 il castello di Corvaro era in
possesso di Petrus de Insula, che però, considerato
che era ben lontano dal baricentro dei suoi interessi
che erano invece concentrati nel Teramano, a Campli
in particolare, concordò, l'anno successivo, uno scambio
con Sinibaldo di Anglona o di Aquilano o di Vallecupola,
fratello di Egidio, abate di S. Salvatore maggiore,
autorizzato dalla curia regia. Sinibaldo cedette a Pietro
de Insula il castello di Corropoli nella valle della
Vibrata ricevendo in cambio Corvaro, molto più vicino
agli interessi di Sinibaldo, che, tra l'altro, era anche
signore di Stàffoli, di Capradosso, di Rocca del Salto
e di Varano, sempre nel Cicolano, di Sassa e di Preturo
nell'Aquilano ed aveva rilevanti interessi nella pastorizia
transumante. Alla morte di Sinibaldo, la sua presenza
è rilevata ancora alla mostra dei feudatari tenuta ad
Orvieto nel 1281, il castello di Corvaro fu conteso,
nel dicembre del 1289, tra la contessa d'Albe Filippa
e Gentile de Amiterno ed i suoi fratelli, della cui
baronia, che si estendeva fin sulla vicina val di Maleto,
Corvaro doveva aver fatto parte, baronia la cui frammentazione
era stata avviata da Carlo I d'Angiò nel 1272. La controversia
dovette veder vincitrice in un primo momento la contessa
d'Albe, la quale aveva acquistato il feudo da Nicola
figlio di Sinibaldo, che nel 1316 era in possesso del
castello, a sua volta passato nuovamente sotto il dominio
di Gentile di Amiterno nel 1319, anche se probabilmente
inserito nella contea d'Albe. Da ricordare che a Corvaro
era nato Pietro Rinalducci che nel 1328 fu eletto antipapa
sotto il nome di Niccolò V. Il castello passò poi in
possesso dei da Poppleto - nel 1329 ne era signore Bonomo
- divenendo una delle fortezze principali della fmiglia.
Epica in particolare fu la sconfitta che i corvaresi
comandati da Marino, figlio del signore Giuntarello
da Poppleto, inflissero agli aquilani nel 1370. Per
ristabilire l'ordine la rocca del Corvaro fu affidata
per due anni alla custodia di castellani nominati dalla
regina di Napoli Giovanna I. Corvaro agli inizi de Quattrocento
fu da re Ladislao inserito in un contado che dallo stesso
castello prese il nome, il suo territorio comprendeva
Collefegàto, Poggiovalle, Castelmenardo, due parti del
castello di Roccaodorisio ed i villaggi di Castiglione
e di Villamalito, oltre ad altri beni feudali nel distretto
dell'Aquila. Il primo che fu investito di tale contado
fu Bonomo da Poppleto, al quale successero il figlio
Pietro ed i nipoti Gionata e Paola, moglie di Francesco
Mareri, che, alla morte del cognato, fu nominato capitano
delle terre del contado. In seguito il contado di Corvaro
fu inserito nella contea d'Albe, possesso prima degli
Orsini, poi dal 1480, seppur tra aspre controversie,
ai Colonna. Insieme a Corvaro facevano parte della contea
d'Albe anche altri centri del Cicolano, ovvero S. Anatolia,
Castelmenardo, Spedino, Torano e Latuscolo. La rocca
nel tempo venne meno perdendo le funzioni originarie
e nel 1660 veniva usata come carcere. L'importanza rivestita
dal Corvaro nel medioevo è testimoniata anche dalla
fondazione di un convento francescano, avvenuta prima
del 1252, del quale esistono ancora oggi i ruderi al
di fuori dell'abitato, detti di s. Francesco vecchio.
Torano
Le
prime notizie sul castello di Torano risalgono agli
inizi del XII secolo, quando un certo Annolino figlio
del defunto Oderisio cedette nel settembre del 1113
la sua quota di cosignoria castrense, corrispondente
ad un terzo, al vescovo di Rieti Beneincasa. L'episcopio
reatino perdette, però, rapidamente la sua porzione
di Torano, posto a guardia di una importante via di
comunicazione tra Roma, le aree interne dell'Appennino
e l'Adriatico. E' possibile che Torano abbia fatto parte
per un certo tempo dei castelli fiscali dei re normanni,
dato che non è citato nel catalogus baronum del 1150,
redatto al'indomani della conquista. Sotto gli angioini
Torano fu donato nel 1271 a Pietro de Insula, ma l'anno
successivo, grazie ad una permuta, fu revoluto alla
curia regia. Il castello passò poi a Gentile di Amiterno,
che lo deteneva ancora nel 1316. Signori ne divennero
poi i Camponeschi, potente famiglia aquilana, ma nel
1358 Torano, insieme a Spedino, devoluti alla regia
curia per la ribellione di Lalle, fu concesso da Filippo,
principe di Taranto a Orsone Orsini. I Camponeschi tornarono
nuovamente in possesso del castello di Torano, facendone
la loro base per contrastare l'egemonia dei Pretatti
costituita da tempo nell'area. Il confronto decisivo
si ebbe il 15 luglio del 1381 presso Torano quando si
affrontarono i due schieramenti. Francescantonio Pretatti
ebbe la peggio e, ferito tre volte, fu catturato. Immediatamente
condotto all'Aquila fu processato e giustiziato e con
lui si estinse la casata. Passato ai da Poppleto, agli
inizi del Quattrocento Torano fu venduto agli Orsini.
Divenuto proprietà dei Colonna, nel 1520 il feudo toranese
fu concesso da Fabrizio al cavaliere romano Pietro Caffarelli,
la cui famiglia in seguito ne cedette una quota ai Rota.
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