Centri storici e città d'arte
Amatrice
 

L'insediamento romano a Torrita - Amatrice e l'Amatriciano


La conca di Amatrice, nell'alta valle del Tronto, costituisce un'area di grande interesse da un punto di vista archeologico e monumentale e molte delle emergenze non saranno descritte proprio per la loro complessità che merita studi più dettagliati ed articolati. Le prime tracce della frequentazione umana nella conca di Amatrice si hanno già nella preistoria. Negli ultimi tempi infatti sono stati trovati nella zona dei monti della Laga numerosi reperti litici, databili probabilmente al neolitico. Il massiccio sfruttamento delle risorse agricole della conca si ebbe però a partire dall'età romana, in particolare poi quando con l'apertura della Salaria, intorno al III-II secolo a.C., i più agevoli collegamenti tanto con il versante tirrenico che con il versante adriatico stimolarono l'economia locale.

L'insediamento romano a Torrita
Numerose sono dunque le tracce della presenza romana in questa zona. Resti di un insediamento rurale di una certa importanza sono stati individuati nel secolo scorso a s. Pietro in Campo; ma senza molti dubbi l'insediamento di maggior importanza è costituito dall'area scavata a Torrita di Amatrice. Le indagini archeologiche, iniziate nel 1954, sono proseguite nel 1956 e nel 1971, hanno permesso di riportare in luce una parte degli ambienti nei quali si articolava la struttura, sulla cui funzione non è sempre esistito accordo. Infatti inizialmente si ritenne che in Torrita di Amatrice dovesse identificarsi il vicus Phalacrinae che aveva dato i natali all'imperatore Vespasiano. Più recentemente è stato invece proposto che nel sito si dovesse riconoscere i resti di una villa rustica. Indubbiamente inaccettabile la prima congettura, molto più credibile la seconda, anche se non possono essere scartate ipotesi legate alla possibile presenza di una mansio o di una statio, punto di sosta del cursus publicus, considerato che il complesso che è situato a 1018 m slm, proprio nel punto di valico tra le valli del Velino e del Tronto. La pianta delle strutture riportate in luce è approssimativamente quadrata, con al centro un peristilio di 28,60mx26,20m soltanto in parte scavato, del quale restano tracce dello stilobate, formato da blocchi di pietra calcarea locale, e quattro basi di colonne tuscaniche. Lungo il lato nord-orientale si trovano sette ambienti che appartenevano ad un complesso termale. I muri del primo ambiente sono in opera incerta, reticolata e vittata. Fra il primo ambiente ed il successivo si trovava un praefurnium. Nel secondo ambiente, pavimentato con bipedali, sono state ritrovate tracce di suspensurae, mentre le pareti sono parte in reticolato, parte in opera vittata. Il terzo ambiente è molto simile al secondo, dal quale lo separa un muro divisorio con una serie di praefurnia. Gli altri ambienti presentano grosso modo caratteristiche molto simili. La varietà delle tecniche edilizie adottate attesta chiaramente la lunga vita del complesso termale ed i continui restauri ai quali fu sottoposto. In linea generale la datazione di queste fasi può essere con buona approssimazione compresa tra la metà del I secolo a.C. ed il III-IV secolo d.C. Sarebbe, peraltro, molto interessante riprendere le indagini archeologiche in modo più scientifico, attraverso uno scavo stratigrafico, per comprendere con miglior chiarezza le funzioni e l'arco cronologico di vita di questo complesso particolarmente importante per delineare i tempi, i modi e le forme della romanizzazione delle alte valli del Velino e del Tronto.

