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Sabina |
Il territorio di Belmonte era punteggiato nel
primo medioevo da una serie di edifici religiosi, tra
i quali vanno citati s. Nicola e s. Elena in Lumbriculo
ricordati per la prima volta nel 1153 in un privilegio
concesso da papa Anastasio IV al vescovo di Rieti Dodone.
Nel successivo registro del 1252 la chiesa di s. Nicola
de Lumbriculo corrispondeva al vescovo un censo anno
di una corba di grano e due di spelta ed aveva come
cappelle dipendenti s. Salvatore, s. Rufina, s. Angelo
de Collina, s. Maria de Colle, s. Cristoforo, s. Leonardo
e s. Claudio, mentre da s. Elena dipendevano le cappelle
di s. Sebastiano de Casavacca e di s. Giovanni de Molgis.
Sullo scorcio del medioevo - certamente dopo il il 1398
- la chiesa di s. Nicola fu trasformata in un convento
dell'ordine dei minori, attestato per la prima volta
nel 1469, quando, il 18 settembre il guardiano, fra
Giovanni Dominici da Rieti, sottoscrisse come teste
la nomina di un procuratore da parte dei fratelli Mariano,
Cola, Francesco e Braccia de Romania, signori del castello.
La trasformazione in convento comportò la ristrutturazione
dell'antico edificio religioso, che sorgeva su di un
colle situato a circa un chilometro a nord-ovest da
Belmonte, per adattarlo alle nuove esigenze La nascita
di Belmonte è piuttosto tarda. Siamo probabilmente di
fronte ad uno degli ultimi accentramenti operati per
iniziativa signorile sullo scorcio del medioevo riaggregando
e riorganizzando il popolamento sparso che in questa
zona si articolva attorno alle già citate chiese altomedievali
di s. Elena e di Nicola in Lumbriculo. Signori del castello
erano i de Romania, la più potente famiglia della nobiltà
rurale della Sabina e del Reatino. Nella seconda metà
del Quattrocento, il dominio passò per donazione ai
Cesarini. Quasi contemporaneamente giunse a compimento
il disegno del comune di Rieti che intendeva estendere
i confini del contado fino ad includervi Belmonte. Un
compromesso fu raggiunto nel 1481-1483, quando, per
mediazione del cardinal Colonna, venne riconosciuta
la giurisidizione di Rieti sul castello, mentre i Cesarini
ne mantennero il dominio utile. Nel 1528 Belmonte fu
espugnato e sacceggiato dalle truppe di Giovanni Battista
Savelli. La signoria dei Cesarini sul castello terminò
nel 1600, anno in cui il feudo fu venduto ai Mattei,
previo consenso di papa Clemente VIII. A loro volta
i Mattei lo rivendettero nel 1676, insieme ad Antune
e Roccasinibalda, al duca Ippolito Lante della Rovere
per la somma complessiva di 82.500 scudi. Nel 1739 i
Lante della Rovere cedettero Belmonte ai Muti Bussi,
i quli a loro volta nel 1777 lo vendettero al nobile
milanese Antonio Menafoglio. Alla sua morte gli eredi
lo passarono al ricco patrizio romano Amanzio Lepri.
Questi, nel suo testamento, aveva lasciato erede Pio
VI a condizione che ultimo destinatario ne fosse il
nipote del pontefice Luigi Braschi Onesti. Alla sua
morte, avvenuta nel 1780, il testamento fu impugnato
dai nipoti, che insinuarono l'infermità mentale dello
zio e produssero un successivo testamento che li nominava
eredi. Nuova impugnazione da parte dello stesso ponefice
che terminò presso la sacra rota suscitando in Roma
notevole scalpore. La sacra rota, però, con una clamorosa
sentenza sopsensiva, non riconobbe Pio VI come avente
causa, il quale allora cedette le sue pretese ai nipoti
Braschi Onesti. Dopo una lunga causa, nel 1785 si raggiunse
un compromesso che portò alla divisione dei feudi contestati
tra Luigi Braschi Onesti e Marianna Lepri, prima nipote
del defunto, con Belmonte che venne assegnato ai Braschi
Onesti, per poi tornare ai Lepri. Il 19 ottobre del
1816, infatti, il marchese Alessandro Curti Lepri rinunciò
ai suoi diritti feudali su Rocca Sinibalda, Belmonte,
Pantana e Le Ville.
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