Amatrice e l'Amatriciano
Nell'alto medioevo il baricentro territoriale della zona divenne Sommati, area nella quale si concentrarono le proprietà del monastero di Farfa e dell'episcopio ascolano, che videro intrecciarsi una serie lunga e complessa di conflitti di interessi, con il prevalere finale dei diritti episcopali consolidati da una fitta trama di pievi e di cappelle dipendenti diffuse sul territorio. Una ulteriore cesura avvenne con l'avvento dei normanni che dissaldarono Amatrice anche da Ascoli, rimasta nel ducato di Spoleto. Su tutta la zona estesero il loro dominio Gentile e Gualtiero da Poppleto, feudatari in capite per re Ruggero II. In suffeudo da loro Gualtiero Pignanello con i suoi consanguinei deteneva, nel 1150, la metà di Sculcula e di Amatrice, che insieme costituivano un feudo che doveva fornire all'esercito regio due soli militi, aumentati a quattro più otto sergenti in occasione del reclutamento straordinario indetto in quel momento. Da allora crebbe gradualmente l'importanza di Amatrice, tanto da divenire il nuovo baricentro territoriale dell'alta valle del Tronto, mentre l'intera conca era ormai punteggiata da insediamenti incastellati e da villaggi sui quali il castrum estese poco a volta il suo dominio. Amatrice, pur ribellatasi agli angioini ed a lungo assediata, divenne sede di mercato dal 1283 e riuscì a mantenere la sua autonomia dall'Aquila che aveva a più riprese tentato di estendere la sua egemonia anche sull'alta valle del Tronto in particolar modo tra Tre e Quattrocento. Segno di un particolare fulgore di Amatrice nel Quattrocento fu il divenire sede di zecca, in concomitanza con il formarsi di molte fortune armentizie e con l'evolvere in città demaniale. Particolarmente drammatico nel Cinquecento fu il "sacco" che la città subì nel febbraio del 1529, ad opera delle truppe spagnole, alle quali si era ribellata. Molti abitanti furono uccisi, la rocca e le mura furono demolite. Dopo quasi un decennio, nel 1538, Carlo V costituì lo stato di Amatrice la cui giurisdizione si estendeva tanto sulla gran parte delle antiche Terre Summatine, quanto su alcuni castelli posti al di là del Tronto, Campotosto e sul territorio di Castel Trione con i villaggi annessi. Il primo feudatario ne fu Alessandro Vitelli, comandante militare e consigliere dello stesso imperatore. Il nuovo signore pose immediatamente mano alla ristrutturazione urbanistica di Amatrice e ne affidò l'opera a Cola dell'Amatrice, il figlio più illustre della città. Dal connubio tra un committente colto ed interessato, oltre che "studiosissimo" dell'architettura sotto l'aspetto militare, ed un artista, che, nonostante il recente crollo della diga di Biselli sul fiume Castellano, aveva compiuto opere di notevole pregio tanto nel campo dell'architettura quanto in quello della pittura, nacque un progetto che con pochi interventi mirati portò all'ampliamento ed alla regolarizzazione dei principali assi viari cittadini, dando un nuovo assetto urbanistico all'abitato. Dai Vitelli, per diritti ereditari, Amatrice passò agli Orsini, Virginio aveva sposato infatti Beatrice Vitelli. Il dominio degli Orsini su Amatrice durò fino al 1693, al momento della morte senza eredi di Alessandro Maria Orsini. Una lunga controversia portò alla successione nel feudo, soltanto nel 1732 però, di Gian Gastone de' Medici, dominio che durò fino al 1759, quando Amatrice tornò ad essere città demaniale, con la sua università che era già stata dismembrata nel secolo precedente. A livello fiscale Amatrice fu tassata nella numerazione del 1532 per 1216 "fuochi" complessivi, comprese le numerose "ville" del distretto, nel 1545 per 1515, nel 1561 per 2133, nel 1570 per 1570, nel 1648 per 1086, nel 1669 per 1001. Sullo scorso del Settecento gli abitanti della sola Amatrice erano 750. Nel tessuto urbano sono rimaste molte tracce di questo passato. Tra le chiese degli ordini mendicanti di particolare rilevanza quella di s. Francesco, convento fondato prima del 1282, di s. Agostino fondato prima del 1287, e di s. Domenico fondato nel XIV secolo. Ovviamente queste date corrispondono ai primi insediamenti, mentre ben diverso è lo strutturarsi delle varie chiese, ampiamente restaurate e ricostruite nel tempo, spesso per risanare i guasti operati da eventi sismici di forte intensità come nel 1639 o nel 1703. Particolarmente ricchi i portali - da segnalare quello splendido archiacuto di s. Francesco, esuberante di rilievi scultorei, con nella lunetta un gruppo in terraccotta che raffigura la Madonna con il bambino fra due angeli, e quello quattrocentesco di s. Agostino, datato al 1428, con nella lunetta le due statuette in terracotta dell'Annunziata e dell'arcangelo Gabriele - ampiamente degradati al contrario alcuni chiostri come quello dello stesso s. Francesco. Molta parte del patrimonio abitativo privato ha subito notevoli forme di degrado in epoche recenti. Soltanto alcune tracce sono ancor oggi ben visibili all'interno del tessuto urbano, come i palazzi rinascimentali de Berardinis, Di Cesare o lo stesso palazzo Orsini. Anche l'edilizia pubblica è stata ampiamente alterata nel tempo; non sono molti gli organismi superstiti. Dalla duecentesca torre del comune, anch'essa ampiamente restaurata sullo scorcio del Seicento, che oscilla di 20 cm quando suona il campanone, a quella della porta Carbonara, adiacente a s. Agostino, il cui etimo ricorda il fossato difensivo. Anche il palazzo comunale è stato fortemente rimaneggiato, mentre le mura cittadine sono state nella gran parte distrutte nel secolo scorso. Scomparse anche cinque delle sei porte ricordate nel Seicento, ossia porta della Marina, porta di Castello, porta Romana, porta della Madonna della Porta e porta Ferrata. Anche molte delle "ville" di Amatrice hanno una storia non secondaria. In molti casi esse furono in antico castelli, che hanno perduto nel tempo la loro struttura di abitati concentrati e fortificati per trasformarsi in villaggi senza mura e senza apparati fortificatori. Tra questi il più importante fu senza molti dubbi Castel Trione con il contiguo monastero di s. Lorenzo, dapprima possesso del vescovo ascolano, poi passato alla potente consorteria dei Camponeschi. Dal punto di vista delle risorse economiche molto famose erano le così dette mortadelle di Amatrice, dove, agli inizi dell'Ottocento, ne venivano preparate ogni anno 1.500. Il loro peso oscillava tra 1 e 2 libbre - 0,3/0,6 kg -, mentre il loro prezzo, una volta compiuta la stagionatura, raggiungeva anche le 24 grana, corrispondenti ad una lira, ogni libbra. Per la preparazione, almeno secondo la ricetta tramandata dalla "Statistica" del 1811, si doveva scegliere carne di maiale priva di grasso alla quale si univa 1/5 di carne di bue. Le carni venivano battute, sminuzzate ben bene e ridotte come una pasta, che veniva poi salata, quattro once - poco più di un kg - di sale ogni dieci libbre di carne - 3,2 kg -, lasciata qualche giorno a riposare. A questo punto si aggiungevano il pepe, quattro once ogni cento libbre di carne, ed altri aromi. Rimaneggiato nuovamente l'impasto si formavano le mortadelle, inframmezzandole con un pezzetto o due di guanciale ben condito con aromi. Molto accurata doveva essere l'opera di insaccamento della pasta nelle grosse budella, che erano successivamente cucite e legate strettamente anche per mezzo di stecche di legno. Le mortadelle venivano prima esposte al fumo per pochi giorni e poi all'aria per completarne la stagionatura. La lavorazione avveniva in bigonci e su banconi di legno. Il segreto del successo dei salumi amatriciani derivava da due fattori: il clima, particolarmente adatto alla lavorazione delle carni suine, e la qualità delle carni adoperate. Se infatti i maiali non fossero stati nutriti esclusivamente con ghianda le mortadelle non sarebbero state di buona qualità. Ad Amatrice, in questo stesso periodo, il pane comune veniva fatto mescolando frumento, orzo, segale e orzola, una specie tipica del circondario. Dalla pesca nel Tronto provenivano barbi e lasche, mentre il vino costava abbastanza caro a causa dell'importazione, 12 grana la caraffa. Per quanto riguarda il vestiario il "basso popolo" portava normalmente il solito vestito costituito da una giacca di lana ed accia, di colore turchino nella maggior parte dei casi, una camicia di tela di canapa, calzoni dello stesso tipo, le calzette erano anch'esse di lana o di mezza lana, più rivide per l'inverno. Sotto la giacca veniva portato una sorta di gilet con le maniche, di tessuto più leggero, normalmente di color rosso, caratteristico dell'Amatriciano. Le scarpe erano di vacchetta e la suola chiodata.